Il caso Magdi Allam e la politica papale
Mar 29, 2008 il Riformista
Le parole edulcoranti o comunque “ammorbidenti” messe in campo l’altro ieri sulla Radio Vaticana dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, a seguito della reazione di alcuni esponenti del mondo musulmano dopo il nobile e regale battesimo ricevuto nel sacro recinto della basilica di San Pietro da Magdi Allam testimoniano un leit motiv proprio di questo pontificato. Dopo gli anni dei rapporti continuati e insistenti tra Giovanni Paolo II e il suo portavoce, Joaquin Navarro-Valls, si assiste oggi a una certa distanza (non tanto ideale, quanto spaziale) tra il capo della Chiesa e l’apparato comunicativo incaricato di tradurre, innanzitutto per il pasto che i media debbono quotidianamente consumare, parole e azioni papali.
Non è la prima volta che Padre Lombardi interviene su azioni e parole di Benedetto XVI in modo che queste non vadano a turbare più di tanto ora l’una ora l’altra anima della società. Spesso agisce dopo importanti e dirompenti gesti papali, la sua è un’azione che sembra evidenziare come, rispetto al pontificato precedente, tra appartamento papale e sala stampa vaticana non ci sia un effettivo e tempestivo confronto.
Si sa che Navarro-Valls incontrava almeno una volta alla settimana Wojtyla. A lui portava il quadro delle diverse situazioni internazionali. A lui suggeriva tematiche sulle quali era più opportuno che il Papa spendesse una parola, e altre su cui era meglio glissare. Non che Navarro-Valls sia mai arrivato a dettare tempi e modi degli interventi del Pontefice, ma un confronto diretto tra lui e Wojtyla era prassi voluta, cercata e apprezzata da entrambi.
Padre Lombardi, l’altro ieri, non ha sconfessato il battesimo impartito a Magdi Allam. A posteriori, però, ha voluto rassicurare gli esponenti islamici più risentiti separando l’azione battesimale dalla persona che ne è stata beneficiaria. E, in qualche modo, operando questa distinzione, ha evidenziato come la sua azione non possa che essere di contenimento e che, comunque, questa non avvenga sempre a seguito di un confronto puntuale con l’appartamento. Una situazione che, in qualche modo, si è riproposta nei giorni scorsi anche sull’organo comunicativo del Vaticano più importante: l’Osservatore Romano. Il giornale vaticano ha sì dato conto del battesimo di Magdi Allam, ma nel farlo si è ben guardato dal pubblicare la foto del vice direttore del Corriere ed è anzi andato a scegliere quella in cui era immortalata una delle cinque donne battezzate assieme al giornalista.
La cura dell’aspetto comunicativo non sembra dunque una priorità nel magistero di Ratzinger. Il Papa è sì informato degli avvenimenti che accadono nel mondo, così come legge una rassegna stampa, ma le sue azioni non rispondono a logiche di stampa. La prima volta in cui questo cambiamento di rotta si evidenziò fu a seguito delle parole di Benedetto XVI a Ratisbona. L’islam reagì violentemente e Lombardi, ai microfoni della Radio Vaticana, spiegò che il Papa non era stato capito. Poi venne il viaggio in Turchia. Qui Lombardi anticipò il Papa andando a spiegare come il Vaticano non fosse contrario all’adesione della Turchia nella Ue. Parole in controtendenza con quanto, da cardinale, Ratzinger aveva sempre affermato.
Non tutta la curia romana mostra di capire fino in fondo la strategia del Papa. Rispetto al battesimo di Magdi Allam, ad esempio, parecchi presuli che lavorano nei vari dicasteri si sono mostrati preoccupati delle possibili reazioni negative del mondo islamico: temevano una seconda Ratisbona. Ma Ratzinger ha proceduto e procede sicuro per la sua strada. Lascia al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, il compito di parlare coi media quanto e come lo ritiene opportuno. In merito alle questioni della politica italiana si fida del proseguimento della lina Ruini e cerca di proporre ai fedeli le verità del cristianesimo senza compromessi. Una politica che, soprattutto nei rapporti con l’islam, è messa in atto con costanza in vista di un dialogo che non nasconda problematiche e punti controversi. La nomina del cardinale Jean-Louis Tauran a capo del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso è a questi scopi che ha voluto rispondere. E la curia è questo tipo di magistero che deve fare proprio.
Parla Craig Venter, il padrone del genoma: «In Vietnam scoprii la passione per la vita»
Mar 28, 2008 il Riformista
Siena. Craig Venter, il celebre biologo statunitense che qualche mese fa sul The Guardian sostenne di aver realizzato in laboratorio un cromosoma di sintesi, primo passo verso la creazione di una forma di vita artificiale, era due giorni fa a Firenze dove ha ricevuto, a Palazzo Vecchio, il Premio “Città di Firenze sulle scienze molecolari” organizzato dalla Società chimica italiana. Ieri, invece, un passaggio a Siena dove già era stato nel 2001 per il conferimento della laurea honoris causa in medicina e chirurgia. Qui Venter ha tenuto un seminario pubblico alla Novartis Vaccines. È stato, infatti, grazie al suo contributo che Novartis ha potuto decifrare il codice genetico del meningococco B, consentendo a Rino Rappuoli (responsabile ricerca vaccini di Novartis) e ai suoi ricercatori di mettere a punto il vaccino contro la meningite di tipo B, malattia per la quale non esiste oggi nessuna soluzione. Il vaccino è oggi in fase 2, entro tre anni dovrebbe essere registrato e nel 2011 potrebbe essere disponibile.
È nel centro di ricerca della Novartis che Venter, segnalato tra l’altro dal Time Magazine come una delle cento persone più influenti al mondo, parla col Riformista a tutto tondo della sua attività.
Maglione, jeans e scarpe casual, racconta seduto comodamente in poltrona di ciò che maggiormente gli sta a cuore: la vita, la sua genesi e i suoi sviluppi. Ma prima si presenta. Per farlo, cita Wikipedia. Già, perché l’enciclopedia più cliccata del web, oltre a definire Venter come un celebre biologo statunitense, si permette di citarlo come «ex surfista e veterano della guerra del Vietnam». E la cosa va chiarita subito. Dice Venter: «Sono molto offeso: I still surf, vado ancora sul surf. Mentre è corretto dire che sono un veterano del Vietnam».
Vita e Vietnam sono strettamente legati nell’esistenza di Venter. «La guerra in Vietnam - racconta - è stata un passaggio importante per lo sviluppo della mia professione. L’orrore che lì ho visto ha determinato la successiva decisione di interessarmi alla vita, di dedicarmi allo studio della genesi della vita. In Vietnam ci furono numerosi morti. E il loro ricordo mi spinge a interessarmi alla vita». Un interessamento nato in Vietnam anche perché prima, ai tempi della scuola, non è che Venter brillasse, almeno stando ai risultati: «Ero un pessimo studente - dice -. Ho rischiato di essere espulso dalla scuola che frequentavo. Ma il mio successo di oggi può dare speranza a molti ragazzi».
Nonostante l’aspetto bonario e la simpatia che emana, su Craig Venter si sono succedute nel corso degli anni numerose dichiarazioni per nulla politically correct: James Watson, biologo statunitense diventato famoso per una dichiarazione sulla presunta inferiorità delle persone di colore, oltre ad aver detto che «sarebbe meraviglioso utilizzare le tecnologie genetiche per aumentare la bellezza femminile» ha anche rivelato testualmente al The Guardian che «Venter possiede il genoma umano allo stesso modo con cui Hitler voleva possedere il mondo». Risponde Venter: «Questa è una storia vecchia. Non credo che il mestiere di uno scienziato serio comporti questo genere di dichiarazioni. La sfida reale è capire dove va questa società, quale futuro vuole avere. Se vuole avere un futuro migliore o meno. La ricerca è per questo tipo di futuro che esiste. E il mio lavoro pure».
Venter e la ricerca scientifica in ambito biologico sono una cosa sola. Per lui, ricerca scientifica è sinonimo di libertà. Tanto che - spiega - «definirei la libertà come una mia caratteristica genetica». E ancora: «Se, infatti, c’è una tipologia di geni che penso di avere, è quella che fa sì che io detesti l’autorità. È vero che chi lavora con me deve riconoscere la mia autorità, ma penso sia essenziale per gli scienziati poter godere del massimo di libertà. Certo, questa libertà non può comportare la licenza di uccidere. Ma al contempo una ricerca senza libertà non credo possa esistere. L’uso buono o cattivo di questa libertà non è ovviamente una cosa irrilevante. Ma quest’uso dipende dagli individui. Sono loro che possono fare la differenza».
In Italia, come in tutto l’occidente, il dibattito sulla libertà di ricerca e sui suoi limiti è sempre attuale. C’è chi sostiene che la ricerca scientifica sia ostacolata in particolare dalla Chiesa e dalla fede cattolica. «Anche se conosco poco la situazione italiana - dice Venter -, il problema della ricerca nel vostro paese non credo sia la Chiesa. So che la Chiesa, e in generale le religioni, cercano di aiutare le persone a scoprire il significato della loro vita. E questo compito è positivo per ogni società. Più che nella Chiesa, dunque, il problema credo risieda, e la cosa vale anche per gli Stati Uniti, in gruppi religiosi che tendano a influenzare ideologicamente la società e quindi anche la ricerca scientifica che la società vuole proporre. E quando parlo di gruppi religiosi mi riferisco, tanto per fare un esempio, a coloro che si oppongono agli ogm. Ecco, loro sono una religione. Non c’è nessuna ragione scientifica per opporsi agli ogm, eppure c’è chi vi si oppone. Quindi, per sintetizzare, credo che il problema religioso si ponga a livello ideologico. Ovvero le religioni, più che la Chiesa, sono un problema ogni qual volta (qualsiasi esse siano) si pongono davanti alla realtà con preconcetti ideologici. Ho parlato di queste cose recentemente anche alla Bbc. Ho detto che ho paura dell’avanzata di un fondamentalismo di questo genere. Un atteggiamento pericolosissimo per la ricerca scientifica».
Chiesa o non Chiesa, religione o non religione, è innegabile che in Italia di ricerca scientifica se ne faccia poca: fare ricerca in Italia, insomma, è divenuto un problema cronico, vista soprattutto l’amorìa di finanziamenti : «È singolare - conclude Verter - che ad esempio una realtà come la Novartis, che pure fa tantissima ricerca, debba lavorare senza finanziamenti statali. La Novartis in questo senso è un esempio positivo ma il problema in Italia resta ed è enorme».
Sulla via di Damasco per ora non c’è Ferrara
Mar 26, 2008 il Riformista
Quella di Magdi Allam è l’ultima conversione al cristianesimo di personaggi per vari motivi noti. Tanti ce ne sono stati nella bimillenaria storia della Chiesa e tanti ve ne saranno in futuro. Nella notte di Pasqua Magdi Allam, islamico per nascita, si è convertito con tanto di battesimo, comunione e confermazione impartitegli direttamente da Benedetto XVI. E di questa conversione ieri, sul Foglio, è stato Giuliano Ferrara a farne un’“apologia” spiegando come la notte di Pasqua nella basilica vaticana è avvenuto «un grande fatto pubblico, amministrato con coraggiosa saggezza dalla Chiesa e dal suo nuovo fedele».
Ferrara, da qualche mese a questa parte, è invitato in diversi teatri italiani a parlare della sua moratoria sull’aborto. Occasione anche per parlare della fede, dei contenuti della fede cattolica proposta da Benedetto XVI, della sua personale ricerca di Dio la quale, a differenza di Magdi Allam, non risulta essere sfociata in una conversione vera e propria. Recentemente, a Catania, ad esempio, Ferrara davanti a un teatro gremito ha parlato con don Ciccio Ventorino, leader di Cl in Sicilia, dell’ultima enciclica del Papa, la Spe Salvi, senza tuttavia offrire spunti che portino a vedere l’avvicinarsi di una sua imminente conversione. Il fascino per la figura del Pontefice c’è, ma il grande salto che cristianamente parlando si chiama conversione, no.
Ma, Ferrara a parte, resta il dato che, nella storia della Chiesa, è lungo l’elenco di personaggi illustri che tanto hanno fatto parlare di sé perché convertiti. A cominciare dal primo: Saulo di Tarso. Racconta al Riformista Massimo Camisasca, scrittore, biografo di Cl (suo il lavoro più completo dedicato a Giussani ed editato dalla San Paolo) e responsabile della Fraternità San Carlo (più di cento preti missionari sparsi nei cinque continenti) che «la conversione di San Paolo non fu un fulmine a ciel sereno, come istantanee e improvvise non sono mai la maggior parte della conversioni». «È vero - dice Camisasca -, San Paolo cadde da cavallo sulla via di Damasco e in quell’episodio si sono letti il cuore e le ragioni della sua conversione. Ma in realtà il cammino che lo portò ad essa è iniziato parecchio tempo prima, quando da giovane assistette al martirio di Santo Stefano. Qualcosa, quel giorno, deve essere avvenuto nel suo animo. Qualcosa che poi tornò fuori sulla via verso Damasco. Tanto che Paolo si ritirò per anni nel silenzio e nella preghiera e solo allora la sua conversione fu piena».
Un lungo itinerario per la conversione, dunque, quello di San Paolo, un itinerario che caratterizza il cammino di tante persone. Dice Camisasca: «Sono in partenza per Taiwan dove ci sono in missione alcuni preti della mia Fraternità: sarebbe bello potersi fare raccontare da don Paolo Costa, un sacerdote della San Carlo che si trova lì in missione, il racconto degli itinerari di conversione di alcuni taiwanesi battezzati come Magdi Allam la notte di Pasqua. Sono itinerari spesso lunghi, magari segnati da momenti specifici, da tappe fondamentali che soltanto se prese nel loro insieme spiegano nel profondo i motivi di una svolta decisiva per la loro esistenza».
Camisasca definisce la conversione come «un’arresa a Dio». Un cammino fatto «di alti e bassi» e al termine del quale si scopre «ragionevole l’arresa a Dio». Come fu per Alessandro Manzoni. «È una leggenda - racconta Camisasca - quella che vuole Manzoni convertito al cristianesimo in un istante, dopo che era entrato in una chiesa di Parigi. È falso. Certamente egli durante la festa per Napoleone III credette di aver perso per sempre sua moglie e quindi entrò in una chiesa a pregare. Ma quel gesto fu l’apice di un cammino ben più lungo segnato prima dall’incontro con il calvinismo della moglie, poi dal catechismo spiegatogli da due sacerdoti giansenisti e infine dalla fede recuperata della madre».
Una tempistica, insomma, ritrovabile nella maggior parte delle conversioni. Come nel caso di André Frossard, editorialista de Le Figaro, ateo incallito, che in «Dio esiste: io l’ho incontrato» sviscera la storia del suo percorso verso Cristo. «Frossard - dice Camisasca - dà l’impressione che la sua conversione sia avvenuta in un istante. Ma in verità di è trattata di una lunga gestazione, simile a quella vissuta dal poeta, drammaturgo e diplomatico francese Paul Claudel».
E come Claudel sono tanti i nomi di personaggi noti convertiti che si potrebbero fare. Viene in mente sant’Agostino o, per stare in tempi più recenti, Thomas Merton. «Sono tutte persone - conclude Camisasca - segnate da incontri con altre persone, donne e uomini che hanno lentamente introdotto altre donne e altri uomini alla fede cristiana. Dio, infatti, si serve degli uomini per portare a sé altri uomini. La sua azione è forte e dolce assieme. Provoca soddisfazione e pace ma anche sommovimento. Come un turbamento che nasce nell’avvertenza di ciò che in noi deve mutare».
Così Cl ha convertito Magdi e sfidato Ratisbona
Mar 25, 2008 il Riformista
C’è il movimento di Cl dietro la conversione di Magdi Allam al cattolicesimo. Conversione sancita la notte di Pasqua da battesimo, cresima ed eucaristia impartitegli dal Papa, l’assunzione del nome Magdi Cristiano Allam e l’implicita rinuncia alla fede islamica.
Che ci sia dietro Cl lo testimoniano i nomi che lo stesso Magdi Allam ha voluto citare domenica sul Corriere quali «punti di riferimento» sulla strada della conversione: don Juliàn Carròn (guida di Cl), don Gabriele Mangiarotti e suor Maria Gloria Riva (due religiosi vicini a Cl), monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e tra i responsabili storici di Cl. E poi, anche se non è stato citato sul Corriere, l’onorevole Maurizio Lupi, da sempre nelle fila cielline, colui che Madgi Allam ha scelto come padrino per il rito della notte di Pasqua.
Nei giorni precedenti la funzione, in pochissimi erano a conoscenza della volontà di conversione di Magdi Allam. In Vaticano c’è chi si è mostrato preoccupato del fatto che fosse lo stesso Pontefice a impartirgli i sacramenti. L’effetto Ratisbona, infatti, e le conseguenti accuse al Papa di voler fare proselitismo nel mondo islamico, avrebbero potuto riproporsi una seconda volta viste anche le posizioni molto dure che lo stesso Allam ha sempre preso nei confronti dell’islam più fondamentalista. Qualcuno ha pure sottolineato come sarebbe stata meglio una conversione low profile, nel segreto cioè di un’anonima parrocchia romana. Ma pare sia stato lo stesso Benedetto XVI a mostrarsi deciso. Forse, sullo sfondo, c’è anche la volontà di mostrare una Chiesa che non teme la conversione al cattolicesimo di nessuno, tanto meno dei musulmani. Una Chiesa che nei confronti dell’islam ha sempre chiesto, prima e dopo Ratisbona, la reciprocità: se in tanti si convertono dal cattolicesimo all’islam senza problemi, la stessa libertà deve essere garantita per coloro che intendono fare il percorso inverso.
Luigi Negri, vescovo di San Marino, è legato da stretta amicizia con Magdi Allam. Già qualche mese fa fu lui a battezzare alla fede cattolica il figlio di Magdi Allam in una parrocchia della sua diocesi. Spiega Negri al Riformista: «L’amicizia è nata in scia a un dialogo maturo tra laici e cattolici che ho messo in campo con l’istituzione della Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II per il magistero sociale della Chiesa. Magdi Allam, negli incontri formali e informali che abbiamo avuto, ha sempre mostrato una straordinaria acutezza nell’individuare la crisi della società occidentale nell’assenza di valori fondamentali che, di fatto, riduce l’Occidente a essere succube e impaurito di fronte all’islam. È un islam, quello che lui vede innanzi a sé, in cui prevale l’aspetto ideologico-politico. E in questo senso la “mossa” del Papa di battezzarlo è stata arguta perché ha mostrato che è più politico avere coraggio che essere reticenti. Tanto le reazioni di parte del mondo islamico ci sarebbero state comunque. E, infatti, già ci sono».
E per il Papa, più che per se stesso e per le accuse di «apostasia» mossegli da parte del mondo islamico (ambienti radicali e jihadisti hanno anche più volte criticato il suo appoggio a Israele e alla politica dell’amministrazione americana), era preoccupato lo stesso Magdi Allam. Lo dice suor Maria Gloria Riva in una missiva affidata ieri al sito culturacattolica.it: «Un giorno, a casa sua - racconta -, ci ha preso in disparte: “Voglio essere di Cristo”, ci disse. Poi con voce pacata e profonda ci ha confessato quanto questo Papa abbia inciso sul suo percorso e abbia introdotto la sua profonda riflessione attorno all’islam entro la necessità di una fede che sia sostenuta dalla ragione. Ciò che ci sgomentò fu il pericolo a cui egli sarebbe andato incontro con una dichiarazione pubblica della sua conversione. Ma sapevamo che non sarebbe potuto essere che così. La determinazione e la serietà con cui Magdi affronta ogni cosa non poteva che accordarsi con questo nuovo e importante passo della sua vita. Eppure alla soglia del grande passo, quando ci informò che il Santo Padre aveva deciso di battezzarlo nella notte di Pasqua, Magdi con uno sguardo da fanciullo ci disse: “Il pericolo c’è, ma non per me. Per il Papa. Dovete pregare per il Papa”».
Parole che Magdi Allam riferì anche a don Gabriele Mangiarotti, il quale racconta al Riformista come l’amicizia col vice direttore del Corriere sia iniziata «dopo i fatti di Ratisbona». «Da subito - spiega Mangiarotti - mi ha impressionato la sua rettitudine morale: mi ricordava mio padre. Lo invitammo nella diocesi di San Marino per tenere una conferenza in merito. Lui spiegò come le parole del Papa a Ratisbona avessero avuto sull’islam un effetto addirittura maggiore di quello che ebbe per l’Occidente l’attacco alle Torri Gemelle».
Maurizio Lupi ritiene che il Papa «abbia fatto molto bene a battezzarlo personalmente». «È stata la meta di un percorso naturale - dice al Riformista -, e che ogni anno anche per altri catecumeni della diocesi di Roma sfocia con il battesimo nella basilica vaticana. Quello di Magdi Allam è stato un cammino personale di conversione illuminato dall’incontro con una fede, quella cattolica, dove la ragione non viene mai messa da parte, ma anzi ne è da questa illuminata. L’amicizia con Magdi è nata al Meeting di Rimini e poi durante la manifestazione “Salviamo i cristiani” che lui stesso organizzò a Roma lo scorso 4 luglio. Insomma, furono le sue battaglie per la libertà religiosa e per un fede che non escluda la ragione a trovare con me e con tante altre persone un’affinità che definirei naturale».
Intervista a monsignor Guido Marini: il mio lavoro per le cerimonie del Papa
Mar 22, 2008 il Riformista
«La primissima reazione è stata di grande sorpresa e di grande timore. Poi, ho vissuto con una certa trepidazione la vigilia dell’inizio del mio servizio e, insieme, ho sentito molto il distacco dalla mia diocesi e dalla mia città, da mia sorella e dalla sua famiglia, dalle tante persone amiche, dagli ambienti nei quali ho esercitato in modo particolare il mio sacerdozio: la Curia, il Seminario, la Cattedrale. Al contempo, però, sono rimasto molto onorato di essere stato chiamato dal Santo Padre a svolgere il servizio di Maestro delle Celebrazioni Liturgiche. La possibilità che mi è stata data di stare accanto al Santo Padre l’ho sentita da subito come una vera grazia per il mio sacerdozio».
Monsignor Guido Marini, genovese, 42 anni, descrive così al Riformista il suo arrivo lo scorso ottobre in Vaticano per prendere il posto di Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Papa. Una nomina che gli permette di lavorare a stretto contatto con Benedetto XVI. «Ciò che ho percepito all’inizio del mio nuovo mandato - racconta - ha trovato puntuale conferma tutte le volte che ho avuto la grazia di incontrare il Santo Padre. Questi incontri sono stati e sono sempre per me motivo di grande gioia e di grande emozione. Mai avrei pensato, io attento lettore ed estimatore del cardinal Ratzinger, di avere un giorno la grazia di essergli vicino come lo sono adesso. E poi, ogni volta, insieme alla venerazione profonda che suscita in me la figura del Papa, vivo l’esperienza del Suo tratto umano sereno, gentile, fine e delicato che mi riempie il cuore di gioia e che mi invita a spendermi con ogni energia per collaborare con generosità, umiltà e fedeltà per l’attuazione del Suo Magistero in ambito liturgico, per quanto attiene alle mie competenze».
Lex orandi lex credendi
Il posto di Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Papa è importante perché, se è vero che lex orandi lex credendi (la Chiesa crede in ciò che prega) allora dirigere le cerimonie papali con rigore e fedeltà alle norme è un aiuto alla fede di tutta la Chiesa. «La Liturgia della Chiesa - spiega Marini -, con le parole, i gesti, i silenzi, i canti e le musiche ci porta a vivere con singolare efficacia questi diversi momenti della storia della salvezza, in modo tale che ne diventiamo davvero partecipi e ci trasformiamo sempre di più in discepoli autentici del Signore, ripercorrendo nella nostra vita le orme di Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza. La celebrazione liturgica, quando è realmente partecipata, induce a questa trasformazione che è storia di santità».
E un aiuto in questa «trasformazione» può essere quel «riposizionamento» voluto nelle liturgie papali della croce nel mezzo dell’altare, come un residuo dell’antico «orientamento a Oriente» delle chiese: verso il Sole che sorge, verso Colui che viene. «La posizione della Croce al centro dell’altare - dice Marini - indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l’orientamento interiore esatto che tutta l’assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato, morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la salvezza, Lui è l’Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo sguardo, da cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia. La questione dell’orientamento liturgico, e il modo anche pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico, ecclesiologico e inerente la spiritualità personale».
Continuità
Un «riposizionamento», quello della croce, che evidenzia come le prassi liturgiche del passato debbano vivere ancora oggi. «La liturgia della Chiesa - dice Marini -, come d’altronde tutta la sua vita, è fatta di continuità: parlerei di sviluppo nella continuità. Ciò significa che la Chiesa procede nel suo cammino storico senza perdere di vista le proprie radici e la propria viva tradizione: questo può esigere, in alcuni casi, anche il recupero di elementi preziosi e importanti che lungo il percorso sono stati smarriti, dimenticati e che il trascorrere del tempo ha reso meno luminosi nel loro significato autentico. Quando questo avviene non si realizza un ritorno al passato, ma un vero e illuminato progresso in ambito liturgico».
E in questo progresso non si può non menzionare il Motu proprio Summorum Pontificum: «Considerando con attenzione il Motu proprio, come anche la lettera indirizzata dal Papa ai vescovi di tutto il mondo per presentarlo, risalta un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di agevolare il conseguimento di “una riconciliazione nel seno della Chiesa”; e in questo senso, come è stato detto, il Motu proprio è un bellissimo atto di amore verso l’unità della Chiesa. In secondo luogo, e questo è un dato da non dimenticare, quello di favorire un reciproco arricchimento tra le due forme del Rito Romano: in modo tale, ad esempio, che nella celebrazione secondo il Messale di Paolo VI (forma ordinaria del Rito Romano) “potrà manifestarsi in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”».
Sono giorni importanti per la Chiesa. Giorni in cui essa rivive la passione, morte e risurrezione del Signore. I giorni della quaresima, della settimana santa e quindi della Pasqua: «La quaresima - dice - è tempo di sincera conversione nel clima spirituale dell’austerità. Un’austerità che non è fine a se stessa, ma finalizzata ad agevolare il recupero di quanto è davvero essenziale nella vita umana. E ciò che è davvero essenziale, al di là di tutto, è Dio. Ecco perché la quaresima è un tempo privilegiato di ritorno a Dio con tutto il cuore, attraverso la triplice via della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, come ci ricorda la pagina evangelica del Mercoledì delle Ceneri. È il tempo nel quale siamo chiamati a rivivere interiormente, nell’arco di quaranta giorni, l’esperienza dell’antico popolo di Dio pellegrino nel deserto e l’esperienza della tentazione provata da Gesù. In fondo, entrambe queste esperienze, ci riportano a una lotta vissuta per incontrare Dio e rimanere in intima comunione con Lui, conservare il primato della Sua volontà nella vita, non permettere che altro da Lui abbia la capacità di fagocitare il cuore umano. Con la Pasqua, invece, si aprono nuovi scenari di spiritualità, colorati di gioia esultante, di vita sovrabbondante, di luminosa speranza: perché con Cristo Risorto la morte è debellata, il peccato e il male non hanno più l’ultima parola sulla vita dell’uomo, l’eternità felice è una prospettiva reale, la vita trova un senso compiuto, si scopre che la Verità del volto di Dio è Amore misericordioso senza fine».
Ma tu dove la fai la Via Crucis?
Mar 21, 2008 il Riformista
C’è chi vi partecipa perché ha bisogno di silenzio e di immergersi nel mistero. E chi, invece, non vi partecipa perché il suo rapporto con la trascendenza se lo gestisce privatamente. È la Via Crucis del venerdì santo, via di immedesimazione dolorosa a Cristo.
Pupi Avati è appena uscito (ieri, ndr) dal rito della Lavanda dei Piedi nella parrocchia di San Giacomo a Roma. «Come sempre - racconta - mi sono seduto nel posto dove si metteva mia madre. E domani verrò qui per la Via Crucis. Mi fa molto bene. Mi allontano dal presente e mi immergo in qualcosa di diverso. Sono il più anziano della famiglia e partecipare ai riti della Chiesa è anche un modo per non perdere una tradizione preziosa. Se negli anni ’40 e ’50 mia madre non mi avesse fatto scoprire questa tradizione, credo che non sarei nemmeno diventato regista. Da essa, infatti, attingo i motivi della mia creatività artistica. Una creatività che, per fortuna, sono riuscito al lasciare fuori dalla “tentazione” delle fiction a sfondo religioso. Preferisco i film, il cinema, e non è detto che in futuro non riesca a realizzare un sogno: quello di riproporre la vita di padre Marella, un prete di Bologna che insegnava filosofia al liceo Galvani e che, per mantenere la sua “Città dei ragazzi”, passava le serate fuori dai cinema a chiedere l’elemosina».
Alfonso Signorini, direttore di Chi, a differenza di Avati, non andrà domani alla Via Crucis. «Ma - dice - seguo tutte le funzioni della Chiesa. Tutti i venerdì di quaresima, digiuno: bevo soltanto acqua. Da piccolo frequentavo Cl nella parrocchia della Fontana a Milano. Cerco di non mancare mai la messa della domenica. Una volta, in Thailandia, mi sono alzato alle quattro per arrivare alla messa che si celebrava alle 6.30 sull’isola attigua alla mia. Mi piace pregare con la gente comune, che non conosco».
Nel mondo dello spettacolo, c’è chi non appare mai perché il suo compito è scoprire talenti e organizzare eventi. È il caso di Bibi Ballandi, l’uomo che riportò Celentano in tv, rilanciò Morandi, e inventò Fiorello come star del sabato sera. Ieri stava tornando in macchina da Roma verso Sasso Marconi. «Certo - dice - che andrò alla Via Crucis. Sono praticante da sempre e non ho intenzione di smettere».
Sono parecchi i personaggi dello spettacolo vicini alle pratiche religiose. Molti, ovviamente, anche i politici. Se Romano Prodi, come dice qualcuno a lui vicino, «è silenziosamente molto ligio» - e dunque parteciperà a Bologna ai riti della settimana santa -, e se, invece, su Berlusconi non si può dire nulla perché, come dice anche qui qualcuno a lui vicino «Silvio non ci ha detto nulla in merito», si segnala, tra i tanti, un Beppe Fioroni molto devoto. Ieri era a Viterbo per il rito della Lavanda dei Piedi. Oggi sarà a Vetralla dove parteciperà alla Via Crucis del paese. Ultimamente, tra l’altro, ha scoperto la spiritualità di santa Ildegarda di Bingen: mistica tedesca che univa cielo e terra nel senso che consigliava (e anche bacchettava) Papi e politici.
Dai riti non si chiama fuori Paola Binetti. «Domani - dice - andrò alla Via Crucis in una chiesa vicina al Senato e porterò la mia amica Cristina De Luca, sottosegretario alla solidarietà sociale».
Più sui generis restano, invece, altri due esponenti: uno del mondo dello spettacolo, l’altro della politica. Fabrizio Corona, appena uscito dal carcere, dice che è rammaricato ma dopo l’immersione nella fede nei giorni di prigionia - «Tutti i giorni, dice, andavo a messa, sgranavo il rosario, recitavo una Novena alla Madonna e mi ripetevo il salmo “Ascoltami, o Dio, proteggimi dall’uomo ingiusto e malvagio”» - oggi non riesce più a trovare il tempo per la preghiera. Un amore a prima vista oggi svanito, dunque. Come amore relegato al solo tempo della campagna elettorale sarà la Via Crucis di Flavia D’Angeli, candidata premier di Sinistra Critica. La sua, una Via Crucis trotzkista: «Percorreremo con assemblee, comizi e iniziative i luoghi del disagio e del conflitto sociale - di qui il nome Via Crucis, ndr -, da Mirafiori a Pianura».
Padre Lombardi: «Ma il Papa non segue l’agenda politica»
Mar 20, 2008 il Riformista
Ieri le parole del Papa di fronte alle notizie che giungono dal Tibet sono arrivate, misurate e chiare, al termine dell’udienza generale del mercoledì. Parole che hanno richiamato la necessità del dialogo e, insieme, il fatto che «con la violenza non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano». Parole pronunciate dopo che gran parte dell’opinione pubblica lo aveva criticato per non aver menzionato il Tibet nel corso del discorso che ha preceduto la recita dell’Angelus domenica scorsa in piazza San Pietro.
Al riguardo, è padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, a dire la sua al Riformista: «Domenica il Papa sentiva la necessità di richiamare con forza le sofferenze dei cristiani in Iraq e così ha fatto. E lo ha fatto con un intervento forte e duro nei confronti della guerra che da cinque anni si combatte nel paese. La morte del vescovo caldeo, evidentemente, gli ha suggerito la necessità di dedicare un appello soltanto alla tragica situazione che si vive in Iraq. Forse ha stupito tutti il fatto che a un appello così non sia seguito nemmeno un accenno al Tibet. Ma non credo che l’abbia fatto per insensibilità verso il Tibet, quanto per la gravità della situazione irachena. Il Papa, infatti, non parla come autorità politica ma come autorità morale ed è dunque normale che egli dedichi i suoi appelli innanzitutto alle situazioni in cui sono i cristiani, e soprattutto i cattolici, a soffrire. Sono generalmente i vescovi nel mondo e i nunzi apostolici che fanno presente al Pontefice le difficoltà delle singole comunità, chiedendogli quindi un intervento. Ed è quanto è capitato domenica. Ma ciò, ripeto, non significa che il Papa non abbia a cuore tutte le popolazioni del mondo, e in particolare quelle popolazioni che più soffrono o che vedono calpestati i propri diritti. Ciò piuttosto significa che egli parla come autorità morale e che, dunque, l’agenda dei suoi interventi non possa essere dettata da quell’immediatezza direi quasi “presenzialisitica” che le autorità politiche sono chiamate a rispettare. Anche perché difficilmente egli può richiamare sempre l’attenzione su ogni situazione che di per sé lo meriterebbe».
Resta comunque il fatto che le parole di Benedetto XVI sono arrivate dopo una certa “pressione” esercitata dall’opinione pubblica: «Senz’altro Benedetto XVI - dice padre Lombardi - non è estraneo alle urgenze che l’opinione pubblica fa proprie. Ma occorre anche lasciargli il tempo di riflettere e di informarsi a dovere. Anche perché la situazione in Tibet è molto complessa e ogni parola viene pesata dal Pontefice con particolare attenzione. Tra l’altro, nei confronti della Cina, il Papa ha usato parole chiare in occasione della Lettera ai cattolici cinesi della scorsa estate, una lettera che non nasconde le difficoltà ma che insieme auspica l’apertura di un serio dialogo».
Benedetto XVI solitamente dedica parole alle più difficili situazioni del mondo nei Messaggi di Pasqua, Natale e nel discorso al corpo diplomatico. E non è escluso che domenica prossima egli possa parlare ancora del Tibet. «Non so - dice ancora Lombardi - se domenica prossima Benedetto XVI parlerà ancora del Tibet. So però che le situazioni che meriterebbero suoi appelli sono molteplici. Oggi su Radio Vaticana, ad esempio, abbiamo ricordato la difficile situazione della Somalia. Questo per dire che le situazioni difficili nel mondo sono tante».
Le parole del Papa sul Tibet sono giunte anche dopo che in occasione dell’ultimo viaggio del Dalai Lama in Italia ci furono polemiche per il fatto che non venne ricevuto in Vaticano. «Non è vero che “non venne ricevuto” - conclude Lombardi -. Semplicemente non era prevista nessuna udienza. Tra l’altro il Dalai Lama era già stato ricevuto da Benedetto XVI agli inizi del suo pontificato. Altre volte venne ricevuto da Giovanni Paolo II e purtroppo non in occasione di ogni sua visita in Italia si può organizzare un incontro».
Dopo Saddam: per chi porta la croce al collo l’unica soluzione è la fuga
Mar 20, 2008 il Riformista
Gli attacchi a «scopo moralizzatore» da parte di islamisti radicali contro i cristiani residenti in Iraq si sono intensificati dalla caduta di Saddam Hussein in poi. Hanno colpito con precisione chirurgica la popolazione civile cristiana e, tra questa, tantissimi venditori di alcolici: un’attività tipicamente cristiana perché non consentita ai musulmani. Nonostante la maggior parte dei venditori si sia sempre premurata di chiudere l’attività il venerdì e durante il ramadan, gli estremisti islamici hanno continuato a minacciare e attaccare complice, soprattutto, l’anarchia generalizzata presente nel paese dall’ultima invasione degli Stati Uniti in poi. Un’invasione i cui tragici effetti sono stati duramente ricordati anche da Benedetto XVI durante l’Angelus della scorsa domenica.
Un’invasione che i cristiani iracheni non hanno mai digerito. È risaputo, in proposito, il disappunto del patriarcato caldeo del paese il quale, tra l’altro, ha dovuto subire a Baghdad l’occupazione del proprio Babel College da parte delle truppe americane che lo hanno trasformato in una base militare.
Stati Uniti a parte, l’Iraq vive oggi un crescendo di inesorabile violenza, che per la comunità cristiana ha avuto la sua manifestazione più devastante nell’agosto del 2004 quando una serie di attentati tra Baghdad e Mosul causò la morte di dodici cristiani e decine di feriti. Il 30 del mese circa quattrocento religiosi cristiani protestarono nella capitale ma nessuno fu disposto ad ascoltarli. Poi altre violenze, fino all’ultima pochi giorni fa, il rapimento e la morte del vescovo caldeo monsignor Rahho: come la punta estrema di un iceberg di cui nessuno - o quasi - ha voglia di parlare. Un iceberg che secondo le ultime stime parla di quasi 50 cristiani uccisi in Iraq soltanto nel corso del 2007.
E sì che fino a pochi anni fa a Baghdad e nelle città del nord del paese - Kirkuk, Irbil e Mosul, l’antica Ninive - cristiani e musulmani convivevano in pace. Seppure in minoranza i cristiani erano rispettati, non foss’altro per il secolare radicamento nel paese, un radicamento che - si dice - deve tutto alla predicazione dell’apostolo Tommaso, avvenuta circa 2000 anni fa. Assiri nestoriani, siro-cattolici, siro-ortodossi, armeno-ortodossi e cattolici tout court (il 70% di questi è di rito caldeo) godevano della stima dei musulmani. E le cose, tutto sommato, non andavano troppo male nemmeno con Saddam. È vero, dopo la guerra del Golfo del 1991, circa 150 mila cristiani iracheni (1/6 del totale) emigrò in occidente ma, a conti fatti, le persecuzioni erano poca cosa rispetto a quanto accade oggi.
Ne sanno qualcosa le antiche strade che dall’Iraq portano in Siria, in Giordania, in Libano e in Turchia. Strade oggi frequentate, troppo frequentate, da intere famiglie irachene: pochi bagagli e tanta disperazione. Attraversare la frontiera clandestinamente costa 200-300 dollari americani per persona. Si emigra verso occidente sperando un giorno di poter tornare nella propria terra.
Nel novembre scorso fu Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, a lanciare l’allarme: «È uno tsunami umanitario» disse. E ancora: «non so che altra immagine utilizzare». La situazione dei cristiani in Iraq è tragica, la loro presenza nel paese è ormai a rischio. Fuggono e decine di migliaia di profughi giungono nei paesi confinanti. Ma in pochi casi ottengono lo statuto di rifugiati. La loro diventa un’esistenza d’inferno. Tutti i giorni debbono fare i conti con la paura di essere arrestati e rispediti in Iraq, dove è in atto una vera e propria persecuzione nei loro confronti».
Le scene che ogni mattina avvengono davanti alla porta del vescovado di Hazmieh, nei pressi di Baabda, la collina su cui sorge il palazzo del presidente libanese - una, due, tre famiglie di profughi fuggiti dall’Iraq si presentano per chiedere aiuto - sono le stesse che avvengono nelle principali città di Siria, Giordania e Turchia.
«Oggi a Baghdad - ha detto ancora Kassarji - un cristiano che passeggia per la strada con una croce al collo viene aggredito; in alcuni quartieri e in certe città vengono obbligati, pena la morte o la fuga, a pagare la “jizah”, l’antica tassa coranica imposta come tributo di soggezione a cristiani ed ebrei».
Nei giorni scorsi, a seguito della morte di Rahho, anche molti musulmani iracheni si sono uniti al pianto dei cristiani. Dalla città santa degli sciiti, Karbala, il grande ayatollah Ali al-Sistani ha chiesto che i colpevoli - unanimemente indicati in al Qaeda e nei gruppi dell’islamismo radicale - vengano catturati. Il compianto di Ali al-Sistani, tuttavia, seppure sincero, evidenzia come oggi la situazione nel paese sia del tutto scappata di mano anche alle stesse guide delle fazioni musulmane. E, dunque, come ai cristiani non resti che un’unica soluzione: la fuga.
In proposito nei giorni scorsi l’Acnur (Alto commissariato Onu per i rifugiati) ha diramato un rapporto dedicato all’Iraq: nel 2007 le domande di asilo nei paesi industrializzati sono aumentate a causa delle richieste avanzate da cittadini iracheni, dei quali moltissimi cristiani. L’Acnur ha fatto notare come in realtà gli iracheni che chiedono asilo sono l’1% dei circa 4,5 milioni che la guerra ha sradicato dalla loro guerra. E questo perché due milioni di iracheni sono fuggiti in Giordania e in Siria, paesi non inseriti nella lista degli industrializzati, mentre 2,5 milioni sono gli sfollati all’interno dello stesso Iraq.
L’omaggio di Benedetto XVI alla Lubich: «Anticipava i Papi»
Mar 19, 2008 il Riformista
La salma di Chiara Lubich - scomparsa venerdì notte all’età di 88 anni - è entrata ieri nella basilica di San Paolo Fuori le Mura, cuore dello spirito ecumenico della cattolicità, poco dopo le due e un quarto del pomeriggio.
Ad accogliere la bara di legno chiaro portata a braccio da sei focolarini di diverse etnie, una folla immensa che gremiva la basilica e il prato alla sua sinistra dove erano stati installati i maxi schermi.
Appena la bara ha varcato il portone centrale, donne, uomini, bambini e anziani hanno iniziato ad applaudire e non hanno smesso fino a quando il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, non ha iniziato - circa mezz’ora più tardi - il rito funebre. Mentre la bara avanzava tra la folla, molti salutavano la Lubich: «Ciao Chiara», dicevano i più, con naturalezza. Ad aspettare il feretro in prima fila, la sorella minore, Carla, e poi le primissime compagne degli inizi del movimento. Tra queste la compagna e amica di sempre, Eli Fornari.
Gli esponenti della Santa Sede erano al gran completo, segno della stima che la Lubich godeva nelle gerarchie. Oltre a Bertone, sedici cardinali tra cui Bagnasco, Ruini, Kasper, Rylko, Sandri, Sodano, Dias, Vlk, Cordero di Montezemolo e poi quaranta vescovi e cento preti. Presente anche il cardinale Stanislaw Dziwisz, ex segretario particolare di Wojtyla, il Papa che definì i focolarini «apostoli del dialogo» non soltanto all’interno della Chiesa cattolica: dialogo ecumenico, dialogo interreligioso, dialogo con i non credenti.
Poi la classe politica: Prodi, Rosy Bindi, Rutelli, Casini, Fini, Pezzotta, Castagnetti e tanti altri. E nelle primissime file, oltre ai rappresentanti di tutti i movimenti e le associazioni cattoliche, quelli delle diverse confessioni cristiane con le quali la Lubich non ha mai smesso di dialogare perché se il carisma dei focolarini è quello dell’unità, questa stessa unità è innanzitutto tra le Chiese cristiane che deve essere visibile: il metropolita Gennadios (Zervos) arcivescovo ortodosso d’Italia e di Malta, il vescovo Christian Krause, evangelico della Germania e il vescovo anglicano Robin Smith dell’Inghilterra. Quindi i leader di altre religioni, anch’essi legati alla volontà di dialogo della Lubich: l’ebrea Lisa Calmieri, l’imam Izak El Hajji Pasha della Moschea Malcom, Shabazz di Harlem (Ney York), il monaco buddista TheravadaPra Tongrasthana, il presidente del consiglio direttivo della Rissho Kosei-kai (movimento buddista giapponese) Yasutaka Watanabe.
La bara di Chiara, percorsa la navata centrale della basilica, è stata posata per terra, dinnanzi all’altare. Sopra, tre garofani rossi per ricordare il giorno in cui Chiara ha pronunciato il suo sì a Dio sola in una cappella della chiesa del Collegio Serafico dei Cappuccini di Trento. Era il 7 dicembre 1943 e Chiara aveva comprato tre garofani rossi per il crocifisso: garofani - disse una volta - «che sarebbero stati il segno della festa».
E a bene vedere anche le esequie funebri di ieri sembravano una festa. Oltre al dolore, sui volti degli oltre 20 mila focolarini presenti, si leggeva la gioia per l’ascesa al cielo della loro fondatrice. «Chiara è in Paradiso», ha detto sicura di sé una ragazza seduta sul prato a fianco della basilica.
Quando Bertone ha letto il messaggio inviato da Benedetto XVI che definisce quello di Chiara «un servizio silenzioso e incisivo, in sintonia sempre con il magistero della Chiesa: “I Papi - diceva Chiara - ci hanno sempre compreso”», si sono sentiti ancora applausi dentro e fuori la basilica. Molti annuivano con la testa. Forse pensavano ai riconoscimenti che con naturalezza la Lubich era riuscita a ottenere dai “suoi” Pontefici: «Il movimento è un’opera di Dio» le disse Paolo VI nel 1964; nel 1984 fu Giovanni Paolo II a riconoscere nei focolari i lineamenti della Chiesa del Concilio e nel suo carisma «un’espressione del “radicalismo dell’amore” che caratterizza i doni dello Spirito nella storia della Chiesa»; «anticipava il pensiero dei Pontefici», ha scritto ieri Benedetto XVI.
Il secolo scorso - ha detto Bertone - è stato quello dei «pionieri della carità» che «la Chiesa addita già come santi e beati: don Guanella, don Orione, don Calabria, Madre Teresa di Calcutta ed altri ancora». E, quindi, Chiara Lubich, che «trova posto in questa costellazione con un carisma che le è del tutto proprio e che ne contraddistingue la fisionomia e l’azione apostolica».
Verso le cinque la salma è uscita dalla basilica. Due ali di folla l’hanno accompagnata fino al carro funebre. Ancora applausi. Qualcuno ha issato degli striscioni: “Continueremo il tuo sogno” e “Grazie Chiara, tutto vince l’amore”.
Poi il feretro ha preso la strada che porta a Rocca di Papa, la casa della Lubich degli ultimi anni. Qui è stato tumulato in una cappellina sopra la tomba di Igino Giordani, giornalista, deputato, direttore della biblioteca apostolica vaticana e il primo laico sposato a consacrarsi a Dio facendo parte di un focolare. Sulla lapide la Lubich ha voluto che venisse posto il motto di tutta la sua vita: “Che tutti siano uno”.



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