Se un centro cattolico (forse) non dispiace alla Cei
Feb 18, 2008 il Riformista
Cade nel corso di una campagna elettorale difficile e incerta l’annuale celebrazione della firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) e dell’Accordo di modificazione del Concordato tra Stato e Chiesa (18 febbraio 1984). Domani, nella sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, saranno le più alte cariche dello Stato e del Vaticano a incontrarsi concedendosi, tra un brindisi e un altro, anche pochi minuti di confronto a porte chiuse. Organizzatore dell’evento è Antonio Zanardi Landi, neo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, il quale, nel corso del 2007, ha preso il posto di Giuseppe Balboni Acqua.
La prima preoccupazione vaticana attiene le prossime settimane, quelle che separano il paese dalle elezioni. Ed è che il governo uscente (saranno Prodi e i suoi ministri a presiedere l’appuntamento di domani) si renda protagonista di azioni significative per quanto attiene le tematiche eticamente sensibili. Secondo la Santa Sede, eventuali iniziative in tema di famiglia e, in generale, riguardo alle tematiche inerenti la vita, non sarebbero prese in un momento legittimo e, dunque, non potrebbero interpretare il sentire della maggioranza del paese.
La seconda preoccupazione sono le tematiche internazionali. Senz’altro, con D’Alema, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il “ministro degli esteri” della Santa Sede, Dominique Mamberti, parleranno di Kosovo, Libano e Medio Oriente.
Poi il tema della laicità, tema direttamente connesso con le prossime elezioni e con il posizionamento dei politici e dei partiti cattolici. Al di là della volontà più volte espressa da parte vaticana in questi giorni (l’ultima ieri sull’Osservatore Romano) di sottolineare, realisticamente, la bontà sotto il profilo istituzionale dei rapporti Stato-Chiesa, c’è preoccupazione sul fronte dei rapporti tra politica e religione. Qui il discrimine sembra risiedere nel concetto che si dà al termine laicità. Se possa esistere, cioè, una laicità aperta all’esperienza religiosa, e dunque ai suggerimenti che questa esperienza ritiene di dovere dare anche alla politica, oppure se l’unica laicità possibile sia quella che punta a confinare l’esperienza religiosa nel recinto della coscienza individuale, non concedendo dunque alla Chiesa cattolica (come pure alle altre “Chiese”) una rilevanza nella vita pubblica.
Per dare voce alla Chiesa nella vita pubblica, molto possono ovviamente fare i cattolici impegnati in politica. Negli ultimi anni è stato soprattutto l’ex presidente della Cei, Camillo Ruini, a prodigarsi per una rappresentanza sparsa (in entrambi gli schieramenti) dei politici cattolici. Una rappresentanza che ha portato i suoi frutti e che ancora oggi il successore di Ruini, Angelo Bagnasco, e colui che intende avocare completamente a sé i rapporti con la politica, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, ritengono debba essere in tutti i modi salvaguardata.
Sia Bagnasco (la sua visione della situazione politica è in sintonia con quella di Ruini e del segretario della Cei, monsignor Giuseppe Betori) che Bertone stanno seguendo in questi giorni con parecchio interesse le evoluzioni dei politici e dei partiti cattolici. Chi guida la Cei, come pure chi guida la segreteria di Stato vaticana, sperava nell’alleanza dell’Udc, con tanto di simbolo e liste apparentate, con il Popolo della libertà. Allo stesso modo in cui si guardava e si guarda positivamente le candidature cattoliche all’interno del Pd, si sperava che un medesimo ruolo di rappresentanza delle istanze cattoliche Casini, Cesa e Buttiglione avessero potuto esercitarlo con Berlusconi all’interno di una compagine in cui hanno voce anche altri cattolici provenienti dalle fila di Forza Italia e An.
Ma la cosa non è stata possibile. E, allora, è evidente come oggi il difficile lavoro di Bagnasco e Betori (e dunque di Ruini) e di Bertone sia quello di capire se un partito di centro cattolico sia possibile e utile oppure no. “Centro affollato, strategia cercasi”, intitolava ieri un significativo articolo di Avvenire. E, in effetti, quale strategia sia possibile per raccogliere il maggior consenso alle nuove esperienze politiche di Udeur e Udc, come pure dalla Rosa Bianca, è l’interrogativo urgente ma largamente da sciogliere cui le gerarchie della Chiesa debbono rispondere.
E non è escluso che, a questo punto, anche per la Chiesa l’ipotesi di un centro unito che raggruppi insieme Udc, Udeur e Rosa Bianca non appaia del tutto fuori luogo. Sullo sfondo, infatti, c’è la paura che quel che resta dei cattolici nel Pd e nel Pdl (inclusa la non ancora definita collocazione della listo di scopo di Ferrara) non permetta una reale incidenza dei cattolici sulla scena politica. Certo, occorre anche valutare quanto peso possa avere, in termine di voti, un centro cattolico unito. Ma, forse, è nonostante tutto, soltanto questa è la strada percorribile.




















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