Il discorso della Sapienza è pronto. La Santa Sede teme per la traduzione
15 gennaio 2008 -
Dalle 10.50 alle 12.35 – tanti sono i minuti in cui, secondo il programma che girava ieri in Vaticano, Benedetto XVI rimarrà dopodomani alla Sapienza in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico – c’è tempo, parecchio tempo, per pronunciare, se non proprio una “lectio magistralis” come inizialmente avrebbe dovuto essere, quanto meno un ampio e articolato discorso.
Il Papa è intenzionato a sfruttarli tutti per leggere, come faceva un tempo quando insegnava nelle facoltà teologiche tedesche, un testo scritto di suo pugno, lungo e articolato, culturalmente molto impegnato. Dedicato, con ogni probabilità, al rapporto tra fede e ragione, tra scienza e fede. Senza tuttavia entrare direttamente nelle critiche di questi giorni, quelle cioè relative a un discorso che egli pronunciò nel 1990 e nel quale citò (senza per la verità fare sue queste parole) Feyerabend che difendeva la Chiesa contro Galileo.
Il Vaticano, ovviamente, difende la legittimità della visita. Le uniche preoccupazioni, più che dalle proteste e dalle manifestazioni programmate fuori dall’Aula Magna, vengono dall’interno delle sacre mura. Già, perché la domanda che circola in curia è: chi tradurrà in italiano il testo scritto in tedesco dal Papa? La sezione di lingua tedesca della segreteria di Stato (sarebbe l’ufficio competente) oppure la tedesca Ingrid Stampa, ex colf di Ratzinger, che oggi, assunta alle dipendenze di monsignor Sardi all’interno della stessa segreteria di Stato, non sempre si segnala (con conseguenze da non sottovalutare) per rigorosità e precisione nelle traduzioni dei testi papali?
Discorso a parte, Benedetto XVI tiene parecchio alla visita di giovedì. Instaurare un serio dialogo con il mondo accademico è azione che egli ritiene fondamentale in quanto è anche grazie a questo dialogo che è possibile una più efficace opera di evangelizzazione e di divulgazione della fede. E, in generale, è al mondo accademico che il Papa rivolge gran parte delle sue attenzioni. In primo luogo al mondo accademico “intra” ecclesiale e cioè a quello delle facoltà pontificie e degli istituti religiosi dove, insomma, studiano e si formano i futuri sacerdoti e religiosi.
Proprio in questi giorni in Vaticano, in coincidenza con la visita del Papa alla Sapienza, ha iniziato a lavorare a pieno regime il nuovo segretario della congregazione per l’educazione cattolica, il domenicano francese, monsignor Jean-Louis Bruguès, fino a poche settimane fa vescovo di Angers. Teologo moralista, appartenente alla scuola domenicana di pensiero tomista, Bruguès si segnala tra i suoi confratelli francesi per un particolare attaccamento alle tradizioni dell’ordine. Una caratteristica, quest’ultima, propria della Provincia domenicana di Toulouse, dalla quale il neo numero due del “ministero” per l’educazione cattolica proviene. A Toulouse, il motto domenicano “Contemplari et contemplata aliis tradere” (contemplare e trasmettere agli altri ciò che si è contemplato), non è un “optional” quanto la regola da mettere in pratica nel sottofondo di ogni giornata.
Bruguès ricevette una certa attenzione da parte del mondo dei media nel marzo del 1997 quando lavorò per la pubblicazione sull’Osservatore Romano di un lungo “excursus” dedicato al tema “Antropologia Cristiana e omosessualità”. Fu in particolar modo l’Unità che lo criticò ritenendo che le sue posizioni fossero degne di entrare all’interno di una «Summa teologica dell’omosessualità».
In queste ore, Bruguès e il prefetto dell’educazione cattolica, il cardinale polacco Zenon Grocholewski, attendono con particolare attenzione il discorso del Pontefice alla Sapienza. Dal testo anch’essi potranno desumere importanti indicazioni da mettere in pratica all’interno del proprio operato. In particolare, intorno alla necessità di mettere in campo un confronto con la cultura contemporanea senza dimenticare le verità proprie della fede. Una metodica, quest’ultima, che Ratzinger ha fatto propria fin dagli anni in cui ha voluto incontrare varie personalità del mondo accademico e culturale nel cosiddetto “Ratzinger Schuelerkreis”, un circolo formato da alcuni suoi ex alunni e che sul finire delle ultime due estati è tornato a riunirsi nella residenza estiva papale di Castelgandolfo.
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Ruini verso l’addio. A Roma in arrivo un canonista
12 gennaio 2008 -
Il prossimo 17 aprile il cardinale Agostino Vallini, prefetto del supremo tribunale della Segnatura Apostolica, compirà 68 anni. Per quella data, con ogni probabilità (manca l’annuncio ufficiale e, di per sé, le cose potrebbero ancora cambiare), egli potrà già essere nominato vescovo vicario del Papa per la diocesi di Roma al posto del cardinale Camillo Ruini.
Della cosa pare ne abbia voluto parlare ieri mattina lo stesso Pontefice ricevendo in udienza in Vaticano i diretti interessati. Oltre a Vallini e Ruini, Benedetto XVI ha convocato all’ultimo piano del palazzo apostolico anche monsignor Velasio De Paolis, segretario del medesimo Supremo Tribunale, il quale dovrebbe prendere il posto fino a oggi occupato da Vallini: un esperto giurista nel giusto ruolo.
Il nome di Vallini è un’“invenzione” tutta del segretario di Stato Tarcisio Bertone. Vallini uscirebbe vincitore da una terna che vedeva “gareggiare” – dopo l’“esclusione” dalla lista di monsignor Betori e monsignor Fisichella – anche i nomi del cardinale Comastri (vicario generale del Papa per lo Stato della Città del Vaticano, arciprete di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro) e del cardinale Angelo Scola (patriarca di Venezia).
Vallini, in questi anni, ha sempre mantenuto un profilo basso. Non ha praticamente mai concesso interviste ai media e la cosa è piaciuta sia a Bertone che, ovviamente, allo stesso Ratzinger. Tra l’altro, nell’ottica voluta da Bertone secondo la quale alla segreteria di Stato spetta la conduzione dei rapporti con il mondo della politica, Vallini risponde perfettamente allo scopo non avendo particolari mire in questo senso. E col fatto che il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, risiede a Genova, la strada per Bertone sarebbe in questo senso ancora di più in discesa.
Nato a Poli, un piccolo paese in provincia di Roma (diocesi di Tivoli) dove suo padre, maresciallo dei carabinieri di origini toscane, prestava servizio, Vallini fu costretto in giovane età a ritirarsi con la mamma e una sorella in provincia di Viterbo, a Corchiano. Il padre, infatti, venne arrestato dai tedeschi e deportato in Germania. Fu a Corchiano che il piccolo Agostino frequentò le scuole elementari e fu qui che, per volere del parroco, don Domenico Anselmi, divenne chierichetto. Finita la guerra, la famiglia si riunì assieme prima a Caserta e poi, nel 1951, a Napoli, seguendo sempre gli impegni lavorativi del padre.
Fu la morte della mamma, nel 1952, che segnò profondamente la vita di Agostino. Sul finire del 1952, infatti, decise di entrare nel seminario di Napoli, prima al minore e poi al maggiore, ove rimase dodici anni percorrendo tutte le tappe della formazione al sacerdozio.
Ordinato prete il 19 luglio 1964 dal vescovo ausiliare di Napoli, Vittorio Longo, per volere dell’arcivescovo, il cardinale Alfonso Castaldo, Agostino ricorda tra i suoi principali maestri in seminario i rettori Giovanni Bandino e Ciriaco Scanzillo e i professori Domenico Mallardo, Vitale De Rosa, Antonio Ambrosanio, Luigi Diligenza, Edoardo Davino.
Studioso di ecclesiologia, lo sbarco di Agostino a Roma avvenne nel 1964 quando prese la specializzazione in diritto canonico in vista del futuro insegnamento nella facoltà teologica partenopea. Gli anni romani furono molto intensi, vissuti nel clima del post Concilio. Il dottorato lo ottenne alla Lateranense in “utroque iure” dove apprese la scienza canonistica da Anastasio Gutiérrez, Giacomo Violardo, Pietro Pavan, Pio Ciprotti, Emilio Betti, Guido Gonella, Gabrio Lombardi, Andrea Bride, Zaccaria Varalta, Pietro Tocanel.
Dopo due anni passati a Napoli e altri ancora alla Laternanse come docente di diritto pubblico ecclesiastico, nel 1978 divenne rettore del seminario maggiore di Napoli, ufficio ricoperto fino al 1987, quando divenne decano della sezione “San Tommaso” della facoltà teologica dell’Italia Meridionale.
Il 23 marzo 1989 Giovanni Paolo II lo ha eletto vescovo ausiliare di Napoli e poi vicario generale. Era ben visto dal cardinale Giordano che lo avrebbe voluto come suo successore ad arcivescovo della città partenopea. Ma dopo undici anni di servizio a Napoli, nel 1999, venne trasferito alla Chiesa suburbicaria di Albano, ove ha esercitato il ministero episcopale per cinque anni. Prefetto del supremo tribunale della Segnatura Apostolica dal 2004, lo scorso marzo Benedetto XVI lo ha creato cardinale.
Ipotizzare oggi una data per l’eventuale annuncio della nomina non è cosa facile. Il prossimo 17 gennaio Benedetto XVI sarà in visita all’università la Sapienza e, in quell’occasione, dovrebbe essere ancora Ruini il vescovo incaricato di accoglierlo nella sua città.
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Parla Sant’Egidio: «Ratzinger non ha sconfessato Veltroni»
11 gennaio 2008 -
«Le parole che il Papa ha rivolto ieri a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra non sono state certamente né una benedizione né una cambiale in bianco, ma personalmente non le ho viste come una bocciatura per il cosiddetto “modello Roma”. Immagino che da molti vengano interpretate così, ma io non lo faccio. Mi sono sembrate, piuttosto, parole appassionate che, in quanto vescovo di Roma, il Papa ha voluto dedicare a quella che è la sua città. Parole che evidenziano una conoscenza precisa dei problemi della capitale e, insieme, l’auspicio che le istituzioni facciano di più di quanto già non stiano facendo. Tanto can-can mediatico credo sia dovuto più che altro al fatto che Veltroni, oltre che sindaco di Roma, è anche leader del Pd ed è per questo motivo che ogni parola riferita a lui viene letta immediatamente in chiave politica. Ma non mi risulta che il Pontefice intervenga mai direttamente sulle specifiche questioni politiche di un paese o di una città. Semmai dà delle indicazioni generali affinché le situazioni particolari migliorino. Tra l’altro, occorre leggere nella sua interezza il discorso di ieri del Papa, fino a cogliere il passaggio in cui Benedetto XVI ha spiegato che, anche se cambiano i tempi e le situazioni, non si indeboliscono e non si attenuano il suo amore e la sua sollecitudine per tutti coloro che vivono in queste terre tanto profondamente segnate dalla grande e vivente eredità del cristianesimo».
Legge così con il Riformista, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio, il discorso, breve ma puntuto, che ieri mattina Benedetto XVI ha rivolto, come consuetudine all’inizio di ogni anno, agli amministratori del Lazio. Un discorso diverso da quello pronunciato dodici mesi fa in quanto, oltre a richiamare l’attenzione sui princìpi generali che vanno sempre e comunque difesi (vedi alla voce «famiglia fondata sul matrimonio» e agli attacchi «insistenti e minacciosi» contro di essa), il papa ha elencato con precisione diverse problematiche sociali che attanagliano la città di Roma: l’emergenza educativa, il «gravissimo degrado di alcune aree», «la sicurezza dei cittadini», le difficoltà create dall’immigrazione, la povertà che colpisce anche ambienti «che sembravano esserne al riparo» e poi il problema degli alloggi, la mancanza di lavoro, i salari bassi, la drammatica situazione della sanità e soprattutto delle strutture sanitarie cattoliche.
Circa un mese fa l’inserto di Avvenire curato dal vicariato di Roma (RomaSette) aveva attaccato con un editoriale la proposta di istituire un registro per le coppie di fatto al Campidoglio e, in un certo senso, aveva lanciato un avvertimento a Veltroni. Ma, ieri, le critiche del Pontefice sono state a tutto tondo e chi pensava che dopo la mancata approvazione del registro delle unioni civili Veltroni potesse in qualche modo passare all’incasso in Vaticano, ha probabilmente dovuto ricredersi.
Per Marazziti, comunque, che conosce bene la Roma del disagio essendo in primis impegnato nelle tante iniziative sociali promosse da Sant’Egidio -, i problemi segnalati dal Pontefice esistono ma non sono stati elencati per sconfessare l’operato delle istituzioni, quanto per incoraggiare queste ultime a fare meglio. E poi, dice Marazziti, i problemi di Roma «non sono diversi da quelli che hanno le principali città italiane». «Qui – spiega – le emergenze sociali emergono con più forza per la peculiarità di questa città, ma non è che la situazione sia differente altrove. Il Papa, insisto, ha parlato nel pieno rispetto dei ruoli e con paternità ha semplicemente voluto richiamare i nodi da risolvere per il bene di tutti».
In particolare, Marazziti evidenzia come nelle parole che il Pontefice ha dedicate all’uccisione di Giovanna Reggiani vi sia un richiamo importante affinché «quella sicurezza che deve essere garantita ai cittadini sia anche data agli immigrati che, come ha appunto detto Benedetto XVI, devono aver garantito almeno il minimo indispensabile per una vita onesta e dignitosa». E ancora: «Proprio in quell’occasione abbiamo assistito per la prima volta a preoccupanti episodi di razzismo contro gli immigrati e la cosa va denunciata».
Un richiamo forte il Papa lo ha dedicato alla sanità del Lazio che attraversa gravi difficoltà , chiedendo che le strutture sanitarie cattoliche non siano penalizzate nella «distribuzione delle risorse». «Il problema – sostiene Marazziti – esiste, ma non si può dimenticare che il dissesto della sanità viene da anni di mala gestione che non sono imputabili alla presente amministrazione».
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L’esordio vaticano da leader del Pd. Veltroni ascolta l’agenda di Ratzinger
10 gennaio 2008 -
Walter Veltroni, negli anni passati, già aveva partecipato in qualità di sindaco di Roma alle udienze che, come vuole la tradizione, il Papa concede ai rappresentanti degli enti locali del Lazio al finire delle festività natalizie: un incontro storicamente speciale visti i vincoli profondi e insieme antichi che uniscono il successore di Pietro alla città di Roma.
Ma l’udienza del 2008 in programma quest’oggi nella sala Clementina del Vaticano – la terza del pontificato di Ratzinger, la terza a cui partecipano assieme, oltre a Veltroni, Enrico Gasbarra e Piero Marrazzo – ha per lui un sapore differente in quanto è la prima a cui egli prende parte da leader del Partito democratico, un progetto politico osservato con attenzione dalla Santa Sede anche a motivo dell’eterogeneità delle forze (cattoliche e laiche) che ne fanno parte.
Come negli appuntamenti precedenti, il Pontefice si premunirà di offrire alle tre amministrazioni presenti alcuni spunti di riflessione per una politica territoriale consona all’idea di società propria della dottrina sociale della Chiesa. Spunti di riflessione, dunque – e non diktat -, spunti che, dal punto di vista del Vaticano, si inseriscono in un naturale terreno di collaborazione tra la Chiesa e le istituzioni e servono da base per un confronto che continuerà nei mesi a venire e che, per quanto riguarda Veltroni, non potrà non avere una sua eco anche all’interno delle scelte che il neo costituito Pd dovrà prendere in futuro.
Il discorso di oggi di Benedetto XVI, come quelli passati pronunciati agli enti locali del Lazio, conterrà molto probabilmente una parte dedicata alla necessità di valorizzare la famiglia fondata sul matrimonio e, insieme, la preoccupazione per quelle proposte che vogliono legalizzare le unioni di fatto. Su questo punto Veltroni ha dovuto gestire una situazione difficile qualche settimana fa, quando c’era all’ordine del giorno in Campidoglio, su iniziativa della sinistra, l’istituzione di un registro per le unioni civili. Ed è ovviamente in situazioni come questa che la Santa Sede si fa sentire, e scruta con particolare attenzione l’operato del leader del Pd.
In occasione degli appuntamenti pubblici con il Papa, Veltroni ha sempre mantenuto un comportamento che in Vaticano giudicano impeccabile: seduto con reverenza in prima fila, al momento dei saluti (a differenza di molti dei suoi collaboratori) si è sempre inchinato a baciare l’anello papale. Ma nonostante la forma resti importante, è sulla sostanza che la Santa Sede lo aspetta al varco. E, in particolare, è sui temi eticamente sensibili che il Vaticano si aspetta prese di posizione aperte che consentano un confronto serio, magari serrato, ma non ideologico.
In merito alle proposte di una moratoria dell’interruzione volontaria della gravidanza, per le gerarchie ecclesiastiche già si sono espressi direttamente il cardinale vicario di Roma Camillo Ruini e il presidente della Cei Angelo Bagnasco. Mentre il Papa, tre giorni fa, di fronte al corpo diplomatico, ha chiesto un impegno della comunità internazionale nella difesa della sacralità della vita. Parole che hanno ripreso altri precedenti interventi del Pontefice volti a ricordare la necessità di difendere la vita dal suo concepimento al suo naturale tramonto. Su questo tema, anche in passato, il Papa si era espresso in modo chiaro e ulteriori eventuali interventi non dovrebbero andare oltre il già detto.
Accanto ai temi etici, ecco quelli più sociali quali, anzitutto, le politiche di integrazione che negli ultimi mesi, soprattutto a Roma, hanno mostrato parecchie crepe. Anche l’udienza dello scorso anno aveva avuto importanti accenni in merito. Senza la capacità di gestire i flussi migratori e senza offrire agli stranieri concrete possibilità di integrazione non è possibile controllare a dovere una situazione che rischia sempre più di degenerare. In questo senso non erano mancate, prima di Natale, prese di posizione critiche da parte di alcuni esponenti della Santa Sede per il cosiddetto suk di via della Conciliazione, parole che miravano a sensibilizzare gli amministratori locali verso politiche d’integrazione incentrate sì sulla comprensione ma anche sull’equilibrio. La cosa potrebbe essere accennata anche quest’oggi dal Pontefice.
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Baget Bozzo e il Papa “liturgo”
9 gennaio 2008 -
Condivido quanto scrive oggi Baget Bozzo su La Stampa: «Benedetto è un Papa nuovo per un nuovo tempo». «Egli viene quando il moderno è finito e il post moderno è un infinito vuoto». Quale la caratteristica principale di Benedetto XVI? «Il simbolo sacro del Mistero torna a essere l’aura in cui il Papa si avvolge, per cui ogni manifestazione pubblica è celebrazione liturgica».
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La tutela della vita è questione mondiale
8 gennaio 2008 -
Ieri mattina la sala regia del palazzo apostolico vaticano era “addobbata” a dovere.
In scena c’era una tra le udienze più importanti dell’anno, quella che, nei giorni immediatamente successivi all’Epifania, il Pontefice concede al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Oltre il portone di bronzo, in cima alla scala regia, i diplomatici in rappresentanza di 176 Stati hanno accolto Benedetto XVI vestito con l’abito corale proprio del Romano Pontefice: rocchetto sulla talare bianca, mozzetta rossa bordata d’ermellino, croce pettorale, zucchetto bianco e stola.
Le parole del Papa, come consuetudine in questa occasione, avevano il respiro del mondo. In questo senso, anche l’importante accenno circa la necessità che l’istituzione della moratoria sulla pena di morte «stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana», più che come un intervento nel dibattito italiano, suonava come un richiamo di carattere universale alla salvaguardia della sacralità della vita umana, sacralità che ogni paese non dovrebbe disattendere. Beninteso, le iniziative italiane circa una moratoria dell’interruzione volontaria della gravidanza non sono certo sconosciute al Pontefice: semplicemente non era questa la “mission” specifica delle sue parole di ieri.
Al centro del discorso papale c’erano piuttosto le tante situazioni di crisi nel mondo e le attese del Vaticano in merito alla situazione internazionale: crisi e attese a cui l’arte diplomatica dovrebbe guardare con speranza in quanto é la stessa diplomazia a vivere di speranza e deve quindi cercare di «discernerne persino i segni più tenui». Affinché le crisi nel mondo si risolvano e le attese trovino compimento occorre «non escludere Dio dall’orizzonte dell’uomo e della storia». Dio, infatti, «è un nome di giustizia» che «rappresenta un appello pressante alla pace».
Una delle parti più propriamente ratzingeriana del discorso si ravvisa laddove il Papa, dopo aver espresso la propria preoccupazione per le difficili situazioni che si vivono in tanti paesi, ha richiamato la necessità di favorire le iniziative di dialogo interculturale e interreligioso. Ma queste devono essere orientate: il dialogo insomma «deve essere chiaro» e, quindi, deve evitare «relativismi e sincretismi».
È con questo auspicio che Benedetto XVI ha incaricato il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, alcuni esponenti del Pisai (Pontificio Istituto di Studi Arabi) e altri esponenti della Gregoriana, di incontrare nella prossima primavera una delegazione dei 138 musulmani autori della lettera aperta “Una parola comune tra noi e voi” indirizzata recentemente allo stesso Pontefice e ad altri capi cristiani.
Tauran, come ha detto qualche settimana fa in un’intervista al Riformista, è consapevole che non vi può essere dialogo vero se non si tiene conto delle “gocce di veleno” che albergano in ogni uomo e, insieme, se non si tiene conto delle differenze proprie di ogni religione e dunque di ogni teologia.
Il 19 novembre scorso il cardinale Bertone, segretario di Stato vaticano, aveva indicato a nome del Papa i quattro possibili temi da mettere all’ordine del giorno dell’incontro: l’effettivo rispetto per la dignità di ogni persona umana, l’oggettiva conoscenza della religione dell’altro, la partecipazione alla esperienza religiosa e, infine, il comune impegno a promuovere reciproco rispetto e accettazione tra le giovani generazioni.
Il 12 dicembre, in risposta alla lettera di Bertone, il principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal aveva invece auspicato che il dialogo avesse come oggetto più che aspetti estrinseci – come i comandamenti della legge naturale, la libertà religiosa e la parità tra uomo e donna – tematiche più teologiche come l’unicità di Dio e il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.
Due auspici, quelli del Papa e del Principe di Giordania, diversi e dai quali emergono due visioni differenti di cosa si debba intendere per dialogo interreligioso. La volontà di Ghazi bin Muhammad bin Talal di puntare tutto sull’aspetto teologico nei rapporti cristianesimo-islam è una cosa. Quella del Papa di concentrarsi su tematiche meno teologiche e più etiche che sappiano scuotere anche quei paesi a maggioranza islamica dove certi “diritti” non sono tutelati o neppure ammessi, è altra cosa. E non si tratta solo dei paesi islamici, ma anche dell’Europa. Che, sostiene Benedetto XVI, sarà «per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane».
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L’immortale odium di Rino Cammilleri e il potere di Cristo
6 gennaio 2008 -
Cari palazziapostolici,
in questi giorni mi sono divertito con diverse letture. Alcune belle, altre meno. Tra quelle belle c’è senz’altro l’ultimo romanzo di Rino Cammilleri: “Immortale Odium” (Rizzoli, 399 pagine, 19 euro). Avrei voluto recensirlo sul Riformista, ma finché si ratta di saggi riesco a far passare le mie proposte. Sui romanzi è più difficile. E così eccomi a parlarne “on the web”.
Se dovessi in due parole spiegare qual è a mio avviso l’oggetto formale del libro direi così: «Nel potere c’è sempre una fetta di male terribile pronta a prendere il sopravvento su tutto».
Se dovessi in due parole fare una sintesi (estrema) scriverei così: «Quando la salma di Pio IX venne trasportata dal Vaticano a San Lorenzo in Lucina, un gruppo di anticlericali attaccò il corteo funebre e a ricordo dell’impresa tutti si fregiarono di una medaglia con la scritta “Immortale odium et numquam sanabile vulnus”. Anni dopo cominciarono una serie di delitti efferati comminati nei confronti dei possessori della medaglia. A un sacerdote napoletano, don Gaetano Alicante, e al suo figlioccio, don Nicola, il compito di fermare i delitti».
Se dovessi in due parole fare un commento (“nodo teoretico” potrei chiamarlo) direi quanto segue: «Il libro vale davvero la pena. È scritto in modo avvincente, sempre in crescendo. Offre un’ottima panoramica su cosa sia successo ai tempi dell’unità d’Italia, la fine dello Stato Pontificio, la lunga mano della massoneria. I protagonisti (due preti e un poliziotto) sono figure positive, a volte rozze e assieme profonde. Esse, a mio avviso, mostrano come il vero potere è quello umile di Cristo. Gli altri poteri, se non sono assoggettai al suo, portano alla menzogna, al potere del Signore della menzogna. Un potere difficile da decifrare. Il potere di coloro che semplicemente vogliono un mondo senza Cristo e senza la sua Chiesa. Un potere che esiste anche oggi, basta guardarsi attorno».
Ecco un passaggio notevole, a pagina 389. “Il grande vecchio”, una figura che in tutto il romanzo rimane sullo sfondo delle vicende e che, in sostanza, è una sorta di anti Cristo (io così lo vedo) o più semplicemente una sorta di eminenza grigia che ha in odio Cristo e la Chiesa, così definisce il potere che vuole instaurare nel mondo: «Criptocrazia». E ancora: «Chi comandi davvero non si saprà mai. Badate, non perché il vero potere sarà occulto ma perché, al contrario, sarà sotto gli occhi di tutti. E, come tutte le cose evidenti, non si vedrà. Se ne sospetterà, sì, l’esistenza, come il movimento della banderuola presuppone il vento. Ma non si vede, né si sa dove nasca né perché».
Il mondo che rifiuta Cristo e la Chiesa ha potere su tutto, soprattutto oggi. È un potere evidente, ma nessuno si accorge che esiste.
Ogni uomo può decidere di ribellarsi a questo potere e aderire a quello di Cristo. Quest’ultimo potere la Chiesa lo ricorda proprio oggi, giorno dell’Epifania. Oggi la Chiesa ricorda la manifestazione del Signore. La prima, ai Re Magi. Gli portarono Incenso (Cristo è riconosciuto come Dio), Oro (Cristo è riconosciuto come re) e Mirra (Cristo è riconosciuto come il Signore che deve morire, essendo la Mirra un unguento). È questo il potere di Cristo: il potere della croce.
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