Conversazione con monsignor Ravasi: la cultura secondo Ratzinger
Gen 31, 2008 il Riformista
Intervistare monsignor Gianfranco Ravasi non è davvero una passeggiata. È difficile trovare, anche tra le sacre mura vaticane, una persona dotata di una così vasta conoscenza, anzi, di così vaste conoscenze. Col Riformista, Ravasi, ha accettato di parlare a 360 gradi dei primi mesi del suo mandato all’interno della Santa Sede. Un mandato importante: dopo i 25 lunghi anni di governo del cardinale francese Paul Poupard, Benedetto XVI ha affidato a lui il “ministero” della Cultura.
Quel giorno che prese più applausi di Moratti
Se gli si chiede per quale motivo, secondo lui, il 3 settembre del 2007 il professor Joseph Ratzinger-Benedetto XVI abbia deciso di nominarlo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e, insieme, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, conferendogli contestualmente la dignità di arcivescovo e la potestà su tutte la accademie pontificie, non sa rispondere. «C’erano senz’altro - dice - persone più capaci di me. Non era una nomina che mi aspettavo, ma sono contento di essere oggi a Roma».
Da Milano a Roma il passo non è così breve come si può pensare. «Da buon cittadino milanese - Ravasi è nato, il 18 ottobre 1942, a Merate, una cittadina a una trentina di chilometri da Milano, ndr - ritenevo che la mia città fosse, in qualche modo, il centro del mondo. Solo una volta arrivato in Vaticano mi sono reso conto di quanto, invece, la Santa Sede abbia la fortuna di avere uno sguardo internazionale che a Milano è più difficile avere. Come ogni milanese che “emigra” a Roma, o meglio, in Vaticano, mi sono reso conto di una certa provincialità della città in cui sono cresciuto».
Milano, per Ravasi, è la città della formazione spirituale che lo ha portato, il 28 giugno 1966, all’ordinazione sacerdotale per le mani dell’indimenticato cardinale Giovanni Colombo. È la città dove si è affermato come biblista (ha insegnato esegesi biblica alla facoltà teologica dell’Italia Settentrionale ed è stato membro della Pontificia Commissione Biblica) e dove ha diretto, fino allo scorso settembre, la Biblioteca Ambrosiana, la grande biblioteca lombarda fondata dal cardinale Federico Borromeo nel 1607.
Milano è la città che lo scorso dicembre gli ha conferito la Grande medaglia d’oro, nello stesso giorno in cui il medesimo “trofeo” lo ritirava Massimo Moratti per i cento anni dell’Inter. Quel giorno però, l’ovazione da stadio l’ha presa Ravasi: tutti si sono alzati in piedi, sia il pubblico sia i capigruppo del consiglio comunale che sedevano sul palco. «L’ovazione - dice Ravasi - mi ha stupito. Non pensavo di essere così considerato dalla mia città. Oltretutto non erano mancate in passato da parte mia critiche amichevoli alla gestione pubblica della città, all’idea di una città sempre più considerata alla stregua di un “condominio”, come amava dire il sindaco Albertini. Però gli applausi mi hanno fatto piacere. Anzi, mi hanno commosso». Milano ha dato a Ravasi anche tanti amici, molti della Milano bene, quella che conta, tanti altri meno noti, gente del popolo.
«Forse sono gli amici - dice Ravasi - che mi mancano di più a Roma. Ma so che presto riuscirò ad averne altrettanti anche qui. Anche se il lavoro è tanto e sono sempre coinvolto negli eventi e negli incontri più diversi».
È il tempo di una nuova scolastica
Già: il lavoro. Che cosa fa esattamente il “capo” della cultura vaticana? «Non è facile rispondere - spiega Ravasi -. La cultura, di per sé, implica la promozione di una visione del mondo e della vita, di un’idea, di un pensiero. Qui, ovviamente, si tratta di partire dal pensiero della Chiesa, farlo proprio, sviscerarlo e quindi trovare le strade migliori per una sua divulgazione. Il tutto evitando ogni forma di fondamentalismo e di sincretismo. È un pensiero, quello cristiano, che innanzitutto deve essere “custodito con castità”, per usare un’espressione di Schelling, e poi messo a confronto con le altre culture e popolazioni. Non è facile. Ma debbo dire che nei dicasteri per i quali lavoro ho persone competenti che mi aiutano. Qui ho trovato persone provenienti dai più diversi paesi. E questo è importante. Il fatto di avere, ad esempio, al Pontificio Consiglio per la Cultura un ecclesiastico indiano, permette di poter meglio pensare come “fare cultura” in India perché chi se ne occupa conosce l’estrema complessità della storia e della tradizione di quel paese».
Occuparsi del mondo non è attività secondaria per monsignor Ravasi. «Abbiamo in animo di lavorare - spiega - con tutti i centri culturali del mondo e con loro promuovere incontri, dibattiti, conferenze. Abbiamo una mappatura completa che comprende anche centri culturali minori: seguiamo i loro lavori e con loro cerchiamo di interagire. A Roma stiamo mettendo in campo diversi progetti. Uno di questi si chiama Science, Theology, and the Ontological Quest (STOQ). Il suo scopo è di costruire un ponte filosofico tra scienza e teologia. Fu Giovanni Paolo II, in particolare, che parlò esplicitamente della necessità di una nuova scolastica, ossia di un dialogo rinnovato tra scienze naturali, filosofia e teologia. Anche Benedetto XVI esprime sempre la necessità - l’ultima volta nel discorso che avrebbe dovuto fare alla Sapienza - di integrare ragione e fede, in modo da evitare che la prima si dilati a sistema che pretende di essere assoluto, diventando perciò motivo di oppressione e non di libertà per l’umanità, e la seconda scada nel sentimentalismo o nel generico devozionalismo fino a precipitare nella superstizione. Grazie allo STOQ gli scienziati delle maggiori istituzioni mondiali impegnate nel dialogo tra scienza e religione si ritrovano a Roma ogni due anni e interagiscono sul tema».
Un padiglione della Santa Sede alla Biennale
Lo STOQ può essere un esempio di quanto Ravasi intende fare in diverse parti del mondo. Convegni analoghi sono in programma in primavera in Nepal e in luglio in Africa. In Nepal si vogliono raccogliere i migliori esperti del sud est asiatico e la stessa cosa si vuole fare in estate per i paesi africani di cultura anglofona e francese. «Occorre - spiega Ravasi - far incontrare le diverse culture, farle parlare, farle dibattere. Senza incontro c’è asfissia culturale. Senza dibattimento la cultura muore. In Asia, ad esempio, intendiamo arrivare anche sull’“orlo” della Cina. Affacciarci a questo grande paese e cercare con esso un dialogo. La medesima vastità di orizzonte la cerchiamo in Europa e in Nord America, anche se qui trovare argomenti sui quali dibattere è meno facile. In occidente viviamo una situazione culturale difficile. Forse, davvero, il rapporto tra scienza e fede resta il terreno migliore per iniziare un confronto. In Italia, poi, ci sono tanti progetti da mettere in campo. Uno di questi potrebbe essere - anche se mi rendo conto che non è facile - la creazione alla Biennale di Venezia di un padiglione della Santa Sede. Proprio così. È un progetto che mi affascina e che avrebbe un grande valore per tutto il mondo dell’arte».
La Sapienza e la paura delle opposizioni
Scienza e fede, dunque, terreno d’incontro con le culture del mondo. Scienza e fede è il tema alla base del discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare alla Sapienza. «Mi spiace - dice Ravasi in proposito - per come sono andate le cose. Credo che sia stata una grande occasione perduta. Soprattutto ha perso la cultura. Credo che il problema di fondo si possa definire con una coppia di termini: paura e superficialità. Si ha paura delle opinioni che sono diverse dalle proprie e ci si aggrappa a luoghi comuni e a reazioni quasi irrazionali. Invece alla base di un vero dialogo profondo, di un vero incontro tra persone diverse, non ci può che essere anche una certa dose di contraddizione, di posizioni divergenti, persino di opposizioni. Ecco, incontrarsi significa anche opporsi e di questa opposizione, che non deve ridursi a uno sterile rigetto, non si può avere paura. Oggi, credo soprattutto a causa della televisione, l’incontro e il confronto tra persone è sempre più ridotto a spot, a slogan e spesso a sarcasmo, mancano il tempo e l’energia per fare di più, per far sì che il dialogo sia un vero incontro profondo, per fare sì che il dialogo diventi cultura. Quanto è accaduto alla Sapienza deve essere anche una lezione per la Chiesa, sia pure a livello diverso. Nel senso che anche all’interno della Chiesa bisognerebbe valorizzare maggiormente il dialogo teologico, l’incontro-confronto tra diverse prospettive, tra diversi pensieri, senza paura. Dovremmo avere tutti nostalgia dei tempi, ad esempio, in cui i seguaci di Tommaso D’Aquino “guerreggiavano” con quelli di Duns Scoto con rigore e originalità».
Il linguaggio e le omelie senza drammaticità
Già, dibattere. Trovare le strade per il dialogo. Ma con quale linguaggio? «Questo - dice Ravasi - è un punto ancora non risolto. Anche all’interno della Chiesa. Un vecchio studio di Umberto Eco sui giovani informava che essi usano non più di 800-1000 parole (su 150.000 vocaboli disponibili), ma oggi lo stesso studio è applicabile tranquillamente agli adulti. Ciò significa che la sostanza è affidata a una serie di parole che risultano insufficienti a descrivere lo spettro, il ventaglio dei potenziali significati. Alla fine la comunicazione risulta povera di sostanza proprio perché povero è il vocabolario. Lo dice anche il Qohelet, l’Ecclesiaste, il sapiente dell’Antico Testamento: “Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle” (1, 8). Ecco allora l’importanza dello studio della comunicazione, della competenza, della riflessione, della necessità di non essere dispersivi. Mi piace al proposito citare quanto diceva Girolamo Savonarola: “Vi sono stati alcuni che da un discorso o da una lettura hanno raccolto una sentenza, una parola, una spiga che ha dato loro da mangiare per tutto il resto della vita. Quando tu senti una buona spiga, pigliala e serbala e dì: Questa è mia!”. Le parole, infatti, non sono una pietra preziosa da custodire in uno scrigno bloccato, ma un seme deposto nel terreno del presente in cui ci muoviamo, parliamo, agiamo e viviamo».
Il discorso intorno al linguaggio è importante soprattutto per chi, come è richiesto ai preti, ricopre un incarico pubblico, e quindi deve, almeno nelle omelie, parlare in pubblico. Non è un’impresa facile, e magari non tutti ne capiscono l’importanza. «È vero - dice Ravasi - spesso le omelie dei preti non tengono conto della necessità di trovare il giusto linguaggio, la migliore eloquenza per spiegarsi e farsi comprendere. Mi diceva un giorno il giornalista Beniamino Placido - che non è praticante e quindi partecipa alla liturgia solo in occasioni di matrimoni e funerali - che spesso rimaneva stupito da come i sacerdoti, nelle loro omelie, non avessero la minima capacità di riportare nei loro discorsi la drammaticità delle parole del Vangelo che pochi minuti prima hanno letto. Questo ritengo sia un problema enorme e che la Chiesa deve affrontare per rendere comprensibile il suo messaggio senza svilirlo o semplificarlo».
Il latino e l’esaltazione del trascendente
Benedetto XVI ha più volte insistito nel corso del suo pontificato sull’uso della lingua latina. Non è una contraddizione con la necessità di trovare linguaggi nuovi tramite i quali comunicare la fede? Non è in contraddizione con un mondo sempre più globalizzato e che tende ormai ad avere internet quale piattaforma per il suo linguaggio? «Non credo sia una contraddizione. L’uso della lingua latina nella liturgia è importantissimo perché permette a tutti i fedeli di ritrovare uno straordinario patrimonio in cui fede e arte s’intrecciavano (si pensi solo alla musica sacra nei secoli). Tra l’altro, sempre per quanto riguarda la liturgia, il latino aiuta l’uomo a esaltare il trascendente, perché è una lingua che ha in sé una carica sacrale. Pregare in latino ricorda, perciò, che nella liturgia - anche in lingue moderne - è necessario usare un linguaggio diverso rispetto a quello che si adotta tutti i giorni e questo permette di trovare nei luoghi di culto una parola diversa, altra, una parola specifica per il rapporto uomo-mistero. Poi, certo, la Chiesa non può dimenticare quale sono i luoghi che le persone frequentano maggiormente e le parole che usano quando si frequentano. Uno di questi luoghi è, ad esempio, internet e qui occorrerebbe, anche per il mio impegno nel dicastero della Cultura, un serio progetto. A me piacerebbe, ad esempio, che il Pontificio Consiglio della Cultura avesse dei suoi blog in cui ascoltare e rispondere alle domande qualificate della gente. Ma fare un blog non è solo aprire uno spazio da colmare. Deve essere costruito e retto con la tecnica giusta e deve avere qualcuno che poi a tempo pieno lo segua».
Quegli autori che non si sentono arrivati
Il lavoro di Ravasi in Vaticano è impegnativo anche in termini di tempo. Ma non abbandona le sue letture. Quelle nuove, e quelle di sempre. «Tra queste - racconta - non posso non ricordare alcuni tra gli autori che hanno contribuito in modo determinante alla mia formazione: sono stati Platone e quindi Agostino. Poi il Goethe del Faust e Shakespeare e Dostoevskij. Più lui di Tolstoj. E ancora Kierkegaard. Ma anche i francesi Pascal, Péguy, Bernanos e persino Camus. Mi piacciono, insomma, gli autori che sono sempre alla ricerca di senso, che non si sentono mai arrivati perché sanno - come scrive Pascal - che l’uomo supera infinitamente l’uomo».
Appello ai religiosi paolini
Gen 28, 2008 il Riformista
Mi permetto di fare mio e di rilanciare qui l’appello che Marco Tosatti e altri colleghi hanno rivolto agli editori di “Famiglia Cristiana” e di “Jesus”.
Scrive Tosatti sul suo blog: Insieme ad altri colleghi che si occupano di informazione religiosa abbiamo deciso di rivolgere un appello agli editori di “Famiglia Cristiana” e di “Jesus”. Il preannuncio dei religiosi Paolini, che editano “Famiglia Cristiana” e “Jesus”, di voler chiudere la redazione romana delle due testate, oltre che le sedi di Torino, Venezia e Bologna, ci stupisce e ci addolora. Tutti ricordiamo la grande tradizione delle due testate e l’autorevolezza che si sono conquistate negli anni sul campo. È difficile credere che un editore tanto rilevante nel panorama dell’informazione italiana scelga di impoverire se stesso sguarnendo la sua presenza sul territorio nel Nord Italia, sua tradizionale roccaforte, e soprattutto rinunciando a quella nella capitale del Paese, cuore della vita politica e sociale e città che ospita le più importanti istituzioni ecclesiali, sia nazionali che della Santa Sede. Ogni ambito dell’informazione è importante, e impoverirlo è impoverire tutti, lettori e non lettori delle due testate, credenti e non credenti. La chiusura della redazione di Roma è difficilmente comprensibile per delle riviste prestigiose come “Famiglia Cristiana” e “Jesus”, che hanno inevitabilmente il loro baricentro sul mondo ecclesiale, civile e politico. La conseguenza di una tale decisione sarebbe quello di emarginare queste testate storiche non soltanto all’interno del variegato panorama giornalistico italiano, ma anche all’interno del pianeta dell’informazione di matrice cattolica. Per questi motivi ci appelliamo ai religiosi della Congregazione Paolina, affinché riflettano sulla scelta che forse, nella contingenza delle attuali difficoltà economiche, non è stata ponderata in relazione alle future conseguenze: la società civile italiana, il mondo cattolico e la Chiesa tutta hanno bisogno di una maggiore ricchezza e varietà dell’informazione, non certo di un suo restringimento, pena la perdita di un ingrediente prezioso per il bene della vita pubblica del nostro Paese.
Se Avvenire critica il manuale di liturgia sull’antico rito
Gen 25, 2008 il Riformista
La liturgia continua a far parlare di sé. Al centro, come sempre, le polemiche sul ritorno della messa in latino secondo il rito di san Pio V rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII. Ritorno concesso da Benedetto XVI grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum.
Questa volta, ad aprire l’ennesima querelle, è stato il quotidiano Avvenire. Roberto Beretta, in un articolo dal titolo “Se la messa degenera in tante sterili regolette”, affonda il colpo contro un libro a suo dire «sconcertante». Si tratta del “Compendio di liturgia pratica” compilato da padre Ludovico Trimeloni nel 1962 e ristampato oggi, grazie al lavoro del liturgista Pietro Siffi, da Marietti 1820. Un volume che, minuziosamente, ricorda tutte le norme e le regole cui bisogna sottostare per celebrare correttamente secondo l’antico rito. Un volume a ruba nelle librerie (migliaia le copie vendute) e che - particolare non riportato da Beretta - è oggi impreziosito dalla prefazione del cardinale Dario Castrillón Hoyos, presidente della pontificia commissione Ecclesia Dei, e prefetto emerito della congregazione per il Clero.
Beretta va giù pesante e ricorda che, a un volume che riporta «minute prescrizioni per regolare ogni singolo gesto delle celebrazioni», già avrebbe di per sé risposto il Concilio Vaticano II, l’assise che «ci ha scampato da cotali soffocanti abissi di legalismo, allegorismo, forse addirittura magismo e superstizione».
Tra queste, ad esempio, si segnala - spiega Beretta riportando quanto scritto nel Trimeloni - la necessità che, «in caso di caduta dell’ostia durante la distribuzione della comunione, bisogna ricoprire e poi lavare la zona di pavimento corrispondente». Tra queste, si segnalano «i quattro modi di fare l’inchino e la maniera di tenere correttamente le mani giunte». E via di questo passo.
In effetti, tra il liberismo in campo liturgico avanzato negli anni post conciliari e la innumerevole mole di regole previste nella liturgia precedente c’è un abisso. Eppure, una certa attenzione alle regole della liturgia sembra essere quanto il Papa chiede ai fedeli oggi. Quanto egli chiede in scia alla necessità di riposizionare nella Chiesa quella corretta ermeneutica del Vaticano II in continuità col passato e non in rottura. Se lex orandi è lex credendi, inoltre, pregare nel modo corretto non è secondario, ma è la più essenziale possibilità di entrare in rapporto con quel mistero che si va a incontrare in ogni celebrazione.
Parlando col Riformista, Pietro Siffi, autore anche del saggio “La messa di San Pio V” pubblicato da Marietti come risposta ai critici del Motu Proprio, così risponde a Beretta: «È tipico dei progressisti degli ultimi decenni abituati alla scuola di santa Giustina penalizzare e deridere le norme che presiedono alla liturgia e ridurre l’azione sacra a una massa amorfa di invenzioni che nulla hanno a che vedere con la tradizione della Chiesa». E ancora: «L’obbedienza nelle piccole cose è premessa per l’obbedienza nelle grandi. Prendere in giro il Trimeloni significa sbeffeggiare il messale del 1962 le cui norme esso esplicita. Dopo quarant’anni di anarchia totale, di libero arbitrio e di distruzione sistematica della liturgia, fa specie dover sentire ancora critiche di questo genere. Non ha torto Beretta quando dice che nel Trimeloni c’è un’impostazione della liturgia che gli esperti del post Concilio hanno mutato radicalmente. Ed è proprio questo mutamento il problema: l’approccio alla liturgia come santo sacrificio, come adorazione della presenza reale di Cristo, lo si è mutato in approccio alla liturgia come cena conviviale che, nella sostanza, mette in dubbio la presenza reale di Cristo. Basta vedere la nonchalanche con cui viene data in mano la comunione ai fedeli. Se si ritiene che lì c’è la presenza reale di Cristo, allora si sta attenti ai frammenti che si disperdono e cadono per terra, perché quei frammenti sono il corpo di Cristo».
Mons. Plotti critica gli striscioni in piazza San Pietro. La risposta del leader del RnS
Gen 25, 2008 il Riformista
Per la Santa Sede l’incidente della Sapienza della scorsa settimana è oramai chiuso. Rimane aperto, forse, soltanto nel pubblico dibattito dove le opinioni di diversi esponenti, anche ecclesiastici, continuano a farsi sentire. E capita che le posizioni non siano del tutto univoche. Tra queste spicca quella dell’arcivescovo di Pisa monsignor Plotti il quale, ieri su La Stampa, ha manifestato il suo pubblico diniego per la manifestazione di affetto e solidarietà nei confronti del Papa convocata dal cardinale Camillo Ruini in piazza San Pietro. In particolare Plotti ha criticato pesantemente le bandiere e gli striscioni portati dai movimenti ecclesiali in piazza: è una «mania» - ha detto Plotti - che può provocare «un effetto boomerang» in grado di far rinascere «umori anticlericali». In questo modo - ha detto - «si diventa più papalini del Papa». E ancora: «Tutta questa presenza cattolica nella vita pubblica» può portare a «un risultato opposto a quello sperato». In sostanza, per l’arcivescovo di Pisa, meglio sarebbe un atteggiamento della Chiesa più dialogante, altrimenti il rischio è che «la Chiesa si faccia dettare l’agenda dagli atei devoti e dai teocon».
Di rappresentanti di movimenti ecclesiali domenica in piazza ce n’erano parecchi. Ciellini, focolarini, neocatecumenali e, anche, tanti aderenti al Rinnovamento nello Spirito. Tra questi ultimi, Salvatore Martinez, 42 anni, leader di un movimento che raccoglie al suo interno centinaia di migliaia di “seguaci” in tutto il mondo. È lui a dire al Riformista che «anche gli striscioni possono servire quando sono esposti per testimoniare amore e fraternità nei confronti del Papa». «Anche uno striscione - dice - può essere utile per dire bene, più di tante parole, l’affetto che deriva da ciò in cui si crede». «Uno dei nostri, domenica - spiega Martinez -, era significativo: “Santo Padre, ti amiamo e ti siamo fedeli”. In queste parole c’è tutto il sensus ecclesiae: amore alla Chiesa e fedeltà al vicario di Cristo; quello che siamo e che vogliamo essere, attraverso un’opera di risveglio e di rinnovamento della fede. La scia è quella tracciata dalle costituzioni conciliari Lumen Gentium e Gaudium et Spes, ancora oggi di straordinaria attualità. Accanto al rinnovamento liturgico, biblico, ecumenico, il Concilio Vaticano II ha sottolineato la necessità di un rinnovamento spirituale nella Chiesa. È quanto proviamo a fare: riportare le coscienze di tanti uomini e donne del nostro tempo, disorientate, addormentate, impigrite, disperse ad una possibilità di vita nuova, vivibile, ad un incontro trasformante con Cristo e il suo Vangelo. Un’opera che avviene sotto l’impulso e la guida dello Spirito, che anima la Chiesa, la risveglia da ogni torpore storico, la induce alla testimonianza; un’opera di rinnovamento che, come ha spesso ricordato Benedetto XVI, non può avvenire in rottura col passato, ma in continuità con il passato che ci ha preceduto. Lo Spirito è sempre amico degli uomini e vero promotore di una laicità dialogante, umanizzante, propositiva».
Aperto alle novità e fedele alla tradizione. Così vuole essere il Rinnovamento nello Spirito. Ed è anche ciò che Martinez e centinaia di appartenenti al movimento hanno voluto testimoniare domenica in piazza. «La scelta di andare in piazza San Pietro è, poi, significativa proprio in nome di una laicità che si alimenta della capacità di ascoltare parole forti, vere, profonde. Al tempo di papa Wojtyla la gente andava in piazza San Pietro soprattutto per “vedere” il Pontefice; oggi si va ad “ascoltare” papa Ratzinger. La vera laicità per noi o parte dall’ascolto, e si traduce in sano pluralismo, o si fonda sulla presunzione laicista dell’ingerenza del pensiero “altro da me” e sfocia nel relativismo».
Il legame tra il Rinnovamento e il Vaticano è stretto. «Il teologo Ratzinger - conclude Martinez - all’indomani del Vaticano II collaborò attivamente, su proposta del cardinale Suenens, alla stesura dei primi documenti teologici pastorali del Rinnovamento». Martinez è stato, insieme a pochi altri laici di tutto il mondo, ricevuto in udienza privata da Benedetto XVI a meno di un anno dalla sua elezione a Pontefice. E in un messaggio autografo, gesto raro di questo pontificato, datato aprile 2007, fu sempre Benedetto XVI a spronare il Movimento a proporre una vera “cultura della pentecoste”, ovunque, se necessario anche in piazza. Con tanti striscioni.
Le paure di Westminster per il Vote for the next cardinal
Gen 24, 2008 il Riformista
Damian Thompson, editor in chief, ossia una sorta di direttore capo del principale settimanale cattolico inglese The Catholic Herald e, insieme, leader writer - una specie di opinionista - sul Daily Telegraph, ha deciso di scatenarsi nelle ultime settimane.
Dalle colonne del suo seguitissimo blog Holy Smoke, lui, omosessuale dichiarato ma nel contempo fedelissimo alla linea più conservatrice del cattolicesimo d’oltre Manica, ha lanciato la sua campagna contro colui che ritiene essere uno dei maggiori rappresentanti oggi di una Chiesa cattolica di stampo un po’ troppo progressista: il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster e presidente della conferenza episcopale d’Inghilterra.
Su Holy Smoke Damian Thompson, oltre a criticare apertis verbis tutti quei vescovi inglesi da lui ritenuti «troppo di sinistra», oltre a elencare tutti coloro che, a suo avviso, mostrano palesi ritrosie nell’applicare il Motu Proprio di Benedetto XVI sul rito tridentino rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII, ha anche deciso di partecipare direttamente al dibattito inerente la scelta del nuovo arcivescovo di Westimster, scelta che - si dice - la Santa Sede potrebbe prendere di qui a breve essendo Murphy-O’Connor entrato il 24 agosto scorso nell’età cosiddetta “pensionabile”: 75 anni.
Damian Thompson ha lanciato sul suo blog il toto successione con due post dai titoli inequivocabili. Il primo: Who should succeed cardinal Cormac? Il secondo: un maggiormente esplicito Vote for the next cardinal. In pochi giorni, centinaia di blogger inglesi, hanno segnalato via mail a Thompson la propria preferenza arrivando addirittura a indicare, tra i tanti, il nome di un australiano: il cardinale arcivescovo di Sydney George Pell.
La curia di Westminster, ovviamente, non l’ha presa bene e ha reso noto a Thompson il proprio diniego. Lui non si è scomposto e, anzi, ha rincarato la dose criticando apertamente l’invito che Murphy-O’Connor ha rivolto poco tempo fa all’ex cerimoniere papale Piero Marini di presentare a Londra la sua ultima fatica: A challenging Refor (Una riforma che pone sfide). Un libro che Thompson giudica semplicemente come «anti-Benedetto» in quanto sostiene la mancata piena applicazione in Vaticano della riforma liturgica inaugurata negli anni del post Concilio.
Su Holy Smoke Thompson difende la necessità di avere una Chiesa cattolica più vicina al Papa e lo fa spiegando come, a fronte di una certa disobbedienza a Roma propria delle gerarchie cattoliche inglesi, vi sia invece un sincero interesse per il pontificato di Benedetto XVI nella Chiesa anglicana. Thompson cita tre fatti. Il primo: in Vaticano continuano ad arrivare sempre più richieste di fedeli anglicani che chiedono di essere ammessi all’interno della Chiesa cattolica. Secondo: il prossimo settembre otto vescovi anglicani hanno promosso un pellegrinaggio a Lourdes e dietro si sono tirati ben 500 fedeli protestanti. Terzo: pare che, per la prima volta, un pastore cattolico possa addirittura essere invitato a sedere nella Camera dei Lords, là dove gli unici rappresentanti ecclesiastici provengono ovviamente dalle fila dell’anglicanesimo.
La Cei di Bagnasco “adotta” i toni di Ruini
Gen 22, 2008 il Riformista
Quando un anno fa venne eletto alla guida dell’episcopato italiano - era il 7 marzo 2007 - Angelo Bagnasco si segnalò, da subito, per una linea sui contenuti fedele al suo predecessore alla guida della Cei, il cardinale Camillo Ruini e dunque al Papa, mentre nella forma, e cioè nello stile dei suoi discorsi e delle sue parole, più volutamente spirituale, pastorale, fino a far assumere al carattere del suo dire un accento che alcuni giudicavano tutto sommato soft.
Dal 7 marzo ad oggi, infatti, seppure vi fosse la necessità di non retrocedere su princìpi, la Chiesa (e in particolare Bagnasco) doveva fare i conti con un clima particolarmente elettrizzato dall’annuncio dell’uscita di una Nota ufficiale anti Dico e dalla discesa in piazza dei cattolici in difesa della famiglia il 12 maggio. E furono anche le continue minacce a fargli tenere il più possibile un profilo basso, sobrio, tendente, seppure senza tradire i contenuti della dottrina, a non alimentare polemiche.
Così fino a ieri, quando il presidente della Cei nonché arcivescovo di Genova ha pronunciato un discorso - era la prolusione tenuta in apertura del direttivo invernale della conferenza episcopale italiana - duro e che ricorda quelli tenuti fino a un anno fa il suo predecessore alla guida della Cei, il cardinale Camillo Ruini. Tanto che, di per sé, non è escluso - e neppure sarebbe strano - che i due, nella stesura del testo si siano sentiti. Bagnasco ha detto la sua con forza su aborto, unioni civili e omosessualità. Ha ricordato come sia stato il Viminale a suggerire al Papa, per motivi di sicurezza, di rinunciare alla visita alla Sapienza (cosa, sempre ieri, smentita da Palazzo Chigi). Ha detto ai politici italiani - soprattutto cattolici - che devono ricordarsi, laddove vi sono proposte legislative che vanno in senso contrario all’antropologia razionale cristiana, della necessità di ricorrere al voto di coscienza. E, ancora, ha criticato la situazione generale dell’Italia, un paese senza futuro, «frammentato» e ridotto «a coriandoli».
Tutti argomenti “usati” da Bagnasco per sottolineare che la Chiesa su certe sfide capitali non vuole retrocedere, non può e non vuole tacere: di fronte a un cristianesimo oggi spesso relegato solamente «in ambito educativo e caritativo», s’impone la necessità di «una nuova capacità propositiva che eviti al mondo la “fine perversa” descritta da Kant», ha detto Bagnasco.
Senz’altro, un discorso così forte non può non aver avuto il consenso del Papa. Eppure, stupisce che Bagnasco l’abbia pronunciato soltanto ventiquattro ore dopo le parole pronunciate dallo stesso Pontefice nel corso dell’Angelus che ha visto il popolo dei cattolici accorrere in piazza San Pietro per testimoniare a Benedetto XVI affetto dopo gli episodi della Sapienza.
Così è lecita la domanda: perché un discorso così duro? Perché critiche così forti? Difficile rispondere. Probabilmente si voleva che fosse il presidente della Chiesa italiana a ribadire il dispiacere papale per l’episodio della Sapienza che ancora, in Vaticano, pesa come un’onta.
E, insieme, si è voluto dare un segnale agli stessi vescovi del Paese: la Chiesa non deve smettere di rendere la propria «testimonianza pubblica». Nel dire il suo sì a Dio, «la nostra Chiesa - ha detto Bagnasco - dice sì anche all’uomo concreto, dice sì a questa società con le sue dinamiche complesse e a volte contraddittorie».
Nella parole di Bagnasco, evidente la volontà di aggregare le diverse anime dell’episcopato italiano. Non a caso, a riguardo degli incidenti del lavoro - su tutti la tragedia consumatasi alla ThyssenKrupp di Torino - il presidente della Cei ha citato le parole del cardinale di Torino, Severino Poletto. Mentre a riguardo della vicenda dei rifiuti in Campania - dove sono «vistosamente in gioco» la «affidabilità e credibilità» delle istituzioni - Bagnasco si è detto solidale con l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, e con gli altri presuli della Campania, che «hanno preso posizione ferma».
Una marea per il Papa
Gen 18, 2008 Pensieri sparsi
Domenica in piazza ci sarà una marea di gente.Una marea per il Papa.
Domenica in piazza per il Papa-Day
Gen 18, 2008 il Riformista
«È un momento di preghiera». «Non è un comizio». «Un appuntamento che per sua natura non può essere scambiato per alcun tipo di manifestazione politica». Un’occasione per offrire «affetto e serenità» al Papa. Così, quest’oggi, il cardinale Camillo Ruini spiega sulle colonne dell’Osservatore Romano il senso della convocazione dei cattolici in piazza San Pietro domenica, in occasione dell’Angelus che ha luogo tre giorni dopo la rinuncia del Pontefice a recarsi all’inaugurazione dell’anno accademico alla Sapienza.
Che l’Angelus di domenica non sarà una manifestazione politica è quanto si tiene a rimarcare non soltanto nel Vicariato di Roma (promotore dell’iniziativa) ma pure nelle sedi dei principali movimenti ecclesiali e associazioni cattoliche che hanno deciso, in massa, di essere presenti domenica. Ed è quanto è stato richiesto anche ai politici di turno che hanno annunciato la loro presenza.
Saranno in tanti, i politici in piazza, soprattutto, naturalmente, del centro destra. Tra questi spiccano i nomi di diversi esponenti di Forza Italia, a cominciare da Bondi e Cicchitto che dice: «Sarò presente da laico». Poi Cesa e Casini e, ancora, diversi esponenti di An. Tra questi, Gasparri, che chiede che dal sagrato si levi al cielo un solo grido: «Libertà!». Tutti i politici sono stati richiamati a lasciare a casa bandiere e insegne di partito perché - lo ha detto Ruini - all’Angelus si va a pregare, non a fare propaganda. Insieme a quella di diversi esponenti dell’opposizione, si segnala anche la presenza della “stella d’oltre il Tevere” (è rimasta tale, nonostante le recenti difficoltà, fin dai tempi dei Dico) Clemente Mastella che rende noto: è «mia intenzione esprimere solidarietà a questo straordinario, eccezionale Pontefice, vittima di un laicismo esasperato». Ma anche quella del vicepremier Francesco Rutelli: «Sarò a San Pietro da credente e da cittadino romano».
In piazza arriverà pure Savino Pezzotta, ieri a Roma anche per dare ufficialmente il via alla “rinascita” di Retinopera, l’associazione nazionale che raccoglie al suo interno, con la benedizione della Conferenza episcopale italiana, i principali esponenti dei movimenti ecclesiali e dell’associazionismo cattolico con l’obiettivo di porsi quale luogo di elaborazione culturale, proposta sociale, confronto politico e mobilitazione pubblica.
Confronto che - dice Pezzotta al Riformista - «vorrei che nei prossimi mesi si concretizzasse in un grande convegno dedicato alla laicità». Pezzotta aderisce all’appello di Ruini perché la rinuncia del Papa di recarsi alla Sapienza «è uno scandalo per l’Italia intera, mica soltanto per i cattolici». «Tra l’altro - dice - se in università al posto del Papa fosse stato invitato il Dalai Lama, nessuno avrebbe avuto niente da dire. E mi domando se sia possibile che in Italia accadano certe cose».
Se Retinopera è il “braccio” sociale e politico benedetto dalla Cei, il Forum delle Famiglie e Scienza & Vita ne sono invece l’espressione più impegnata nella battaglia sui valori considerati “non negoziabili”. Anche rappresentanti di queste due associazioni, domenica, caleranno in piazza San Pietro. «Saremo tantissimi - dice Mimmo delle Foglie, portavoce di Scienza & Vita - anche se, ovviamente, non si è potuta mettere in campo la macchina organizzativa che fu del Family Day».
Il 12 maggio scorso furono senz’altro i neocatecumenali e gli appartenenti al Rinnovamento nello Spirito i manifestanti più chiassosi e folkloristici: «Osanna eh, osanna eh, osanna Cristo Signor», cantata a squarciagola da Kiko Arguello, riecheggiò per i mesi a venire nella testa dei presenti. E qualcosa di simile, visto anche il numero considerevole di neocatecumenali e di aderenti al Rinnovamento presenti a Roma, dovrebbe capitare anche domenica mattina a San Pietro. Ovviamente, non mancheranno i ciellini i quali, è molto probabile, si attesteranno invece su un meno clericale e più mascolino grido «Libertà! Libertà!».
Ad oggi ancora non si sa nulla della partecipazione dei Papaboys. Ma è difficile pensare che non ci possano essere. La stessa cosa vale per i focolarini e per l’Azione Cattolica la quale, per la verità, domenica sarà a Genova per il già precedentemente programmato Consiglio nazionale. Bisogna poi ricordare che l’evento di domenica cade nel giorno in cui il Vicariato di Roma aveva già convocato a Roma le scuole cattoliche. Se si contano anche le parrocchie mobilitate sul territorio, non è difficile prevedere una piazza stracolma, chissà, magari fino a comprendere parte di via della Conciliazione.
Ruini e Bertone, due giorni fa, convennero assieme sulla necessità di suggerire al Pontefice di non andare alla Sapienza. Ma la convocazione di domenica è tutta del cardinale vicario convinto che, all’onta della mancata visita, occorra in tutti i modi riparare.
Convocazioni: non a caso Ruini ha scelto domenica
Gen 17, 2008 il Riformista
La scelta della data è significativa ed evidenzia come, a conti fatti, la vicenda che ha portato alla rinuncia, inevitabile seppure accettata a malincuore dal Papa, di recarsi alla Sapienza quest’oggi non sia per nulla ritenuta chiusa dalla leadership dalla Santa Sede, dal segretario di Stato Tarcisio Bertone innanzitutto, ma soprattutto dal vicario del Papa per la città di Roma, il cardinale Camillo Ruini.
Già, perché la scelta di Ruini di ieri di convocare «tutti i romani» domenica in piazza San Pietro in occasione della preghiera dell’Angelus per dimostrare la propria solidarietà al Papa «in questa circostanza che colpisce tanto dolorosamente tutta la nostra città», cade in un giorno particolare, in un giorno in cui piazza San Pietro avrebbe comunque dovuta essere parecchio affollata. In calendario, infatti, c’è la tradizionale giornata diocesana della scuola cattolica. Una giornata che, unita alla convocazione di Ruini di ieri, rischia di far diventare piazza San Pietro come una seconda piazza San Giovanni quando lo scorso 12 maggio andò in scena il Family Day: domenica in San Pietro, infatti, sono attese centinaia di migliaia di persone in rappresentanza dei principali movimenti ecclesiali e dell’associazionismo cattolico. E, insieme, anche tutte le cappellanie universitarie di Roma (e, pare, la maggior parte delle parrocchie) sono mobilitate. Particolarmente attivo anche il mondo politico, soprattutto del centrodestra, la cui presenza “rischia” di far diventare l’Angelus del Papa una vera e propria manifestazione politica.
La giornata annuale della scuola cattolica è stata da sempre vissuta con pathos dai cattolici romani in quanto occasione per dimostrare con forza, almeno davanti al Pontefice, che nel Paese c’è una fetta di popolazione per la quale la Chiesa è un’istituzione in grado di offrire un contributo fondamentale alla società italiana. E l’urlo «libertà-libertà», che è stato fatto risuonare forte ieri mattina all’interno dell’Aula Paolo VI dagli studenti di Comunione e Liberazione in occasione dell’udienza generale del mercoledì, con ogni probabilità risuonerà altrettanto forte domenica mattina in piazza San Pietro. Un urlo che venne pronunciato identico anche qualche anno fa, sempre in piazza San Pietro - erano i tempi del secondo governo Berlusconi -, in occasione di una giornata indetta da papa Wojtyla proprio in difesa della libertà di educazione.
La scelta di Ruini di scendere in piazza discende da un convincimento preciso dell’attuale vicario del Papa per la città di Roma, secondo il quale è meglio essere contestati piuttosto che risultare irrilevanti. È meglio, cioè, gridare con forza ciò che si è, piuttosto che relegarsi nel chiuso delle sagrestie.
Anche le parole pronunciate ieri mattina da Ruini e dedicate agli studenti che hanno in questi giorni contestato l’arrivo del Papa alla Sapienza, evidenziano questo convincimento: «Gli studenti mi hanno fatto veramente tristezza e sono fermi ad almeno 40 anni fa, come se vivessimo la stagione del ’68». Parole forti, ma ritenute necessarie per non dare l’idea di una Chiesa che ha paura, che arretra di fronte all’immensa sfida di dire ciò che si è sempre e comunque.
Ieri, intanto, il discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare alla Sapienza è stato pubblicato dall’Osservatore Romano nell’edizione disponibile ieri sera nell’edicola fuori il portone di Bronzo a ridosso di piazza San Pietro. Un discorso intenso in cui il Pontefice - citando il filosofo politico John Rawls - difende la ragionevolezza della fede, una fede che non deve essere imposta a nessuno, in quanto donata in libertà.
Se domenica i cattolici, oltre che piazza San Piero, riusciranno a riempire anche via della Conciliazione, l’impatto sul mondo politico sarà notevole. Romano Prodi nella giornata di ieri ha cercato in tutti i modi di ricucire lo strappo con il Vaticano. I contatti con la segreteria di Stato pare siano stati intensi. Molto, comunque, ha giovato il messaggio distensivo e carico di affetto invitato da Giorgio Napolitano al Papa. Ma non si esclude che Prodi abbia in mente, per ricucire ulteriormente le posizioni, di mettere in campo un’azione simbolicamente più forte.
Più defilato, invece, si segnala Walter Veltroni. A conti fatti, per lui, la possibilità di tenere un discorso davanti al Papa quest’oggi alla Sapienza, sarebbe stata senz’altro un’occasione enorme per riproporsi davanti a Benedetto XVI in condizioni più favorevoli di quanto non fossero state quelle dello scorso giovedì, il giorno dell’udienza in Vaticano assieme agli amministratori del Lazio. Il motivo della sua presenza in università pare non fosse stato del tutto capito dalle autorità del Vaticano, ma l’annullamento della visita del Papa ha fatto decadere ogni possibile ulteriore polemica.



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