Verso il voto: la galassia cattolica va in ordine sparso: Cl, Acli, Focolari, Neocatecumenali etc.
15 febbraio 2008 -
Alle politiche del 2006 il fronte cattolico, quello dei movimenti, delle associazioni e delle parrocchie si divise in due: chi per Ds e Margherita, chi col centro destra. Le gerarchie, invece, stettero a guardare plaudendo alla svariate possibilità di voto che i due schieramenti offrivano ai cattolici. E il prossimo 13 aprile cosa succederà? Per chi voterà il mondo dell’associazionismo e dei movimenti ecclesiali?
Ieri Avvenire ha significativamente riservato una pagina intera a Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano dei lavoratori (Mcl), il quale, in scia alle dichiarazioni rilasciate dal direttore del giornale dei vescovi Dino Boffo al Tg1, rivendicava la necessità di recuperare «l’identità cattolica» a fronte del rischio che questa si annacqui nei due poli: in un unico Popolo delle libertà o in un Pd che si appresta, forse, ad arruolare anche i radicali. «Vedo l’Udc con simpatia», ha detto in proposito al Riformista Costalli. E ancora: «Non auspico in questo senso una sua confluenza nel listone di Berlusconi».
Una mina vagante e in grado di raccogliere consensi tra alcuni cattolici è la lista di scopo di Giuliano Ferrara. Al riguardo, ieri, il Corriere riportava addirittura di presunte pressioni esercitate dal ciellino Formigoni su Berlusconi affinché dicesse “sì” all’accordo con la lista antiabortista per evitare di indurre in tentazione i ciellini. In realtà, pare che Formigoni non abbia detto niente di tutto ciò a Berlusconi, come confermano altre sue dichiarazioni rilasciate ieri: «Apprezzo molto la battaglia di Ferrara sulla moratoria e apprezzo molto le sue idee – ha detto il governatore della Lombardia -. Ma ritengo che una lista pro-life non sia il modo migliore per portarle avanti». Giudizio condiviso anche dalla leadership di Cl, che quindi dovrebbe far confluire i voti dei ciellini nel Popolo delle libertà anche se, si sa, la base di cielle è libera di muoversi autonomamente. Alla moratoria sull’aborto avevano aderito, a titolo personale, diversi esponenti del movimento fondato da Giussani. E, ancora, continueranno a farlo. Non tutti, però, fino all’adesione finale: quella della lista di scopo.
Alle parole di Formigoni, Ferrara ieri ha così risposto: «Ringrazio Formigoni per le parole di stima per la mia battaglia. Nella sua lista la questione dell’aborto e la tenace promozione della vita contro la sua disumanizzazione è affidata alla libertà di coscienza, se non ho capito male. Vi faccio molti auguri. Sono sicuro che vi farete onore e non ci deluderete».
Difficile è anche che il popolo di Cl si orienti sulla Rosa Bianca o sull’Udc: basta ascoltare le parole riservate da Formigoni a Pezzotta e l’uscita di Boffo pro Udc per comprendere la situazione. Tra l’altro, sempre ieri, è stato Giorgio Vittadini (Fondazione per la Sussidiarietà), a dire che, al di là degli schieramenti, prioritario è far ripartire l’Italia attraverso «una nuova fase costituente».
Strano a dirlo, ma una certa sintonia con queste ultime parole viene dalla Fuci che per voce di Umberto Ronga, vice presidente e coordinatore della federazione politica, dice al Riformista: «Al di là degli schieramenti siamo strenui difensori della necessità di modificare la legge elettorale». Le Acli non sono poi su posizioni così distanti da queste. Bobba, ex presidente dell’associazione, lotta per avere un suo spazio nel Pd e, in effetti, è il centro sinistra – l’incontro tra cattolicesimo democratico e sinistra riformista – l’area cui l’associazione guarda. Ma come ha detto ieri Andrea Olivero, presidente delle Acli: «Tra un partito democratico un po’ “immaturo” sulla questione della laicità, un centrodestra che si prospetta meno “plurale” di quando comprendeva l’Udc e un centro politico che, finché non si definisce meglio, rischia di porre le buone domande senza avere i mezzi per rispondervi, le Acli preferiscono guardare oltre il momento elettorale. A una fase costituente».
Di per sé, anche Pezzotta in passato ha avuto buoni rapporti con le Acli e non è escluso che possa guadagnare qui qualche consenso. Pezzotta, però, più che dal mondo dell’associazionismo (dal quale non proviene) è da quello dei sindacati che deve attendersi più voti. Piazza San Pietro qualche settimana fa, in occasione dell’Angelus pro Papa e anti Sapienza, era significativamente piena di bandiere della Cisl.
Piena libertà di voto, ovviamente, l’hanno sempre lasciata anche due aggregazioni che tecnicamente non si definiscono movimenti ecclesiali: l’Opus Dei (Paola Binetti e Alfredo Mantovano sono due opzioni di voto possibili nonostante la diversità di schieramento) e i neocatecumenali. Questi ultimi, giunti in massa al Family Day del 12 maggio, riservarono in quell’occasione un’ovazione da stadio all’arrivo del ministro Fioroni. Dire però che il 13 aprile voteranno per il Pd è azzardato.
Più in disparte rispetto all’agone politico se ne stanno i focolarini. La sezione che si occupa di politica, il movimento politico dell’unità, lavora per valorizzare in ogni schieramento quanto di “buono” ci può essere per il bene comune, ma l’eterogeneità degli aderenti ai focolari non permette, se mai il movimento di Chiara Lubich volesse farlo, l’esplicita adesione ad alcuno.
Salvatore Martinez, responsabile del Rinnovamento nello Spirito, organizzazione che vanta centinaia di migliaia di aderenti (forse per numeri la più consistente in Italia), così spiega il suo punto di vista al Riformista: «Seguiamo le indicazioni del magistero della Chiesa: considerare se i programmi esplicitano i principi attuativi della dottrina sociale cristiana e valutare gli uomini che si prefiggono di realizzarli. L’attuale clima di sfiducia nella politica impone che si riproponga il tema dell’affidabilità dei politici, un bene fatto di coerenza e di competenza». E a riguardo della decisione di Ferrara di presentare una lista dice: «Guardo la cosa con interesse. Degna di stima è la libertà della persona che la propone e altrettanto nobile la causa perseguita, per troppo tempo appannaggio del solo mondo cattolico e relegata ai margini del dibattito politico. Circa il metodo, non mi pare che possa considerarsi elemento di tensione sociale, piuttosto di aggregazione ideale, dal momento che si tratta di una lista di scopo, dal forte valore simbolico, localizzata in un territorio limitato e non nazionale».
Insomma, sono tanti e diversi gli stili del cattolicesimo italiano. E tanti sono destinati ad essercene nel futuro.
Dice al Riformista Luca Diotallevi, docente di sociologia e membro del comitato preparatorio del IV convegno ecclesiale Nazionale di Verona: «Noto una lunga deriva positiva nel cattolicesimo italiano. Una deriva che, iniziata con il referendum del 2005, arriva fino ad oggi e mostra una Chiesa attenta al dibattito politico culturale, una Chiesa aperta al bipolarismo e senza nostalgie centriste. Una Chiesa che oggi vede diversi esponenti cattolici presenti nel centro destra, ma tanti ce ne sono anche nel centro sinistra e non è detto che in futuro la bilancia non possa pendere di più dall’altra parte».
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Conversazione con Paola Binetti: «Ho scelto il Pd per difendere i miei valori»
14 febbraio 2008 -
Che i politici cattolici debbano continuare a difendere i valori in cui credono sia a destra come a sinistra sembra essere convinzione radicata e profonda all’interno delle gerarchie ecclesiastiche e, quindi, in chi guida oggi la conferenza episcopale italiana. Ciò significherebbe che alla Chiesa non interessa appoggiare direttamente nessuno, quanto seguire coloro che maggiormente le si avvicinano come idee e programmi.
Al riguardo, dice la sua al Riformista la senatrice Paola Binetti: «Non so – dice – quale sia il pensiero della Chiesa in merito alle candidature del cattolici in politica. So, però, che la Chiesa non si schiera e non si è mai schierata né a destra né a sinistra e credo che al presente non sia affatto intenzionata ad agire diversamente. La Chiesa, questo sì, si schiera con i valori, è per i valori, e in questo senso evidentemente altro non fa che guardare con un certo consenso o meno questo o quello schieramento. Ma dire che in questa fase le gerarchie ecclesiastiche appoggino questo o quel partito mi sembra troppo».
Una dimostrazione di questo non schieramento della Chiesa nelle vicende politiche del paese risiederebbe, a detta della Binetti, nella vicenda che riguarda Savino Pezzotta e la nascita della Rosa Bianca. «Pezzotta – spiga la Binetti – ha combattuto lo scorso maggio una bellissima battaglia in difesa della famiglia. Una battaglia che anch’io ho condiviso in tutto e per tutto. Dietro di sé, il 12 maggio, aveva tutto il mondo dell’associazionismo cattolico, dei movimenti ecclesiali, eppure la scelta di oggi è quella di scendere in politica a titolo personale. E questa sua presa di posizione dimostra come la Chiesa non abbia interessi partitici, semmai valoriali. Un’altra dimostrazione, a mio avviso, viene da Giuliano Ferrara. Quando due mesi fa lanciò l’idea di una moratoria per la vita, raccolse il consenso dei massimi esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. Vorrei ricordare le parole dedicate alla moratoria nella prolusione del consiglio permanente della Cei del presidente della conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco. Vorrei ricordare l’intervista sul tema rilasciata al Tg5 dal cardinale vicario per la città di Roma, Camillo Ruini. Eppure, oggi, Ferrara sceglie la strada di scendere in campo con una lista per la vita, una scelta legittima che trova il consenso della Chiesa sui princìpi che egli intende difendere, non su altro».
Anche Paola Binetti, prima di entrare in politica, si distinse per un lavoro apprezzato dalla Chiesa contro l’abrogazione della legge 40 sulla fecondazione assistita. «Furono mesi bellissimi per me», dice. «Ma poi la scelta di entrare in politica fu soltanto mia. Nessuno nella Chiesa o nel mondo dell’associazionismo cattolico mi spinse a farlo». E ancora: «Fu una scelta personale e dettata dal convincimento che occorre combattere dal di dentro della politica per la difesa dei princìpi in cui si crede. In questo senso, considero quella del Partito democratico come la scommessa più interessante sul futuro politico del Paese. Il Pd nasce “per vocazione” come un partito che tenta di fare la sintesi tra le culture dei due più grossi e importanti partiti a carattere popolare del paese: l’esperienza del cattolicesimo democratico della Dc e quella propria della sinistra nelle sue evoluzioni successive, fino agli attuali Ds. La novità è che si vuole valorizzare queste due tradizioni, evitando possibili conflittualità, senza cancellarle. Si vuole lavorare per trovare una sintesi che intercetti il meglio delle proposte di partenza e che guardi alle nuove sfide che l’evoluzione tecnico-scientifica e la globalizzazione ci pongono sul piano sociale. C’è una novità nel Pd che va realizzata gradatamente permettendo a tutti di esprimersi con libertà, accogliendo le diversità, apprezzando anche le eventuali distanze sul piano culturale. Ma restando sempre in un clima di rispetto reciproco, di stima concreta, di ricerca condivisa. Occorre pazienza perché la sfida è alta e non sempre facile, ma è una sfida che va vissuta con ottimismo e con speranza. Direi anche con tutta la sana laicità di cui siamo capaci. Resta inteso che, se nel tempo non si dovesse riuscire a trovare questa sintesi all’interno del Pd – ma non credo che le cose andranno in questo modo -, allora il Pd dovrà riconoscere che quella convergenza positiva, quella integrazione così profondamente auspicata, non è stata possibile. A questo punto il Pd sarà qualcosa di diverso da ciò che molti di noi desiderano e i giochi si riapriranno nel complesso mondo della evoluzione politica».
A proposito di Zapatero e delle imminenti elezioni spagnole, l’esponente teodem dice: «Paragoni col Pd non stanno in piedi. In Spagna la presenza dei cattolici nel partito socialista è irrilevante. La maggioranza dei cattolici di Spagna sono confluiti nel partito popolare e quelli che risiedono nel partito di Zapatero non riescono nemmeno a rendere presente la propri identità. Nel Pd, invece, i cattolici sono presenza strutturale e, dunque, hanno possibilità di esprimere la propria identità senza problemi. Ecco, credo che, in questo senso, il modello Zapatero non sia esportabile da noi».
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Suor Lucia, l’unica beata “veloce” di Benedetto XVI
14 febbraio 2008 -
Fu nella seconda apparizione del 13 giugno 1917 che la Madonna disse a Lucia dos Santos, una delle tre veggenti di Fatima, che lei, a differenza di Jacinta e Francesco, non sarebbe morta di lì a poco ma sarebbe rimasta in vita per svolgere un compito preciso: «Jacinta e Francisco – disse la Madonna – li porterò fra poco, tu però devi rimanere quaggiù più a lungo. Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio cuore immacolato; a chi la praticherà prometto la salvezza; queste anime saranno predilette da Dio e come fiori saranno collocati da me dinanzi al Suo trono».
Queste parole furono l’inizio del crescere della convinzione, fatta propria dai fedeli come dai Pontefici che di lì si sono negli anni susseguiti, della particolare predilezione riservata da Dio a suor Lucia.
Una predilezione riconosciuta anche ieri quando il Vaticano ha annunciato, a sorpresa, senza aspettare cioè che fossero passati cinque anni dalla sua morte, l’avvio della causa di beatificazione della suora, appunto l’ultima veggente di Fatima, morta il 13 febbraio 2005.
Un processo di beatificazione che inizierà in sede diocesana e sarà volto, innanzitutto, a certificare né più né meno che le virtù eroiche della candidata.
La motivazione secondo la quale Benedetto XVI ha derogato, come fu nei casi di Madre Teresa di Calcutta e poi di Giovanni Paolo II, alla norma canonica che prevede il trascorrere di almeno cinque anni dalla morte del servo di Dio prima che venga avviata la causa, è da ricercarsi anche nel lavoro svolto negli ultimi mesi dal cardinale portoghese José Saraiva Martins.
È stato, infatti, il cardinale prefetto delle cause dei santi che si è fatto portavoce presso il Pontefice del convincimento del vescovo di Coimbra – la cittadina dove si trova il Carmelo nel quale nel 1948 suor Lucia ha deciso di ritirarsi – e della comunità di monache che con lei ha vissuto per anni, della straordinarietà della persona di suor Lucia. Straordinarietà senz’altro testimoniata dal privilegio unico delle apparizioni ma, anche, da come suor Lucia ha poi vissuto in convento dal termine delle apparizioni in poi.
Dunque, il lavoro di Saraiva Martins. Egli, terminato lo scorso 6 gennaio il settantacinquesimo anno di età, è ufficialmente entrato nella cosiddetta età pensionabile. E mentre in Vaticano, da più parti, si fa largo l’idea che a breve egli possa lasciare il suo posto ad Angelo Amato, segretario della congregazione per la dottrina della fede, è intanto riuscito a sorpresa a “portare a casa” l’abbrivio anticipato del processo di beatificazione per la sua conterranea.
L’ok definitivo è arrivato lo scorso 17 dicembre. Saraiva Martins, infatti, venne ricevuto dal Papa assieme a tutto il collegio dei postulatori del dicastero del quale è prefetto. E lì, in udienza nel palazzo apostolico, Benedetto XVI ha acconsentito al tutto.
L’annuncio dell’inizio del processo di beatificazione lo ha dato ieri lo stesso cardinale in Portogallo mentre, nella Chiesa del convento delle Carmelitane Scalze di Coimbra, presiedeva una solenne messa nel terzo anniversario della morte della veggente.
Saraiva Martins si è più volte dichiarato convinto della santità – ai sensi del diritto canonico ancora tutta da dimostrare – di suor Lucia. Insieme, egli si è più volte detto sicuro che il terzo segreto rivelato da Wojtyla nel 2000 fosse completo e insieme l’ultimo che ancora fosse stato tenuto nascosto. Tesi difesa con forza anche dal segretario di Stato Tarcisio Bertone che, a Fatima, ha più volte, negli ultimi anni, potuto incontrare suor Lucia. Tesi che, fino a oggi, lo stesso Benedetto XVI non ha mai smentito.
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La “Cei tedesca” sarà più cara a Ratzinger
11 febbraio 2008 -
La lunga conduzione della conferenza episcopale tedesca (Dbk) del 71enne cardinale Karl Lehmann vede in questi giorni il suo epilogo. Lo scorso 25 gennaio, infatti, è stato lo stesso Lehmann a chiedere, con una lettera inviata a tutti i vescovi tedeschi, che fosse in occasione dell’assemblea della Dbk che si tiene da quest’oggi a venerdì a Würzburg, che venisse scelto il nome del suo successore.
La nomina, infatti – a differenza di quanto avviene per la conferenza episcopale italiana dove è il Papa che, autonomamente, indica chi deve guidarla -, viene presa dall’assemblea.
A capo di una delle conferenze episcopali più importanti del mondo, Lehmann, vescovo di Magonza dal 1983, porporato dal 2001, lascia (per motivi di salute) dopo poco più di venti anni: chiamato dai suoi confratelli vescovi al prestigioso incarico nel 1987 durante l’assemblea autunnale svoltasi a Fulda, venne riconfermato per ben tre volte: nel 1993, nel 1999 e nel 2005.
Nel 2001 fu Wojtyla a volerlo cardinale, nonostante pochi mesi prima, durante l’anno giubilare, fu proprio il presidente della Dbk a tirare fuori la questione delle dimissioni del Papa dal soglio di Pietro. Le dichiarazioni di Lehmann rimbalzarono sui media internazionali anche se, a cose fatte, lo stesso porporato tedesco si affrettò a smentire il tutto.
Sovente, sopratutto prima di accedere al cardinalato, Lehmann si distinse per prese di posizione giudicate troppo “liberal”, che lo misero in contrasto con l’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger. Nel 1993, ad esempio, si dichiarò possibilista circa l’accesso alla comunione dei divorziati risposati. Nei mesi scorsi, invece, fu Lehmann tra i primi porporati a prendere le distanze dall’introduzione operata da Benedetto XVI della messa in latino secondo l’antico rito.
Ratzinger, ovviamente, conosce bene l’episcopato tedesco. E, senz’altro, nella scelta del successore di Lehmann, il suo parere è destinato a pesare anche se, in questi quasi tre anni di pontificato, egli non ha mai voluto imporre alla guida delle diocesi tedesche sue preferenze. Un porporato oggi particolarmente vicino a Ratzinger è l’arcivescovo di Colonia, Joachim Meisner, sfavorito però nella successione a Lehmann a causa dell’età: ha già 74 anni, uno in meno dell’età pensionabile. Un altro, di idee più progressiste, è Heinrich Mussinghoff, vescovo di Aquisgrana. Tra i due, però, a spuntarla potrebbe essere il neo arcivescovo metropolita di Monaco e Frisinga, Reinhard Marx. Fino a oggi Marx ha mantenuto un basso profilo e ciò potrebbe giovargli.
La successione di Lehmann potrebbe rappresentare una svolta per la Dbk. Se, infatti, l’episcopato tedesco vanta una straordinaria preparazione teologica datagli dall’altissimo livello di studi che è possibile seguire, ancora oggi, all’interno delle facoltà teologiche del paese, al di sotto delle gerarchie è il popolo dei fedeli a mancare. In sostanza, a una struttura super organizzata e parecchio ricca – è dalla Dbk che arriva la maggior parte degli aiuti economici nelle missioni di tutto il mondo – si contrappone una comunità di fedeli esigua, ormai praticamente ridotta all’osso. Tanto che, anche tra i vescovi del paese, c’è chi auspica che dopo le dimissioni di Lehmann la Dbk possa in qualche modo puntare meno all’efficienza della propria organizzazione e maggiormente alla cura dei fedeli.
Di per sé, in Germania, non si può dire che l’episcopato non abbia riservato le dovute attenzioni al suo popolo. Questo sforzo, però, probabilmente non è stato attuato nel migliore dei modi. Infatti, è stato soprattutto dopo la metà del secolo scorso che il cosiddetto “Spirito del Concilio” – che è altra cosa dal Concilio stesso – ha potuto mettere radici nella Chiesa e, dunque, influenzarne l’operato.
Sovente le medesime gerarchie dell’episcopato del paese, Lehmann incluso, hanno fatto propria con troppa enfasi quella svolta antropologica grazie alla quale – non senza condizionamenti da parte del mondo protestante – la stessa teologia ha voluto puntare, per comprendere la rivelazione, primariamente sull’uomo. Con ripercussioni pratiche notevoli. Tra queste, in Germania, l’accentuazione della necessità di una conduzione conciliare della Chiesa, nonostante la Nota Esplicativa Previa dello stesso Concilio avesse affermato che, per «non porre in pericolo la pienezza della potestà del romano Pontefice», non si dà collegio senza Pietro. Tra queste, ancora, l’accentuazione del concetto funzionalistico del sacerdozio con un’inevitabile maggiore importanza data ai laici e al loro operato nella pastorale.
Il lavoro di Lehmann è stato in questi anni particolarmente stimato dal mondo protestante. Secondo il capo della Chiesa evangelica tedesca, Wolfgang Huber, Lehmann è stato «un grande dono» per l’intero paese. Vedremo se l’assemblea dei vescovi sceglierà un nome che dia continuità a questi venti e lunghi anni, oppure se opterà per un cambiamento.
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Verso le elezioni: la Chiesa benedice le candidature a pioggia
8 febbraio 2008 -
La Chiesa italiana e, in particolare, chi in questo momento guida la conferenza episcopale italiana, sta alla finestra e osserva, dopo lo scioglimento delle Camere, la ristrutturazione in atto del ceto politico. E lo fa con una sola preoccupazione: che i politici cattolici che già hanno dato buona prova di sé a destra come a sinistra, possano continuare a farlo. Non siano, dunque, “epurati” ma possano continuare a lavorare per difendere i valori in cui credono. Per questo motivo, non è senza una certa apprensione che la Chiesa osserva, ad esempio, il tentativo della teodem Paola Binetti di rimanere, come pare lei voglia fare senza tentennamenti, all’interno del Partito Democratico. Lei – ieri si trovava a un convegno a Madrid – pare del tutto intenzionata a portare avanti le battaglie in cui crede all’interno della compagine guidata da Walter Veltroni e, tra queste battaglie, soprattutto quella in difesa della famiglia.
Oltre alla “soldatessa” Binetti, la Chiesa spera che ancora possano essere riconfermati nei diversi schieramenti anche tanti altri politici cattolici. Tra questi, ad esempio, Alfredo Mantovano in An, Laura Bianconi o Maria Burani Procaccini in Forza Italia.
È, infatti, la linea dettata da tempi non sospetti dal cardinale Camillo Ruini a prevalere anche in questa fase di avvicinamento al voto: i cattolici sparsi di quà e di là nei vari partiti possono essere più utili che se fossero circoscritti all’interno di un solo agglomerato. Una linea fatta propria anche dal successore di Ruini alla Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, e dal segretario generale della Cei Giuseppe Betori.
Eppure, proprio oggi, viene presentata alla Camera una nuova forza politica che sembra contraddire questa impostazione. Si tratta della Rosa Bianca, la formazione cui hanno dato vita gli ex Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci e che vedrà la piena adesione anche dell’ex segretario della Cisl e portavoce del Family Day Savino Pezzotta. Al riguardo, Vaticano e Chiesa italiana non si sbilanciano. Anche in questo caso l’intento è quello di non incoraggiare senza però ostacolare. In generale, comunque, pur senza incoraggiamenti espliciti, ben venga una nuova formazione centrista d’ispirazione cattolica. Ben venga anche perché, a conti fatti, potrebbe raccogliere consenso in tutti quei cittadini cattolici che non se la sentono più di votare né per Berlusconi né per ciò che resta di Ds e Margherita. E poi, pare non siano pochi quei cattolici che al moralismo giustizialista di Antonio Di Pietro preferiscono la moralità di Bruno Tabacci, indagato e poi assolto durante Tangentopoli.
Dunque, le gerarchie ecclesiastiche italiane non incoraggiano ma nemmeno ostacolano. Anche perché è forte la consapevolezza che mai come in questa stagione la Chiesa abbia potuto avere una possibilità di presenza e incidenza nel dibattito pubblico del tutto rilevante. L’attenzione che il paese ha avuto nei suoi confronti e nei confronti delle sue idee in occasione del dibattito verso il referendum sulla fecondazione assistita e poi in occasione del Family Day è un risultato che, probabilmente, con l’istituzione di un’unica forza politica direttamente sponsorizzata non sarebbe stato possibile.
Ieri, è stato il quotidiano della conferenza episcopale italiana Avvenire a spiegare, nell’editoriale di prima pagina, come il bipolarismo sia un dato di fatto dal quale non si vuole tornare indietro. Piuttosto, spiega Avvenire, occorre farlo evolvere «in senso virtuoso» al fine di mettere in atto ciò di cui c’è immenso bisogno: una legislatura profondamente riformista. In ballo c’è la necessità di spingere per un’importante stagione costituente: «Non c’è nessuno – recitava ieri Avvenire – che non veda che è arrivato il tempo di ridare concordemente equilibrio alla seconda parte della Costituzione e alla legge elettorale nazionale».
In questi giorni, contatti tra le gerarchie della Chiesa italiana e mondo politico ce ne sono stati. Anche il Vaticano non è stato alla finestra. Venerdì scorso è stato il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone ad avere avuto un colloquio privato con Giorgio Napolitano a margine dell’anniversario dei quarant’anni della Comunità di Sant’Egidio avvenuto nella basilica di San Giovanni in Laterano. Altri contatti, ovviamente, seguiranno prossimamente. Il più importante sarà quello di martedì 19 febbraio all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Qui si festeggeranno i Patti Lateranensi e l’Accordo di modificazione del Concordato. Saranno presenti tutte le cariche più importanti del Vaticano e dello Stato italiano.
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La cura del silenzio del cardinale Vanhoye
7 febbraio 2008 -
Per comprendere quanto Benedetto XVI apprezzi il cardinale Albert Vanhoye, ovvero colui al quale egli ha chiesto di guidare gli esercizi spirituali che, come ogni anno, si tengono in Quaresima alla presenza di tutta quanta la curia romana, occorre tornare al 22 febbraio 2006. Quel giorno, al termine dell’udienza generale del mercoledì, il Papa diramò l’elenco di quindici nuovi cardinali. Tra questi, appunto, l’allora già ultraottantenne Albert Vanhoye. Lasciato per ultimo nella lettura dell’elenco, fu esclusivamente dopo aver pronunciato il suo nome che Benedetto XVI aggiunse due parole di commento: «È un grande esegeta», disse lapidario.
E, in effetti, la sconfinata conoscenza di Vanhoye nel campo dell’esegesi della sacra scrittura – conoscenza che lo ha spinto con forza a offrire una dimensione prettamente spirituale alla sua introspezione del testo biblico – non è sconosciuta a Benedetto XVI. Ed è probabilmente uno dei motivi che hanno spinto il Pontefice a scegliere questo 84enne gesuita francese (è nato nella diocesi di Lille, al confine con il Belgio) per moderare gli esercizi quaresimali 2008. Dal 10 al 16 febbraio, infatti, i cinque giorni di meditazione previsti saranno sul tema «Accogliamo Cristo nostro Sommo Sacerdote», tema tratto da un testo neo testamentario non facile, il quarto capitolo della Lettera di san Paolo agli Ebrei.
Nel 2006 e nel 2007 il medesimo compito toccò rispettivamente ai cardinali Marco Cè, patriarca emerito di Venezia, e Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna. Mentre nel 2005, gli ultimi esercizi di Wojtyla li tenne Renato Corti, vescovo di Novara.
Gesuita vecchio stampo, fermo seguace della pura dottrina ignaziana, già rettore del pontificio istituto biblico e segretario della pontificia commissione biblica, Vanhoye vanta con il Pontefice un’amicizia sincera e schietta. I due iniziarono a frequentarsi soprattutto dal 1990, l’anno in cui Wojtyla volle Vanhoye consultore della congregazione per la dottrina della fede, il dicastero nel quale Ratzinger era da tempo prefetto.
Di Vanhoye, in Vaticano, c’è chi dice che se Pio XII l’avesse conosciuto l’avrebbe considerato e stimato tanto quanto hanno fatto Wojtyla e Ratzinger. Eugenio Pacelli, infatti, amava contornarsi di gesuiti che fossero, oltre che fedeli studiosi della scienza biblica, anche forti personalità spirituali. E Vanhoye, appunto, è le due cose insieme.
Gli esercizi quaresimali per il Papa, come per tutti i fedeli, sono occasione per prepararsi alla Pasqua. Tempo di ritiro dal mondo per volgere (convertire), soprattutto attraverso l’aiuto della preghiera, del digiuno e della penitenza, lo sguardo a Cristo. «È difficile – scrisse un giorno sant’Agostino – vedere Cristo in mezzo alla folla; ci è necessaria la solitudine. Nella solitudine, infatti, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa; per vedere Dio è necessario il silenzio».
E il silenzio, certamente, non mancherà nei cinque giorni in cui a condurre le meditazioni sarà Vanhoye. Il gesuita francese terrà, in quella cappella al secondo piano del palazzo apostolico che fino al 1988 si chiamava cappella Matilde – poi convertita in Redemptoris Mater – delle lezioni lunghe non più di mezz’ora al termine delle quali verrà chiesto il silenzio per favorire la personale meditazione.
Benedetto XVI ascolterà le parole di Vanhoye seduto all’interno dell’oratorio di san Lorenzo, una stanza separata e posta sul lato destro della cappella, stanza da dove gli altri partecipanti non lo possono vedere. Fu Giovanni XXIII che, in occasione degli esercizi spirituali del 1960, offrì un singolare squarcio di quanto stava vivendo: «Assistevano ai discorsi diciotto cardinali e cinquantotto tra prelati e altri pochi addetti al Vaticano: in tutto, con me, settantasette ecclesiastici. Tutti invisibili per me, ma, a quanto mi si disse, attenti e pii».
Come detto, Vanhoye affronterà il tema, tratto da san Paolo, dell’accoglienza di Cristo Sommo Sacerdote. Lo farà in 17 meditazioni. Della cosa Benedetto XVI parlò il 19 aprile 2006, durante l’udienza generale: accogliere Cristo – disse – non significa estraniarsi dal mondo quanto «ravvivare ogni umana attività come un respiro soprannaturale».
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Se la Chiesa cattolica prega per la conversione degli ebrei
6 febbraio 2008 -
Ieri sull’Osservatore Romano è stata pubblicata una nota della segreteria di Stato Vaticana con la quale Benedetto XVI cambia la preghiera per gli ebrei nel messale antico liberalizzato dal Motu proprio “Summorum Pontificum”.
«Il Santo Padre Benedetto XVI – si legge nella nota – ha disposto che l’Oremus et pro Iudaeis della Liturgia del Venerdì Santo contenuto in detto Missale Romanum sia sostituito con il seguente testo: Oremus et pro Iudaeis. Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum. Oremus. Flectamus genua. Levate. Omnipotens sempiterne Deus, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante omnis Israel salvus fiat. Per Christum Dominum nostrum. Amen.».
Oggi diversi quotidiani hanno riportato la cosa, evidenziando anche un certo disappunto del mondo ebraico per il fatto che, nonostante sia sparito il riferimento all“accecamento” del popolo ebraico, ancora si preghi per gli ebrei, perché il Signore illumini i loro cuori e riconoscano Gesù Cristo: in sostanza perché si convertano.
La preghiera per la conversione mi sembra legittima. Per la Chiesa cattolica Cristo è il Messia, il Figlio di Dio e come tale è a lui che essa si augura tutti (ebrei compresi) possano guardare.
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La questione femminile approda in Vaticano
4 febbraio 2008 -
La scorsa estate era stato il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, di passaggio a Lorenzago di Cadore per una visita lampo al Papa che si trovava lì per alcune settimane di vacanza, a spiegare in un’intervista come fosse a suo avviso importante che la curia romana si dotasse, nei posti di comando dei suoi “ministeri”, di sempre più figure femminili.
Pochi giorni fa, invece, è stato il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian a rivelare come Benedetto XVI gli abbia chiesto più firme femminili all’interno del quotidiano della Santa Sede.
E questa settimana, a suffragio della sempre maggiore attenzione che la Santa Sede intende dare alle donne, ecco l’indizione di un congresso mondiale sulla donna convocato dal pontificio consiglio per il laici guidato oggi dal 62enne cardinale polacco Stanisław Ryłko. Dal 7 al 9 febbraio in Vaticano, rifletteranno su “Donna e uomo, l’humanum nella sua interezza”, 250 persone tra teologhe, filosofe e psicologhe in rappresentanza delle varie conferenze episcopali, associazioni cattoliche e movimenti ecclesiali.
L’occasione sono in venti anni dall’uscita della lettera apostolica “Mulieris Dignitatem” firmata da Giovanni Paolo II, una pietra miliare nel magistero pontificio anche perché rappresentò il primo documento papale dedicato specificamente al tema della donna.
Esattamente quaranta anni fa, fu la rivoluzione sessantottina che portò il percorso dell’emancipazione femminile a un improvvisa accelerata. La Chiesa non fece mai sue le istanze di questa emancipazione e, al contrario, denunciò l’eccessiva visione individualistica dell’uomo e della donna, l’esacerbazione delle relazioni tra i sessi e la, a suo dire, dannosa accentuazione del carattere polemico della relazione tra maschi e femmine.
Queste stesse idee vengono riproposte all’interno del convegno mondiale in scena questa settimana anche perché, come ha spiegato nei giorni scorsi Rocío Figueroa, responsabile del settore donna del pontificio consiglio per i laici, occorre «approfondire i nuovi paradigmi culturali come la riduzione della femminilità a oggetto di consumo, l’ideologia di genere o il rifiuto della maternità e della famiglia, oltre alla donna nel mondo del lavoro».
Benedetto XVI dedicò un’importante udienza generale alla figura della donna nella Chiesa. Era il 14 febbraio dello scorso anno quando spiegò come «la storia del cristianesimo avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso se non ci fosse stato il generoso apporto di molte donne».
Uno sviluppo sul quale rifletteranno a Roma le tante donne invitate a parlare. Tra queste, Antonia Bel Bravo, docente spagnola di Storia Moderna, Angela Ales Bello, docente di Filosofia presso l’Università Lateranense, Jack Scarisbrick, professore inglese di Storia all’Università di Warwick, Grazia Loparco, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà di Pedagogia Auxilium di Roma e Carlota Rava, argentina, docente di Teologia Spirituale presso l’Università Lateranense.
Toccherà a Janne Haaland Matlary, ex ministro degli Esteri della Norvegia e docente all’Università di Oslo, riflettere sulla donna nel mondo del lavoro. Mentre a Paola Bignardi, ex presidente dell’Azione Cattolica Italiana, spetterà affrontare il tema della missione della donna e la sua presenza e responsabilità nella Chiesa e nel mondo. Una responsabilità che, ovviamente, non potrà mai essere messa in campo in quei ruoli per i quali è prevista la presenza di un sacerdote validamente ordinato. Il tema dell’ordinazione delle donne, tra l’altro, non è all’ordine del giorno e, probabilmente, non lo sarà in futuro. Nel 1976, infatti, fu la congregazione per la dottrina della fede a far uscire un documento chiarificatore in materia. La dichiarazione “Inter Insignores” ribadì la dottrina tradizionale: la Chiesa ritiene di non avere il potere di ordinare donne al sacerdozio «per ragioni veramente fondamentali». Tra queste, l’esempio di Cristo che scelse i suoi apostoli soltanto fra gli uomini e la pratica costante della Chiesa che ha imitato Cristo nello scegliere soltanto gli uomini.
Dopo il 1976, venne Giovanni Paolo II con la sua “Ordinatio sacerdotalis”, una lettera apostolica che dichiarò come la «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa». «Tale affermazione – spiegava la congregazione per la dottrina della fede in una nota del 1995 – trova fondamento nella parola di Dio, si deve considerare appartenente al deposito della fede, è proposta infallibilmente dal magistero ordinario ed esige un consenso definitivo, in quanto irreformabile».
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Il mistero di Israele resiste in Vaticano
2 febbraio 2008 -
Il motivo della presenza in questi giorni a Roma del cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, non risiede esclusivamente nella necessità (manifestata l’altro ieri) di presentare nella sala stampa della Santa Sede il primo congresso mondiale della Misericordia che si svolgerà dal 2 al 6 aprile in Vaticano, a tre anni esatti dalla morte di Giovanni Paolo II avvenuta – appunto – alla vigilia della Festa della Divina Misericordia: «Penso – ha detto due giorni fa il cardinale austriaco – che quello della misericordia sia oggi un kairos», ovvero «un momento giusto, per evangelizzazione e missione».
Come accade di routine una volta ogni due anni (ma, a seconda delle esigenze, anche più spesso) Schönborn è arrivato da Roma a Vienna anche per partecipare alla sessione plenaria della congregazione per la dottrina della fede. Si tratta, in sostanza, di un appuntamento cui sono invitati i dipendenti del “ministero” della Santa Sede che si occupa di promuovere e di tutelare la dottrina della fede e i costumi in tutto l’orbe cattolico, i 23 suoi membri tra cardinali, arcivescovi e vescovi provenienti da 14 diverse nazioni e un’équipe di esperti nelle varie discipline ecclesiastiche provenienti da tutto il mondo. Sul tavolo della plenaria andata in scena questa settimana c’erano vari argomenti. Li ha sintetizzati Benedetto XVI l’altro ieri mattina: chiarezza nel dialogo ecumenico e in quello con le culture e religioni, rilancio dell’azione missionaria ed evangelizzatrice, difesa della dignità dell’uomo di fronte ai problemi posti dal progresso delle scienze biomediche.
E per quanto riguarda il rapporto tra cristianesimo e altre religioni – il Papa non ha fatto accenno alla cosa – è toccato al teologo domenicano francese Jean-Miguel Garrigues esporre una relazione su un aspetto del tema tanto affascinate quanto difficile: la riflessione paolina, espletata nella Lettera ai Romani, sul mistero del popolo ebraico e sulla sua non accoglienza del messaggio del Vangelo. È, infatti, all’interno della Lettera ai Romani che Paolo insiste sull’idea che la salvezza (la giustizia, nel linguaggio paolino) non possa venire dalla legge mosaica, ma solo dalla fede in Cristo. Sta qui, per Paolo, la radice dell’indurimento di Israele. Eppure Dio continua ad avere un progetto di salvezza su Israele. Lo dice bene l’apostolo in Romani 11, 1-10 laddove spiega come Dio non abbia affatto rifiutato il suo popolo, e, in ogni caso, non lo abbia rifiutato per sempre. E, ancora, lo dice bene Paolo laddove svolge il paragone dell’olivo buono e dell’olivastro per simboleggiare i “buoni” e i “cattivi”, paragone che evidenzia la vittoria della misericordia di Dio e insieme il suo progetto positivo anche nei confronti dell’Israele incredulo: «Allora tutto Israele sarà salvato», recita Romani 11,26.
Il significato del popolo ebraico all’interno del disegno salvifico portato da Cristo resta comunque un argomento difficile e sul quale nei secoli illustri teologi ed esperti non hanno mancato di dire la loro. Ma, forse, la più completa sintesi l’hanno data, nella pratica, le esistenze di quegli ebrei convertiti al cristianesimo che mai hanno rinnegato l’alleanza, il patto, che Dio, secondo la Sacra Scrittura, ha sancito con il popolo eletto. Tra questi, senz’altro, spicca la figura del cardinale Jean-Marie Lustiger. Fu lui, nel libro “La promesse” (Parole et Silence, 2002), a offrire una delle riflessioni più complete sui rapporti tra cristianesimo e giudaismo. Lui che, convertito dall’ebraismo all’età di 14 anni, poi prete cattolico, è dovuto passare attraverso la terribile esperienza della morte della madre in quel di Auschwitz.
Per Lustiger le promesse del Signore fatte nell’elezione santa del popolo ebraico sono irrevocabili, nonostante le umane infedeltà e cadute compiute nel corso della storia. E la loro irrevocabilità giustificherebbe in qualche modo anche la nascita dello Stato d’Israele: la costituzione dello Stato d’Israele, scrisse Lustiger, è «legittima e necessaria».
Proprio da ieri, sul tema, in concomitanza con la plenaria della congregazione per la dottrina della fede, è stato indetto a Ostuni anche un seminario promosso da Biblia, un’associazione laica di cultura biblica, e che s’intitola: “Alle origini di una separazione: ebrei e cristiani tra il I e il II secolo”. Un seminario che parte dalla domanda di sempre, quella esposta novant’anni fa da Joseph Klausner, il pioniere degli studi ebraici su Gesù: «Come avvenne che Gesù vivesse totalmente all’interno del giudaismo e tuttavia fu all’origine di un movimento che si separò dal giudaismo?». Forse, anche il silenzio in merito da parte di Benedetto XVI nel discorso di due giorni fa ai partecipanti alla plenaria della dottrina della fede, sta a significare come una riposta completa sia lontana dall’essere stata trovata. Insomma, per tutti vale ancora quanto espletato dal Concilio vaticano II nella dichiarazione del 28 ottobre 1965 circa le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane: la <+cors>Nostra aetate<+tondo>.
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