L’ultima fatica di Piero Marini nella protestante Inghilterra
Dic 22, 2007 il Riformista
Il pubblico, venerdì della settimana scorsa, era delle grandi occasioni. La sede prestigiosa quanto basta. Del resto, era logico che così fosse. Atteso a Westminster, nella residenza del cardinale Cormac Murphy O’Connor, era nientemeno che monsignor Piero Marini (oggi presidente del pontificio comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali), colui che per venti lunghi anni (dal 1987 al 2007) è stato il maestro delle cerimonie del Papa, incarico poi lasciato nelle mani di un altro Marini, monsignor Guido. Genovese e “siriano”, quest’ultimo è arrivato lo scorso primo ottobre, un po’ alla chetichella, al comando dell’ufficio delle cerimonie del Papa, proprio lì dove per buona parte del pontificato di Wojtyla ha regnato l’ultimo dei “bugninisti” di Santa Romana Chiesa, appunto monsignor Piero.
Due scuole liturgiche diverse quelle dei due Marini, l’una che si rifà al cardinale Siri e l’altra a monsignor Annibale Bugnini. Due scuole che, di fatto, sono destinate a segnare a modo loro il cambio di pontificato avvenuto il 19 aprile del 2005.
Ad attendere Marini P., oltre al cardinale Murphy O’Connor, un nutrito drappello di dignitari vaticani, tra cui il nunzio in Gran Bretagna, ovvero il monsignor spagnolo Faustino Sainz Munoz. L’occasione era degna di nota: la presentazione in pompa magna della sua ultima fatica: “A challenging Reform” (Una riforma che pone sfide), edito dalla Liturgical Press. Come un canto del cigno, il libro di Marini P. è stato pubblicato solo in lingua inglese, quasi fosse volutamente indirizzato innanzitutto al pubblico della protestante Inghilterra: terra dove le sperimentazioni in campo liturgico (anche negli ambienti cattolici) hanno trovato un terreno fertile su cui essere seminate, crescere e poi propagarsi.
Del resto, fu Annibale Bugnini ai tempi del post Concilio, allorquando era segretario della commissione liturgica istituita da Paolo VI con lo scopo di applicare e precisare quel rinnovamento della liturgia che lo stesso Concilio aveva approvato, a spingere per una riforma più di rottura che di continuità con la tradizione passata, spinta che, di fatto, gli costò il posto, fino all’allontanamento da Roma avvenuto il 4 gennaio 1976: inaspettatamente fu inviato quale pronunzio apostolico in Iran.
Della riforma liturgica Marini P. ha parlato a lungo nell’incontro di Westminster. Senza giri di parole ha detto al sua, spiegando come la riforma liturgica sancita nel Vaticano II fosse stata osteggiata a lungo, e poi pure affossata, direttamente dalla curia romana. Secondo quanto riporta il “National Catholic Report”, per Marini P. «la riforma liturgica (del Vaticano II) non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti», ma avrebbe dovuto essere «la base e l’ispirazione degli obiettivi per cui il Concilio era stato convocato». Proprio così. «L’obiettivo della liturgia - ha proseguito l’ex cerimoniere - non era altro che l’obiettivo della Chiesa e il futuro della liturgia è il futuro della Chiesa».
Se così fu il Vaticano II, se questi erano i motivi profondi della sua convocazione, si capisce bene perché, ancora oggi, molti vescovi in tutto il mondo osteggino dichiaratamente l’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum con il quale Benedetto XVI ha voluto ripristinare l’antico rito rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII: tornare a pregare come si faceva prima del Concilio viene visto in contraddizione con quanto la riforma, secondo l’interpretazione del fu Annibale Bugnini, doveva andare a sancire.
Eppure - è cosa nota - il Vaticano II per Benedetto XVI fu soprattutto rinnovamento nella continuità, non rottura. E ciò vale innanzitutto per il cuore della vita di fede: la liturgia. Il passato vale ancora nel presente, lo innerva e lo rinvigorisce pur senza castrare quei cambiamenti che i tempi suggeriscono essere opportuni. Di qui il Summorum Pontificum, quel Motu Proprio voluto per dire alla Chiesa che l’antica liturgia vale ancora oggi, che il rito di Paolo VI, se sganciato dal passato, in un certo senso tradisce la secolare vita liturgica della Chiesa.
Ieri, nel discorso che tradizionalmente ogni fine anno il Pontefice rivolge alla curia romana, Benedetto XVI non ha citato tra gli avvenimenti accaduti nel corso degli ultimi mesi la firma del Summorum Pontificum. A pochi giorni dall’uscita dell’attesa nota chiarificatrice fatta scrivere dalla pontifica commissione Ecclesia Dei affinché il Motu Proprio venga approvato senza se e senza ma, probabilmente non era il caso di insistere su un argomento che ancora una parte di Chiesa fatica a digerire come dovrebbe.




















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