Senza se e senza ma: don Camillo detta la linea

Il pomeriggio di ieri al Campidoglio avrà lasciato soddisfatto il cardinale Camillo Ruini. Che domenica era intervenuto affinché il pensiero della Chiesa intorno all’intricata vicenda dell’istituzione nella capitale del registro delle unioni civili venisse fuori in tutta la sua chiarezza e nettezza. Ruini ha ispirato un editoriale non firmato e pubblicato in prima pagina sul supplemento di Avvenire “Roma Sette”, il settimanale che, in quanto curato dalla diocesi di Roma, non esce senza l’avallo del cardinale vicario della città.
L’editoriale è stato ripreso, sempre domenica, sulle pagine nazionali dello stesso Avvenire con un articolo dal titolo quanto mai esplicito: «Unioni di fatto: il Comune di Roma sbaglia battaglia».
A dispetto di quanti pensavano che l’incontro di due settimane fa tra il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il sindaco di Roma nonché leader del Pd, Walter Veltroni, avesse contribuito al raggiungimento di un accordo (il consiglio comunale non avrebbe approvato l’istituzione di un registro per le unioni civili ma nel contempo un ordine del giorno avrebbe sollecitato il Parlamento a legiferare in materia), l’editoriale di “Roma Sette” ha evidenziato come sulla questione Ruini non sia affatto disposto a trattare.
Naturalmente, anche se il Vaticano non conferma, anzi, che Bertone avesse accettato un qualche compromesso (semmai si dice che sia stato Veltroni a volere l’incontro con il segretario di Stato vaticano solo per esporre il proprio punto di vista), resta significativo il fatto che una parola esplicita della Chiesa in merito sia stata pronunciata soltanto domenica, in un editoriale rivolto innanzitutto ai cattolici che siedono in Campidoglio, compresi naturalmente quelli che militano nelle file del Pd: non è per nulla sufficiente «opporsi a una decisione profondamente negativa», come sarebbe per la Chiesa l’istituzione di un registro delle cosiddette “unioni civili”, per «giustificare un ordine del giorno che alla fine tende al medesimo risultato». Quale? In sostanza l’auspicio che sia il Parlamento, e non il consiglio comunale, a legiferare in materia.
Il vicariato di Roma, e dunque Ruini, non accetta che nella città «punto di riferimento dei cattolici di tutto il mondo» e che «custodisce le memorie di una civiltà basata sui valori fondanti della persona», non solo si approvi ma addirittura si proponga di approvare «il riconoscimento di nuove figure giuridiche alternative al matrimonio e alla famiglia».
La famiglia fondata sul matrimonio, come ha detto innumerevoli volte Benedetto XVI e come lo stesso Pontefice pare voglia tornare a dire nelle catechesi delle festività natalizie, è un principio “non negoziabile” e, in sostanza, è questo semplice concetto che, con indiscutibile tempismo, Ruini ha voluto ribadire. Affinché nessuno, soprattutto nel Pd, pensi che su queste tematiche la Chiesa possa avallare soluzioni compromissorie.
L’editoriale di domenica non è stato un mero esercizio letterario. È stato il segnale che sui rapporti tra Chiesa e politica la voce del vicariato di Roma non è secondaria. Anzi. Se quanto succede a Roma ha – come è ovvio che sia – una valenza nazionale, allora la parola di Ruini non può essere ignorata. Poco meno di un anno fa (il 25 marzo 2007) era stato il segretario di Stato Tarcisio Bertone a scrivere al neo presidente della Cei Angelo Bagnasco per spiegare come, dopo l’abbandono della presidenza da parte di Ruini, sarebbe stato lui a condurre le danze nei rapporti tra il Vaticano e lo Stato italiano: «Negli ultimi mesi – scrisse Bertone – ho potuto apprezzare ancor meglio il compito che i Pontefici hanno affidato a questa Segreteria, d’intessere e di promuovere le relazioni con gli Stati e di attendere agli affari che, sempre per fini pastorali, debbono essere trattati con i governi civili». E le vicende di questi giorni testimoniano che le cose in parte stanno effettivamente andando in questo modo. Ma in parte no.


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