Zavoli ricorda la Lubich: «Mistica in tempi di ideologia»

«Una mistica dell’unità “tra cielo e terra”». Così Sergio Zavoli, mostro sacro del giornalismo italiano, candidato per il Pd al Senato alle prossime politiche (già eletto nelle liste dei Democratici di Sinistra nel 2001 e nelle liste dell’Ulivo nel 2006) parla al Riformista di Chiara Lubich, scomparsa ieri dopo una vita interamente dedicata al movimento dei Focolari da lei fondato prima del Concilio Vaticano II.
Un movimento ecclesiale riconosciuto per la prima volta da Giovanni XXIII nel 1962: presente oggi in 87 nazioni, 780 comunità sparse in tutto il mondo, 140 mila membri attivi e oltre 4 milioni di aderenti. Un movimento segnato da tre concetti chiave: unità, pace e dialogo tra popoli e culture. Un movimento che, come ha ricordato ieri il Papa, ha avuto origine da una donna «la cui vita è stata segnata instancabilmente dal suo amore per Gesù abbandonato».
Zavoli era amico personale della Lubich: «Per me – spiega – è stata la mistica dell’unità “tra cielo e terra”, cioè di quella trascendenza anche verso il basso, verso la “santa materia” di cui aveva parlato Teilhard de Chardin, il gesuita scienziato e teologo che, in quell’incontro, vedeva il “punto omega” della reciprocità tra Dio e l’uomo».
Fu durante la seconda guerra mondiale che Silvia Lubich scelse – come spiegò lei stessa – “Dio per amore”. Decise di cambiare il suo nome in Chiara, in onore della santa di Assisi. Allo sconquasso e alla divisione della guerra in atto si trovò a contrapporre, senza averlo preordinato con calcoli o progetti studiati a tavolino, la “spiritualità dell’unità”: Dio è amore e il suo amore deve innervare ogni ambito della società scardinando le divisioni. Tra questi ambiti, quello privilegiato del dialogo tra Chiese cristiane e tra religioni diverse. Una “spiritualità dell’unità” proposta anche al mondo dell’economia, con un’adesione internazionale di migliaia di aziende.
Spiega Zavoli: «Non a caso Chiara, tra i mistici moderni, sarà ricordata come la punta più alta dell’ecumenismo, in sintonia con l’“ut unum sint” scelto da papa Wojtyla a simbolo del famoso “spirito di Assisi”, in base al quale può dirsi che da nessuna cattedra e pulpito, da nessuna panca e stuoino, una preghiera – se autentica – può pretendere di salire più in alto di tutte le altre».
Spirito di unità, dunque, al centro del carisma della Lubich. Un carisma che Chiara si è misteriosamente “trovato addosso”. Era il 7 dicembre 1943 quando, sola in una cappella, fece a Dio la promessa di donarsi per sempre. Fu il giorno in cui cambiò nome. Fu la data che poi segnò l’inizio del suo movimento ecclesiale. I focolari, secondo Zavoli, «la metafora del vivere (non solo dell’esistere) insieme – cioè spirito e scopo esemplarmente rappresentati dalla famiglia – sono annuncio e ascolto, parola e traduzione, segno e senso dell’opera di Chiara, nella quale non a caso Madre Teresa di Calcutta vide una singolare reciprocità, seppure diversamente manifestata, rispetto alla sua stessa opera». Per Chiara, infatti, «si è trattato di rimettere insieme i frammenti dell’indivisibile, cioè l’uomo, e ricomporre le fratture del condivisibile, cioè la comunità».
Chiara fu una donna profetica per il suo tempo. Visse in pieno Novecento. Fece sue le istanze più significative di quegli anni, cambiandole, innervandole di uno spirito diverso, cristiano. «Quando il pensiero di Chiara cominciò a precisarsi – conclude Zavoli – correvano tempi intrisi di ideologia. Si diceva, tra l’altro, che “il comunismo era la parte di dovere non compiuto dei cristiani”; qualcuno spinse l’azzardo fino ad assimilare la predicazione di Chiara, religiosa e laica, a un sentimento sommariamente e ingenuamente comunistico, su cui il bigottismo si esercitò a lungo. In realtà, il suo “teologo e amico” Piero Coda, presidente dei teologi italiani, cita spesso la frase di Chiara: “Dovete essere, tutti, l’uno la madre dell’altro”. Non era un’astrazione, un abbandono misticheggiante: era la sua religione “tra cielo e terra”. O viceversa».


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Vescovo ucciso: martirio in Iraq

Sentito dal Riformista pochi minuti dopo l’annuncio dell’uccisione di monsignor Faraj Rahho – arcivescovo caldeo di Mosul – sua beatitudine il cardinale Emmanuel III Delly, eletto nel 2003 guida del patriarcato di Babilonia dei caldei che ha sede a Baghdad, è particolarmente scosso: «Sono senza parole. Posso solo dire che domani andrò nella cittadina di Karamles per i funerali. La morte di monsignor Rahho è una terribile croce per la nostra Chiesa».
Poche parole, dunque, come poche sono le frasi rilasciate dal nunzio apostolico in Iraq, monsignor Francis Assisi Chullikatt: «Il corpo di monsignor Rahho è stato trovato nei dintorni di Mosul. Era stato sepolto dai rapitori che lo avevano rapito il 29 febbraio scorso dopo la Via Crucis celebrata nella chiesa del Santo Spirito».
La notizia della scomparsa di Rahho è arrivata in Vaticano come una doccia gelata. Per il Papa è stato «un atto di disumana violenza che offende la dignità dell’essere umano». I vescovi italiani hanno parlato in un comunicato di «martirio». La sezione della segreteria di Stato vaticana deputata agli affari esteri ha seguito con apprensione le notizie che giungevano in questi 14 giorni da Mosul, ma non ha mai avuto conferme che Rahho fosse vivo.
La Santa Sede sa bene cosa Rahho rappresentasse per l’Iraq. Era l’uomo del dialogo coi musulmani, l’uomo della speranza per la piccola comunità cristiana irachena: i caldei sono la parte preponderante, poi assiri, siriani, armeni e latini. Una comunità in sofferenza e che cerca di lavorare per la riunificazione del paese. Una comunità oramai sempre più al centro dello scontro tra musulmani sciiti e sunniti, in pericolo anche per la totale mancanza di sicurezza.
Durante il regime di Saddam i cristiani erano 1 milione e mezzo. Oggi sono 400 mila. In quattro anni sono state distrutte 50 chiese, uccisi tre sacerdoti. Molti sono stati costretti a cedere terreni e abitazioni, pena la morte, obbligati a lasciare città e villaggi di origine, a trovare rifugio in Giordania, Siria, Libano e nel Kurdistan iracheno.
Una volta caduto Saddam sono esplosi conflitti politici, etnici e confessionali che covavano da tempo ma che non erano mai stati risolti. Non che con Saddam la vita dei cristiani fosse migliore, ma oggi sono antiche ferite a essersi irreparabilmente riaperte. La resa dei conti tra le comunità musulmane è in atto. E i pochissimi cristiani rimasti nel paese si trovano nel mezzo.


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“Le donne del Papa” oggi in raduno

Più donne nei posti di comando del Vaticano è un’idea che coniò tempo addietro Giovanni Paolo II; la riprese Benedetto XVI in un’intervista concessa nel 2006 alle emittenti Bayerischer Rundfunk, Zdf, Deutsche Welle e Radio Vaticana; poi, la scorsa estate, Tarcisio Bertone parlando da Lorenzago di Cadore.
Idea messa in pratica da Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, che nei mesi scorsi ha dato spazio ad Anna Foa, alla giurista Patrizia Clementi, alla femminista non cattolica Eugenia Roccella, alla storica Lucetta Scaraffia.
Ma “più quote rosa in Vaticano” non è uno slogan solo per il futuro. Basterebbe, infatti, farsi un giro questo pomeriggio a Villa Borromeo, nella sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, per rendersene conto. Qui l’ambasciatore Antonio Zanardi Landi ha convocato un ottantina di donne, religiose e laiche, che lavorano in Vaticano e che hanno posti di rilievo nel mondo dell’associazionismo cattolico. Un incontro inedito e che, come dice Zanardi Landi al Riformista, «ha riscosso parecchio interesse in Vaticano». Un tema «particolarmente sentito anche nelle istituzioni italiane. Non a caso, infatti, una recente indagine condotta da Federmanager rileva che il 90% dei posti manageriali è occupato da uomini».
A Villa Borromeo ci saranno sette donne che lavorano nella segreteria di Stato, la sezione del Vaticano che lavora più a stretto contatto con il Papa. Ci sarà suor Enrica Rosanna, dal 2004 sottosegretario del “ministero” che segue gli Istituti di Vita Consacrata, l’unico ruolo con poteri giurisdizionali della Santa Sede. Poi Ingrid Stampa: quando Ratzinger era cardinale, gli gestiva le faccende di casa e oggi lavora con diversi incarichi all’interno della Segreteria di Stato.
Ha confermato la sua presenza anche Alessandra Borghese, in qualità però di giornalista e di scrittrice cattolica e non, ovviamente, quale capolista al Senato nel Lazio per l’Udc.


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Farina si paragona a Galileo: «Anche lui patteggiò»

Prima di candidarsi in Parlamento con il Pdl, Renato Farina ha fatto i suoi conti. O meglio, li ha fatti fare all’Istituto Piepoli, a sue spese. «Volevo essere certo – dice al Riformista – che la mia immagine non fosse negativa. Che non danneggiasse Cl, il movimento del quale faccio parte, e Libero, il mio giornale. Inoltre, volevo valutare il giudizio che gli elettori avevano di me. Da quando sono stato messo in croce ingiustamente per aver tutelato il servizio d’intelligence sull’islam, infatti, mi sono trovato al centro di bersagli che mai avrei immaginato di dover subire». L’Istituto Piepoli ha fatto il suo lavoro e «con mia grande sorpresa – continua Farina – è venuto fuori che tra gli elettori del centro destra io sono considerato il terzo miglior giornalista (7% delle preferenze) dietro Feltri (40%), Ferrara (21%), davanti a Belpietro (6%) e a Mario Cervi (4%). Tra gli elettori del centro sinistra, invece, risulto sempre al terzo posto, a pari merito con Belpietro».
Sondaggi a parte, la scelta di entrare in politica non è slegata dalla vicenda delle intercettazioni telefoniche che secondo la Procura di Milano vide il ruolo attivo del Sismi e di alcuni giornalisti tra cui, appunto, Farina. «Sono stato respinto dalla corporazione dei giornalisti – spiega l’oramai ex vice direttore di Libero -, sbattuto fuori dalle televisioni, fuori dal mercato per motivi a mio avviso del tutto ingiusti. E allora su suggerimento di Feltri ho deciso di provare per un po’ a cambiare aria. È stato lui a spingermi. Sono stati Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Mariastella Gelmini e Giampiero Cantoni ad accogliermi. Il Pdl, infatti, è il luogo naturale per la mia candidatura».
Prima di parlare del Pdl, proviamo a stare ancora sulla vicenda Sismi. «Una vicenda che mi ha fatto soffrire molto – dice Farina -. Feltri ha visto questa mia sofferenza e mi ha spinto in politica». E ancora: «Io sono innocente. È vero, ho patteggiato. Ma anche Galileo dovette patteggiare. Spesso capita agli innocenti di dover patteggiare. Ma la verità verrà fuori. “Eppur si muove”, disse Galileo. Al riguardo io, invece, sto scrivendo un libro-verità. È una mia autobiografia. La intitolerò Alias Agente Betulla. È il diminutivo con il quale il Csm – addirittura – mi citò la prima volta che fece il mio nome». E a proposito di Agente Betulla, Farina nota una strana coincidenza. «Ieri – dice – La Stampa mi ha definito Renato “Betulla” Farina. Sono rimasto sorpreso perché è la stessa dicitura usata nel volantino del Fronte Rivoluzionario per il Comunismo quando mi recapitarono a casa un pacco bomba e due proiettili. Per me è un segno del fatto che il mondo giornalistico non mi vuole».
Torniamo alla candidature. «Cl – dice subito Farina – non c’entra nulla. Certo, io sono quello che sono, la mia appartenenza a Cl non è un mistero, ma il “colpevole”, come detto, è Feltri». Una candidatura per un’elezione praticamente certa: «So di avere parecchi ammiratori. Molti in Cl, tanti altri tra i lettori di Libero e molti pure tra gli elettori del centro sinistra. In questi mesi ho girato parecchi teatri per tenere conferenze e per presentare il mio libro “Maestri. Incontri e dialoghi sul senso della vita” (Piemme, 253 pagine, 15.50 euro) e ho sempre trovato un affetto incredibile».
Il libro non è slegato dalle battaglie che Farina vuole sostenere in politica. «La prima cosa che cercherò in tutti i modi di difendere – spiega – è la libertà di educazione. Già, perché l’educazione è la chiave di tutti i problemi politici. È la libertà di educazione che fonda tutte le altre libertà. Lo diceva don Giussani: “Toglieteci tutto. Fateci andare in giro nudi ma lasciateci la libertà di educare”. E questa battaglia nel programma di Berlusconi è primaria. Chi lo ha ascoltato al Palalido di Milano non può non aver sentito l’eco di questa libertà, l’eco di tutta la dottrina sociale della Chiesa: i temi della sussidiarietà verticale e orizzontale, i temi educativi e dell’economia sociale e di mercato».
Già, i temi della dottrina sociale della Chiesa. Eppure c’è chi non manca di far notare che nel Pdl, come anche nel Pd dove Bobba e la Binetti sono stati spostati dal Senato alla Camera, c’è stata una certa dose di epurazione dei cattolici da palazzo Madama. Non solo, c’è chi fa notare come in generale la presenza dei cattolici nel Pdl sia troppo di stampo ciellino. «Non mi sembra sia così – conclude Farina -. Formigoni si candida al Senato e tutto si può dire di lui tranne che non sia super partes. E insieme a lui ci sono nomi che sono una garanzia come quelli di Giuseppe Valditara e Giampiero Cantoni. Infine vorrei ricordare Sandro Bondi: nel suo pensiero la dottrina sociale della Chiesa non è secondaria».


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«Il Vaticano è sotto attacco. Da parte di Satana»

L’ultimo esorcismo padre Gabriele Amorth – è l’esorcista più famoso del mondo, fondatore e presidente ad honorem dell’associazione internazionale degli esorcisti – l’ha fatto ieri mattina a Roma. Come sempre ha seguito alla lettera il rituale in latino del 1614, quello composto sotto Paolo V, al secolo Camillo Borghese, il Pontefice il cui nome è riprodotto a caratteri cubitali sulla facciata della basilica di San Pietro.
Padre Amorth ha seguito il rito del 1614 perché – spiega al Riformista – il De exorcismis et supplicationibus quibusdam del 1998 (e la sua traduzione in italiano) «non mi soddisfa appieno».
Ieri mattina – prima dell’importante convegno che il Vaticano dedicherà quest’oggi presso l’Urbaniana all’”Antologia diabolica” (Utet), volume di Renzo Lavatori che mostra l’azione di Satana secondo la Sacra Scrittura e alcuni testi apocrifi – ha dovuto praticare il rito su di un posseduto. Rito tramite il quale si cerca di scacciare il demonio da una persona. Rito che può compiere soltanto un sacerdote, il quale – è sottinteso – «deve credere fermamente nell’esistenza del demonio». «Non voglio rivelare se fosse un uomo o una donna – dice Amorth -. Posso solo dire che ho dialogato con Satana». Cioè? «Ho parlato con il posseduto rivolgendomi direttamente allo spirito che c’era in lui. Non sapevo se mi trovassi davanti a Satana o se si trattasse di qualche altro demonio. E così gli ho chiesto chi fosse. Già, perché Satana è uno, ma i demoni sono tanti. I demoni, ovvero gli angeli che si sono ribellati a Dio, sono un numero impressionante. Non a caso, nel Vangelo di Marco, a una precisa domanda di Cristo gli indemoniati che erano entrati in una persona gli hanno risposto: “Siamo una Legione”, ovvero siamo in molti».
Dunque, ieri mattina, è avvenuto il dialogo con Satana: «“Tu chi sei?”, ho chiesto allo spirito che possedeva quella persona. “Dimmi il tuo nome”. E lui mi ha risposto: “Sono Satana”. Allora gli ho chiesto se fosse solo. Mi ha risposto di no, con lui c’erano altri quattro demoni e mi ha pure detto i loro nomi: Lucifero, Belzebù, Asmodeo e Lilith. Sono altri nomi biblici di Satana che i demoni spesso si affibbiano l’un l’altro. Gli ho chiesto: “Quando uscirai di lì?”. “Mai – mi ha risposto -. Io sto bene qui”. Allora l’ho incalzato e gli ho ricordato che Cristo può farlo uscire di lì quando vuole. Gli ho detto: “È Cristo che comanda. Dimmi quando Egli ha deciso che tu esca di lì!”. Satana, che è menzognero e furbo, mi ha risposto che Cristo non aveva ancora stabilito il giorno. Allora gli ho detto che avrei verificato subito se stesse mentendo o meno e ho cominciato a recitare le preghiere del rituale. Solo con la preghiera, infatti, potevo liberare quella persona da Satana e vedere se il tempo per la sua uscita fosse già arrivato o meno».
Di esorcismi come questo, padre Amorth, ne potrebbe raccontare a migliaia. Tutti sono un crescendo di tensione. «Il demonio o i demoni – spiega – si sentono sempre più braccati dal potere di Cristo e studiano ogni stratagemma per non farsi scacciare. Ma Cristo è più forte di loro».
I posseduti che a frotte vanno da padre Amorth a chiedergli di essere liberati sono persone insospettabili. «Il demonio – racconta – ha oggi gioco facile con tantissime persone. Chi non va mai in chiesa, chi non prega mai è più facilmente attaccabile». E ancora: «Lo scopo di Satana è uno solo: agisce per allontanare l’uomo da Dio e per portarlo all’inferno».
Padre Amorth racconta che «i più attaccati dal demonio sono i preti e le suore. Anche il Vaticano è sempre attaccato. Perché qui lavorano persone che cercano di portare l’uomo a Dio. E ciò fa imbestialire Satana. Tra l’altro ciò che maggiormente preoccupa è che ci sono tanti vescovi, preti e suore che non credono nell’esistenza di Satana. Questo è un grande inganno ordito contro la Chiesa da Satana stesso. Per fortuna almeno i Pontefici, Benedetto XVI compreso, non sono mai caduti in questo inganno. Satana esiste e il suo regno è gerarchico. Lui è il capo e sotto di lui ci sono i suoi sottoposti. Tanti angeli ribelli gerarchicamente distribuiti. In generale, comunque, rischiano maggiormente di essere posseduti coloro che non pregano mai e soprattutto coloro che si rivolgono a maghi e cartomanti o che praticano l’occultismo. Con queste persone Satana ha più libero sfogo. E poi rischiano le persone più influenti della società: i politici innanzitutto».
Il grado di presenza di Satana in una persona non è sempre lo stesso. Dice Amorth: «Al di là delle tentazioni ordinarie cui tutti gli uomini sono sottoposti (pure Cristo fu tentato) esiste una presenza di Satana straordinaria e classificabile in quattro “gradazioni”. Si va dalla possessione vera e propria (Satana, che è puro spirito, si trova dentro il corpo di una persona), alla vessazione (Satana disturba una persona ma non è dentro di lei. Basti pensare, al riguardo, alle botte subite da padre Pio o dal Curato D’Ars), all’ossessione (Satana porta alla depressione e, a volte, al suicidio) fino all’infestazione (Satana è presente nelle case, nelle cose o negli animali). Ovviamente tutto ciò va distinto dalle malattie psichiche che sono un’altra cosa e che spesso nulla hanno a che vedere con Satana».


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Diotallevi, Bagnasco e l’idea agonistica della democrazia

Seppure la politica non sia «un campo di pertinenza della Chiesa come tale» e dunque, nelle settimane che separano il paese dal voto, «la linea del non coinvolgimento» in alcuno «schieramento partitico o politico» è quella da tenere, tuttavia ciò non equivale a disinteresse o disimpegno: è una questione di discernimento. In questa prospettiva, la Chiesa non smette di «fronteggiare il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e princìpi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano». È stato molto attento a confermare il volto di una Chiesa che non vuole interferire con le scelte degli elettori del paese, Angelo Bagnasco, ieri pomeriggio aprendo il consiglio permanente della conferenza episcopale italiana. Eppure le cose che doveva dire le ha dette, tant’è che poco meno della metà della sua lunga prolusione è stata dedicata al «difficile passaggio» dalla tra la quattordicesima e la quindicesima legislatura. E lo ha fatto usando parole precedentemente pronunciate da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, parole inerenti la difesa dei princìpi cosiddetti non negoziabili, la difesa dei valori «che scaturiscono dalle fede cristiana» ma anche «dalla ragione», auspicando nel contempo che la competizione elettorale non divida ma si svolga in un clima sereno e porti dopo il voto a larghe intese che permettano di affrontare «le attese più urgenti» e i «problemi indilazionabili» della maggior parte della popolazione: ovvero «l’aumento dei salari minimi, la difesa del potere d’acquisto delle pensioni, l’emergenza abitativa, la maggiore sicurezza nei posti di lavoro».

Nessuna ingerenza.
Secondo Luca Diotallevi, docente di sociologia e voce molto ascoltata nella Cei – non a caso fu membro del comitato preparatorio del IV convegno ecclesiale Nazionale di Verona – «il passaggio di Bagnasco in cui viene spiegato che la Chiesa invita a vedere nella competizione democratica un modo in cui “la comunità nazionale impara a volersi più bene e a voler bene al proprio futuro” meriterebbe il titolo di questo articolo». Già – spiega al Riformista Diotallevi -, «perché Bagnasco qui richiama il grande valore di autogoverno della democrazia, un’idea non irenistica della democrazia ma, come direbbe Sturzo, agonistica. La Chiesa rimane fuori da questa competizione e, proprio perché ne rimane fuori, può permettersi di giudicarne contenuti e protagonisti (come del resto anche qualsiasi cittadino è chiamato a fare). È un agonismo buono perché può portare alla sintesi auspicata: il bene del paese». Secondo Diotallevi è soprattutto in questo passaggio di Bagnasco che si rivela l’inesattezza delle tesi che hanno dipinto il suo predecessore, Ruini, e in generale la Chiesa cattolica italiana, come ingerente negli affari dello Stato. «Tutt’altro – dice -. La Chiesa valorizza l’incontro/scontro della politica e rimanendone fuori si appella alla fede e anche alla ragione di tutti perché questo incontro/scontro serva alla società».

Nessuna nostalgia.
Diotallevi non rileva nelle parole di Bagnasco alcuna «nostalgia di precedenti stagioni politiche e istituzionali». «Mentre la Chiesa – dice – difende il regime di democrazia compiuta tendenzialmente bipolare. Ciò non significa che non vi siano dei vescovi che simpatizzino per il centro cattolico, ma in generale occorre notare come nelle parole di Bagnasco manchi significativamente uno sguardo nostalgico al centrismo e al proporzionalismo». È questo bipolarismo che «ha portato alla nascita del Pd e alla scelta positiva di quest’ultimo di correre (più o meno) da solo». Dice Diotallevi: «La critica che si può fare al Pd è quella di non aver cercato il confronto costruttivo con le forze nuove del cattolicesimo politico e di aver invece considerato il cattolicesimo soltanto come istanza etica. Tra l’altro, nel fare ciò, Walter Veltroni si è riferito a Scoppola, facendogli dire però il contrario di quanto egli ha sempre sostenuto. Scoppola, cioè, sosteneva il cattolicesimo politico e, dunque, l’importanza dei cattolici nella politica».


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la Chiesa prepara il test di cristianità per i partiti

L’Azerbaigian non è certo vicino all’Italia. Eppure, anche da lì, dalla capitale Baku, il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone non ha mancato ieri di lanciare un messaggio inequivocabile alla politica italiana. In partenza per Roma dopo una visita di sei giorni nelle due repubbliche caucasiche ed ex-sovietiche dell’Armenia e dell’Azerbaigian, col sorriso sulle labbra quasi a voler dissimulare un certo interesse, Bertone ha dichiarato la volontà di verificare nei giorni a venire che quei «valori cristiani» cui diversi esponenti politici dicono di rifarsi nel proprio agire, siano davvero difesi e rispettati con la messa in campo di «un vero impegno».
Parole, quelle di Bertone, che sono giunte ventiquattro ore prima in cui il direttivo della conferenza episcopale italiana si raduni a Roma per il consueto briefing pre-primaverile. All’ordine del giorno dei lavori al via questo pomeriggio (si chiuderanno giovedì) diversi temi ecclesiali ma anche, come è logico che sia, le questioni più attuali. Tra queste, dunque, il delicato periodo che separa l’Italia dalle elezioni politiche. Oggi toccherà al cardinale presidente della Cei Angelo Bagnasco aprire con una prolusione i lavori e quindi dare le linee cui tutti, politici compresi, debbono guardare: la difesa della vita dall’inizio al suo termine, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e quindi la libertà di educazione e la solidarietà. Linee generali ed esplicitamente dichiarate, cui poi la coscienza dei singoli è libera di adeguarsi o meno.
Bertone non ha mai nascosto la volontà di prendere in mano le redini dei rapporti della Chiesa italiana con il mondo politico. E il messaggio lanciato ieri dall’Azerbaigian risponde anche a questo scopo. Bagnasco e i ventinove presuli riuniti a Roma – Ruini compreso -, insomma, è anche alle parole di Bertone che dovranno prestare attenzione all’interno delle loro assise.
Il segretario di Stato ha parlato ieri chiaramente. Ha detto: «Ritornando in Italia mi tufferò di nuovo anche nei problemi italiani, e vedrò se i cattolici stanno emergendo a sinistra, al centro, a destra. E se i valori cristiani sono supportati da un reale impegno: sia da un impegno dei cattolici presenti nei vari schieramenti, sia dal rispetto promesso dai leader di quegli schieramenti».
Le sue parole non saranno facilmente digeribili dal mondo politico italiano. Accusata da più parti di interferire troppo nella vita del paese, la Chiesa rischia di scaldare gli animi come accadde nel 2001 quando un «giro di consultazioni» inaugurato dall’allora segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, al fine di accogliere i leader politici per «conoscere i programmi», suscitò più di una reazione indignata. Alla corte di Sodano si presentarono Francesco Rutelli e Silvio Berlusconi e, per non esacerbare ulteriormente gli animi, dovette intervenire il presidente Ciampi che chiese di non proseguire.
Fu un anno fa, invece, che l’uscita di una Nota sui Dico redatta dalla conferenza episcopale italiana venne letta da più parti come un’ingerenza indebita. La Chiesa, tuttavia, in quell’occasione si difese sostenendo che a lei spetta dare indicazioni di massima alle quali poi la coscienza dei singoli può adeguarsi o meno. Resta comunque il fatto che il riordino dell’assetto politico dopo la caduta del governo Prodi non lascia indifferente la Chiesa, soprattutto a proposito della rappresentatività e dell’incisività nei vari schieramenti dei politici a lei vicini.
Bertone non ha parlato solo di politica italiana. Nell’intervista rilasciata da Baku ha accennato anche alle polemiche relative alla preghiera del Venerdì Santo presente nel messale preconciliare liberalizzato dal Motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum, preghiera recentemente modificata per togliere aggettivi e riferimenti giudicati offensivi dagli ebrei. La modifica è stata voluta da Benedetto XVI proprio per andare incontro agli ebrei, ma le polemiche ci sono state ugualmente. Bertone ha spiegato che i cristiani non desiderano la conversione forzata di nessuno e che «preghiere che potrebbero o dovrebbero essere modificate» esistono «da ambo le parti». Il suo è stato un invito alla «reciprocità», un invito che, tuttavia, potrebbe provocare ancora una volta risposte polemiche da parte del mondo ebraico.


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La Chiesa manda la Borghese con Casini

Si apre nel pomeriggio di lunedì (fino a giovedì) il direttivo della conferenza episcopale italiana (vi partecipano oltre al presidente Angelo Bagnasco altri ventinove presuli). Una riunione che affronterà vari temi di rilevanza ecclesiale ma non solo. Come ha confermato giusto ieri il patriarca di Venezia Angelo Scola, nel sottofondo dell’assise romana potranno esserci anche le questioni legate alla politica italiana. A riguardo, infatti, del comportamento di un prete padovano che avrebbe proposto ai suoi fedeli per chi votare, Scola ha ieri commentato che i vescovi si devono attenere «a quel che dirà il cardinale presidente, lunedì prossimo, aprendo i lavori del consiglio permanente della Cei» e che, in ogni caso «gli uomini di Chiesa non devono dare indicazioni di voto».
Sul tavolo, dunque, ci sarà qualche accenno alla campagna elettorale: la volontà di non passare per quelli che interferiscono nelle scelte degli elettori ma, insieme, la necessità di confermare la bontà della linea inaugurata tempo addietro dal cardinale Ruini (presente lunedì) del presenzialismo di politici cattolici in più partiti possibili e, in scia a questo tema, la conferma di una certa preoccupazione per come in questa fase si sta muovendo Silvio Berlusconi. Non basta, insomma, aver assecondato Alfredo Mantovano – come ha fatto il Cavaliere – nell’organizzazione (la cosa si è consumata ieri) di un convegno su “Vita, famiglia, educazione” a cui hanno partecipato anche Sandro Bondi e Gianfranco Fini. Servono altre risposte e tutte si concentrano sul Senato e sul rischio che qui Berlusconi “epuri” i cattolici spingendoli in massa verso la Camera.
In Vaticano non sono pochi coloro che ritengono che avere al Senato nelle liste del Pdl esclusivamente cattolici vicini a Cielle non sia un’opzione sufficiente. Serve maggiore rappresentatività, un po’ come, con intelligenza, ha deciso di fare Pier Ferdinando Casini.
Avvenire non lascia passare giorno in cui non dedichi una pagina al leader dell’Udc-Rosa Bianca, ma tale insistenza è forse anche un messaggio rivolto a Berlusconi e alla necessità che anche lui rispetti maggiormente nelle sue liste l’eterogeneità delle diverse anime cattoliche.
La mossa di Casini di dare alla principessa Alessandra Borghese il posto di capolista al Senato nel Lazio, mostra la volontà di accreditarsi come colui a cui tutti i cattolici indistintamente possono guardare. Tra l’altro, la scelta della Borghese di scendere in politica pare sia stata meditata dopo un confronto con Navarro Valls e con esponenti dell’Opus Dei e la cosa, se vera, sarebbe un ottimo spot. E un spot ancora migliore è l’immagine che lei, nell’immaginario collettivo (e pure nella realtà), rappresenta: è l’amica del Papa e del suo segretario particolare, delle gerarchie; è hospitalière al santuario di Lourdes, pellegrina sui luoghi di infanzia di Ratzinger; è scrittrice e giornalista seguita dal popolo cattolico, dalla base, dai fedeli delle parrocchie e dal mondo associazionistico.
Berlusconi, nei rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, si fida – e a ragione – di Gianni Letta. Questi è stimatissimo oltre il Tevere. Lo dimostra il fatto che Benedetto XVI l’abbia voluto quale Gentiluomo della Famiglia Pontificia: addetto, dunque, all’accoglimento e accompagnamento degli ospiti del Pontefice. Legato a doppio filo con il cardinale Ruini (e la cosa resta vincente), forse gli manca soltanto una frequentazione più vasta, tale che gli permetta anche di guardare oltre Ruini al fine di consigliare al Cavaliere mosse gradite da tutto l’insieme delle gerarchie ecclesiastiche. Non che Ruini non rappresenti questo tutto, anzi, ma più voci sono meglio di una. Bagnasco, ad esempio, che rimane sempre, quanto a dirittura morale e stile, “sulla predella dell’altare”, è uomo dal quale è possibile ascoltare punti di vista similari a quelli di Ruini e nello stesso tempo non lontani da quelli del segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone.
Resta da vedere, alla consegna delle liste del Pdl, se Berlusconi avrà voglia di recepire il messaggio. Un segnale in questo senso potrà venire, ad esempio, dall’inserimento o meno di Marcello Pera nelle liste del Senato. In ogni caso, dalla consegna delle liste in poi, il direttivo della Cei potrà lavorare sull’argomento con maggiori elementi a disposizione.


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Anche Gordon Brown ha le sue Binetti, e se le tiene

Ancora una volta c’entra lei: Ruth Kelly, la “Binetti d’oltre Manica”, cattolica e supernumeraria dell’Opus Dei, a Downing Street ministro dei trasporti inglesi, segnalatasi durante il governo Blair anche per una forte opposizione al progetto di legge sull’Uguaglianza tra i cittadini (Equality Act) secondo il quale si volevano rendere illegali le discriminazioni in termini di fornitura di servizi e beni alla comunità Glbt (gay, lesbiche, bisessuali e transgender).
Ma questa volta Ruth Kelly non è sola. Insieme a lei ci sono altri due ministri cattolici del governo di Gordon Brown: Des Browne, ministro della difesa e Paul Murphy, ministro per il Galles. I tre hanno deciso di opporsi alla riforma delle leggi sulla fertilizzazione e sugli embrioni che deve essere approvata di qui a due mesi. Due i punti della proposta di legge sui quali Kelly, Browne e Murphy si oppongono fermamente: la possibilità che entrambe le componenti di una coppia lesbica siano riconosciute come parenti legali e la legalizzazione dei cosiddetti “embrioni chimera”, quelli in sostanza creati dall’iniezione di cellule o dna di animali in embrioni umani o di cellule umane in uova animali.
Se per il ministro della salute Alan Johnson questo tipo di sperimentazioni risulta essere fondamentale per curare malattie rare quale, ad esempio, la fibrosi cistica, per i tre ministri non è invece il risultato delle sperimentazioni a interessare, quanto il fatto che trattandosi a tutti gli effetti di embrioni si lede a questi il diritto all’esistenza.
Per Brown l’opposizione dei tre ministri suona come il primo caso di “ammutinamento” subìto da quando sta al governo, ammutinamento al quale, tuttavia, egli intende a tutti i costi controbattere con una soluzione più pacifica possibile. A oggi le prospettive per Brown sono due: o dare la possibilità ai tre di astenersi dal voto (e sembra la cosa più probabile) oppure direttamente emendare la proposta di legge.
Ciò che maggiormente interessa Brown, comunque, al di là delle idee dei suoi ministri, è il programma di governo e il perseguimento dei suoi obiettivi. È per questo motivo che il cattolicesimo di alcuni ministri non riveste un’importanza capitale per lui. Tutti possono partecipare al progetto politico del suo governo purché il programma venga il più possibile rispettato. E la stessa cosa interessa all’elettorato del paese. Ed è anche per questo motivo che le recenti critiche rivolte dall’arcivescovo di Westminster, il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, contro le politiche governative sulle questioni cosiddette “eticamente sensibili” – una delle ultime era diretta al disegno di legge sulla fertilità – vengono ascoltate con interesse ma non vanno a ledere la stabilità del governo. In fondo, con la Binetti d’oltre Manica, aveva dovuto fare i conti anche Tony Blair e le soluzioni più adeguate è sempre riuscito a trovarle.


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La Realpolitik del Papa verso la Cina passa dalla Via Crucis al Colosseo

Che Benedetto XVI, all’insegna del pragmatismo politico, tenga particolarmente ai rapporti con il governo di Pechino nel tentativo di salvaguardare il più possibile la difficile esistenza dei cattolici cinesi, lo dimostrano i fatti. Oltre all’invio, nel maggio dello scorso anno, di una storica lettera ai cattolici del paese in cui per la prima volta sono arrivate dalla Santa Sede importanti aperture a Pechino e alla Chiesa filo governativa (oltre a questa Chiesa, in Cina, ne vive tra mille difficoltà un’altra sotterranea), è in occasione della prossima Via Crucis prevista per il venerdì santo al Colosseo che Benedetto XVI invierà oltre la Grande Muraglia un altro segnale degno di nota. A firmare le meditazioni, infatti – la scelta, ovviamente, è tutta di Ratzinger -, sarà il vescovo di Hong Kong, Joseph Zen Ze-Kiun: 76 anni, è nato a Yang King-pang, nella diocesi di Shanghai.
A Hong Kong in qualità di coadiutore della diocesi dal settembre 1996, e dunque un anno prima del ritorno della città sotto la sovranità della Cina, Zen è divenuto vescovo della diocesi soltanto nel 2002. E quando, il 22 febbraio 2006, Benedetto XVI ha annunciato a sorpresa l’intenzione di concedergli la berretta cardinalizia, si è ben compreso come era sul neo porporato che il Papa avrebbe contato per lavorare nei difficili rapporti diplomatici tra Santa Sede e Pechino. Le parole pronunciate da Zen subito dopo l’annuncio del Papa, infatti, dimostrano questa volontà: «Questa nomina – disse il porporato cinese – è un segno di benevolenza e di affetto del Papa per tutta la Cina. E se io accetto, l’accetto per tutta la Cina. Ho ormai quasi 75 anni e pensavo di andare in pensione. Adesso non so cosa mi accadrà. Staremo agli ordini e obbediremo. Forse il Papa avrà bisogno ogni tanto di qualche consiglio. Sulla Cina ci sarà molto da lavorare».
Dire che la scelta di fare firmare le meditazioni del venerdì santo a Zen è una mano tesa che la Santa Sede tende a un paese che, in tutti i modi, cerca di mostrare all’Occidente una faccia democratica (nel tentativo è compresa anche la difficile organizzazioni delle Olimpiadi), è senz’altro troppo. Eppure, un vescovo cinese che dopo gli illustri nomi di Angelo Comastri (2006) e Gianfranco Ravasi (2007) offre le proprie riflessioni per uno degli appuntamenti papali più seguiti nel mondo, resta uno spot che la Cina può in qualche modo giocarsi a livello di immagine.
A conti fatti, comunque, tra i tanti presuli cinesi, Zen resta quello caratterizzato dalla linea di maggiore realismo nei confronti di Pechino. Un linea, cioè, che non vuole assolutamente nascondere le sofferenze dei cattolici cosiddetti sotterranei. Zen, infatti, si è più volte permesso di criticare apertamente Pechino anche in virtù di un certo prestigio guadagnato sul campo. Nonostante a Hong Kong i cattolici siano soltanto il 5 per cento della popolazione, il porporato ha sovente mostrato, da fedele figlio di don Bosco quale è, un coraggioso impegno sociale, grazie al quale è divenuto una delle figure più rispettate e influenti – e persino temute – della città. Non a caso, nel 2002, venne votato come “personaggio dell’anno”, ricevendo sui giornali la singolare qualifica di “coscienza morale” di Hong Kong.
Pechino è un governo che tende a rispettare le persone dure e per certi versi intransigenti come è Zen. E nonostante il giorno in cui ricevette la porpora cardinalizia diversi osservatori videro nel suo carattere controverso un ostacolo nei rapporti con Pechino, Benedetto XVI ha letto invece proprio nelle spigolature di questo carattere non facile quell’autorevolezza che Pechino attende da ogni suo interlocutore.
Fu nel 1999 che la linea di Zen nei confronti dei Pechino venne fuori in modo evidente a tutti. Allora vennero arrestati diversi esponenti del movimento per il “diritto di residenza” dei figli nati in Cina di residenti di Hong Kong. Zen prese posizione pubblicamente contro questi arresti e addirittura arrivò a incoraggiare scioperi della fame, sit-in e dimostrazioni. Mai un leader religioso aveva osato tanto.
Zen si è più volte espresso in modo positivo nei confronti della lettera inviata dal Papa ai cattolici cinesi. In particolare, ha visto come positiva la volontà di Benedetto XVI di accogliere, dopo lunghi anni di separazione forzata, la stragrande maggioranza dei vescovi della Chiesa ufficiale all’interno dell’unica Chiesa cattolica. «La Chiesa in Cina – disse in occasione del sinodo dei vescovi del 2005 -, apparentemente divisa in due, una ufficiale riconosciuta dal governo e una clandestina che rifiuta di essere indipendente da Roma, è in realtà una Chiesa sola, perché tutti vogliono stare uniti al Papa». L’auspicio, dunque, è che anche Pechino accetti questa volontà di unità «anche se – disse – gli elementi “conservatori” interni alla Chiesa ufficiale vi pongono resistenza, per ovvi motivi di interesse».


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