Dopo Saddam: per chi porta la croce al collo l’unica soluzione è la fuga

Gli attacchi a «scopo moralizzatore» da parte di islamisti radicali contro i cristiani residenti in Iraq si sono intensificati dalla caduta di Saddam Hussein in poi. Hanno colpito con precisione chirurgica la popolazione civile cristiana e, tra questa, tantissimi venditori di alcolici: un’attività tipicamente cristiana perché non consentita ai musulmani. Nonostante la maggior parte dei venditori si sia sempre premurata di chiudere l’attività il venerdì e durante il ramadan, gli estremisti islamici hanno continuato a minacciare e attaccare complice, soprattutto, l’anarchia generalizzata presente nel paese dall’ultima invasione degli Stati Uniti in poi. Un’invasione i cui tragici effetti sono stati duramente ricordati anche da Benedetto XVI durante l’Angelus della scorsa domenica.
Un’invasione che i cristiani iracheni non hanno mai digerito. È risaputo, in proposito, il disappunto del patriarcato caldeo del paese il quale, tra l’altro, ha dovuto subire a Baghdad l’occupazione del proprio Babel College da parte delle truppe americane che lo hanno trasformato in una base militare.
Stati Uniti a parte, l’Iraq vive oggi un crescendo di inesorabile violenza, che per la comunità cristiana ha avuto la sua manifestazione più devastante nell’agosto del 2004 quando una serie di attentati tra Baghdad e Mosul causò la morte di dodici cristiani e decine di feriti. Il 30 del mese circa quattrocento religiosi cristiani protestarono nella capitale ma nessuno fu disposto ad ascoltarli. Poi altre violenze, fino all’ultima pochi giorni fa, il rapimento e la morte del vescovo caldeo monsignor Rahho: come la punta estrema di un iceberg di cui nessuno - o quasi - ha voglia di parlare. Un iceberg che secondo le ultime stime parla di quasi 50 cristiani uccisi in Iraq soltanto nel corso del 2007.
E sì che fino a pochi anni fa a Baghdad e nelle città del nord del paese - Kirkuk, Irbil e Mosul, l’antica Ninive - cristiani e musulmani convivevano in pace. Seppure in minoranza i cristiani erano rispettati, non foss’altro per il secolare radicamento nel paese, un radicamento che - si dice - deve tutto alla predicazione dell’apostolo Tommaso, avvenuta circa 2000 anni fa. Assiri nestoriani, siro-cattolici, siro-ortodossi, armeno-ortodossi e cattolici tout court (il 70% di questi è di rito caldeo) godevano della stima dei musulmani. E le cose, tutto sommato, non andavano troppo male nemmeno con Saddam. È vero, dopo la guerra del Golfo del 1991, circa 150 mila cristiani iracheni (1/6 del totale) emigrò in occidente ma, a conti fatti, le persecuzioni erano poca cosa rispetto a quanto accade oggi.
Ne sanno qualcosa le antiche strade che dall’Iraq portano in Siria, in Giordania, in Libano e in Turchia. Strade oggi frequentate, troppo frequentate, da intere famiglie irachene: pochi bagagli e tanta disperazione. Attraversare la frontiera clandestinamente costa 200-300 dollari americani per persona. Si emigra verso occidente sperando un giorno di poter tornare nella propria terra.
Nel novembre scorso fu Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, a lanciare l’allarme: «È uno tsunami umanitario» disse. E ancora: «non so che altra immagine utilizzare». La situazione dei cristiani in Iraq è tragica, la loro presenza nel paese è ormai a rischio. Fuggono e decine di migliaia di profughi giungono nei paesi confinanti. Ma in pochi casi ottengono lo statuto di rifugiati. La loro diventa un’esistenza d’inferno. Tutti i giorni debbono fare i conti con la paura di essere arrestati e rispediti in Iraq, dove è in atto una vera e propria persecuzione nei loro confronti».
Le scene che ogni mattina avvengono davanti alla porta del vescovado di Hazmieh, nei pressi di Baabda, la collina su cui sorge il palazzo del presidente libanese - una, due, tre famiglie di profughi fuggiti dall’Iraq si presentano per chiedere aiuto - sono le stesse che avvengono nelle principali città di Siria, Giordania e Turchia.
«Oggi a Baghdad - ha detto ancora Kassarji - un cristiano che passeggia per la strada con una croce al collo viene aggredito; in alcuni quartieri e in certe città vengono obbligati, pena la morte o la fuga, a pagare la “jizah”, l’antica tassa coranica imposta come tributo di soggezione a cristiani ed ebrei».
Nei giorni scorsi, a seguito della morte di Rahho, anche molti musulmani iracheni si sono uniti al pianto dei cristiani. Dalla città santa degli sciiti, Karbala, il grande ayatollah Ali al-Sistani ha chiesto che i colpevoli - unanimemente indicati in al Qaeda e nei gruppi dell’islamismo radicale - vengano catturati. Il compianto di Ali al-Sistani, tuttavia, seppure sincero, evidenzia come oggi la situazione nel paese sia del tutto scappata di mano anche alle stesse guide delle fazioni musulmane. E, dunque, come ai cristiani non resti che un’unica soluzione: la fuga.
In proposito nei giorni scorsi l’Acnur (Alto commissariato Onu per i rifugiati) ha diramato un rapporto dedicato all’Iraq: nel 2007 le domande di asilo nei paesi industrializzati sono aumentate a causa delle richieste avanzate da cittadini iracheni, dei quali moltissimi cristiani. L’Acnur ha fatto notare come in realtà gli iracheni che chiedono asilo sono l’1% dei circa 4,5 milioni che la guerra ha sradicato dalla loro guerra. E questo perché due milioni di iracheni sono fuggiti in Giordania e in Siria, paesi non inseriti nella lista degli industrializzati, mentre 2,5 milioni sono gli sfollati all’interno dello stesso Iraq.

Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • E-mail this story to a friend!
  • Print this article!
  • Technorati
  • OKNotizie
  • Wikio IT
  • Segnalo
  • Diggita
  • ZicZac
  • Fai.Info
  • Kipapa
  • Reddit
  • TwitThis
  • BarraPunto
  • Facebook
  • NotizieFlash
  • Google
  • YahooMyWeb

Lascia un commento

XHTML: Questi tags sono abilitati: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>