Intervista al cardinale Tauran: Islam, Ratisbona e gocce di veleno
8 dicembre 2007 -
«Benedetto XVI, lo scorso anno, celebrando la festa dell’Immacolata concezione, parlò del peccato originale definendolo come “una goccia di veleno” che ognuno di noi porta dentro di sé. È una bellissima immagine che amo citare spesso anche io quando predico. E la stessa cosa il papa l’ha ripetuta, usando parole diverse, anche nella sua ultima enciclica, la Spe Salvi. Ecco, io ritengo che occorra tenere presente sempre questa goccia di male insita in ogni uomo. E occorre tenerla presente soprattutto quando si intavola il dialogo tra gli uomini e, quindi, quando si intavola il dialogo interreligioso e cioè con esponenti di altre religioni. Non c’è vero dialogo se non si tiene conto che l’uomo è un misto di bene e di male. Noi cristiani pensiamo che con la grazia di Dio si possa fare prevalere soprattutto il bene. Noi crediamo che ogni uomo, seppur peccatore, possa tendere al bene. E la stessa cosa può valere anche con i rappresentanti di altre religioni. Proprio perché anch’essi credenti, si può senza forzature cercare insieme di tendere al bene. È dunque questa tensione al bene che non nasconde la realtà dell’uomo peccatore che deve essere alla base di un serio dialogo interreligioso».
Così, al Riformista, il sessantaquattrenne cardinale francese Jean-Louis Tauran, dallo scorso 25 giugno presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.
Un compito difficile il suo, soprattutto alla luce di quanto è avvenuto nei rapporti Vaticano-Islam dalla lectio magistralis di Ratisbona in poi. Allora, alcuni esponenti del mondo islamico reagirono indignati alla citazione di una frase di Manuele II Paleologo. Eppure, spiega Tauran, «anche se non si può negare che ancora oggi vi siano tra i musulmani chi insiste su un’interpretazione errata di Ratisbona, a me risulta che molti esponenti aperti del mondo islamico abbiano compreso il vero senso di quanto il papa ha voluto dire in Germania. Da quando sono alla guida di questo Pontificio consiglio, nessun esponente islamico mi ha “rinfacciato” le parole di Ratisbona. All’incontro interreligioso di Napoli, ad esempio, ho trovato soltanto comprensione e amicizia. Tra l’altro, dopo Ratisbona, ci pensò lo stesso Benedetto XVI a spiegare il senso autentico delle sue parole e i risultati delle sue spiegazioni sono stati parecchio efficaci. Vorrei poi ricordare che fu lo stesso Benedetto XVI che, un anno prima di Ratisbona, usò parole inequivocabili intorno alla necessità del dialogo interreligioso e dunque anche del dialogo con i musulmani. Parlando il 20 agosto 2005 nell’arcivescovado di Colonia ai rappresentanti di alcune comunità musulmane egli disse infatti che “il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro”».
Una necessità vitale, che forse può essere favorita anche dalla lettera che recentemente 138 musulmani hanno indirizzato al papa e ad altri capi di Chiese e di confessioni cristiane. «Penso – spiega Tauran – che la lettera contenga degli spunti interessanti. Innanzitutto perché è un’iniziativa che viene direttamente da loro. E quando dico “loro” intendo sunniti e sciiti assieme, cosa non secondaria».
«Poi il testo – continua Tauran – non è per nulla polemico e anzi manifesta un grande rispetto verso il cristianesimo, non soltanto verso la Chiesa cattolica. Ad esempio quando i 138 parlano di Gesù, lo fanno a partire dalla nostra Bibbia e non dal Corano. È un fatto nuovo perché abitualmente molti esponenti islamici parlano di Cristo citando il Corano».
Dunque una lettera importante, alla quale il Vaticano ha poi risposto tramite una contro-lettera firmata dal segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone a nome del papa. «Nella risposta del cardinale Bertone – spiega Tauran – c’è la significativa proposta di accogliere qui a Roma una delegazione dei 138. La volontà nostra è quella di dare seguito a questa lettera ponendo in essere un nuovo spazio di dialogo, profondo e strutturato. Adesso dobbiamo soltanto aspettare la riposta del principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal. Se una risposta arriverà noi, come Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, con la collaborazione del Pontificio istituto per gli studi arabi e islamici (il Pisai) e la pontificia università gregoriana lavoreremo con questa delegazione. Creeremo, insomma, un tavolo di lavoro dove incontrarci e dialogare».
Oltre alla lettera, nelle ultime settimane c’è da registrare l’arrivo in Vaticano del re dell’Arabia Saudita Abdullah. «Il suo arrivo – dice il cardinale Tauran – è molto positivo perché è stata la prima volta di un sovrano dell’Arabia in Vaticano. Se si mette assieme questa visita con la lettera dei 138, si può dire che qualcosa di nuovo si sta muovendo nella giusta direzione. Sono occasioni da cogliere per approfondire il dialogo».
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Kirill all’Osservatore: l’unità tra Roma e Mosca non sembra poi così lontana
7 dicembre 2007 -
Sull’Osservatore di domani (si può già trovare in edicola questo pomeriggio nei paraggi di piazza San Pietro), è uscita questa importante intervista del numero due del patriarcato moscovita: l’unità tra Roma e Mosca non sembra poi così lontana. Ecco il testo pubblicato in prima pagina sul quotidiano vaticano:
«A Roma non ci sono estranei». Cirillo, metropolita di Smolensk e Kaliningrad, seconda autorità del patriarcato di Mosca, ricevuto in udienza da Benedetto XVI nella mattina di venerdì 7 dicembre, dà una valutazione «molto positiva» delle relazioni ecumeniche con la Chiesa cattolica. Dal 1989 presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne moscovite, il metropolita Cirillo è venuto a Roma dal 5 all’8 dicembre per la festa patronale della parrocchia ortodossa russa di Santa Caterina di Alessandria. Nell’intervista a «L’Osservatore Romano» non nasconde i problemi nel dialogo ecumenico e sceglie una metafora per raccontare a che punto è il cantiere dell’unità dei cristiani e quali sono le prospettive:
«È come se dovessimo costruire insieme una grande chiesa, mattone per mattone. E ogni volta aggiungiamo una pietra per arrivare poi al completamento dello straordinario edificio che è l’unità dei cristiani». Secondo il metropolita, il mattone cementato questa mattina con Benedetto XVI è di quelli che fanno da pilastro e permettono di fare passi importanti verso la costruzione dell’unità.
Qual è lo stato delle relazioni tra il patriarcato di Mosca e la Chiesa cattolica?
“Molto positivo. Come molto positivo e molto bello per me è stato l’incontro con il Papa. Nella nostra agenda ci sono tanti temi importanti, penso alla promozione di valori fondamentali per la vita della persona, che oggi preoccupano l’intera umanità e non soltanto la Russia. Penso, inoltre, che oggi sia positiva anche la nostra collaborazione a livello di organizzazioni internazionali, come le Nazioni unite, il Consiglio d’Europa e l’Unione europea”.
La sua è dunque una valutazione positiva del cammino ecumenico in corso.
“Sì, lo è anche esaminando in coscienza tutto ciò che abbiamo fatto insieme in questi ultimi anni. Il giudizio sui nostri sforzi è sicuramente positivo. Con la benedizione e l’incoraggiamento del Papa Benedetto XVI e del Patriarca Alessio II siamo pronti a continuare e intensificare questi sforzi di dialogo comune”.
Riguardo al dialogo teologico che cosa può dire?
“Nel dialogo teologico riconosciamo che esistono determinate difficoltà tra di noi. Ma, nello stesso tempo, riteniamo che il dialogo sia lo strumento migliore per trovare una soluzione comune ai problemi che esistono. E noi vogliamo dialogare con la Chiesa cattolica. Siamo coscienti dell’importanza dello sviluppo bilaterale dei nostri rapporti. Consideriamo utile anche rendere più stretta la nostra collaborazione nel più ampio campo del dialogo tra le religioni”.
Nelle sue parole si colgono ottimismo e speranza nelle relazioni tra il patriarcato di Mosca e la Chiesa cattolica.
“In modo continuo cresciamo in questo ottimismo e in questa speranza. L’incontro con il Papa è per noi senza dubbio una tappa molto positiva per lo sviluppo dei nostri rapporti. È con grandi sentimenti di speranza che lascio Roma dopo questa mia visita. Auguro al Papa una buona salute, molte energie e l’aiuto di Dio nella sua alta missione”.
Lei ha parlato dell’unità come un edificio da costruire insieme, passo dopo passo. Qual è il prossimo mattone da aggiungere?
“C’è un passo decisivo da compiere: comprendere fino in fondo che noi non siamo estranei gli uni agli altri. I cattolici non devono essere estranei agli ortodossi e gli ortodossi non devono essere estranei ai cattolici. E se non siamo più estranei tra noi; certamente non siamo neppure nemici, anzi. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Non dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo ha chiesto l’unità dei suoi discepoli. Noi siamo un’unica famiglia. Condividiamo, infatti, gli stessi valori cristiani. Questa coscienza di appartenere a un’unica famiglia, di essere un’unica famiglia, sta diventando ormai sempre più un patrimonio acquisito sia nei cattolici sia negli ortodossi. È una constatazione positiva, un passo avanti”.
Come si possono compiere ora nuovi passi in avanti?
“È in un clima di fiducia, di amicizia, di non estraneità che si possono compiere i passi in avanti che tutti noi auspichiamo e per i quali lavoriamo. E i passi in avanti ci sono, si registrano di volta in volta pur se i problemi permangono. Dobbiamo sperare, pregare e lavorare insieme”.
Quali sono i passi recenti più significativi?
“Per esempio, anche il solo fatto che io sia qui a Roma per la festa patronale della parrocchia ortodossa russa di Santa Caterina d’Alessandria che è in via di avanzata costruzione. Ci sono state celebrazioni solenni e anche un bellissimo concerto nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli, con la partecipazione del coro festivo maschile del monastero di San Danilo di Mosca, residenza sinodale del Patriarca Alessio II. Queste visite reciproche avvengono ormai normalmente e con frequenza: vederci dimostra che non siamo estranei. Ci parliamo tra cattolici e ortodossi. Abbiamo canali di comunicazione fissi e sempre aperti. Tutto questo scambio è molto positivo perché aiuta la conoscenza, la comprensione, la collaborazione per affrontare i problemi che esistono e non vanno nascosti”.
«È il tempo del disgelo» lei ha detto a «L’Osservatore Romano» all’indomani dell’ordinazione episcopale del nuovo arcivescovo cattolico a Mosca. Come procede e in che consiste questo disgelo?
“Attendiamo e auspichiamo un positivo sviluppo dei nostri rapporti perché finalmente i cattolici russi vivano in pace con gli ortodossi russi. È importante la volontà sincera di dialogare in un paese grande come la Russia dove convivono più denominazioni cristiane e anche diverse religioni. Cattolici e ortodossi sono sempre più uniti nell’affrontare le molteplici sfide che ci vengono dal mondo contemporaneo e dalla secolarizzazione. Questo ci deve incoraggiare a testimoniare insieme i valori cristiani nella società. Il progresso tecnologico e i mutamenti sociali creano condizioni più agiate di vita materiale ma non influiscono sulla vita spirituale della gente. Questo è un campo di lavoro che ci deve vedere insieme. E insieme possiamo trovare il modo migliore per annunciare i contenuti della fede cristiana”.
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A chi piace la Clericus Cup?
7 dicembre 2007 -
Ho scritto di recente un articolo sul Riformista dedicato alla Clericus Cup.
Non voglio qui parlare di quel pezzo, ma chiedervi cosa ne pensiate del toreno di calcio del Vaticano.
A me sembra quando segue:
1. Non mi piace tutta la pubblicità attorno all’evento.
2. Che dei seminaristi giochino a pallone non mi sembra una notizia rilevante (è vero, anche io ne ho parlato in alcuni articoli, ma solo perché espressamente chiestomi dai miei capi).
3. Secondo me, dire che lo sport (e dunque il calcio) è un modo per trasmettere il messaggio evangelico (anche questo si è sentito dire) è sbagliato. La trasmissione della fede è parte di tutta la vita dei cristiani (ne è essenza e sostanza). Il calcio è fatto per giocare a calcio. La pisicina per nuotare. La pista da sci per sciare. E lì, come in qualsiasi altro ambito, ognuno trasmette ciò che è e quindi anche ciò in cui crede. Ma dire che quello è un ambito privilegiato di… mi sembra esagerato e pure diseducativo.
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Ecco l’Avvento secondo Benedetto e Cromazio
6 dicembre 2007 -
Che cosa sia l’Avvento lo ha ricordato ieri nell’udienza generale Benedetto XVI citando san Cromazio, vescovo di Aquileia nel 388.
«San Cromazio – ha detto il Papa – ci ricorda che l’Avvento è tempo di preghiera, in cui occorre entrate in contatto con Dio. Dio ci conosce, conosce me, conosce ognuno di noi, mi vuol bene, non mi abbandona. Andiamo avanti con questa fiducia nel tempo liturgico appena iniziato».
Una bella esortazione da memorizzare per questo importante tempo liturgico è quella che sempre san Cromazio scrisse per i suoi fedeli:
«Preghiamo il Signore con tutto il cuore e con tutta la fede, preghiamolo di liberarci da ogni incursione dei nemici, da ogni timore degli avversari. Non guardi i nostri meriti, ma la sua misericordia, lui che anche in passato si degnò di liberare i figli di Israele non per i loro meriti, ma per la sua misericordia. Ci protegga con il solito amore misericordioso, e operi per noi ciò che il santo Mosè disse ai figli di Israele: Il Signore combatterà in vostra difesa, e voi starete in silenzio. È lui che combatte, è lui che riporta la vittoria… E affinché si degni di farlo, dobbiamo pregare il più possibile. Egli stesso infatti dice per bocca del profeta: Invocami nel giorno della tribolazione; io ti libererò, e tu mi darai gloria» (Sermo XVI,4: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, pp. 100-102).
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Sorpresa al pranzo tra Prodi e Bertone. Le rassicurazioni di Walter al Vaticano
5 dicembre 2007 -
Ieri era il giorno della fiaccolata promossa dai Radicali italiani e dall’associazione Radicali di Roma in piazza del Campidoglio per sostenere l’istituzione del registro delle unioni civili nel comune capitolino. Ed era il giorno in cui la commissione Giustizia, a maggioranza, ha adottato come testo base sulle coppie di fatto il disegno di legge presentato da Cesare Salvi, che punta a introdurre i “Contratti di unione solidale”.
Iniziative, soprattutto la prima, alle quali in questo momento il Vaticano guarda con un certo interesse e preoccupazione ma che, sempre ieri, non sono state toccate esplicitamente nel pranzo (è quasi sempre di routine in occasione della creazione di nuovi cardinali italiani) avvenuto all’ambasciata italiana presso la Santa Sede tra il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, i porporati italiani creati cardinali nell’ultimo concistoro e i vertici del governo italiano, da Prodi in giù.
Nessuno scambio di vedute esplicito, dunque. Però, per dirla tutta, pare che qualche battuta in merito alla proposta di istituzione di un registro delle unioni civili a Roma sia stata scambiata tra qualche esponente del governo e qualche altro del Vaticano ma soltanto a pranzo concluso e in forma privata. Da parte governativa, infatti, c’è stato chi ha voluto chiedere lumi in merito a un’ipotetica pressione del Vaticano per non far passare il registro. E da parte vaticana pare si sia risposto come, più che la Santa Sede, a “premere” sia stato il sindaco di Roma che, preventivamente, ha voluto assicurare nel corso del recente colloquio con Bertone che nulla sarebbe avvenuto in merito.
Parole di sottofondo, dunque, ma comunque importanti e che testimoniano come, a conti fatti, nell’era Bertone gli scambi di opinione tra Vaticano e governo siano tutt’altro che sporadici.
Ieri le due delegazioni erano molto nutrite. Da parte vaticana, oltre a Bertone, c’erano il sostituto alla segreteria di Stato Fernando Filoni, il “ministro degli esteri” Dominique Mamberti, il sottosegretario per i rapporti tra gli Stati Pietro Parolin. Presenti, ovviamente, anche il nunzio in Italia Giuseppe Bertello e il segretario generale della Cei Giuseppe Betori. E poi il cardinale e presidente della Cei Angelo Bagnasco, i cardinali Comastri, Lajolo, Farina, Coppa e l’argentino Sandri. Da parte governativa c’erano D’Alema, Parisi, Fioroni, Mastella, Turco, Bindi ed Enrico Letta.
Con ieri era la terza volta in pochi giorni che Bertone incontrava esponenti importanti del mondo politico. Prima la cena con Silvio Berlusconi nel giorno dell’annuncio del partito del popolo delle libertà. Poi, come detto, il colloquio con Veltroni nella settimana che doveva vedere la discussione e la votazione al Campidoglio del registro delle unioni civili. E, infine, il pranzo di ieri.
Si tratta di incontri che, al di là dei contenuti specifici affrontati, testimoniano come, finita l’era Ruini, il pallino dei rapporti col governo italiano e la politica in generale siano passati nelle mani di Bertone.
Tutto è iniziato poco meno di un anno fa. Era il 19 febbraio 2007. Bertone si recò insieme all’allora presidente della Cei Camillo Ruini e ad altre gerarchie vaticane proprio nella sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede dove l’ambasciatore Giuseppe Balboni Acqua aveva organizzato, in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi, il consueto incontro con le più alte cariche dello Stato. C’erano Prodi, Napolitano, D’Alema e altri ministri in ordine sparso. La situazione non era delle migliori soprattutto a causa del ddl sui Dico che, allora, incombeva come una minaccia. Bertone ci mise del suo per gettare ponti in una situazione parecchio ingarbugliata e da subito fece capire che, nell’era del post Ruini – e cioè dal 7 marzo 2007 in poi, data della nomina di Bagnasco – sarebbe stato lui a condurre le danze dei rapporti tra Vaticano e Stato italiano. E queste danze sarebbero state all’insegna di meno diktat e più dialogo. O meglio: la Chiesa non sarebbe arretrata in merito alla difesa di quei “princìpi non negoziabili” coniati pochi mesi prima in un celebre discorso da papa Ratzinger ma, nel contempo, il dialogo sarebbe stato aperto e franco.
E così è avvenuto sia in occasione dell’uscita della Nota sui Dico della scorsa primavera, sia con più insistenza nel corso degli ultimi mesi. Dialogo, per Bertone, non significa ingerenza ma scambio di opinioni e vedute all’insegna del fair play. E la primazia di Bertone in questo dialogo è aiutata oggi anche dal fatto che il presidente della Cei non risiede a Roma ma a Genova e che Ruini, lasciata la Cei, preferisca “giocare” maggiormente in retrovia.
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Alla Clericus Cup sono ammessi solo i cartellini azzurri
4 dicembre 2007 -
Che la Clericus Cup sia un torneo sui generis lo dicono tanti fattori. Su tutti il fatto che, per volere diretto del segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone (salesiano e dunque da sempre affezionato alla competizione in stile oratoriale), le sedici squadre che ogni fine settimana entrano in campo all’ombra del cupolone sono composte esclusivamente da seminaristi appartenenti ai vari collegi, università, convitti e seminari pontifici di Roma.
Eppure, è a scorrere i sette articoli del regolamento del torneo disponibile sul website del Centro Sportivo Italiano (Csi) che si trova forse la caratteristica più singolare. Alla Clericus Cup non esiste né il cartellino giallo, né quello rosso. Ne esiste soltanto uno azzurro che però non serve né per ammonire né per espellere. E a cosa serve allora? Serve a sospendere.
Già, perché alla Clericus Cup le infrazioni di gioco non sono preventivamente ritenute degne dell’espulsione. Piuttosto, coloro che si rendono colpevoli di «sgambetto, trattenuta o altro mezzo illecito su un avversario che, diretto a rete, non ha alcun altro avversario tra sé e la porta, con l’esclusione del portiere, in grado di intervenire» (insomma una bella “entrata” da dietro sull’avversario diretto a rete, ndr), di «fallo di mano volontario su un tiro diretto nello specchio della propria porta» e di «fallo di mano volontario, incluso quello del portiere se fuori area di rigore, su un avversario lanciato a rete», devono accomodarsi per cinque minuti in panchina per poi, scontata la pena, rientrare.
Insomma, infrazioni pesanti, comportamenti scorretti degni delle più sacrosante delle espulsioni alla Clericus Cup non solo non sono ammessi ma nemmeno ipotizzati. E forse è logico che sia così visto che, a meno di ripensamenti dell’ultima ora, tutti i seminaristi iscritti sono candidati a divenire un giorno preti e, tra questi, alcuni addirittura vescovi o, perché no, cardinali.
Per il momento molti tra loro sono ottimi giocatori. Quest’anno (siamo appena alle prime giornata) si sta facendo notare un ragazzo del San Paolo Apostolo. Si chiama Bidjeck e viene dal Camerun: è cugino dell’ex Pallone d’Oro africano Oman Biyik e dunque sa il fatto suo. Anche lui, insieme a una delegazione di rappresentanti di ciascuna delle 16 squadre del torneo, sarà ricevuto domani in udienza da Benedetto XVI nell’Aula Paolo VI. Dal Papa – recita un comunicato ufficiale del Csi – tutti si augurano di ricevere «una benaugurante benedizione». E ne hanno bisogno: il torneo è ancora lungo. I campioni in carica dell’Istituto Redemptoris Mater (i neocatecumenali) sono già in fuga e per fermarli non sono ammessi colpi bassi: sotto il cupolone si gioca sportivamente. E gli arbitri estraggono soltanto cartellini azzurri, come azzurro è il cielo sopra San Pietro.
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Alcuni movimenti nella “finanza” vaticana
3 dicembre 2007 -
Sono cinque gli uffici con competenze finanziarie del Vaticano. Oltre all’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), al governatorato dello Stato della Città del Vaticano, alla prefettura degli Affari Economici e alla congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, c’è lo Ior (l’Istituto per le Opere di Religione), in sostanza la banca vaticana. L’istituto è controllato da una commissione cardinalizia di vigilanza dalla quale, questa settimana (si dice domani), dovrebbe ufficialmente uscire l’attuale presidente, ovvero l’ex segretario di Stato vaticano Angelo Sodano che lo scorso 23 novembre ha compiuto 80 anni ed è così entrato nell’età in cui non si può più far parte, come membri effettivi, dei vari “ministeri” della Santa Sede.
Ancora oggi, nella commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior, vi sono insieme a lui Tarcisio Bertone (attuale segretario di Stato vaticano), Juan Sandoval Iniguez (arcivescovo di Guadalajara), Attilio Nicora (presidente dell’Apsa) e Adam Joseph Maida (arcivescovo di Detroit).
Da domani, il posto di presidenza dovrebbe essere automaticamente consegnato al cardinale Bertone mentre per il nome di chi andrà a occupare il quinto e ultimo posto ancora disponibile i giochi sono aperti. Si parla con insistenza dell’arrivo del neo cardinale Giovanni Lajolo (presidente del governatorato) anche se non è escluso che il Pontefice, sentito innanzitutto il cardinale Bertone, possa optare per un nome più “internazionale”. La commissione cardinalizia di vigilanza dello Ior, infatti, ha quasi sempre avuto al suo interno, oltre a un cardinale proveniente dagli Stati Uniti, anche uno proveniente dalla Germania. Si tratta dei due paesi che raccolgono la maggiore quantità di offerte per la Santa Sede ed è logico che abbiano una rappresentanza agli alti livelli della banca vaticana.
La struttura dello Ior ha subìto nei mesi scorsi alcuni importanti cambiamenti. Il primo ottobre scorso Paolo Cipriani ha preso il posto del direttore generale Lelio Scaletti. Cipriani, 53enne romano, sposato con due figli, prima di entrare in servizio allo Ior aveva prestato la propria attività presso il Banco di Santo Spirito e la Banca di Roma, svolgendo anche compiti di rappresentanza di questi istituti in Lussemburgo, a New York e a Londra. Attualmente presidente dell’Ior è il banchiere Angelo Caloia. Ma da gennaio il suo posto potrebbe essere preso dall’ex presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, membro della pontificia Accademia delle scienze.
Resta tutta da decifrare, invece, la posizione dell’attuale segretario personale del cardinale Sodano, monsignor Piero Pioppo, nominato prelato dello Ior dallo stesso Sodano durante i suoi ultimi mesi alla guida della segreteria di Stato, dopo aver rispolverato una carica che era rimasta vacante dai tempi dell’uscita di scena del discusso e potente monsignor Donato De Bonis, braccio destro di Paul Marcinkus.
In settimana, pare domani, dovrebbe avvenire anche l’importante nomina del nuovo direttore dei musei vaticani. Si tratta di Antonio Paolucci, storico dell’arte, già ministro dei beni culturali ed ex-soprintendete per il polo museale a Firenze. Insieme, si parla dell’arrivo alla congregazione per l’evangelizzazione dei popoli di monsignor Ermes Viale, oggi officiale della prima sezione della segreteria di Stato vaticana, quale nuovo capo dell’ufficio amministrativo del ministero retto dal cardinale Dias.
Più in là, invece, probabilmente entro e non oltre il mese di gennaio, dovrebbe avvenire un cambio ai vertici dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Viene dato per probabile l’arrivo, come nuovo presidente, dell’attuale vice presidente dell’ente ospedaliero “Ospedali Galliera” di Genova, il professor Giuseppe Profiti. L’ospedale genovese, in ossequio al suo statuto, è oggi presieduto dall’arcivescovo della città, il cardinale Angelo Bagnasco. Istituito, infatti, come opera pia, l’ente deve le sue origini alla munificenza della Marchesa Maria Brignole Sale, duchessa di Galliera, che lo ha edificato tra il 1877 e il 1888. Da sempre l’ente genovese ha avuto la peculiarità della presidenza affidata all’arcivescovo in carica in città. L’eventuale arrivo di Profiti al Bambino Gesù – ospedale a oggi di proprietà della Santa Sede – permetterebbe una certa continuità di governo con la gestione precedente.
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L’enciclica di Ratzinger tra aldilà e speranza
1 dicembre 2007 -
Che la seconda enciclica di Benedetto XVI sia dedicata alla speranza lo si capisce, oltre che dal titolo (“Spe salvi” e cioè salvati nella speranza), anche da quante volte la parola “spes” viene menzionata all’interno delle 77 pagine – tante sono nella versione in lingua italiana – del testo papale: 163 volte in tutto.
Dopo la prima enciclica dedicata alla terza virtù teologale, la carità, Benedetto XVI offre un testo (firmato ieri, festa di Sant’Andrea, scritto in tedesco e poi tradotto in latino, italiano, inglese, spagnolo, polacco, portoghese e francese) in cui la seconda virtù teologale, la speranza, viene definita come «attesa delle cose future a partire da un presente già donato», ovvero Cristo. Un testo che, come ha spiegato il direttore della sala stampa della Santa Sede, il gesuita padre Federico Lombardi, è stato scritto «di getto» e potrebbe precedere una terza fatica dedicata questa volta alla fede.
L’intento del Papa è di mostrare ai fedeli d’oggi, e insieme al mondo contemporaneo, cosa significhi sperare cristianamente. Senza un ancoraggio alla presenza di Dio resosi carne in Cristo, la vita non ha senso e il futuro non può essere guardato con fiducia. Per Ratzinger lo hanno dimostrato in maniera lampante le ideologie del passato, il marxismo innanzitutto, che ha tentato di salvare l’uomo a prescindere da Dio: l’errore di Marx – ha detto il Pontefice – è stato quello di non aver compreso come «l’uomo rimane sempre uomo» e cioè abbia il male dentro di sé sempre pronto a esplodere. Lo ha dimostrato anche la miopia di chi crede esclusivamente nelle possibilità della scienza, nel progresso che «offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male».
Per sostenere le proprie tesi, il Pontefice si è avvalso di tanti riferimenti alla Scrittura, a teologi e a pensatori: tra questi sant’Agostino (padre della Chiesa prediletto dal Pontefice), Platone, Kant, Francesco Bacone e Dostoevskij.
Il magistero di Benedetto XVI è sempre più incentrato sul semplice insegnamento delle verità della fede: le catechesi pre Angelus incentrate sulle festività della Chiesa. Le omelie delle udienze generali dedicate ai padri della Chiesa. Gli interventi rivolti al clero e ai semplici fedeli che seguono lo scandire dei tempi liturgici. E poi questa lettera enciclica dove la speranza nell’eternità è occasione per riproporre all’attenzione l’esistenza (più volte è stata vista con diffidenza anche all’interno della stessa Chiesa) delle realtà ultime, quelle che un tempo venivano chiamate i novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso.
La speranza cristiana è a queste realtà che guarda. Ogni uomo spera nell’eternità, seppure rifugga all’idea di dover morire per arrivarvi. Eppure, tramite l’allenamento della preghiera, il desiderio di Dio può entrare nell’uomo fino a fargli desiderare senza paura l’eternità. Con la preghiera, anche nei momenti più duri della vita, si può sperare nell’eternità, nella certezza che il cielo non è vuoto». Alla fine tutti gli uomini dovranno passare attraverso il giudizio di Dio. È un’immagine, quella del giudizio, che «chiama in causa la responsabilità» dell’uomo perché, come disse Dostoevskij, «i malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime».
Davanti a Dio arriveranno uomini «che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e della disponibilità all’amore» e per i quali l’inferno sembrerebbe irrevocabile, altri «purissimi» e ancora altri che pur avendo mantenuto una certa disponibilità a Dio, nelle scelte di vita si sono però ricoperti di «compromessi al male». Per tutti ci sarà il giudizio divino: ogni anima sarà messa davanti a Cristo, un incontro in cui «l’impuro» e «il malsano» delle vite degli uomini sarà reso evidente. Lo sguardo di Cristo risanerà ogni cosa mediante «una trasformazione certamente dolorosa, come attraverso il fuoco». E in questa trasformazione l’uomo tornerà a essere se stesso e cioè totalmente con Dio. La durata di questo bruciare non la si può quantificare perché «il momento trasformatore sfugge al cronometraggio terreno».
È, in sostanza, l’aldilà per chi vive una speranza basata sulla fede cristiana. È l’aldilà di Benedetto XVI e della sua seconda enciclica che parla di come sperare in un futuro buono, nell’esistenza dell’eternità, nelle cose ultime dopo la morte: giudizio, inferno e paradiso.
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