Padre Pio: la contro offensiva di Gaeta e Tornielli
29 febbraio 2008 -
«Come il lettore ha ormai potuto constatare, anche le più recenti accuse e gli ultimi sospetti contro il frate stimmatizzato, a una indagine attenta, scrupolosa e non inquinata dal pregiudizio si rivelano del tutto inconsistenti. Ci siamo proposti di fare chiarezza, ripercorrendo tutte le obiezioni sollevate contro padre Pio. Alla prova dei fatti, nessuna ha resistito».
Sono le parole conclusive – e per certi versi impietose – di “Padre Pio. L’ultimo sospetto. La verità sul frate delle stimmate” (Piemme, 239 pagine – 14,90 euro), fatica da ieri nelle librerie e firmata da Saverio Gaeta e Andrea Tornielli. Fatica uscita, volutamente, a seguito del recente lavoro di Sergio Luzzatto dedicato anch’esso al santo di Pietrelcina (“Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento” – Einaudi, 419 pagine – 24 euro), lavoro uscito lo scorso autunno e ripreso a nove colonne su tutti i principali mezzi di comunicazione calcando la mano su sospetti – per la verità antichi almeno tanto quanto il processo di canonizzazione del santo del Gargano – sul frate stigmatizzato e sulle sue stimmate: “Padre Pio, il giallo delle stigmate” e “Padre Pio, un immenso inganno”, furono, ad esempio, due titoli apparsi a tutta pagina sul Corriere della Sera. Titoli dai quali Luzzatto si discostò in quanto avrebbero riportato solo un aspetto della sua indagine su padre Pio, quella delle stimmate e dell’acido fenico. Ma, si chiedono Gaeta e Tornielli: «Chi ha suggerito al Corriere della Sera proprio l’anticipazione del capitolo sulle stimmate? Chi ha stabilito i titoletti interni ai capitoli, nei quali padre Pio viene definito “il piccolo chimico”, “un mistico da clinica psichiatrica”, il “cappuccino volante”, “il santo dei delatori”?».
Sono precisazioni importanti, quelle che Gaeta e Tornielli fanno scorrere nelle pagine del loro libro. Un lavoro che, almeno nei toni, si potrebbe inserire in una sorta di kulturkampf cattolico, ovvero una reazione a libri importanti che provano a fare luce su alcune zone d’ombra della storia italiana passata e recente. Come questo su Padre Pio o i libri contro le bugie di Dan Brown. Lo spirito è di attacco frontale a uno storico e al suo libro di successo, uno spirito che ricorda molto quello dei duri e puri della Resistenza contro Giampalo Pansa (autore che Luzzatto attaccò proprio come giornalista che si improvvisa storico e produce «confusione e chiacchiericcio sul passato»).
A conti fatti, però, gli attacchi di Gaeta e Tornelli sono puntuali e vanno a smascherare impietosamente alcune grossolane imprecisioni nella ricerca di Luzzatto. Tra queste, la questione relativa alla necessità di padre Pio di avere dell’acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi. Luzzatto si chiede perché mai padre Pio abbia fatto questa richiesta in segreto alla cugina di un farmacista amico, coinvolgendo nell’affaire l’autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo, senza cioè semplicemente richiedere il tutto al medico dei cappuccini.
Secondo Gaeta e Tornielli non è occorso troppo sforzo per trovare alcune possibili risposte. Innanzitutto in quei mesi anche a San Giovanni Rotondo si continuava a vivere nel clima di paura per l’epidemia influenzale spagnola, che rendeva necessaria una accurata disinfezione delle siringhe. Si può dunque ragionevolmente ipotizzare che episodicamente sostanze antisettiche come l’acido fenico mancassero nel paese e fosse perciò necessario dirigersi verso il capoluogo. Un’altra ipotesi realistica è il desiderio di padre Pio di non gravare sulle casse della comunità, in quanto, chiedendolo alla cugina di un farmacista amico, egli sapeva che il materiale gli sarebbe giunto gratuitamente. Mai, in ogni caso, l’acido fenico avrebbe potuto causare e mantenere le profonde lesioni del frate, che i medici Luigi Romanelli e Giorgio Festa avevano potuto osservare accuratamente, riscontrandone la profondità, come un foro che attraversava mani e piedi, ricoperto soltanto da una membrana di pelle e di croste sanguigne.
Luzzatto ha tirato fuori anche una seconda presunta “bomba”. Disse in un rapporto il farmacista Valentino Vista: «Dopo poco tempo dalla richiesta dell’acido fenico venne una seconda richiesta. [...] Appena la lessi mi venne il sospetto che i 4 gr. di veratrina richiesti da P. Pio servissero al medesimo per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani». Su questa punto, fu il visitatore apostolico Carlo Raffaello Rossi a mettere alle strette il cappuccino nell’interrogatorio del 15 giugno 1921: «Interr. Se abbia richiesto in passato la veratrina, e per quale scopo. Risp. Sì, lo ricordo benissimo. La richiesi, senza conoscerne neppur l’effetto, perché il P. Ignazio Segretario del Convento, una volta mi dette una piccola quantità di detta polvere per metterla nel tabacco e allora io la ricercai più che altro per una ricreazione, per offrire ai Confratelli tabacco che con piccola dose di questa polvere diviene tale da eccitare subito a starnutire».
Qual è stato il commento dello storico Luzzatto a tale riguardo? Nel suo libro ha sostenuto «la scarsa verosimiglianza di giustificazioni come queste», mentre in televisione ha affermato che «le spiegazioni che lui dava erano delle volte sorprendenti». Era sufficiente invece recarsi in biblioteca e consultare il volume “Medicamenta. Guida teorico-pratica per sanitari”, una specie di “bibbia” per i farmacisti, che già nell’edizione del 1914 propone folgoranti parole che tramortiscono le irrisioni di Luzzatto: «La veratrina del commercio è una polvere [...] assai irritante per le mucose e starnutatoria. [...] Polvere bianca, leggera, che irrita la congiuntiva ed eccita violentemente lo starnuto. [...] Fiutata provoca sternuti, lacrimazione e catarro nasale, spesso anche tosse».
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Oltre Alitalia, Prato si occupa dei conti del Vaticano
28 febbraio 2008 -
Che Maurizio Prato, presidente dell’Alitalia, l’uomo cioè che sta traghettando la compagnia di bandiera italiana verso l’accordo con Air France, sia divenuto ieri, per volere di Benedetto XVI, revisore internazionale presso la Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, è una notizia che, a conti fatti, rientra nella normale amministrazione delle nomine vaticane.
Prato, infatti, era fino a ieri consultore dello stesso dicastero e il fatto che oggi ne vada a ricoprire, unendosi a tante altre perone di fiducia, un ruolo più operativo significa semplicemente che anche oltre il Tevere c’è chi si fida di lui. E che, senz’altro, si fidano di lui il quasi 77enne cardinale Sergio Sebastiani (prossimo al pensionamento) e monsignor Vincenzo di Mauro, rispettivamente presidente e segretario del suddetto dicastero.
Oltre agli altri quattro uffici del Vaticano che hanno competenze finanziarie – l’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), il governatorato dello Stato della Città del Vaticano, la congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e lo Ior (l’Istituto per le Opere di Religione) – la prefettura degli Affari Economici è forse quello meno quotato (è uno dei pochi uffici dove il segretario non è arcivescovo ma soltanto vescovo), nonostante i suoi poteri siano parecchio importanti. Alla prefettura, infatti, spetta revisionare e controllare tutti i conti del Vaticano e la cosa, come è facilmente immaginabile, non è da poco. In fondo, se un ministero della Santa Sede deve assumere nuovo personale, è anche con la prefettura che deve in qualche modo confrontarsi.
La nomina di Maurizio Prato pare comunque che non sia il segnale di ulteriori cambiamenti negli altri uffici della Santa Sede che hanno competenze economiche. O comunque, non è il segnale che a breve arriveranno cambiamenti là dove solitamente gli occhi del mondo finanziario internazionale guardano con maggiore interesse. Ovvero allo Ior: in sostanza la banca vaticana. Qui la presidenza di Angelo Caloja non è messa in discussione e durerà senz’altro fino alla fine del mandato, ovvero fino al 2009.
Lo Ior, tra l’altro, ha appena subìto un riassetto che non ha toccato gli organi dirigenziali ma soltanto la ricomposizione della commissione cardinalizia di vigilanza, che ha il compito di verificare la fedeltà dell’Istituto alle norme statutarie secondo le modalità previste dallo stesso Statuto. Da questa, lo scorso fine settimana, è ufficialmente uscito l’attuale presidente, ovvero l’ex segretario di Stato vaticano Angelo Sodano. Benedetto XVI ha rinnovato la commissione con questi nomi: Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano; Attilio Nicora, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il Dialogo Inter-Religioso; Telesphore Placidus Toppo, arcivescovo di Ranchi; Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di São Paulo.
Altri cambiamenti allo Ior si sono fermati al primo ottobre 2007: era stato Paolo Cipriani a prendere il posto del direttore generale Lelio Scaletti. Cipriani, 53enne romano, sposato con due figli, prima di entrare in servizio allo Ior aveva prestato la propria attività presso il Banco di Santo Spirito e la Banca di Roma, svolgendo anche compiti di rappresentanza di questi istituti in Lussemburgo, a New York e a Londra.
Lo Ior, come ha spiegato domenica scorsa l’Osservatore Romano, è un «ente centrale della Chiesa». Gli utili conseguiti non vanno ad azionisti – che nel caso dell’ente non esistono – ma sono devoluti in favore di opere di religione e di carità. Tali, infatti, sono le finalità che sempre hanno motivato i Pontefici a creare uno strumento tecnico capace di contribuire a sostenere le innumerevoli opere di valore umano, sociale, religioso e culturale che la Chiesa cattolica svolge in tutto il mondo. Si pensi alle migliaia di ospedali e dispensari presenti nei paesi più poveri, ai centri sanitari che spesso si occupano di quei malati di cui nessuno si prende cura nelle zone più abbandonate; alle scuole o centri di formazione professionale di ogni livello nel campo educativo per la gioventù; alle diverse realtà di sostegno alle famiglie povere e all’infanzia abbandonata; alle numerose case e comunità di accoglienza per disabili, anziani e persone prive di qualunque tipo di assistenza. Nei paesi più poveri i missionari con la loro azione di evangelizzazione fattiva realizzano anche opere fondamentali per il sostentamento e il miglioramento della qualità della vita, mentre le comunità parrocchiali e religiose sparse capillarmente nel mondo intero – che promuovono nello spirito del Vangelo lo sviluppo integrale della persona umana – pongono le basi per una società più fraterna e solidale.
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Delle Foglie stila il vademecum cattolico
27 febbraio 2008 -
A Mimmo Delle Foglie se gli si dice che lo Stato è laico, quasi si offende. Già, perché lui, cattolico praticante, «lo sa bene che lo Stato è laico», ma insieme, sa bene quale sia il ruolo dei cattolici all’interno di questo Stato: «Noi – dice al Riformista -, lavoriamo a viso aperto nello spazio pubblico, contribuiamo a costruire le leggi e se ci sono leggi che non ci piacciono le rispettiamo ma anche le ostacoliamo. Nel senso che manifestiamo tutto il nostro dissenso. È questa la nostra azione di sempre, l’azione propria dei laici cattolici, non quindi, innanzitutto, della Chiesa». Già, perché la Chiesa, intesa come Cei e Vaticano, come gerarchie e vescovi, «è ai laici – spiega Delle Foglie – che ha dato il “mandato” di contribuire a costruire la società difendendo i principi cosiddetti etici, vita e famiglia soprattutto. E dove vita e famiglia sono attaccati, noi interveniamo per dire la nostra. È questa per noi la traccia segnata dai cardinali Ruini e Bagnasco e da Benedetto XVI, in scia al pontificato di Giovanni Paolo II. È anche quanto si apprestano a fare quest’oggi i cattolici del Partito democratico che si riuniranno al circolo Aldo Moro. Loro stanno dando l’esempio. Al di là delle differenze esistenti – ci sono cattolici democratici, adulti, popolari alla Fioroni e teodem – hanno deciso di lavorare assieme trovando una consonanza sui valori, in antitesi ovviamente a chi, nel Pd (vedi Veronesi e Radicali) questi stessi valori non può che combatterli».
Mimmo Delle Foglie, pugliese, 55 anni, recente organizzatore del Family Day, ex vicedirettore di Avvenire e, oggi, portavoce di Scienza & Vita ed editorialista per il giornale dei vescovi, L’Adige e La Gazzetta del Mezzogiorno, veste i panni dell’analista politico che cerca di ricostruire freddamente lo stato dell’arte della presenza cattolica nell’attuale situazione politica. Lo fa dalla sponda del Tevere dove lavora: il palazzo detto dei “cento preti”, un tempo ricovero per i sacerdoti della diocesi romana, oggi sede di due organizzazioni cruciali per il mondo delle associazioni cattoliche: il settore “vita” coordinato da Scienza & Vita, quello “società” da Retinopera. E presto qui si trasferirà anche il forum delle associazioni familiari, la lobby della “famiglia”.
L’associazionismo cattolico è una realtà variegata che guarda ai politici “dispersi” a sinistra come a destra, passando per il centro. «È vero – dice Delle Foglie -. Ormai i cattolici, sia liberali che popolari, hanno digerito il bipolarismo degli ultimi quindici anni. E oggi, è il caso di notarlo, si apprestano a fare i conti con un quadro nuovo. E cioè con il passaggio in atto dalla seconda alla terza Repubblica. Il quadro politico, infatti, è mutato in questo modo: c’è una «sinistra-vera», una «sinistra-centro», un «piccolo-ma-tenace-centro-cattolico», una «destra-centro» e una «destra-vera». È una ristrutturazione che ha come protagonisti indiscussi Walter Veltroni e Silvio Berlusconi ma nella quale determinante sarà il voto cattolico. Già, perché anche quarantamila voti in più basteranno per far vincere le elezioni alla destra o alla sinistra. Veltroni e Berlusconi l’hanno capito bene, tanto che si sono dati da fare per riaffermare che “i cattolici stanno con noi”. «Ma la verità è che i cattolici stanno dove meglio si sentono rappresentati e discriminanti saranno, ovviamente, le questioni etiche. Queste, per tanti di noi, saranno le tematiche cruciali, le principali per indirizzare il nostro voto».
Le questioni etiche sono dunque uno snodo fondamentale per il mondo dell’associazionismo cattolico. E, a conti fatti, è forse la sinistra a interpretare peggio questa priorità. Una volta la Chiesa si incontrava sul piano solidaristico con la sinistra mentre oggi – dice Delle Foglie – «la sinistra non capisce che sono i poveri, gli ultimi in stato di abbandono, che si lasciano soli al loro destino, quelli chiamati a pagare il prezzo più alto se non si cerca di fermare l’avanzata delle cosiddette tecnoscienze. Già, perché la vita di tutti, a cominciare dai più indifesi – penso agli anziani negli ospizi – sarà sempre di più in mano a terzi che in nome del progresso ne potranno fare l’uso che vorranno. Ecco allora per chi voteranno i cattolici: voteranno per chi a destra come a sinistra, come nel centro, difende la vita (dal concepimento alla morte naturale) e la famiglia». «Paolo VI – conclude Delle Foglie – disse che la politica è la più alta forma di carità. Nulla di più vero ancora oggi. I cattolici sono al servizio della politica e in essa intendono difendere ciò che ritengono sia bene per tutti».
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Quer pasticciaccio del “loft” scomunicato
26 febbraio 2008 -
Se anche Famiglia Cristiana arriva a criticare pesantemente la scelta di Veltroni di inserire nelle proprie liste i radicali Marco Pannella ed Emma Bonino, significa che il malcontento dei cattolici, soprattutto dei cattolici del Pd, è alle stelle. Già, perché Famiglia Cristiana non è l’Osservatore Romano, quotidiano fedele al Papa e ai suoi principi non negoziabili. E non è neppure Avvenire, quotidiano di riferimento della Cei, il quale, quanto a principi non negoziabili, è fedele al Pontefice tanto e come l’Osservatore.
Famiglia Cristiana è un’altra cosa. È rivista cattolica editata dai Paolini e più volte accusata di essere vicina, troppo vicina, alla sinistra italiana. Glielo disse pure Berlusconi, nella campagna elettorale del 2006, che erano troppo «comunisti». Glielo disse e il cavaliere arrivò a negare loro, per questo motivo, una bella intervista.
Berlusconi a parte, vicinanza o meno alla sinistra, resta il dato che sovente Famiglia Cristiana è stata giudicata da più parti un po’ troppo liberal. Come quando, anni fa, decise di uscire con una pubblicità con tanto di donna nuda a far bella mostra di sé. Come quando, nel 2006, ricevette parecchie critiche perché, rispondendo a un lettore che segnalava come, a causa della legge che favorisce l’aborto, in Italia muoiono ogni anno 130 mila bambini, spiegava che «non è la legge che uccide, ma sono le persone che optano per l’interruzione della gravidanza». Come a dire: la 194, in fondo, non è così male. E ancora, come quando un anno fa dedicò una copertina a Simone Cristiccchi, vincitore di Sanremo con una canzone sui manicomi e che secondo, alcune interpretazioni, chiudeva con un presunto incitamento al suicidio.
Eppure, questa volta, le cose vanno diversamente. Questa volta, anche l’indole liberal della rivista ha dovuto lasciare il posto all’indignazione per un’onta giudicata troppo grande. Si tratta, appunto, dell’annessione dei radicali all’interno del Pd, annessione che anche ai paolini pare davvero troppo. È uno scandalo, insomma, a cui i cattolici di sinistra debbono ribellarsi.
La critica è in uscita sul numero di Famiglia Cristiana in edicola domani. Si tratta di una critica inequivocabile e che testimonia come i cattolici del Pd, la candidatura dei radicali nel partito di cui fanno parte, l’hanno tutt’altro che digerita.
Pasticcio veltroniano in salsa pannelliana è il titolo dell’editoriale. Un titolo a cui seguono parole durissime: non soltanto, infatti, per Famiglia Cristiana la scelta di Veltroni di imbarcare nelle liste i radicali è fuori luogo, ma fuori luogo è pure «la scelta di candidare a Milano il professor Umberto Veronesi, autore di una sorta di manifesto per la “libera scelta di morire”, cioè l’eutanasia, anche se lui ha detto che si occuperà solo di migliorare la sanità in Italia». E via di questo passo, con affermazioni del tipo: «I radicali hanno una concezione “confessionale” della loro identità». E poi, il diniego verso le politiche che questi porteranno avanti: aborto, eutanasia, depenalizzazione della droga, fino all’abolizione del Concordato e dell’8 per mille, il tutto sopra «un’ideologia libertaria, in salsa pannelliana, alternativa alla storia e ai principi etici, economici e sociali di questo paese». Politiche che Famiglia Cristiana desume dall’ascolto di Radio Radicale, «dove quasi ogni giorno sono costantemente attaccati e messi alla berlina Papa, Chiesa e i valori cattolici».
Secondo Famiglia Cristiana «avrebbe ragione Beppe Fioroni, che invita a non preoccuparsi della pattuglia di radicali nelle liste del Pd, se si potesse esercitare il voto di preferenza. Ma siccome le liste sono bloccate un candidato o un altro fa la differenza, perché comporta da parte del partito l’assunzione di un progetto ideologico. Per questo occorre più chiarezza per rendere lineare il rapporto tra chi vota e chi chiede di essere votato. Nel Pd i cattolici non hanno intenzione di dar vita a una corrente confessionale. Chiedono però chiarezza sull’antropologia e i valori di riferimento».
Insomma, un bel guazzabuglio a cui non soltanto Famiglia Cristiana, ma pure la Chiesa italiana guarda con preoccupazione. Perché se l’idea del presenzialismo dei cattolici sia a destra che a sinistra è la linea ritenuta migliore, è pur vero che il diavolo e l’acqua santa è separati che dovrebbero stare e non, di certo, nello stesso partito.
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Se la Cina arruola il Papa contro Spielberg
23 febbraio 2008 -
Tutto è cominciato pochi giorni fa quando Steven Spielberg ha annunciato la propria rinuncia a collaborare come consulente artistico per l’organizzazione dei Giochi olimpici 2008, accusando Pechino di non fare abbastanza per risolvere la crisi del Darfur: un genocidio con oltre 200 mila morti e 2,5 milioni di sfollati dal 2003 del quale la politica della Cina in Africa è ritenuta da più parti corresponsabile, per non dire complice.
Apriti cielo. L’uscita di Spielberg, come logico, non è stata gradita dall’establishment del partito comunista cinese che tanto si sta dando da fare – e i Giochi olimpici vanno anche in questa direzione – per accreditarsi di fronte all’Occidente come paese avanzato non soltanto dal punto di vista economico (la cosa è facilmente dimostrabile), ma pure quanto a standard di democrazia e di civiltà e, in particolare, in merito ai fondamentali diritti umani.
Pechino non ha aspettato a lungo per rispondere per le rime a Spielberg. Oltre a dargli dell’«ingenuo» e definirlo come una persona «priva di senso comune», ha pensato bene di dimostrare l’infondatezza delle accuse del regista statunitense – alle quali hanno fatto eco accuse analoghe snocciolate da Mia Farrow sul quotidiano britannico The Independent – tirando in ballo il Vaticano. Proprio così. Accusata di collaborare a uno tra i più terribili genocidi in corso negli ultimi anni, Pechino ha risposto che, se così fosse, non si spiega come sia possibile che proprio in questo momento i rapporti tra la Cina e una delle diplomazie maggiormente attente ai diritti umani, appunto il Vaticano, siano ottimi, talmente ottimi che presto Benedetto XVI in persona si recherà in visita a Pechino. Insomma, quello che Giovanni Paolo II non è riuscito a fare in ventisei anni e mezzo di pontificato, riuscirebbe d’incanto a Benedetto XVI.
Autori di queste singolari affermazioni sono il direttore dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, Ye Xiaowen, e il vicepresidente dell’Associazione patriottica dei cattolici, Antonio Liu Bainian. In particolare è stato Ye a ricordare in occasione di un suo recente viaggio a Washington, come «la distanza fra le due parti» stia diventando «sempre minore». Mentre Liu è stato citato dal governo cinese per aver detto spesso di sognare il Papa che celebra messa a Pechino. Le cose stanno davvero così? I rapporti della Santa Sede con Pechino sono davvero così buoni da poter ritenere che, a breve, Joseph Ratzinger volerà oltre la Grande Muraglia?
Dalla Santa Sede non sono stati rilasciati commenti ufficiali. Anche perché, a conti fatti, la situazione sembra essere quella di sempre: all’orizzonte non si vedono grandi segnali di miglioramento nei rapporti, soprattutto a motivo del fatto che il problema della libertà religiosa in Cina, libertà ad oggi di fatto ancora negata, resta più che mai aperto e attuale. Tra l’altro, come ricorda Asianews, almeno due vescovi della Chiesa non ufficiale (monsignor Giacomo Su Zhimin, di Baoding e monsignor Cosma Shi Enxiang di Yixian) e uno della Chiesa ufficiale (monsignor Martin Wu Qinjing, di Zhouzhi , Shaanxi) sono ostaggi della polizia del paese rispettivamente da undici anni, sei anni e un anno. Vi sono, ancora, vescovi sotterranei in isolamento forzato, vescovi ufficiali controllati, vescovi morti in prigionia, sacerdoti condannati al lager e chi più ne ha più ne metta.
Ma c’è ancora un aspetto che occorre rilevare. Ye e Liu Bainian, i due funzionari che hanno dichiarato l’imminente viaggio del Papa in Cina, oltre a controllare (e ostacolare) da anni i movimenti della Chiesa sotterranea del paese, si sono sempre prodigati (e la Santa Sede conosce bene la situazione) per acuire, piuttosto che per svelenire, le tensioni tra Cina e Santa Sede, tensioni, appunto, dovute alle sofferenze alle quali sono costretti i cattolici clandestini che non accettano la sottomissione alla Chiesa patriottica. Recentemente, inoltre, sono stati proprio Ye e Liu Bainian a criticare pesantemente – con tanto di campagna diffamatoria – la Lettera che Benedetto XVI ha scritto la scorsa estate ai cattolici cinesi.
Come Spielberg, Benedetto XVI è stato accusato di «ignoranza» e di voler far ritornare la Chiesa in Cina a una situazione di «colonialismo». Il tutto nel perpetuo tentativo (fino ad oggi riuscito) di difendere «l’indipendenza» della Chiesa cinese, contro «l’ingerenza» della Santa Sede nelle nomine dei vescovi.
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I preti sposati e il ruolo del cardinale Hummes
22 febbraio 2008 -
La lettera è stata spedita e dovrebbe essere già arrivata sul tavolo del cardinale brasiliano Claudio Hummes, prefetto della congregazione per il clero. Firmata da un gruppo di sacerdoti brasiliani, il contenuto è una richiesta esplicita affinché il Vaticano ridiscuta la legge canonica che obbliga i preti al celibato. In particolare, si chiede l’istituzione di due tipi di sacerdozio: quello che prevede il celibato obbligatorio per i religiosi che fanno voto di castità nei rispettivi ordini e congregazioni, e un secondo tipo di sacerdozio, senza obbligo del celibato. Ma la notizia non è soltanto questa. Alla riunione che ha deciso la stesura della lettera – una convention nazionale terminata martedì a Indaiatuba, nello Stato di San Paolo – era presente lo stesso cardinale Claudio Hummes e, con lui, pure due vescovi, Esmeraldo Barreto de Farias, vescovo di Santarém, e, inoltre, l’attuale segretario della conferenza episcopale del Brasile nonché vescovo ausiliare di Rio de Janeiro, Dimas Lara Barbosa. Una presenza, quella del porporato e dei due presuli, che evidenzia come la richiesta venga dalle più alte cariche dell’episcopato brasiliano, Hummes compreso. In sostanza, colui che il Papa ha messo poco più di un anno fa a capo della congregazione per il clero – Hummes appunto – ha contribuito alla stesura di una lettera indirizzata a se stesso.
Vista la presenza in Brasile di Hummes, una cosa sola si può dire: mai come oggi le richieste a Benedetto XVI affinché la Chiesa riveda la posizione sul celibato sacerdotale sono forti e vengono direttamente dal cuore di Roma, dal di dentro insomma della curia romana. E vengono nonostante più volte lo stesso Pontefice abbia spiegato come la cosa non si possa mettere in discussione. Sull’argomento, infatti, non solo il Sinodo dei vescovi di due anni fa non ritenne di doversi pronunciare, ma pure Benedetto XVI nell’esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis scrisse nero su bianco che il celibato è «una ricchezza inestimabile» e «rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso».
Ciò su cui si fanno forza gli estensori della lettera – al suo interno è contenuta anche la richiesta di cambiare la nomina dei vescovi per renderla più democratica e di consentire ai divorziati che si siano rifatti una nuova famiglia di accedere ai sacramenti – è il fatto che per la Chiesa il celibato sacerdotale che non è un dogma ma solo una norma disciplinare. Il tutto nonostante questa norma poggi su una tradizione consolidata e su forti motivazioni, sia di carattere teologico-spirituale che pratico-pastorale, più volte ribadite anche dai Pontefici.
Nel dicembre del 2006 fu lo stesso Hummes – grande amico del presidente Luiz Inacio Lula da Silva – appena nominato da Benedetto XVI a capo del “ministero” del clero, a chiedere che del celibato sacerdotale la Chiesa tornasse a discutere. Subito dopo Hummes ritrattò ma, evidentemente, la cosa non finì lì.
Tra l’altro, occorre notare una curiosa coincidenza. Qualche giorno fa a chiedere l’abolizione del celibato è stato anche il neo presidente della conferenza episcopale tedesca (Dbk), Robert Zollitsch, già arcivescovo di Friburgo. In un’intervista a Der Spiegel, Zollitsch ha affermato di essere «contrario al divieto di riflessione» sulla possibilità di abbandonare l’obbligo del celibato. Che nel giro di una settimana esponenti della Chiesa brasiliana e tedesca facciano la stessa richiesta, sembra non essere un caso. Il legame tra Dbk e Chiesa brasiliana, infatti, è fortissimo a motivo degli ingenti sostentamenti economici che la Dbk devolve ai sacerdoti brasiliani.
Ma la pressione su Benedetto XVI negli ultimi mesi è venuta anche da altri due porporati, uno francese, l’altro inglese. Lo scorso dicembre è stato il cardinale francese Roger Etchegaray, presidente emerito del pontificio consiglio Giustizia e Pace e vicedecano del sacro collegio a dire, in un’intervista al quotidiano Le Parisien, che la questione «può essere discussa». E ancora, sempre lo scorso dicembre, ecco il cardinale inglese Cormac Murphy O’Connor, arcivescovo di Westminster, a dire al Financial Times: «Se lei mi chiede: “Pensa che la Chiesa possa cambiare e ordinare molti uomini sposati?”, la risposta è sì, è possibile».
E non è tutto. Pare che tre mesi fa, nella sede del seminario lombardo di Roma, nel corso di un ricevimento svoltosi nel giorno di san Carlo, sia stato un porporato italiano a prendere la parola e ad «assicurare» i seminaristi presenti che il celibato sacerdotale «sarà presto ammesso nella Chiesa». A conti fatti, resta da vedere come il Papa prenderà la cosa. Intanto, il segretario di Stato vaticano si trova a Cuba e difficilmente da lì potrà intervenire a dovere sull’argomento.
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Un banchiere in Vaticano per scrivere editoriali
21 febbraio 2008 -
Dovrebbero mancare poche settimane – si parla del 26 marzo, a quarant’anni dalla Populorum progressio di Paolo VI – all’uscita dell’enciclica di Benedetto XVI, la terza del suo pontificato, dedicata ai temi sociali e alla globalizzazione.
Tematica delicata, sulla quale Ratzinger è intervenuto svariate volte. La più incisiva, forse, durante l’Angelus del 23 settembre scorso: il profitto e, dunque, lo sviluppo economico, disse il Papa, non sono contro la dottrina sociale della Chiesa. Il problema, semmai, è l’uso che delle ricchezze accumulate si intende fare: se cioè queste siano ordinate o meno alla distribuzione per il bene di tutti.
Ed è anche in scia a questa visione “buona” del profitto che, significativamente, da qualche settimana l’Osservatore Romano si è dotato di un nuovo editorialista. Si tratta di un banchiere: Ettore Gotti Tedeschi, presidente per l’Italia del Banco di Santander nonché consigliere d’amministrazione del SanPaolo-Imi e della Cassa depositi e prestiti. Uno per il quale, all’origine del miglior capitalismo, altro non c’è se non il cristianesimo. Uno per il quale è l’etica cattolica la più adatta a gestire l’economia capitalistica globale. Uno per il quale, sulla scorta degli economisti medievali Giovanni Ceccarelli e Giacomo Todeschini, il capitalismo è nato “con il saio” nell’Italia del XIII secolo, mentre vengono dal protestantesimo le pecche che prendono il nome di affarismo, decisionismo, laissez-faire e legge del più forte.
È forse nell’ultimo libro di Gotti Tedeschi edito dall’Università Bocconi – “Spiriti animali. La concorrenza giusta” – che si evince meglio che altrove la sua idea di mercato. Scritto assieme ad Alberto Mingardi (direttore dell’Istituto Bruno Leoni), con la prefazione di Alessandro Profumo, il volume riflette sul grande problema che interessa l’Europa, e l’Italia in particolare: la perdita di competitività. E lo fa ponendo l’accento sul valore del mercato e della libera concorrenza come soluzioni per uscire da questa situazione: a prevalere sono lo svecchiamento meritocratico di una società ingessata, l’apertura delle professioni e il venir meno di quegli arroccamenti corporativi che creano garantiti e sconfitti sociali.
È questa l’idea di economia propria della Santa Sede? È così che Benedetto XVI intende il mercato? Difficile se non impossibile rispondere. Di certo c’è che l’ultimo editoriale di Gotti Tedeschi uscito sull’Osservatore – era il 13 febbraio – è stato parecchio apprezzato tra coloro che, oltre il Tevere, a una visione dell’economia statalista ne prediligono una più aperta, diciamo liberista. Scrive il banchiere: «Sostenere i più deboli è sempre un buon fine, farlo con modelli assistenzialistici è invece un cattivo mezzo perché invece di rafforzare l’individuo lo si indebolisce e persino lo si umilia». E giù indicazioni per passare da un’economia di Stato a una di mercato, un’economia che sappia valorizzare le piccole e medie imprese, l’uomo che fa, produce e, insieme, distribuisce.
Nel 2004 Gotti Tedeschi aveva fatto notizia per un altro libro intervista scritto assieme a Rino Cammilleri: Denaro e Paradiso (Piemme). Anche qui la morale cattolica viene presentata come favorevole allo sviluppo economico, purché, ovviamente, sia rispettosa della dignità della persona e dei suoi valori. Stessi concetti che sottolineò, in una prefazione al volume, anche l’attuale prefetto della congregazione per i vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re, uno tra i porporati d’oltre il Tevere che conosce meglio di altri il mondo economico-finanziario e le sue dinamiche. Stessi concetti a cui, come ha sottolineato Gotti Tedeschi nel libro scritto con Cammilleri, hanno guardato due importanti “fondatori” del cattolicesimo del secolo scorso: José Maria Escrivà de Balaguer, il santo fondatore dell’Opus Dei, e don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. Stessi concetti più volte richiamati anche da altri cattolici cosiddetti liberisti: Michael Novak, Robert Sirico, Dario Antiseri e Flavio Felice. E poi il maestro della scuola economica austriaca, Friedrich Hayek, e Samuel Huntington, autore di “The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order”.
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Rutelli riparte da Wojtyla e dalle cinquanta chiese
19 febbraio 2008 -
La citazione di Wojtyla non è casuale. Rutelli, ieri, nell’annunciare ufficialmente la decisione di candidarsi – per la seconda volta – a sindaco di Roma, ha chiuso il suo intervento con l’ormai storica frase che Giovanni Paolo II pronunciò il 26 febbraio del 2004 durante l’udienza ai parroci romani: «Buon lavoro. Mi verrebbe da dire “damose da fa”».
Una frase scherzosa, certo, ma che a suo modo testimonia come Rutelli si consideri, e probabilmente sia, un candidato per così dire ecumenico, che, almeno sulla carta, può correre senza rivali in grado di impensierirlo. E quindi anche con il consenso, implicito, di un’istituzione che nella capitale conta più che in ogni altra parte del mondo, anche in termini di voti. Stiamo parlando ovviamente del Vaticano e del vicariato di Roma: 338 parrocchie, diverse centinaia di sacerdoti e di suore, i seminari, gli ordini religiosi, la rete delle associazioni legate alla diocesi.
Rutelli, anche nelle scorse settimane, non ha mancato di sondare il terreno oltre le sacre mura. Tutto è iniziato (ma sarebbe più giusto dire: è ricominciato) lo scorso 1° febbraio quando si è recato nella basilica di San Giovanni in Laterano per i quarant’anni della comunità di Sant’Egidio. Da qui, rinnovata l’amicizia antica e consolidata con uno tra i movimenti ecclesiali più attivi e radicati nella capitale, ha dato il via a un tour di due settimane per verificare quanto fosse ancora saldo il suo rapporto con la città che conta, Chiesa naturalmente inclusa. Partendo da un rapporto di stima e di fiducia di lunga data, quello con il segretario di Stato vaticano Tarciso Bertone. Un rapporto che nel tempo Rutelli ha badato bene a tener vivo: incontri, contatti telefonici, e anche un viaggio in elicottero, quando (era il 17 giugno) fu proprio il vicepremier ad accompagnare Bertone ad Assisi, dove il Papa si era recato per una visita pastorale di un giorno.
Sposato in chiesa con Barbara Palombelli dall’ex prefetto delle Chiese Orientali, il cardinale Achille Silvestrini, e considerato affidabile sui temi considerati “non negoziabili” dalla Chiesa (un’affidabilità guadagnata sul campo anche con l’appoggio pubblico alla scelta astensionista nel referendum sulla fecondazione assistita caldeggiata dal cardinal Ruini), Rutelli può mettere sul piatto della sua candidatura anche le cinquanta nuove chiese costruite durante il suo primo mandato di sindaco della capitale negli anni Novanta. Non c’è dubbio che anche adesso, in questa fase di campagna elettorale, il Vaticano continui a considerare il radicale di un tempo come un interlocutore importante, e anche come un possibile alleato, per stoppare eventuali iniziative del governo uscente sulle questioni eticamente sensibili, a cominciare dall’improbabile, ma pur sempre possibile, licenziamento delle nuove linee guida sulla fecondazione artificiale.
Insomma, un curriculum importante, quello di Rutelli, al quale nessuno sembra in grado di contrapporre qualcosa di altrettanto significativo. O meglio, uno ci sarebbe: Giuliano Ferrara. Nei sacri palazzi nessuno si sbilancia, ma l’impressione è che il direttore del Foglio, se davvero decidesse di entrare in campo nella contesa per il Campidoglio, potrebbe dare del filo da torcere a Rutelli. Anche perché, se i rapporti con il Vaticano e il vicariato di Roma di Rutelli sono storicamente maggiori, non c’è dubbio che Ferrara abbia riguadagnato negli ultimi anni parecchio terreno, e che a lui guardi con più simpatia una parte consistente delle parrocchie e dei sacerdoti. Non è un caso, infatti, che Ferrara abbia fatto il pieno nei teatri della capitale quando ha presentato, anche con esponenti della curia romana, il libro di Ratzinger dedicato a Gesù. E non c’è ovviamente dubbio che la campagna per la moratoria sull’aborto, che pure ha incontrato consensi anche in una parte del mondo laico, è una battaglia che scalda in primo luogo i cuori di settori consistenti di un mondo cattolico che può vedere in lui il paladino della difesa di quei valori non negoziabili per la quale papa Ratzinger si spende senza riserve sin dall’inizio del suo pontificato.
Da un paio di mesi, tra l’altro, si segnala un’attenzione assai alta a questi temi anche da parte di due media vaticani che storicamente preferivano dedicarsi di più alla vita e alla missione della Chiesa che ad analisi e interventi diretti sulle questioni più rilevanti nel dibattito pubblico, l’Osservatore Romano di Gian Maria Vian e l’agenzia Fides di Luca De Mata. Quest’ultima ha recentemente deciso il raddoppio dei lanci, dedicando giornalmente diverse notizie al mondo di internet e, in questo mondo, a quei siti che difendono senza mediazione la vita dal concepimento alla sua fine naturale.
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Se un centro cattolico (forse) non dispiace alla Cei
18 febbraio 2008 -
Cade nel corso di una campagna elettorale difficile e incerta l’annuale celebrazione della firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) e dell’Accordo di modificazione del Concordato tra Stato e Chiesa (18 febbraio 1984). Domani, nella sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, saranno le più alte cariche dello Stato e del Vaticano a incontrarsi concedendosi, tra un brindisi e un altro, anche pochi minuti di confronto a porte chiuse. Organizzatore dell’evento è Antonio Zanardi Landi, neo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, il quale, nel corso del 2007, ha preso il posto di Giuseppe Balboni Acqua.
La prima preoccupazione vaticana attiene le prossime settimane, quelle che separano il paese dalle elezioni. Ed è che il governo uscente (saranno Prodi e i suoi ministri a presiedere l’appuntamento di domani) si renda protagonista di azioni significative per quanto attiene le tematiche eticamente sensibili. Secondo la Santa Sede, eventuali iniziative in tema di famiglia e, in generale, riguardo alle tematiche inerenti la vita, non sarebbero prese in un momento legittimo e, dunque, non potrebbero interpretare il sentire della maggioranza del paese.
La seconda preoccupazione sono le tematiche internazionali. Senz’altro, con D’Alema, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il “ministro degli esteri” della Santa Sede, Dominique Mamberti, parleranno di Kosovo, Libano e Medio Oriente.
Poi il tema della laicità, tema direttamente connesso con le prossime elezioni e con il posizionamento dei politici e dei partiti cattolici. Al di là della volontà più volte espressa da parte vaticana in questi giorni (l’ultima ieri sull’Osservatore Romano) di sottolineare, realisticamente, la bontà sotto il profilo istituzionale dei rapporti Stato-Chiesa, c’è preoccupazione sul fronte dei rapporti tra politica e religione. Qui il discrimine sembra risiedere nel concetto che si dà al termine laicità. Se possa esistere, cioè, una laicità aperta all’esperienza religiosa, e dunque ai suggerimenti che questa esperienza ritiene di dovere dare anche alla politica, oppure se l’unica laicità possibile sia quella che punta a confinare l’esperienza religiosa nel recinto della coscienza individuale, non concedendo dunque alla Chiesa cattolica (come pure alle altre “Chiese”) una rilevanza nella vita pubblica.
Per dare voce alla Chiesa nella vita pubblica, molto possono ovviamente fare i cattolici impegnati in politica. Negli ultimi anni è stato soprattutto l’ex presidente della Cei, Camillo Ruini, a prodigarsi per una rappresentanza sparsa (in entrambi gli schieramenti) dei politici cattolici. Una rappresentanza che ha portato i suoi frutti e che ancora oggi il successore di Ruini, Angelo Bagnasco, e colui che intende avocare completamente a sé i rapporti con la politica, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, ritengono debba essere in tutti i modi salvaguardata.
Sia Bagnasco (la sua visione della situazione politica è in sintonia con quella di Ruini e del segretario della Cei, monsignor Giuseppe Betori) che Bertone stanno seguendo in questi giorni con parecchio interesse le evoluzioni dei politici e dei partiti cattolici. Chi guida la Cei, come pure chi guida la segreteria di Stato vaticana, sperava nell’alleanza dell’Udc, con tanto di simbolo e liste apparentate, con il Popolo della libertà. Allo stesso modo in cui si guardava e si guarda positivamente le candidature cattoliche all’interno del Pd, si sperava che un medesimo ruolo di rappresentanza delle istanze cattoliche Casini, Cesa e Buttiglione avessero potuto esercitarlo con Berlusconi all’interno di una compagine in cui hanno voce anche altri cattolici provenienti dalle fila di Forza Italia e An.
Ma la cosa non è stata possibile. E, allora, è evidente come oggi il difficile lavoro di Bagnasco e Betori (e dunque di Ruini) e di Bertone sia quello di capire se un partito di centro cattolico sia possibile e utile oppure no. “Centro affollato, strategia cercasi”, intitolava ieri un significativo articolo di Avvenire. E, in effetti, quale strategia sia possibile per raccogliere il maggior consenso alle nuove esperienze politiche di Udeur e Udc, come pure dalla Rosa Bianca, è l’interrogativo urgente ma largamente da sciogliere cui le gerarchie della Chiesa debbono rispondere.
E non è escluso che, a questo punto, anche per la Chiesa l’ipotesi di un centro unito che raggruppi insieme Udc, Udeur e Rosa Bianca non appaia del tutto fuori luogo. Sullo sfondo, infatti, c’è la paura che quel che resta dei cattolici nel Pd e nel Pdl (inclusa la non ancora definita collocazione della listo di scopo di Ferrara) non permetta una reale incidenza dei cattolici sulla scena politica. Certo, occorre anche valutare quanto peso possa avere, in termine di voti, un centro cattolico unito. Ma, forse, è nonostante tutto, soltanto questa è la strada percorribile.
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Ratzinger detta le nuove regole per le messe all’aperto
16 febbraio 2008 -
Che le liturgie pontificie stiano cambiando parecchio anche grazie all’arrivo del nuovo maestro delle cerimonie del Papa, il ligure di scuola siriana monsignor Guido Marini, è cosa risaputa. Dietro Marini ovviamente c’è il Papa, per il quale la liturgia di sempre va celebrata oggi in modo nuovo, come da tempo insomma non si è più fatto, e cioè seguendo passo-passo (nuovo o antico messale che sia) le regole, sì da offrire un insieme composto e rispettoso di quanto “accade”.
Della cosa, il Pontefice, ne ha parlato anche pochi giorni fa (il 7 febbraio), nel tradizionale e volutamente improvvisato botta e risposta che, come ogni anno all’inizio della Quaresima, avviene a porte chiuse tra lui e i sacerdoti e i diaconi di Roma. Tra le dieci domande rivolte a Ratzinger, una era dedicata alle messe celebrate con grandi folle, quelle – per intendersi – che sempre più sono divenute prassi consolidata nel pontificato di Giovanni Paolo II. Quelle, ancora, che per motivi logistici sono ad esempio sempre più frequenti nei ritiri spirituali dei grandi movimenti ecclesiali. Il Papa ha ascoltato in silenzio la domanda rivoltagli, ha risposto e poi, nei giorni seguenti, ha preso in merito una decisione importante.
Ma andiamo con ordine. La domanda posta al Pontefice era ineccepibile nella formulazione e recitava così: «Come conciliare il tesoro della liturgia in tutta la sua solennità con il sentimento, l’affetto e l’emotività delle masse di giovani chiamati a parteciparvi?». Benedetto XVI ha subito risposto che, in effetti, il problema esiste: «È un grande problema – ha detto – quello delle liturgie alle quali partecipano masse di persone».
Il Papa ha ricordato che tutto iniziò con la domanda, espletata nel 1960 durante il grande congresso eucaristico internazionale di Monaco, di come far sì che al centro di quegli avvenimenti vi fosse la celebrazione dell’eucaristia. Adorare, si disse a Monaco, lo si può fare anche a distanza, ma per celebrare è necessaria una comunità limitata che possa interagire con il mistero.
A Monaco in molti si espressero in modo negativo rispetto all’ipotesi della celebrazione dell’eucaristia all’aperto, magari con centomila persone e più. Ma fu il liturgista austriaco Josef Andreas Jungmann, uno degli architetti della riforma liturgica, a creare «il concetto di “statio orbis”» e dunque a legittimare le celebrazioni oceaniche: in sostanza, se esiste la “statio Romae”, e cioè il luogo dove i fedeli si raccolgono per poi andare insieme all’eucaristia, allora può esistere anche (è il caso dei congressi eucaristici) la “statio orbis”, e cioè il luogo di raccolta del mondo.
È grazie a Jungmann, insomma, che oggi ci sono le grandi celebrazioni di massa. Eppure, per Ratzinger, esse rappresentano un problema e un risposta definitiva – come ha detto lui stesso lo scorso 7 febbraio – «ancora non è stata trovata» anche perché, «se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore».
Intanto, ha detto il Papa, almeno occorre ritrovare «un certo stile per conservare quella dignità che è sempre necessaria per l’eucaristia». Nell’ultima grande celebrazione di massa cui Ratzinger ha partecipato, ad esempio, e cioè il recente raduno di Loreto, tutti i problemi di questa celebrazione si sono verificati e la cosa, ha detto, «non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione».
E così, ecco la soluzione, per ora ancora parziale, ma comunque necessaria, in vista delle prossime messe oceaniche: le due in occasione del viaggio apostolico negli Stati Uniti (il 17 aprile nel nuovo Nationals Park e il 20 aprile al Yankee Stadium di New York) e quelle previste in occasione della giornata mondiale della gioventù di Sydney. Negli Usa, e poi in Australia, il Papa ha deciso di non delegare più a terzi l’organizzazione delle celebrazioni. E così ha chiesto che, nei prossimi giorni, fosse il suo cerimoniere, monsignor Guido Marini, a volare oltre Oceano (sia Pacifico che Atlantico) col preciso incarico di studiare gli spazi adibiti per le funzioni liturgiche al fine di assumersi la responsabilità diretta dello svolgimento delle celebrazioni in quegli spazi. Affinché il risultato siano messe sì oceaniche, ma almeno segnate il più possibile da compostezza e rigore.
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