La Cei di Bagnasco “adotta” i toni di Ruini
22 gennaio 2008 -
Quando un anno fa venne eletto alla guida dell’episcopato italiano – era il 7 marzo 2007 – Angelo Bagnasco si segnalò, da subito, per una linea sui contenuti fedele al suo predecessore alla guida della Cei, il cardinale Camillo Ruini e dunque al Papa, mentre nella forma, e cioè nello stile dei suoi discorsi e delle sue parole, più volutamente spirituale, pastorale, fino a far assumere al carattere del suo dire un accento che alcuni giudicavano tutto sommato soft.
Dal 7 marzo ad oggi, infatti, seppure vi fosse la necessità di non retrocedere su princìpi, la Chiesa (e in particolare Bagnasco) doveva fare i conti con un clima particolarmente elettrizzato dall’annuncio dell’uscita di una Nota ufficiale anti Dico e dalla discesa in piazza dei cattolici in difesa della famiglia il 12 maggio. E furono anche le continue minacce a fargli tenere il più possibile un profilo basso, sobrio, tendente, seppure senza tradire i contenuti della dottrina, a non alimentare polemiche.
Così fino a ieri, quando il presidente della Cei nonché arcivescovo di Genova ha pronunciato un discorso – era la prolusione tenuta in apertura del direttivo invernale della conferenza episcopale italiana – duro e che ricorda quelli tenuti fino a un anno fa il suo predecessore alla guida della Cei, il cardinale Camillo Ruini. Tanto che, di per sé, non è escluso – e neppure sarebbe strano – che i due, nella stesura del testo si siano sentiti. Bagnasco ha detto la sua con forza su aborto, unioni civili e omosessualità. Ha ricordato come sia stato il Viminale a suggerire al Papa, per motivi di sicurezza, di rinunciare alla visita alla Sapienza (cosa, sempre ieri, smentita da Palazzo Chigi). Ha detto ai politici italiani – soprattutto cattolici – che devono ricordarsi, laddove vi sono proposte legislative che vanno in senso contrario all’antropologia razionale cristiana, della necessità di ricorrere al voto di coscienza. E, ancora, ha criticato la situazione generale dell’Italia, un paese senza futuro, «frammentato» e ridotto «a coriandoli».
Tutti argomenti “usati” da Bagnasco per sottolineare che la Chiesa su certe sfide capitali non vuole retrocedere, non può e non vuole tacere: di fronte a un cristianesimo oggi spesso relegato solamente «in ambito educativo e caritativo», s’impone la necessità di «una nuova capacità propositiva che eviti al mondo la “fine perversa” descritta da Kant», ha detto Bagnasco.
Senz’altro, un discorso così forte non può non aver avuto il consenso del Papa. Eppure, stupisce che Bagnasco l’abbia pronunciato soltanto ventiquattro ore dopo le parole pronunciate dallo stesso Pontefice nel corso dell’Angelus che ha visto il popolo dei cattolici accorrere in piazza San Pietro per testimoniare a Benedetto XVI affetto dopo gli episodi della Sapienza.
Così è lecita la domanda: perché un discorso così duro? Perché critiche così forti? Difficile rispondere. Probabilmente si voleva che fosse il presidente della Chiesa italiana a ribadire il dispiacere papale per l’episodio della Sapienza che ancora, in Vaticano, pesa come un’onta.
E, insieme, si è voluto dare un segnale agli stessi vescovi del Paese: la Chiesa non deve smettere di rendere la propria «testimonianza pubblica». Nel dire il suo sì a Dio, «la nostra Chiesa – ha detto Bagnasco – dice sì anche all’uomo concreto, dice sì a questa società con le sue dinamiche complesse e a volte contraddittorie».
Nella parole di Bagnasco, evidente la volontà di aggregare le diverse anime dell’episcopato italiano. Non a caso, a riguardo degli incidenti del lavoro – su tutti la tragedia consumatasi alla ThyssenKrupp di Torino – il presidente della Cei ha citato le parole del cardinale di Torino, Severino Poletto. Mentre a riguardo della vicenda dei rifiuti in Campania – dove sono «vistosamente in gioco» la «affidabilità e credibilità» delle istituzioni – Bagnasco si è detto solidale con l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, e con gli altri presuli della Campania, che «hanno preso posizione ferma».
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