Il caso Magdi Allam e la politica papale

Le parole edulcoranti o comunque “ammorbidenti” messe in campo l’altro ieri sulla Radio Vaticana dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, a seguito della reazione di alcuni esponenti del mondo musulmano dopo il nobile e regale battesimo ricevuto nel sacro recinto della basilica di San Pietro da Magdi Allam testimoniano un leit motiv proprio di questo pontificato. Dopo gli anni dei rapporti continuati e insistenti tra Giovanni Paolo II e il suo portavoce, Joaquin Navarro-Valls, si assiste oggi a una certa distanza (non tanto ideale, quanto spaziale) tra il capo della Chiesa e l’apparato comunicativo incaricato di tradurre, innanzitutto per il pasto che i media debbono quotidianamente consumare, parole e azioni papali.
Non è la prima volta che Padre Lombardi interviene su azioni e parole di Benedetto XVI in modo che queste non vadano a turbare più di tanto ora l’una ora l’altra anima della società. Spesso agisce dopo importanti e dirompenti gesti papali, la sua è un’azione che sembra evidenziare come, rispetto al pontificato precedente, tra appartamento papale e sala stampa vaticana non ci sia un effettivo e tempestivo confronto.
Si sa che Navarro-Valls incontrava almeno una volta alla settimana Wojtyla. A lui portava il quadro delle diverse situazioni internazionali. A lui suggeriva tematiche sulle quali era più opportuno che il Papa spendesse una parola, e altre su cui era meglio glissare. Non che Navarro-Valls sia mai arrivato a dettare tempi e modi degli interventi del Pontefice, ma un confronto diretto tra lui e Wojtyla era prassi voluta, cercata e apprezzata da entrambi.
Padre Lombardi, l’altro ieri, non ha sconfessato il battesimo impartito a Magdi Allam. A posteriori, però, ha voluto rassicurare gli esponenti islamici più risentiti separando l’azione battesimale dalla persona che ne è stata beneficiaria. E, in qualche modo, operando questa distinzione, ha evidenziato come la sua azione non possa che essere di contenimento e che, comunque, questa non avvenga sempre a seguito di un confronto puntuale con l’appartamento. Una situazione che, in qualche modo, si è riproposta nei giorni scorsi anche sull’organo comunicativo del Vaticano più importante: l’Osservatore Romano. Il giornale vaticano ha sì dato conto del battesimo di Magdi Allam, ma nel farlo si è ben guardato dal pubblicare la foto del vice direttore del Corriere ed è anzi andato a scegliere quella in cui era immortalata una delle cinque donne battezzate assieme al giornalista.
La cura dell’aspetto comunicativo non sembra dunque una priorità nel magistero di Ratzinger. Il Papa è sì informato degli avvenimenti che accadono nel mondo, così come legge una rassegna stampa, ma le sue azioni non rispondono a logiche di stampa. La prima volta in cui questo cambiamento di rotta si evidenziò fu a seguito delle parole di Benedetto XVI a Ratisbona. L’islam reagì violentemente e Lombardi, ai microfoni della Radio Vaticana, spiegò che il Papa non era stato capito. Poi venne il viaggio in Turchia. Qui Lombardi anticipò il Papa andando a spiegare come il Vaticano non fosse contrario all’adesione della Turchia nella Ue. Parole in controtendenza con quanto, da cardinale, Ratzinger aveva sempre affermato.
Non tutta la curia romana mostra di capire fino in fondo la strategia del Papa. Rispetto al battesimo di Magdi Allam, ad esempio, parecchi presuli che lavorano nei vari dicasteri si sono mostrati preoccupati delle possibili reazioni negative del mondo islamico: temevano una seconda Ratisbona. Ma Ratzinger ha proceduto e procede sicuro per la sua strada. Lascia al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, il compito di parlare coi media quanto e come lo ritiene opportuno. In merito alle questioni della politica italiana si fida del proseguimento della lina Ruini e cerca di proporre ai fedeli le verità del cristianesimo senza compromessi. Una politica che, soprattutto nei rapporti con l’islam, è messa in atto con costanza in vista di un dialogo che non nasconda problematiche e punti controversi. La nomina del cardinale Jean-Louis Tauran a capo del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso è a questi scopi che ha voluto rispondere. E la curia è questo tipo di magistero che deve fare proprio.

Parla Craig Venter, il padrone del genoma: «In Vietnam scoprii la passione per la vita»

Siena. Craig Venter, il celebre biologo statunitense che qualche mese fa sul The Guardian sostenne di aver realizzato in laboratorio un cromosoma di sintesi, primo passo verso la creazione di una forma di vita artificiale, era due giorni fa a Firenze dove ha ricevuto, a Palazzo Vecchio, il Premio “Città di Firenze sulle scienze molecolari” organizzato dalla Società chimica italiana. Ieri, invece, un passaggio a Siena dove già era stato nel 2001 per il conferimento della laurea honoris causa in medicina e chirurgia. Qui Venter ha tenuto un seminario pubblico alla Novartis Vaccines. È stato, infatti, grazie al suo contributo che Novartis ha potuto decifrare il codice genetico del meningococco B, consentendo a Rino Rappuoli (responsabile ricerca vaccini di Novartis) e ai suoi ricercatori di mettere a punto il vaccino contro la meningite di tipo B, malattia per la quale non esiste oggi nessuna soluzione. Il vaccino è oggi in fase 2, entro tre anni dovrebbe essere registrato e nel 2011 potrebbe essere disponibile.
È nel centro di ricerca della Novartis che Venter, segnalato tra l’altro dal Time Magazine come una delle cento persone più influenti al mondo, parla col Riformista a tutto tondo della sua attività.
Maglione, jeans e scarpe casual, racconta seduto comodamente in poltrona di ciò che maggiormente gli sta a cuore: la vita, la sua genesi e i suoi sviluppi. Ma prima si presenta. Per farlo, cita Wikipedia. Già, perché l’enciclopedia più cliccata del web, oltre a definire Venter come un celebre biologo statunitense, si permette di citarlo come «ex surfista e veterano della guerra del Vietnam». E la cosa va chiarita subito. Dice Venter: «Sono molto offeso: I still surf, vado ancora sul surf. Mentre è corretto dire che sono un veterano del Vietnam».
Vita e Vietnam sono strettamente legati nell’esistenza di Venter. «La guerra in Vietnam – racconta – è stata un passaggio importante per lo sviluppo della mia professione. L’orrore che lì ho visto ha determinato la successiva decisione di interessarmi alla vita, di dedicarmi allo studio della genesi della vita. In Vietnam ci furono numerosi morti. E il loro ricordo mi spinge a interessarmi alla vita». Un interessamento nato in Vietnam anche perché prima, ai tempi della scuola, non è che Venter brillasse, almeno stando ai risultati: «Ero un pessimo studente – dice -. Ho rischiato di essere espulso dalla scuola che frequentavo. Ma il mio successo di oggi può dare speranza a molti ragazzi».
Nonostante l’aspetto bonario e la simpatia che emana, su Craig Venter si sono succedute nel corso degli anni numerose dichiarazioni per nulla politically correct: James Watson, biologo statunitense diventato famoso per una dichiarazione sulla presunta inferiorità delle persone di colore, oltre ad aver detto che «sarebbe meraviglioso utilizzare le tecnologie genetiche per aumentare la bellezza femminile» ha anche rivelato testualmente al The Guardian che «Venter possiede il genoma umano allo stesso modo con cui Hitler voleva possedere il mondo». Risponde Venter: «Questa è una storia vecchia. Non credo che il mestiere di uno scienziato serio comporti questo genere di dichiarazioni. La sfida reale è capire dove va questa società, quale futuro vuole avere. Se vuole avere un futuro migliore o meno. La ricerca è per questo tipo di futuro che esiste. E il mio lavoro pure».
Venter e la ricerca scientifica in ambito biologico sono una cosa sola. Per lui, ricerca scientifica è sinonimo di libertà. Tanto che – spiega – «definirei la libertà come una mia caratteristica genetica». E ancora: «Se, infatti, c’è una tipologia di geni che penso di avere, è quella che fa sì che io detesti l’autorità. È vero che chi lavora con me deve riconoscere la mia autorità, ma penso sia essenziale per gli scienziati poter godere del massimo di libertà. Certo, questa libertà non può comportare la licenza di uccidere. Ma al contempo una ricerca senza libertà non credo possa esistere. L’uso buono o cattivo di questa libertà non è ovviamente una cosa irrilevante. Ma quest’uso dipende dagli individui. Sono loro che possono fare la differenza».
In Italia, come in tutto l’occidente, il dibattito sulla libertà di ricerca e sui suoi limiti è sempre attuale. C’è chi sostiene che la ricerca scientifica sia ostacolata in particolare dalla Chiesa e dalla fede cattolica. «Anche se conosco poco la situazione italiana – dice Venter -, il problema della ricerca nel vostro paese non credo sia la Chiesa. So che la Chiesa, e in generale le religioni, cercano di aiutare le persone a scoprire il significato della loro vita. E questo compito è positivo per ogni società. Più che nella Chiesa, dunque, il problema credo risieda, e la cosa vale anche per gli Stati Uniti, in gruppi religiosi che tendano a influenzare ideologicamente la società e quindi anche la ricerca scientifica che la società vuole proporre. E quando parlo di gruppi religiosi mi riferisco, tanto per fare un esempio, a coloro che si oppongono agli ogm. Ecco, loro sono una religione. Non c’è nessuna ragione scientifica per opporsi agli ogm, eppure c’è chi vi si oppone. Quindi, per sintetizzare, credo che il problema religioso si ponga a livello ideologico. Ovvero le religioni, più che la Chiesa, sono un problema ogni qual volta (qualsiasi esse siano) si pongono davanti alla realtà con preconcetti ideologici. Ho parlato di queste cose recentemente anche alla Bbc. Ho detto che ho paura dell’avanzata di un fondamentalismo di questo genere. Un atteggiamento pericolosissimo per la ricerca scientifica».
Chiesa o non Chiesa, religione o non religione, è innegabile che in Italia di ricerca scientifica se ne faccia poca: fare ricerca in Italia, insomma, è divenuto un problema cronico, vista soprattutto l’amorìa di finanziamenti : «È singolare – conclude Verter – che ad esempio una realtà come la Novartis, che pure fa tantissima ricerca, debba lavorare senza finanziamenti statali. La Novartis in questo senso è un esempio positivo ma il problema in Italia resta ed è enorme».