Padre Lombardi: «Ma il Papa non segue l’agenda politica»

Ieri le parole del Papa di fronte alle notizie che giungono dal Tibet sono arrivate, misurate e chiare, al termine dell’udienza generale del mercoledì. Parole che hanno richiamato la necessità del dialogo e, insieme, il fatto che «con la violenza non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano». Parole pronunciate dopo che gran parte dell’opinione pubblica lo aveva criticato per non aver menzionato il Tibet nel corso del discorso che ha preceduto la recita dell’Angelus domenica scorsa in piazza San Pietro.
Al riguardo, è padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, a dire la sua al Riformista: «Domenica il Papa sentiva la necessità di richiamare con forza le sofferenze dei cristiani in Iraq e così ha fatto. E lo ha fatto con un intervento forte e duro nei confronti della guerra che da cinque anni si combatte nel paese. La morte del vescovo caldeo, evidentemente, gli ha suggerito la necessità di dedicare un appello soltanto alla tragica situazione che si vive in Iraq. Forse ha stupito tutti il fatto che a un appello così non sia seguito nemmeno un accenno al Tibet. Ma non credo che l’abbia fatto per insensibilità verso il Tibet, quanto per la gravità della situazione irachena. Il Papa, infatti, non parla come autorità politica ma come autorità morale ed è dunque normale che egli dedichi i suoi appelli innanzitutto alle situazioni in cui sono i cristiani, e soprattutto i cattolici, a soffrire. Sono generalmente i vescovi nel mondo e i nunzi apostolici che fanno presente al Pontefice le difficoltà delle singole comunità, chiedendogli quindi un intervento. Ed è quanto è capitato domenica. Ma ciò, ripeto, non significa che il Papa non abbia a cuore tutte le popolazioni del mondo, e in particolare quelle popolazioni che più soffrono o che vedono calpestati i propri diritti. Ciò piuttosto significa che egli parla come autorità morale e che, dunque, l’agenda dei suoi interventi non possa essere dettata da quell’immediatezza direi quasi “presenzialisitica” che le autorità politiche sono chiamate a rispettare. Anche perché difficilmente egli può richiamare sempre l’attenzione su ogni situazione che di per sé lo meriterebbe».
Resta comunque il fatto che le parole di Benedetto XVI sono arrivate dopo una certa “pressione” esercitata dall’opinione pubblica: «Senz’altro Benedetto XVI - dice padre Lombardi - non è estraneo alle urgenze che l’opinione pubblica fa proprie. Ma occorre anche lasciargli il tempo di riflettere e di informarsi a dovere. Anche perché la situazione in Tibet è molto complessa e ogni parola viene pesata dal Pontefice con particolare attenzione. Tra l’altro, nei confronti della Cina, il Papa ha usato parole chiare in occasione della Lettera ai cattolici cinesi della scorsa estate, una lettera che non nasconde le difficoltà ma che insieme auspica l’apertura di un serio dialogo».
Benedetto XVI solitamente dedica parole alle più difficili situazioni del mondo nei Messaggi di Pasqua, Natale e nel discorso al corpo diplomatico. E non è escluso che domenica prossima egli possa parlare ancora del Tibet. «Non so - dice ancora Lombardi - se domenica prossima Benedetto XVI parlerà ancora del Tibet. So però che le situazioni che meriterebbero suoi appelli sono molteplici. Oggi su Radio Vaticana, ad esempio, abbiamo ricordato la difficile situazione della Somalia. Questo per dire che le situazioni difficili nel mondo sono tante».
Le parole del Papa sul Tibet sono giunte anche dopo che in occasione dell’ultimo viaggio del Dalai Lama in Italia ci furono polemiche per il fatto che non venne ricevuto in Vaticano. «Non è vero che “non venne ricevuto” - conclude Lombardi -. Semplicemente non era prevista nessuna udienza. Tra l’altro il Dalai Lama era già stato ricevuto da Benedetto XVI agli inizi del suo pontificato. Altre volte venne ricevuto da Giovanni Paolo II e purtroppo non in occasione di ogni sua visita in Italia si può organizzare un incontro».

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