Parla Craig Venter, il padrone del genoma: «In Vietnam scoprii la passione per la vita»

Siena. Craig Venter, il celebre biologo statunitense che qualche mese fa sul The Guardian sostenne di aver realizzato in laboratorio un cromosoma di sintesi, primo passo verso la creazione di una forma di vita artificiale, era due giorni fa a Firenze dove ha ricevuto, a Palazzo Vecchio, il Premio “Città di Firenze sulle scienze molecolari” organizzato dalla Società chimica italiana. Ieri, invece, un passaggio a Siena dove già era stato nel 2001 per il conferimento della laurea honoris causa in medicina e chirurgia. Qui Venter ha tenuto un seminario pubblico alla Novartis Vaccines. È stato, infatti, grazie al suo contributo che Novartis ha potuto decifrare il codice genetico del meningococco B, consentendo a Rino Rappuoli (responsabile ricerca vaccini di Novartis) e ai suoi ricercatori di mettere a punto il vaccino contro la meningite di tipo B, malattia per la quale non esiste oggi nessuna soluzione. Il vaccino è oggi in fase 2, entro tre anni dovrebbe essere registrato e nel 2011 potrebbe essere disponibile.
È nel centro di ricerca della Novartis che Venter, segnalato tra l’altro dal Time Magazine come una delle cento persone più influenti al mondo, parla col Riformista a tutto tondo della sua attività.
Maglione, jeans e scarpe casual, racconta seduto comodamente in poltrona di ciò che maggiormente gli sta a cuore: la vita, la sua genesi e i suoi sviluppi. Ma prima si presenta. Per farlo, cita Wikipedia. Già, perché l’enciclopedia più cliccata del web, oltre a definire Venter come un celebre biologo statunitense, si permette di citarlo come «ex surfista e veterano della guerra del Vietnam». E la cosa va chiarita subito. Dice Venter: «Sono molto offeso: I still surf, vado ancora sul surf. Mentre è corretto dire che sono un veterano del Vietnam».
Vita e Vietnam sono strettamente legati nell’esistenza di Venter. «La guerra in Vietnam – racconta – è stata un passaggio importante per lo sviluppo della mia professione. L’orrore che lì ho visto ha determinato la successiva decisione di interessarmi alla vita, di dedicarmi allo studio della genesi della vita. In Vietnam ci furono numerosi morti. E il loro ricordo mi spinge a interessarmi alla vita». Un interessamento nato in Vietnam anche perché prima, ai tempi della scuola, non è che Venter brillasse, almeno stando ai risultati: «Ero un pessimo studente – dice -. Ho rischiato di essere espulso dalla scuola che frequentavo. Ma il mio successo di oggi può dare speranza a molti ragazzi».
Nonostante l’aspetto bonario e la simpatia che emana, su Craig Venter si sono succedute nel corso degli anni numerose dichiarazioni per nulla politically correct: James Watson, biologo statunitense diventato famoso per una dichiarazione sulla presunta inferiorità delle persone di colore, oltre ad aver detto che «sarebbe meraviglioso utilizzare le tecnologie genetiche per aumentare la bellezza femminile» ha anche rivelato testualmente al The Guardian che «Venter possiede il genoma umano allo stesso modo con cui Hitler voleva possedere il mondo». Risponde Venter: «Questa è una storia vecchia. Non credo che il mestiere di uno scienziato serio comporti questo genere di dichiarazioni. La sfida reale è capire dove va questa società, quale futuro vuole avere. Se vuole avere un futuro migliore o meno. La ricerca è per questo tipo di futuro che esiste. E il mio lavoro pure».
Venter e la ricerca scientifica in ambito biologico sono una cosa sola. Per lui, ricerca scientifica è sinonimo di libertà. Tanto che – spiega – «definirei la libertà come una mia caratteristica genetica». E ancora: «Se, infatti, c’è una tipologia di geni che penso di avere, è quella che fa sì che io detesti l’autorità. È vero che chi lavora con me deve riconoscere la mia autorità, ma penso sia essenziale per gli scienziati poter godere del massimo di libertà. Certo, questa libertà non può comportare la licenza di uccidere. Ma al contempo una ricerca senza libertà non credo possa esistere. L’uso buono o cattivo di questa libertà non è ovviamente una cosa irrilevante. Ma quest’uso dipende dagli individui. Sono loro che possono fare la differenza».
In Italia, come in tutto l’occidente, il dibattito sulla libertà di ricerca e sui suoi limiti è sempre attuale. C’è chi sostiene che la ricerca scientifica sia ostacolata in particolare dalla Chiesa e dalla fede cattolica. «Anche se conosco poco la situazione italiana – dice Venter -, il problema della ricerca nel vostro paese non credo sia la Chiesa. So che la Chiesa, e in generale le religioni, cercano di aiutare le persone a scoprire il significato della loro vita. E questo compito è positivo per ogni società. Più che nella Chiesa, dunque, il problema credo risieda, e la cosa vale anche per gli Stati Uniti, in gruppi religiosi che tendano a influenzare ideologicamente la società e quindi anche la ricerca scientifica che la società vuole proporre. E quando parlo di gruppi religiosi mi riferisco, tanto per fare un esempio, a coloro che si oppongono agli ogm. Ecco, loro sono una religione. Non c’è nessuna ragione scientifica per opporsi agli ogm, eppure c’è chi vi si oppone. Quindi, per sintetizzare, credo che il problema religioso si ponga a livello ideologico. Ovvero le religioni, più che la Chiesa, sono un problema ogni qual volta (qualsiasi esse siano) si pongono davanti alla realtà con preconcetti ideologici. Ho parlato di queste cose recentemente anche alla Bbc. Ho detto che ho paura dell’avanzata di un fondamentalismo di questo genere. Un atteggiamento pericolosissimo per la ricerca scientifica».
Chiesa o non Chiesa, religione o non religione, è innegabile che in Italia di ricerca scientifica se ne faccia poca: fare ricerca in Italia, insomma, è divenuto un problema cronico, vista soprattutto l’amorìa di finanziamenti : «È singolare – conclude Verter – che ad esempio una realtà come la Novartis, che pure fa tantissima ricerca, debba lavorare senza finanziamenti statali. La Novartis in questo senso è un esempio positivo ma il problema in Italia resta ed è enorme».

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