Ruini propone il Concilio secondo Wojtyla
Dic 29, 2007 il Riformista
Oltre l’esegesi del Vaticano II offerta dalla cosiddetta “officina bolognese” del fu Giuseppe Alberigo - i «bravi progressisti» li definì George Weigel, uno dei principali biografi del Papa polacco - e quella snocciolata dai conservatori più tradizionalisti figli spirituali del fu Marcel Lefebvre - «cattivi conservatori» è il termine con il quale Weigel parla di loro - c’è una terza via. È l’ermeneutica conciliare propria del cardinale Wojtyla, ermeneutica dedotta sulla scorta di quanto già aveva affermato Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio e Paolo VI in quello di chiusura. Ermeneutica che nel 1972, allorquando egli era vescovo di Cracovia, il futuro Pontefice polacco che aveva avuto il privilegio di partecipare al Concilio in qualità di amministratore capitolare dell’arcidiocesi di Cracovia, mise nero su bianco nell’opera “Alle fonti del rinnovamento: Studio sull’attuazione del Concilio Vaticano II”. Un’opera pubblicata in Polonia nel 2001 a cura dell’Associazione Teologica Polacca, edita in Italia nel 2001 grazie alla Libreria Editrice Vaticana, e oggi significativamente riproposta, con il contributo della Fondazione Novae Terrae, dall’Editore Rubbettino.
La preziosità della riedizione è data anche dal fatto che presenta un’introduzione del cardinale Camillo Ruini, uno dei primi porporati di Santa Romana Chiesa a indicare come centrale nel pontificato di Benedetto XVI il discorso che quest’ultimo rivolse alla curia romana il 22 dicembre del 2005, discorso inerente la corretta esegesi del Vaticano II.
Dunque Ruini, a un passo dal lasciare ogni impegno pubblico (da quasi un anno non è più presidente della Cei e nei prossimi mesi è previsto il suo “pensionamento” dalla guida della diocesi di Roma), in un certo senso anticipa la prossima stagione della sua vita che inevitabilmente sarà dedicata ad analizzare da dietro le quinte le vicende intra ed extra ecclesiali e, con tempismo, offre il suo contributo a quella corretta esegesi dei lavori conciliari auspicata da papa Ratzinger.
Benedetto XVI indicò come portatrice di confusione quell’“ermeneutica della discontinuità” che anche grazie «al contributo dei mass media e di una parte della teologia moderna» si è affermata con forza nel decenni passati. Di questa ermeneutica - spiega Ruini nella prefazione all’opera di Wojtyla - è rimasta una “eco” ancora oggi, «come mostrano posizioni anche recenti di storici e teologi: l’appello generico allo “spirito del Concilio” espone al rischio di interpretazioni soggettive, che fraintendono l’autentica natura dell’evento conciliare e aprono lo spazio a sviluppi difficilmente compatibili con la sostanza del cattolicesimo».
Benedetto XVI il 22 dicembre del 2005 propose un’ermeneutica della riforma. «Ermeneutica - spiega Ruini - in cui la tradizione vive nell’intreccio fecondo e fedele di continuità (che non è ripetizione) e novità (che non è cambiamento della sostanza). Un impegno che scaturisce anzitutto da un rapporto vitale e spirituale con la parola della fede e da una vissuta ecclesialità».
Quale il nocciolo della “terza via” wojtyliana? Quale il succo del vademecum - «articolato ed organico» - del troppo a lungo dimenticato testo del cardinale polacco? Comprenderlo non è un mero esercizio letterario anche perché, se è vero che si deve alla scuola di Bologna il fatto d’essere riuscita, con un’attenzione puntuta, ad accedere ai documenti e ai carteggi del Concilio, è altrettanto vero che coloro che quelle carte le hanno studiate arrivando a conclusioni diverse (è il caso di Wojtyla) non sempre hanno visto un’adegauto rilancio del proprio pensiero. Tanto che, addirittura, un maggiore impatto sembrano aver avuto gli interpreti di un fronte opposto a quello bolognese, appunto quello degli “ultra tradizionalisti”.
Tra i due opposti schieramenti, dunque, ecco la via di Wojtyla, «il primo - dice Ruini - e forse più approfondito studio» nell’ottica dell’ermeneutica della continuità. Il centro dell’interpretazione wojtyliana risiede tutto nella convinzione che il Concilio è stato innanzitutto un fatto religioso in cui il principale protagonista fu lo Spirito Santo. Il suo scopo non è stato quello di contrapporre il Vangelo alla modernità quanto quello di legare nella realtà del mistero di Gesù Cristo i due poli essenziali del discorso teologico: Dio e l’uomo. Non tanto, dunque, contrapporre il Vangelo allo “spirito del mondo” e neppure stemperarlo in una adesione acritica di sapore immanentistico, quanto riproporre la prima strada che la Chiesa deve percorre nel compimento della sua missione: Gesù Cristo. E, in questo senso, quanto più si radica il Vaticano II in Cristo, tanto più si esce dai discorsi autoreferenziali, dalle letture parziali. Tanto più si guarda a Cristo, insomma, la continuità con la tradizione passata non viene interpretata come mera ripetizione e, insieme, la novità, pur restando tale, non apporta cambiamenti sostanziali.




















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