L’enciclica di Ratzinger tra aldilà e speranza

Che la seconda enciclica di Benedetto XVI sia dedicata alla speranza lo si capisce, oltre che dal titolo (“Spe salvi” e cioè salvati nella speranza), anche da quante volte la parola “spes” viene menzionata all’interno delle 77 pagine – tante sono nella versione in lingua italiana – del testo papale: 163 volte in tutto.
Dopo la prima enciclica dedicata alla terza virtù teologale, la carità, Benedetto XVI offre un testo (firmato ieri, festa di Sant’Andrea, scritto in tedesco e poi tradotto in latino, italiano, inglese, spagnolo, polacco, portoghese e francese) in cui la seconda virtù teologale, la speranza, viene definita come «attesa delle cose future a partire da un presente già donato», ovvero Cristo. Un testo che, come ha spiegato il direttore della sala stampa della Santa Sede, il gesuita padre Federico Lombardi, è stato scritto «di getto» e potrebbe precedere una terza fatica dedicata questa volta alla fede.
L’intento del Papa è di mostrare ai fedeli d’oggi, e insieme al mondo contemporaneo, cosa significhi sperare cristianamente. Senza un ancoraggio alla presenza di Dio resosi carne in Cristo, la vita non ha senso e il futuro non può essere guardato con fiducia. Per Ratzinger lo hanno dimostrato in maniera lampante le ideologie del passato, il marxismo innanzitutto, che ha tentato di salvare l’uomo a prescindere da Dio: l’errore di Marx – ha detto il Pontefice – è stato quello di non aver compreso come «l’uomo rimane sempre uomo» e cioè abbia il male dentro di sé sempre pronto a esplodere. Lo ha dimostrato anche la miopia di chi crede esclusivamente nelle possibilità della scienza, nel progresso che «offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male».
Per sostenere le proprie tesi, il Pontefice si è avvalso di tanti riferimenti alla Scrittura, a teologi e a pensatori: tra questi sant’Agostino (padre della Chiesa prediletto dal Pontefice), Platone, Kant, Francesco Bacone e Dostoevskij.
Il magistero di Benedetto XVI è sempre più incentrato sul semplice insegnamento delle verità della fede: le catechesi pre Angelus incentrate sulle festività della Chiesa. Le omelie delle udienze generali dedicate ai padri della Chiesa. Gli interventi rivolti al clero e ai semplici fedeli che seguono lo scandire dei tempi liturgici. E poi questa lettera enciclica dove la speranza nell’eternità è occasione per riproporre all’attenzione l’esistenza (più volte è stata vista con diffidenza anche all’interno della stessa Chiesa) delle realtà ultime, quelle che un tempo venivano chiamate i novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso.
La speranza cristiana è a queste realtà che guarda. Ogni uomo spera nell’eternità, seppure rifugga all’idea di dover morire per arrivarvi. Eppure, tramite l’allenamento della preghiera, il desiderio di Dio può entrare nell’uomo fino a fargli desiderare senza paura l’eternità. Con la preghiera, anche nei momenti più duri della vita, si può sperare nell’eternità, nella certezza che il cielo non è vuoto». Alla fine tutti gli uomini dovranno passare attraverso il giudizio di Dio. È un’immagine, quella del giudizio, che «chiama in causa la responsabilità» dell’uomo perché, come disse Dostoevskij, «i malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime».
Davanti a Dio arriveranno uomini «che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e della disponibilità all’amore» e per i quali l’inferno sembrerebbe irrevocabile, altri «purissimi» e ancora altri che pur avendo mantenuto una certa disponibilità a Dio, nelle scelte di vita si sono però ricoperti di «compromessi al male». Per tutti ci sarà il giudizio divino: ogni anima sarà messa davanti a Cristo, un incontro in cui «l’impuro» e «il malsano» delle vite degli uomini sarà reso evidente. Lo sguardo di Cristo risanerà ogni cosa mediante «una trasformazione certamente dolorosa, come attraverso il fuoco». E in questa trasformazione l’uomo tornerà a essere se stesso e cioè totalmente con Dio. La durata di questo bruciare non la si può quantificare perché «il momento trasformatore sfugge al cronometraggio terreno».
È, in sostanza, l’aldilà per chi vive una speranza basata sulla fede cristiana. È l’aldilà di Benedetto XVI e della sua seconda enciclica che parla di come sperare in un futuro buono, nell’esistenza dell’eternità, nelle cose ultime dopo la morte: giudizio, inferno e paradiso.


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