Ruini propone il Concilio secondo Wojtyla

Oltre l’esegesi del Vaticano II offerta dalla cosiddetta “officina bolognese” del fu Giuseppe Alberigo - i «bravi progressisti» li definì George Weigel, uno dei principali biografi del Papa polacco - e quella snocciolata dai conservatori più tradizionalisti figli spirituali del fu Marcel Lefebvre - «cattivi conservatori» è il termine con il quale Weigel parla di loro - c’è una terza via. È l’ermeneutica conciliare propria del cardinale Wojtyla, ermeneutica dedotta sulla scorta di quanto già aveva affermato Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio e Paolo VI in quello di chiusura. Ermeneutica che nel 1972, allorquando egli era vescovo di Cracovia, il futuro Pontefice polacco che aveva avuto il privilegio di partecipare al Concilio in qualità di amministratore capitolare dell’arcidiocesi di Cracovia, mise nero su bianco nell’opera “Alle fonti del rinnovamento: Studio sull’attuazione del Concilio Vaticano II”. Un’opera pubblicata in Polonia nel 2001 a cura dell’Associazione Teologica Polacca, edita in Italia nel 2001 grazie alla Libreria Editrice Vaticana, e oggi significativamente riproposta, con il contributo della Fondazione Novae Terrae, dall’Editore Rubbettino.
La preziosità della riedizione è data anche dal fatto che presenta un’introduzione del cardinale Camillo Ruini, uno dei primi porporati di Santa Romana Chiesa a indicare come centrale nel pontificato di Benedetto XVI il discorso che quest’ultimo rivolse alla curia romana il 22 dicembre del 2005, discorso inerente la corretta esegesi del Vaticano II.
Dunque Ruini, a un passo dal lasciare ogni impegno pubblico (da quasi un anno non è più presidente della Cei e nei prossimi mesi è previsto il suo “pensionamento” dalla guida della diocesi di Roma), in un certo senso anticipa la prossima stagione della sua vita che inevitabilmente sarà dedicata ad analizzare da dietro le quinte le vicende intra ed extra ecclesiali e, con tempismo, offre il suo contributo a quella corretta esegesi dei lavori conciliari auspicata da papa Ratzinger.
Benedetto XVI indicò come portatrice di confusione quell’“ermeneutica della discontinuità” che anche grazie «al contributo dei mass media e di una parte della teologia moderna» si è affermata con forza nel decenni passati. Di questa ermeneutica - spiega Ruini nella prefazione all’opera di Wojtyla - è rimasta una “eco” ancora oggi, «come mostrano posizioni anche recenti di storici e teologi: l’appello generico allo “spirito del Concilio” espone al rischio di interpretazioni soggettive, che fraintendono l’autentica natura dell’evento conciliare e aprono lo spazio a sviluppi difficilmente compatibili con la sostanza del cattolicesimo».
Benedetto XVI il 22 dicembre del 2005 propose un’ermeneutica della riforma. «Ermeneutica - spiega Ruini - in cui la tradizione vive nell’intreccio fecondo e fedele di continuità (che non è ripetizione) e novità (che non è cambiamento della sostanza). Un impegno che scaturisce anzitutto da un rapporto vitale e spirituale con la parola della fede e da una vissuta ecclesialità».
Quale il nocciolo della “terza via” wojtyliana? Quale il succo del vademecum - «articolato ed organico» - del troppo a lungo dimenticato testo del cardinale polacco? Comprenderlo non è un mero esercizio letterario anche perché, se è vero che si deve alla scuola di Bologna il fatto d’essere riuscita, con un’attenzione puntuta, ad accedere ai documenti e ai carteggi del Concilio, è altrettanto vero che coloro che quelle carte le hanno studiate arrivando a conclusioni diverse (è il caso di Wojtyla) non sempre hanno visto un’adegauto rilancio del proprio pensiero. Tanto che, addirittura, un maggiore impatto sembrano aver avuto gli interpreti di un fronte opposto a quello bolognese, appunto quello degli “ultra tradizionalisti”.
Tra i due opposti schieramenti, dunque, ecco la via di Wojtyla, «il primo - dice Ruini - e forse più approfondito studio» nell’ottica dell’ermeneutica della continuità. Il centro dell’interpretazione wojtyliana risiede tutto nella convinzione che il Concilio è stato innanzitutto un fatto religioso in cui il principale protagonista fu lo Spirito Santo. Il suo scopo non è stato quello di contrapporre il Vangelo alla modernità quanto quello di legare nella realtà del mistero di Gesù Cristo i due poli essenziali del discorso teologico: Dio e l’uomo. Non tanto, dunque, contrapporre il Vangelo allo “spirito del mondo” e neppure stemperarlo in una adesione acritica di sapore immanentistico, quanto riproporre la prima strada che la Chiesa deve percorre nel compimento della sua missione: Gesù Cristo. E, in questo senso, quanto più si radica il Vaticano II in Cristo, tanto più si esce dai discorsi autoreferenziali, dalle letture parziali. Tanto più si guarda a Cristo, insomma, la continuità con la tradizione passata non viene interpretata come mera ripetizione e, insieme, la novità, pur restando tale, non apporta cambiamenti sostanziali.

Per i gesuiti è tempo di un nuovo “Papa nero”

Tutto è pronto a Roma, nella sede di Borgo Santo Spirito, per l’apertura - il 7 gennaio - della trentacinquesima congregazione generale dei gesuiti.
Tutto è pronto per le assise nelle quali 226 membri della Compagnia fondata nel 1540 da un nobile cavaliere basco, Ignazio di Loyola, sceglieranno il nuovo superiore generale al posto del dimissionario Peter-Hans Kolvenbach.
Olandese di madre italiana, una vita passata in Libano prima di essere eletto superiore il 13 settembre 1983, padre Kolvenbach lascia la guida dei gesuiti all’età di 79 anni. Si tratta di un’eccezione che conferma la regola dell’incarico vitalizio. Una scelta dovuta principalmente alla stanchezza accumulata a seguito di uno dei governi più lunghi nella storia della Compagnia.
Per l’elezione del cosiddetto “Papa nero” fare previsioni è pressoché impossibile. Basti pensare che quando venne ufficializzato lo spoglio delle schede che portò all’elezione di padre Kolvenbach nel 1983, dopo il biennio di interregno di padre Paolo Dezza (interregno imposto da Wojtyla dopo i burrascosi anni in cui la Compagnia venne guidata da padre Pedro Arrupe), Giovanni Paolo II - che si trovava in elicottero sopra i cieli dell’Austria - reagì sorpreso perché del nuovo superiore non sapeva nulla.
Da tutto il mondo saranno a Roma molte personalità di peso della Compagnia. Tra queste, ovviamente, anche padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana. Quando la congregazione sarà terminata, Benedetto XVI riceverà in udienza (il 21 febbraio prossimo) i membri e, dunque, il nuovo superiore.
Negli anni del post Concilio fu padre Arrupe, eletto nel 1965, a insistere per una svolta all’interno della Compagnia all’insegna di una promozione della fede non staccata dalla promozione della giustizia. Una promozione della giustizia che significò la scelta preferenziale per i poveri, fino all’appoggio più o meno esplicito di alcuni padri per le istanze promosse dalla teologia della liberazione centro e sudamericana. Questa deriva dispiacque non poco alla Santa Sede, dove fu considerata in disaccordo con lo spirito originario che spinse Ignazio di Loyola a fondare la Compagnia nei difficili anni del Concilio di Trento, gli anni della risposta cattolica alle sfide poste dal protestantesimo, risposta incentrata anche sul recupero (in opposizione alle novità protestanti) del valore della presenza reale di Cristo nell’eucaristia, della professione di fede e del catechismo, dell’organizzazione parrocchiale e dei seminari e soprattutto della fedeltà e dell’obbedienza al Romano Pontefice.
Fu in quegli anni che nacquero i gesuiti, con il loro quarto voto speciale di obbedienza “cieca” al Papa: “perinde ac cadaver” (allo stesso modo di un cadavere) doveva essere l’obbedienza che il seguace di Ignazio di Loyola doveva (e deve) al Santo Padre. E l’ordine si contraddistinse, sulla scorta degli insegnamenti del suo fondatore, per un’opera di evangelizzazione che portò molti missionari della Compagnia a lasciare tutto per vivere la vita dei poveri e degli ultimi tra popolazioni lontane. Senza tradire la dottrina, i gesuiti assunsero pressoché integralmente i costumi e le usanze di quelle popolazioni in un periodo in cui ciò ancora suscitava stupore fuori e dentro la Chiesa. Fu, in sostanza, una parte significativa di quella che, nel 1776, il filosofo olandese Johann Putter definì con un termine quanto mai appropriato: controriforma.
Oggi, al successore di Kolvenbach, è questo antico spirito che gli si chiede di far risplendere. E, infatti, non è un caso che all’ordine del giorno della trentacinquesima congregazione vi sia, oltre all’elezione del superiore, anche la missione e l’identità del gesuita, quindi il governo dei diversi livelli gerarchici della Compagnia, e ancora l’obbedienza e la vita comunitaria.
Un ritorno all’antico spirito di Sant’Ignazio di Loyola è quanto avrebbe voluto mettere in campo nel suo pontificato anche Albino Luciani. Nel testo di un discorso che Giovanni Paolo I avrebbe dovuto pronunciare il 30 settembre 1978 ai procuratori della Compagnia di Gesù, due giorni dopo la sua morte, si leggono queste parole: «Non permettete che tendenze secolarizzatrici abbiano a penetrare e turbare le vostre comunità, a dissipare quell’ambiente di raccoglimento e di preghiera in cui si ritempra l’apostolo, e introducano atteggiamenti e comportamenti secolareschi, che non si addicono a religiosi. Il doveroso contatto apostolico col mondo non significa assimilazione al mondo; anzi, esige quella differenziazione che salvaguarda l’identità dell’apostolo, in modo che veramente sia sale della terra e lievito capace di far fermentare la massa. Siate perciò fedeli alle sagge norme contenute nel vostro Istituto; e siate parimente fedeli alle prescrizioni della Chiesa riguardante la vita religiosa, il ministero sacerdotale, le celebrazioni liturgiche, dando l’esempio di quella amorosa docilità alla “nostra Santa Madre Chiesa gerarchica” - come scrive Sant’Ignazio nelle “Regole per il retto sentire con la Chiesa” - perché essa è la “vera sposa di Cristo, Nostro Signore”».
In sostanza, Luciani auspicava il ritorno all’autentico spirito gesuitico, ben visibile anche nell’architettura di ogni chiesa della Compagnia: una sola navata aiuta i fedeli a volgere lo sguardo all’altare dietro al quale trionfa lo stemma dei gesuiti: IHS, “Jesus Hominum Salvator”, il nome di fronte al quale ogni ginocchio, come scrisse Paolo ai Filippesi, si deve piegare.

Ecco Natale: e il Papa insiste sull’antico orientamento

È soprattutto nelle liturgie pontificali (cioè quelle che il Papa presiede al trono, ovvero alla “cathedra”, della basilica vaticana) che viene fuori lo stile liturgico sobrio, curato, ma insieme coraggioso proprio di Benedetto XVI.
Uno stile che, incidendo in quello che è il cuore (l’essenza) della vita di fede dei credenti, ovvero la liturgia, è destinato a segnare nel profondo l’intero pontificato del successore di Giovanni Paolo II.
A Roma, infatti, a come Roma celebra la liturgia, guarda l’intero mondo ed è dunque evidente come sia anzitutto lo stile liturgico proprio di un Pontefice a poter incidere nella vita di fede delle comunità cristiane sparse nei vari continenti. Più che le parole e i discorsi (peraltro importanti) è l’”ars celebrandi” che manifesta ciò che un pastore intende portare al mondo e alla sua Chiesa.
Ne è cosciente Benedetto XVI. Ne è cosciente colui che dallo scorso primo ottobre ne è il nuovo maestro delle cerimonie, monsignor Guido Marini.
Ed è anche a motivo di questa consapevolezza che, passo dopo passo, le liturgie pontificali degli ultimi mesi stanno vedendo la coraggiosa introduzione di antiche usanze recentemente cadute in disuso, usanze che, nell’insieme, vanno a esaudire quelle che sono le aspettative di Benedetto XVI: la liturgia deve favorire un comune orientamento del sacerdote e dei fedeli a Oriente, e cioè a Colui che viene, al Signore che torna in mezzo al suo popolo, in mezzo a coloro che con voce, sguardo e postura dimostrano di aspettarlo.
È innanzitutto l’orientamento, infatti, che sembra poter essere garanzia a che le parole di Georges Bernanos dedicate alla vita liturgica - «Non si capisce assolutamente niente della civiltà moderna se non si ammette per prima cosa che essa è una congiura universale contro qualsiasi specie di vita interiore» - non abbiano a realizzarsi completamente.
Piccolo gesti. Minuscoli cambiamenti permettono alla liturgia di essere ciò che il Papa vuole che sia. Dopo la messa celebrata un paio di mesi fa in suffragio dei cardinali defunti nel corso dell’anno nella quale, significativamente, la croce tornò a essere posizionata nel mezzo dell’altare (per dare l’orientamento allo sguardo), dopo le successive celebrazioni in cui tornarono le forme romane e classiche e una nobile austerità aliena da forme secolaresche (anche i paramenti e i colori furono quelli adatti ai tempi liturgici), ecco le celebrazioni natalizie. Ecco la messa di mezzanotte (questa sera) e, domani, dalla loggia centrale della basilica vaticana, il tradizionale messaggio natalizio e quindi la benedizione “Urbi et Orbi”, alla città di Roma e al mondo intero.
Per la messa di mezzanotte il trono papale tornerà, come vuole la tradizione, a essere di sette gradini. Benedetto XVI indosserà una casula ricamatagli in occasione dell’ottantesimo genetliaco e una mitria gemmata. Per la benedizione del giorno di Natale il Pontefice porterà un piviale in lama ricamato d’oro che fu di Giovanni XXIII e, insieme, una mitria del Pontefice dal quale Benedetto XVI ha preso il nome: Giacomo della Chiesa, ovvero Benedetto XV. E poi sarà sempre dalla loggia centrale della basilica vaticana che Ratzinger impartirà la benedizione “Urbi et Orbi” con la croce papale, e cioè quella a tre bracci che risale a Leone XIII.
Lo scrisse bene Joseph Ratzinger nell’”incipit” di quello che qualche anno fa, dopo pochi mesi dalla sua uscita, in Germania era già divenuto un fenomeno editoriale, ovvero “Der Geist der Liturgie. Eine Einführung” (“Lo spirito della liturgia. Un’introduzione”), quando cercando di riprendere nero su bianco le aspirazioni del più famoso “Lo spirito della liturgia” di Romano Guardini, scrisse che se il suo libro «riuscisse a sua volta a essere di stimolo a qualcosa come un “movimento liturgico”, un movimento verso la liturgia e verso una sua corretta celebrazione, esteriore e interiore», l’intenzione che lo spinse a tale lavoro «sarebbe pienamente realizzata».
Da piccole cose si crea un grande movimento di restauro, di rimozione di un intonaco che, soprattutto negli anni del post Concilio, ha fatto perdere alla liturgia molta della bellezza delle sue forme. Eppure non tutto è perduto. La liturgia ancora può essere celebrata come un momento di «adorazione comune» - sono parole di Ratzinger -, un momento per «andare incontro a Colui che viene: non il cerchio chiuso in se stesso esprime l’essenza dell’evento, ma la partenza comune, che si esprime nell’orientamento comune».
Il Motu Proprio Summorum Pontificum (a giorni uscirà - è già pronta - una nota di Ecclesia Dei che ne spiegherà meglio l’attuazione) è un segno importante in scia a questo ritorno di un comune orientamento. Le piccole modifiche apportate ai pontificali in questi mesi, pure. Queste, infatti, sono fedeli alle regole e dunque a un criterio liturgico che discende direttamente dalla bimillenaria storia della Chiesa.

L’ultima fatica di Piero Marini nella protestante Inghilterra

Il pubblico, venerdì della settimana scorsa, era delle grandi occasioni. La sede prestigiosa quanto basta. Del resto, era logico che così fosse. Atteso a Westminster, nella residenza del cardinale Cormac Murphy O’Connor, era nientemeno che monsignor Piero Marini (oggi presidente del pontificio comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali), colui che per venti lunghi anni (dal 1987 al 2007) è stato il maestro delle cerimonie del Papa, incarico poi lasciato nelle mani di un altro Marini, monsignor Guido. Genovese e “siriano”, quest’ultimo è arrivato lo scorso primo ottobre, un po’ alla chetichella, al comando dell’ufficio delle cerimonie del Papa, proprio lì dove per buona parte del pontificato di Wojtyla ha regnato l’ultimo dei “bugninisti” di Santa Romana Chiesa, appunto monsignor Piero.
Due scuole liturgiche diverse quelle dei due Marini, l’una che si rifà al cardinale Siri e l’altra a monsignor Annibale Bugnini. Due scuole che, di fatto, sono destinate a segnare a modo loro il cambio di pontificato avvenuto il 19 aprile del 2005.
Ad attendere Marini P., oltre al cardinale Murphy O’Connor, un nutrito drappello di dignitari vaticani, tra cui il nunzio in Gran Bretagna, ovvero il monsignor spagnolo Faustino Sainz Munoz. L’occasione era degna di nota: la presentazione in pompa magna della sua ultima fatica: “A challenging Reform” (Una riforma che pone sfide), edito dalla Liturgical Press. Come un canto del cigno, il libro di Marini P. è stato pubblicato solo in lingua inglese, quasi fosse volutamente indirizzato innanzitutto al pubblico della protestante Inghilterra: terra dove le sperimentazioni in campo liturgico (anche negli ambienti cattolici) hanno trovato un terreno fertile su cui essere seminate, crescere e poi propagarsi.
Del resto, fu Annibale Bugnini ai tempi del post Concilio, allorquando era segretario della commissione liturgica istituita da Paolo VI con lo scopo di applicare e precisare quel rinnovamento della liturgia che lo stesso Concilio aveva approvato, a spingere per una riforma più di rottura che di continuità con la tradizione passata, spinta che, di fatto, gli costò il posto, fino all’allontanamento da Roma avvenuto il 4 gennaio 1976: inaspettatamente fu inviato quale pronunzio apostolico in Iran.
Della riforma liturgica Marini P. ha parlato a lungo nell’incontro di Westminster. Senza giri di parole ha detto al sua, spiegando come la riforma liturgica sancita nel Vaticano II fosse stata osteggiata a lungo, e poi pure affossata, direttamente dalla curia romana. Secondo quanto riporta il “National Catholic Report”, per Marini P. «la riforma liturgica (del Vaticano II) non era intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti», ma avrebbe dovuto essere «la base e l’ispirazione degli obiettivi per cui il Concilio era stato convocato». Proprio così. «L’obiettivo della liturgia - ha proseguito l’ex cerimoniere - non era altro che l’obiettivo della Chiesa e il futuro della liturgia è il futuro della Chiesa».
Se così fu il Vaticano II, se questi erano i motivi profondi della sua convocazione, si capisce bene perché, ancora oggi, molti vescovi in tutto il mondo osteggino dichiaratamente l’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum con il quale Benedetto XVI ha voluto ripristinare l’antico rito rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII: tornare a pregare come si faceva prima del Concilio viene visto in contraddizione con quanto la riforma, secondo l’interpretazione del fu Annibale Bugnini, doveva andare a sancire.
Eppure - è cosa nota - il Vaticano II per Benedetto XVI fu soprattutto rinnovamento nella continuità, non rottura. E ciò vale innanzitutto per il cuore della vita di fede: la liturgia. Il passato vale ancora nel presente, lo innerva e lo rinvigorisce pur senza castrare quei cambiamenti che i tempi suggeriscono essere opportuni. Di qui il Summorum Pontificum, quel Motu Proprio voluto per dire alla Chiesa che l’antica liturgia vale ancora oggi, che il rito di Paolo VI, se sganciato dal passato, in un certo senso tradisce la secolare vita liturgica della Chiesa.
Ieri, nel discorso che tradizionalmente ogni fine anno il Pontefice rivolge alla curia romana, Benedetto XVI non ha citato tra gli avvenimenti accaduti nel corso degli ultimi mesi la firma del Summorum Pontificum. A pochi giorni dall’uscita dell’attesa nota chiarificatrice fatta scrivere dalla pontifica commissione Ecclesia Dei affinché il Motu Proprio venga approvato senza se e senza ma, probabilmente non era il caso di insistere su un argomento che ancora una parte di Chiesa fatica a digerire come dovrebbe.

E papa Ratzinger disse no alla mamma di Carla Bruni

Ci è mancato poco, davvero poco, che nel variegato stuolo di accompagnatori che seguivano ieri mattina il presidente francese Nicolas Sarkozy, giunto in Vaticano per incontrare il Papa ci fosse lei. Non proprio Carla Bruni, però sua madre, Marisa Bruni Tedeschi. Proprio così. È stata lei, la mamma dell’ex top model oggi “fidanzata” di Nicolas, lei che nei giorni scorsi si era detta «felice» della love story della figlia con il dicorziato presidente francese, a convincere Sarkozy a farsi inserire nella lista degli aspiranti accompagnatori in Vaticano. Per la visita a Sua Santità Benedetto XVI, quindi negli uffici del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone e, infine, in San Giovanni in Laterano per ricevere dal cardinale Camillo Ruini il titolo di Canonico d’onore della basilica.
«La Chiesa di Francia deve avere più coraggio», ha significativamente detto Sarkozy ieri mattina nel colloquio avvenuto a porte chiuse con il cardinale Tarcisio Bertone. Quello stesso coraggio che Sarkozy, spavaldo come solo un vero leader di Francia sa essere, ha avuto nei confronti della Santa Sede. Nei giorni scorsi ha fatto arrivare all’ufficio del protocollo vaticano la lunga lista dei suoi accompagnatori. Tra questi, appunto, la mamma di Carla. L’ufficio del protocollo, come sempre in questi casi, ha passato al vaglio ogni nome inserito nella lista. E quando è apparso quello di Marisa Bruni Tedeschi ha preso tempo. Ha fatto le verifiche del caso e poi, con discrezione ma insieme con fermezza, non ha potuto fare altro che eliminarla dalla lista e quindi comunicare l’amena decisione ai collaboratori di Sarkozy.
Della bizzarra richiesta è stato informato anche Benedetto XVI. E quando il segretario particolare del Papa don Georg Gaenswein gli ha comunicato il tutto, pare che egli abbia preferito non commentare seppure, si dice, non sia riuscito a trattenere un lieve sorriso.
La lista degli accompagnatori di Sarkozy, per la verità, era parecchio variegata. In tutto una quindicina di persone e, tra queste, due personaggi insoliti: il comico Jean Marie Bigard, noto per avere una voce bellissima ma un linguaggio un po’ boccaccesco, e padre Guy Gilbert, un prete impegnato ad educare i fanciulli a suon di musica rock, un sacerdote “sui generis” con quella sua fluente capigliatura che gli cade sulle spalle e che ieri, per dirla tutta, contrastava parecchio con il clergyman sfoggiato per l’occasione.
Forse Nicolas voleva mostrare al Papa il volto di un paese, quello francese, aperto alle bizzarrie di personaggi stravaganti. Ma un conto è ammettere nelle stanze papali Jean Marie Bigard e padre Guy Gilbert. Un altro è portarsi dietro Marisa Bruni Tedeschi, mamma di Carla, ex modella, cantautrice e, soprattutto, ultima conquista del presidente di Francia.

Più che Carla Bruni, Philippe Verdin

Nicolas Sarkozy - ovviamente - non avrà al suo fianco Carla Bruni in occasione dell’udienza che Benedetto XVI gli ha concesso domani mattina e, a seguire, durante l’incontro di routine con il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il “ministro degli esteri” Dominque Mamberti.
E nemmeno - ci mancherebbe - la fotomodella italiana sarà al fianco del presidente francese nel pomeriggio quando, come successore dei Re di Francia, questi prenderà possesso davanti al cardinale Camillo Ruini (in qualità di arciprete della cattedrale di Roma) del canonicato onorario della basilica di San Giovanni in Laterano.
Piuttosto, ad accompagnare Sarkozy oltre il Tevere e sul colle del Laterano, vi sarà lo scrittore nonché editorialista di “Le Figaro” Philippe Verdin, il padre domenicano che, assieme al filosofo Thibaud Collin, aveva aiutato Sarkozy a scrivere nel 2004 il saggio “La Republique, les religions, l’esperance” (Editions du Cerf, 2004; editato in Italia nel 2005 da Edizioni Nuove Idee).
Un saggio che, scritto prima che Sarkozy venisse eletto ventitreesimo presidente della Repubblica francese, aveva fatto sognare non soltanto i cattolici d’Oltralpe, ma pure quelli d’oltre Tevere in quanto, nero su bianco, Sarkozy spiegava il posto che le religioni avrebbero dovuto avere nella vita del suo paese arrivando ad auspicare «una laicità aperta e pacificata, in cui ciascuno possa vivere la propria speranza e partecipare alla costruzione della società democratica».
Parole, queste ultime, che raggranellarono, come testimoniò una recensione del 3 maggio 2006 uscita direttamente sulle colonne di “Avvenire”, un discreto consenso in Vaticano.
Eppure, a ben vedere, quello che la Santa Sede auspicherebbe dal presidente francese - la cosa è all’ordine del giorno nel colloquio di questa mattina con Benedetto XVI - è qualcosa di più. Perché se è vero che nel saggio del 2004 Sarkozy prometteva alle religioni un posto importante nella vita della società, è altrettanto vero che oggi queste stesse religioni (tra tutte il cristianesimo che, in Francia, è rappresentato da un buon 70 per cento della popolazione, contro un 19 per cento di agnostici e un 7 per cento di musulmani) sono di fatto escluse.
Un dialogo nella differenza dei ruoli è quanto il Vaticano si aspetterebbe dalla “laicité” in salsa francese e la cosa sarà rimarcata nel faccia a faccia Ratzinger-Sarkozy e, subito dopo, in quello più tecnico Bertone-Sarkozy.
Non è un segreto che al modello della “laicité” d’Oltralpe dove la religione è separata dallo Stato ma a esso subordinata, la Chiesa preferisca quello della “religious freedom” sancito dalla Costituzione degli Stati Uniti d’America del 1791 dove la religione è sì separata dallo Stato ma senza subordinazione.
Ma in generale, entrambi i modelli sono carta straccia se, a monte, il “free exercise” - l’esercizio pubblico - della religione non viene vissuto da chi è chiamato ad espletarlo all’insegna di una coerente vita di fede.

Senza se e senza ma: don Camillo detta la linea

Il pomeriggio di ieri al Campidoglio avrà lasciato soddisfatto il cardinale Camillo Ruini. Che domenica era intervenuto affinché il pensiero della Chiesa intorno all’intricata vicenda dell’istituzione nella capitale del registro delle unioni civili venisse fuori in tutta la sua chiarezza e nettezza. Ruini ha ispirato un editoriale non firmato e pubblicato in prima pagina sul supplemento di Avvenire “Roma Sette”, il settimanale che, in quanto curato dalla diocesi di Roma, non esce senza l’avallo del cardinale vicario della città.
L’editoriale è stato ripreso, sempre domenica, sulle pagine nazionali dello stesso Avvenire con un articolo dal titolo quanto mai esplicito: «Unioni di fatto: il Comune di Roma sbaglia battaglia».
A dispetto di quanti pensavano che l’incontro di due settimane fa tra il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il sindaco di Roma nonché leader del Pd, Walter Veltroni, avesse contribuito al raggiungimento di un accordo (il consiglio comunale non avrebbe approvato l’istituzione di un registro per le unioni civili ma nel contempo un ordine del giorno avrebbe sollecitato il Parlamento a legiferare in materia), l’editoriale di “Roma Sette” ha evidenziato come sulla questione Ruini non sia affatto disposto a trattare.
Naturalmente, anche se il Vaticano non conferma, anzi, che Bertone avesse accettato un qualche compromesso (semmai si dice che sia stato Veltroni a volere l’incontro con il segretario di Stato vaticano solo per esporre il proprio punto di vista), resta significativo il fatto che una parola esplicita della Chiesa in merito sia stata pronunciata soltanto domenica, in un editoriale rivolto innanzitutto ai cattolici che siedono in Campidoglio, compresi naturalmente quelli che militano nelle file del Pd: non è per nulla sufficiente «opporsi a una decisione profondamente negativa», come sarebbe per la Chiesa l’istituzione di un registro delle cosiddette “unioni civili”, per «giustificare un ordine del giorno che alla fine tende al medesimo risultato». Quale? In sostanza l’auspicio che sia il Parlamento, e non il consiglio comunale, a legiferare in materia.
Il vicariato di Roma, e dunque Ruini, non accetta che nella città «punto di riferimento dei cattolici di tutto il mondo» e che «custodisce le memorie di una civiltà basata sui valori fondanti della persona», non solo si approvi ma addirittura si proponga di approvare «il riconoscimento di nuove figure giuridiche alternative al matrimonio e alla famiglia».
La famiglia fondata sul matrimonio, come ha detto innumerevoli volte Benedetto XVI e come lo stesso Pontefice pare voglia tornare a dire nelle catechesi delle festività natalizie, è un principio “non negoziabile” e, in sostanza, è questo semplice concetto che, con indiscutibile tempismo, Ruini ha voluto ribadire. Affinché nessuno, soprattutto nel Pd, pensi che su queste tematiche la Chiesa possa avallare soluzioni compromissorie.
L’editoriale di domenica non è stato un mero esercizio letterario. È stato il segnale che sui rapporti tra Chiesa e politica la voce del vicariato di Roma non è secondaria. Anzi. Se quanto succede a Roma ha - come è ovvio che sia - una valenza nazionale, allora la parola di Ruini non può essere ignorata. Poco meno di un anno fa (il 25 marzo 2007) era stato il segretario di Stato Tarcisio Bertone a scrivere al neo presidente della Cei Angelo Bagnasco per spiegare come, dopo l’abbandono della presidenza da parte di Ruini, sarebbe stato lui a condurre le danze nei rapporti tra il Vaticano e lo Stato italiano: «Negli ultimi mesi - scrisse Bertone - ho potuto apprezzare ancor meglio il compito che i Pontefici hanno affidato a questa Segreteria, d’intessere e di promuovere le relazioni con gli Stati e di attendere agli affari che, sempre per fini pastorali, debbono essere trattati con i governi civili». E le vicende di questi giorni testimoniano che le cose in parte stanno effettivamente andando in questo modo. Ma in parte no.

“Adotta un prete”, parte la campagna spirituale per salvare il clero

Una campagna che dal cuore della cattolicità, il Vaticano, vuole arrivare in ogni remoto angolo della terra. Una campagna urgente e per certi versi drammatica a cui oltre Tevere si spera aderiscano, con discrezione e dedizione, il maggior numero di fedeli possibile.
Una campagna i cui contenuti sono esposti in una breve lettera datata 8 dicembre 2007, festa dell’Immacolata Concezione, alla quale è stato allegato un pamphlet di trentaquattro pagine ricco di immagini, approfondimenti, testimonianze.
La lettera è firmata direttamente dal responsabile del “ministero” vaticano che si occupa del clero, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, e dal suo vice, l’arcivescovo Mauro Piacenza, ed è visionabile sul portale della stessa congregazione retta da Hummes: www.clerus.org.
Il suo scopo è nel primo capoverso: si chiede a tutte le diocesi del mondo di creare «veri e propri cenacoli» in cui i fedeli si dedichino anima e corpo, spirito ed energie, all’«adorazione eucaristica continuata, nell’arco delle ventiquattro ore» al fine di riparare «alle mancanze dei preti» e, insieme, per sostenerli nella strada verso la santità.
L’iniziativa è proposta a tutti ma in particolare alle «anime femminili consacrate» affinché, seguendo l’esempio di Maria, adottino «spiritualmente sacerdoti per aiutarli con l’offerta di sé, l’orazione e la penitenza».
Si tratta, dunque, di una vera e propria chiamata a una mobilitazione generale. Perché attraverso la preghiera le colpe dei sacerdoti vengano espiate. La loro vita si diriga verso ciò a cui deve tendere, e cioè la santità. Affinché i preti «sempre meglio servano a Lui e ai fratelli, come coloro che, a un tempo, stanno “nella” Chiesa ma, anche, “di fronte” alla Chiesa tenendo le veci di Cristo e, rappresentandoLo, come capo, pastore e sposo della Chiesa».
Sono passati poco più di dodici mesi da quando, neo responsabile della congregazione per il clero, Hummes spiazzò le gerarchie vaticane offrendo nel corso di un’intervista al quotidiano brasiliano Estado do Sao Paulo una sua soluzione al problema - da sempre presente nella Chiesa - di quei sacerdoti che non riescono a vivere la castità come dovrebbero. Hummes parlò esplicitamente di abolire il celibato sacerdotale, salvo poi tornare sui suoi passi attraverso una dichiarazione ufficiale rilasciata tramite la sala stampa vaticana: «La questione del celibato sacerdotale - disse - non è attualmente all’ordine del giorno delle autorità ecclesiastiche».
Sono passati poco più di dodici mesi da quell’intervista che fece sobbalzare il cuore di chi tanto aveva fatto per suggerire al Papa il nome del porporato brasiliano per sostituire al clero il colombiano Darìo Castrillòn Hoyos. Ma oggi, la lettera di Hummes, rivela la convinzione che, per supplire alle mancanze dei preti, non serva tanto “liberalizzare” il matrimonio, ma occorrano casomai suppliche e sacrifici da consumarsi preferibilmente in modo silenzioso attraverso preghiere nascoste all’interno dei templi di Dio.
Evidentemente non sono poche le vocazioni dei sacerdoti nel mondo che attraversano periodi che si potrebbero definire difficili. E, evidentemente, queste situazioni non sono sconosciute alla congregazione per il clero. Di qui, la richiesta di mettere in atto una rivoluzione silenziosa la quale, a onor del vero, già fu abbracciata nel corso della bimillenaria storia della Chiesa da tanti fedeli.
Il pamphlet allegato alla lettera di Hummes rende testimonianza della vita di tante persone che, come disse Benedetto XVI il 14 settembre 2006 incontrando i sacerdoti e i diaconi di Freising, «scuotono il cuore di Dio» e in cambio ricevono dal «padrone della messe santi operai».
Si tratta di semplici fedeli, tra questi parecchie donne, che tramite la preghiera continuata hanno deciso di assumere su di sé l’intera esistenza dei sacerdoti, peccati inclusi.
Lo disse anche san Pio X (1835-1914), al secolo Giuseppe Sarto, quando rivelò come un giorno sua madre, baciandogli l’anello vescovile, gli disse: «Sì, Peppo, però tu adesso non lo porteresti, se io prima non avessi portato questo anello nuziale».
Lo disse anche il cardinale Nicola Cusano (1401-1464), filosofo e matematico tedesco, poi vescovo di Bressanone che spesso i sacerdoti, nonostante i loro peccati, vivono grazie al potere dell’abbandono, della preghiera e del sacrificio delle madri spirituali nel segreto dei conventi.
Lo disse anche il barone Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), vescovo di Magonza, quando raccontò che un giorno vide in sogno Gesù e innanzi a lui una suora che alzava le mani in posizione d’implorazione: «Ella prega ininterrottamente per te», gli disse Gesù in sogno. Ketteler, svegliatosi, decise di farsi prete e, anni dopo, quando già era divenuto vescovo, per caso incontrò, in visita a un convento, «l’ultima e la più povera conversa» intenta a pulire una stalla. La suora lo guardò e lui riconobbe il volto di colei che anni addietro aveva sognato. Capì che era diventato ciò che era grazie a quella suora. Era stata lei, per per tutta la sua vita, a pregare per lui, per le sue colpe, per la sua santificazione.

Kirill e il suo viaggio in Italia

Se avessi dovuto scrivere sul Riformista (ma non l’ho fatto) un articolo sulla recente visita del numero due del patriarcato ortodosso russo Kirill in Italia, avrei scritto più o meno quanto segue.

L’incontro - giovedì scorso - è stato all’insegna della musica. Davanti a un pubblico per tre quarti italiano e per un terzo russo si sono alternate le note del coro del monastero di San Daniele di Mosca e quelle per organo di Frescobaldi e Froeberger eseguite da Osvaldo Guidotti.
Musica russa, dunque, accanto a esecuzioni più “occidentali”.
Come cornice, la basilica romana di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
Ospiti della serata, il numero due del patriarcato ortodosso russo, ovvero il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill, e una folta rappresentanza cattolica guidata dal cardinale Sergio Sebastiani.
Ortodossi e cattolici, dunque, riuniti nella basilica romana per celebrare la consacrazione - avvenuta quattro giorno dopo - della cripta della chiesa ortodossa russa di Santa Caterina d’Alessandria dedicata ai santi Costantino ed Elena. La chiesa di Santa Caterina: baluardo ortodosso nel cuore della cattolicità, preludio di una volontà innanzitutto moscovita di creare un centro spirituale per la comunità ortodossa russa in quel di Roma. Una chiesa - quella di santa Caterina - iniziata a costruire nell’estate del 2003 e voluta significativamente alta tanto quanto la cupola della basilica di San Pietro la quale, di sotto al Gianicolo, guarda Santa Caterina da poche centinaia di metri di distanza.
Kirill ha preso la parola prima dell’inizio delle musiche e, inaspettatamente, ha colpito al cuore i sentimenti dei cattolici presenti: «Cattolici e ortodossi - ha detto - sentono di appartenere a un’unica famiglia perché condividono i medesimi valori cristiani. Per superare le divisioni la cosa più importante è che l’Oriente e l’Occidente inizino a considerarsi non più estranei. Devono sentirsi un’unica famiglia e devono acquisire la coscienza che hanno bisogno l’uno dell’altro. Quello che avviene in questa basilica è un piccolo mattone nella costruzione di quel grande edificio che è la nostra unità».
Parole di speranza e apertura, dunque, riprese anche in un’intervista rilasciata sabato scorso sulle colonne dell’Osservatore Romano, poche ore dopo l’udienza che Benedetto XVI ha concesso a Kirill. Un’udienza a cui è seguita la visita alle reliquie dell’apostolo Pietro nella basilica vaticana, di papa Gregorio e di san Gregorio di Nissa.
E sì che pochi giorni prima - ancora Kirill non era partito per il tour italiano - lo stesso metropolita moscovita aveva parlato dei cattolici, e in particolare, dei preti presenti in Russia, con toni tutt’altro che amicali: «Noi - aveva detto a riguardo delle diocesi cattoliche create nel 2002 da Wojtyla nel paese - non le riconosceremo mai e ne contesteremmo sempre la presenza» che consideriamo come «una sfida alla nostra comune idea, legata al principio territoriale delle amministrazioni ecclesiastiche».
È una dichiarazione - quest’ultima - che stride parecchio con quanto Kirill ha affermato in quel di Roma, ma stride fino a un certo punto. Il “gioco” di Mosca, infatti, è sempre lo stesso: mostrarsi agli occhi della madre patria e del suo governo intransigente attorno al presunto proselitismo cattolico per poi, agli occhi delle diplomazie straniere - e soprattutto a quelli del Vaticano -, dirsi più disponibile. E il risultato è sempre garantito: la madre patria ha la certezza di mantenere il controllo sulla sua Chiesa e la “sua” Chiesa ottiene benefici (anche pratici) fuori i confini nazionali.
Tuttavia, dietro le parole di Kirill in quel di Roma, una qualche novità rispetto al passato è evidente: mai un rappresentate del patriarcato moscovita usava rilasciare dichiarazioni con accenti così aperti - e per di più sul quotidiano vaticano - una volta fuori dai confini italiani. E la cosa è notata non senza un certo stupore pure nello stesso patriarcato russo dove pare che proprio a motivo di questo suo filo occidentalismo, Kirill stia perdendo la corsa alla successione di Alessio II, oggi ancora in sella alla Chiesa di Mosca nonostante non goda di ottima salute.