Ratzinger detta le nuove regole per le messe all’aperto

Che le liturgie pontificie stiano cambiando parecchio anche grazie all’arrivo del nuovo maestro delle cerimonie del Papa, il ligure di scuola siriana monsignor Guido Marini, è cosa risaputa. Dietro Marini ovviamente c’è il Papa, per il quale la liturgia di sempre va celebrata oggi in modo nuovo, come da tempo insomma non si è più fatto, e cioè seguendo passo-passo (nuovo o antico messale che sia) le regole, sì da offrire un insieme composto e rispettoso di quanto “accade”.
Della cosa, il Pontefice, ne ha parlato anche pochi giorni fa (il 7 febbraio), nel tradizionale e volutamente improvvisato botta e risposta che, come ogni anno all’inizio della Quaresima, avviene a porte chiuse tra lui e i sacerdoti e i diaconi di Roma. Tra le dieci domande rivolte a Ratzinger, una era dedicata alle messe celebrate con grandi folle, quelle – per intendersi – che sempre più sono divenute prassi consolidata nel pontificato di Giovanni Paolo II. Quelle, ancora, che per motivi logistici sono ad esempio sempre più frequenti nei ritiri spirituali dei grandi movimenti ecclesiali. Il Papa ha ascoltato in silenzio la domanda rivoltagli, ha risposto e poi, nei giorni seguenti, ha preso in merito una decisione importante.
Ma andiamo con ordine. La domanda posta al Pontefice era ineccepibile nella formulazione e recitava così: «Come conciliare il tesoro della liturgia in tutta la sua solennità con il sentimento, l’affetto e l’emotività delle masse di giovani chiamati a parteciparvi?». Benedetto XVI ha subito risposto che, in effetti, il problema esiste: «È un grande problema – ha detto – quello delle liturgie alle quali partecipano masse di persone».
Il Papa ha ricordato che tutto iniziò con la domanda, espletata nel 1960 durante il grande congresso eucaristico internazionale di Monaco, di come far sì che al centro di quegli avvenimenti vi fosse la celebrazione dell’eucaristia. Adorare, si disse a Monaco, lo si può fare anche a distanza, ma per celebrare è necessaria una comunità limitata che possa interagire con il mistero.
A Monaco in molti si espressero in modo negativo rispetto all’ipotesi della celebrazione dell’eucaristia all’aperto, magari con centomila persone e più. Ma fu il liturgista austriaco Josef Andreas Jungmann, uno degli architetti della riforma liturgica, a creare «il concetto di “statio orbis”» e dunque a legittimare le celebrazioni oceaniche: in sostanza, se esiste la “statio Romae”, e cioè il luogo dove i fedeli si raccolgono per poi andare insieme all’eucaristia, allora può esistere anche (è il caso dei congressi eucaristici) la “statio orbis”, e cioè il luogo di raccolta del mondo.
È grazie a Jungmann, insomma, che oggi ci sono le grandi celebrazioni di massa. Eppure, per Ratzinger, esse rappresentano un problema e un risposta definitiva – come ha detto lui stesso lo scorso 7 febbraio – «ancora non è stata trovata» anche perché, «se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore».
Intanto, ha detto il Papa, almeno occorre ritrovare «un certo stile per conservare quella dignità che è sempre necessaria per l’eucaristia». Nell’ultima grande celebrazione di massa cui Ratzinger ha partecipato, ad esempio, e cioè il recente raduno di Loreto, tutti i problemi di questa celebrazione si sono verificati e la cosa, ha detto, «non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione».
E così, ecco la soluzione, per ora ancora parziale, ma comunque necessaria, in vista delle prossime messe oceaniche: le due in occasione del viaggio apostolico negli Stati Uniti (il 17 aprile nel nuovo Nationals Park e il 20 aprile al Yankee Stadium di New York) e quelle previste in occasione della giornata mondiale della gioventù di Sydney. Negli Usa, e poi in Australia, il Papa ha deciso di non delegare più a terzi l’organizzazione delle celebrazioni. E così ha chiesto che, nei prossimi giorni, fosse il suo cerimoniere, monsignor Guido Marini, a volare oltre Oceano (sia Pacifico che Atlantico) col preciso incarico di studiare gli spazi adibiti per le funzioni liturgiche al fine di assumersi la responsabilità diretta dello svolgimento delle celebrazioni in quegli spazi. Affinché il risultato siano messe sì oceaniche, ma almeno segnate il più possibile da compostezza e rigore.


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