L’omaggio di Benedetto XVI alla Lubich: «Anticipava i Papi»
Mar 19, 2008 il Riformista
La salma di Chiara Lubich - scomparsa venerdì notte all’età di 88 anni - è entrata ieri nella basilica di San Paolo Fuori le Mura, cuore dello spirito ecumenico della cattolicità, poco dopo le due e un quarto del pomeriggio.
Ad accogliere la bara di legno chiaro portata a braccio da sei focolarini di diverse etnie, una folla immensa che gremiva la basilica e il prato alla sua sinistra dove erano stati installati i maxi schermi.
Appena la bara ha varcato il portone centrale, donne, uomini, bambini e anziani hanno iniziato ad applaudire e non hanno smesso fino a quando il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, non ha iniziato - circa mezz’ora più tardi - il rito funebre. Mentre la bara avanzava tra la folla, molti salutavano la Lubich: «Ciao Chiara», dicevano i più, con naturalezza. Ad aspettare il feretro in prima fila, la sorella minore, Carla, e poi le primissime compagne degli inizi del movimento. Tra queste la compagna e amica di sempre, Eli Fornari.
Gli esponenti della Santa Sede erano al gran completo, segno della stima che la Lubich godeva nelle gerarchie. Oltre a Bertone, sedici cardinali tra cui Bagnasco, Ruini, Kasper, Rylko, Sandri, Sodano, Dias, Vlk, Cordero di Montezemolo e poi quaranta vescovi e cento preti. Presente anche il cardinale Stanislaw Dziwisz, ex segretario particolare di Wojtyla, il Papa che definì i focolarini «apostoli del dialogo» non soltanto all’interno della Chiesa cattolica: dialogo ecumenico, dialogo interreligioso, dialogo con i non credenti.
Poi la classe politica: Prodi, Rosy Bindi, Rutelli, Casini, Fini, Pezzotta, Castagnetti e tanti altri. E nelle primissime file, oltre ai rappresentanti di tutti i movimenti e le associazioni cattoliche, quelli delle diverse confessioni cristiane con le quali la Lubich non ha mai smesso di dialogare perché se il carisma dei focolarini è quello dell’unità, questa stessa unità è innanzitutto tra le Chiese cristiane che deve essere visibile: il metropolita Gennadios (Zervos) arcivescovo ortodosso d’Italia e di Malta, il vescovo Christian Krause, evangelico della Germania e il vescovo anglicano Robin Smith dell’Inghilterra. Quindi i leader di altre religioni, anch’essi legati alla volontà di dialogo della Lubich: l’ebrea Lisa Calmieri, l’imam Izak El Hajji Pasha della Moschea Malcom, Shabazz di Harlem (Ney York), il monaco buddista TheravadaPra Tongrasthana, il presidente del consiglio direttivo della Rissho Kosei-kai (movimento buddista giapponese) Yasutaka Watanabe.
La bara di Chiara, percorsa la navata centrale della basilica, è stata posata per terra, dinnanzi all’altare. Sopra, tre garofani rossi per ricordare il giorno in cui Chiara ha pronunciato il suo sì a Dio sola in una cappella della chiesa del Collegio Serafico dei Cappuccini di Trento. Era il 7 dicembre 1943 e Chiara aveva comprato tre garofani rossi per il crocifisso: garofani - disse una volta - «che sarebbero stati il segno della festa».
E a bene vedere anche le esequie funebri di ieri sembravano una festa. Oltre al dolore, sui volti degli oltre 20 mila focolarini presenti, si leggeva la gioia per l’ascesa al cielo della loro fondatrice. «Chiara è in Paradiso», ha detto sicura di sé una ragazza seduta sul prato a fianco della basilica.
Quando Bertone ha letto il messaggio inviato da Benedetto XVI che definisce quello di Chiara «un servizio silenzioso e incisivo, in sintonia sempre con il magistero della Chiesa: “I Papi - diceva Chiara - ci hanno sempre compreso”», si sono sentiti ancora applausi dentro e fuori la basilica. Molti annuivano con la testa. Forse pensavano ai riconoscimenti che con naturalezza la Lubich era riuscita a ottenere dai “suoi” Pontefici: «Il movimento è un’opera di Dio» le disse Paolo VI nel 1964; nel 1984 fu Giovanni Paolo II a riconoscere nei focolari i lineamenti della Chiesa del Concilio e nel suo carisma «un’espressione del “radicalismo dell’amore” che caratterizza i doni dello Spirito nella storia della Chiesa»; «anticipava il pensiero dei Pontefici», ha scritto ieri Benedetto XVI.
Il secolo scorso - ha detto Bertone - è stato quello dei «pionieri della carità» che «la Chiesa addita già come santi e beati: don Guanella, don Orione, don Calabria, Madre Teresa di Calcutta ed altri ancora». E, quindi, Chiara Lubich, che «trova posto in questa costellazione con un carisma che le è del tutto proprio e che ne contraddistingue la fisionomia e l’azione apostolica».
Verso le cinque la salma è uscita dalla basilica. Due ali di folla l’hanno accompagnata fino al carro funebre. Ancora applausi. Qualcuno ha issato degli striscioni: “Continueremo il tuo sogno” e “Grazie Chiara, tutto vince l’amore”.
Poi il feretro ha preso la strada che porta a Rocca di Papa, la casa della Lubich degli ultimi anni. Qui è stato tumulato in una cappellina sopra la tomba di Igino Giordani, giornalista, deputato, direttore della biblioteca apostolica vaticana e il primo laico sposato a consacrarsi a Dio facendo parte di un focolare. Sulla lapide la Lubich ha voluto che venisse posto il motto di tutta la sua vita: “Che tutti siano uno”.




















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