Oltre l’esegesi del Vaticano II offerta dalla cosiddetta “officina bolognese” del fu Giuseppe Alberigo – i «bravi progressisti» li definì George Weigel, uno dei principali biografi del Papa polacco – e quella snocciolata dai conservatori più tradizionalisti figli spirituali del fu Marcel Lefebvre – «cattivi conservatori» è il termine con il quale Weigel parla di loro – c’è una terza via. È l’ermeneutica conciliare propria del cardinale Wojtyla, ermeneutica dedotta sulla scorta di quanto già aveva affermato Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio e Paolo VI in quello di chiusura. Ermeneutica che nel 1972, allorquando egli era vescovo di Cracovia, il futuro Pontefice polacco che aveva avuto il privilegio di partecipare al Concilio in qualità di amministratore capitolare dell’arcidiocesi di Cracovia, mise nero su bianco nell’opera “Alle fonti del rinnovamento: Studio sull’attuazione del Concilio Vaticano II”. Un’opera pubblicata in Polonia nel 2001 a cura dell’Associazione Teologica Polacca, edita in Italia nel 2001 grazie alla Libreria Editrice Vaticana, e oggi significativamente riproposta, con il contributo della Fondazione Novae Terrae, dall’Editore Rubbettino.
La preziosità della riedizione è data anche dal fatto che presenta un’introduzione del cardinale Camillo Ruini, uno dei primi porporati di Santa Romana Chiesa a indicare come centrale nel pontificato di Benedetto XVI il discorso che quest’ultimo rivolse alla curia romana il 22 dicembre del 2005, discorso inerente la corretta esegesi del Vaticano II.
Dunque Ruini, a un passo dal lasciare ogni impegno pubblico (da quasi un anno non è più presidente della Cei e nei prossimi mesi è previsto il suo “pensionamento” dalla guida della diocesi di Roma), in un certo senso anticipa la prossima stagione della sua vita che inevitabilmente sarà dedicata ad analizzare da dietro le quinte le vicende intra ed extra ecclesiali e, con tempismo, offre il suo contributo a quella corretta esegesi dei lavori conciliari auspicata da papa Ratzinger.
Benedetto XVI indicò come portatrice di confusione quell’“ermeneutica della discontinuità” che anche grazie «al contributo dei mass media e di una parte della teologia moderna» si è affermata con forza nel decenni passati. Di questa ermeneutica – spiega Ruini nella prefazione all’opera di Wojtyla – è rimasta una “eco” ancora oggi, «come mostrano posizioni anche recenti di storici e teologi: l’appello generico allo “spirito del Concilio” espone al rischio di interpretazioni soggettive, che fraintendono l’autentica natura dell’evento conciliare e aprono lo spazio a sviluppi difficilmente compatibili con la sostanza del cattolicesimo».
Benedetto XVI il 22 dicembre del 2005 propose un’ermeneutica della riforma. «Ermeneutica – spiega Ruini – in cui la tradizione vive nell’intreccio fecondo e fedele di continuità (che non è ripetizione) e novità (che non è cambiamento della sostanza). Un impegno che scaturisce anzitutto da un rapporto vitale e spirituale con la parola della fede e da una vissuta ecclesialità».
Quale il nocciolo della “terza via” wojtyliana? Quale il succo del vademecum – «articolato ed organico» – del troppo a lungo dimenticato testo del cardinale polacco? Comprenderlo non è un mero esercizio letterario anche perché, se è vero che si deve alla scuola di Bologna il fatto d’essere riuscita, con un’attenzione puntuta, ad accedere ai documenti e ai carteggi del Concilio, è altrettanto vero che coloro che quelle carte le hanno studiate arrivando a conclusioni diverse (è il caso di Wojtyla) non sempre hanno visto un’adegauto rilancio del proprio pensiero. Tanto che, addirittura, un maggiore impatto sembrano aver avuto gli interpreti di un fronte opposto a quello bolognese, appunto quello degli “ultra tradizionalisti”.
Tra i due opposti schieramenti, dunque, ecco la via di Wojtyla, «il primo – dice Ruini – e forse più approfondito studio» nell’ottica dell’ermeneutica della continuità. Il centro dell’interpretazione wojtyliana risiede tutto nella convinzione che il Concilio è stato innanzitutto un fatto religioso in cui il principale protagonista fu lo Spirito Santo. Il suo scopo non è stato quello di contrapporre il Vangelo alla modernità quanto quello di legare nella realtà del mistero di Gesù Cristo i due poli essenziali del discorso teologico: Dio e l’uomo. Non tanto, dunque, contrapporre il Vangelo allo “spirito del mondo” e neppure stemperarlo in una adesione acritica di sapore immanentistico, quanto riproporre la prima strada che la Chiesa deve percorre nel compimento della sua missione: Gesù Cristo. E, in questo senso, quanto più si radica il Vaticano II in Cristo, tanto più si esce dai discorsi autoreferenziali, dalle letture parziali. Tanto più si guarda a Cristo, insomma, la continuità con la tradizione passata non viene interpretata come mera ripetizione e, insieme, la novità, pur restando tale, non apporta cambiamenti sostanziali.
Per i gesuiti è tempo di un nuovo “Papa nero”
Tutto è pronto a Roma, nella sede di Borgo Santo Spirito, per l’apertura – il 7 gennaio – della trentacinquesima congregazione generale dei gesuiti.
Tutto è pronto per le assise nelle quali 226 membri della Compagnia fondata nel 1540 da un nobile cavaliere basco, Ignazio di Loyola, sceglieranno il nuovo superiore generale al posto del dimissionario Peter-Hans Kolvenbach.
Olandese di madre italiana, una vita passata in Libano prima di essere eletto superiore il 13 settembre 1983, padre Kolvenbach lascia la guida dei gesuiti all’età di 79 anni. Si tratta di un’eccezione che conferma la regola dell’incarico vitalizio. Una scelta dovuta principalmente alla stanchezza accumulata a seguito di uno dei governi più lunghi nella storia della Compagnia.
Per l’elezione del cosiddetto “Papa nero” fare previsioni è pressoché impossibile. Basti pensare che quando venne ufficializzato lo spoglio delle schede che portò all’elezione di padre Kolvenbach nel 1983, dopo il biennio di interregno di padre Paolo Dezza (interregno imposto da Wojtyla dopo i burrascosi anni in cui la Compagnia venne guidata da padre Pedro Arrupe), Giovanni Paolo II – che si trovava in elicottero sopra i cieli dell’Austria – reagì sorpreso perché del nuovo superiore non sapeva nulla.
Da tutto il mondo saranno a Roma molte personalità di peso della Compagnia. Tra queste, ovviamente, anche padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana. Quando la congregazione sarà terminata, Benedetto XVI riceverà in udienza (il 21 febbraio prossimo) i membri e, dunque, il nuovo superiore.
Negli anni del post Concilio fu padre Arrupe, eletto nel 1965, a insistere per una svolta all’interno della Compagnia all’insegna di una promozione della fede non staccata dalla promozione della giustizia. Una promozione della giustizia che significò la scelta preferenziale per i poveri, fino all’appoggio più o meno esplicito di alcuni padri per le istanze promosse dalla teologia della liberazione centro e sudamericana. Questa deriva dispiacque non poco alla Santa Sede, dove fu considerata in disaccordo con lo spirito originario che spinse Ignazio di Loyola a fondare la Compagnia nei difficili anni del Concilio di Trento, gli anni della risposta cattolica alle sfide poste dal protestantesimo, risposta incentrata anche sul recupero (in opposizione alle novità protestanti) del valore della presenza reale di Cristo nell’eucaristia, della professione di fede e del catechismo, dell’organizzazione parrocchiale e dei seminari e soprattutto della fedeltà e dell’obbedienza al Romano Pontefice.
Fu in quegli anni che nacquero i gesuiti, con il loro quarto voto speciale di obbedienza “cieca” al Papa: “perinde ac cadaver” (allo stesso modo di un cadavere) doveva essere l’obbedienza che il seguace di Ignazio di Loyola doveva (e deve) al Santo Padre. E l’ordine si contraddistinse, sulla scorta degli insegnamenti del suo fondatore, per un’opera di evangelizzazione che portò molti missionari della Compagnia a lasciare tutto per vivere la vita dei poveri e degli ultimi tra popolazioni lontane. Senza tradire la dottrina, i gesuiti assunsero pressoché integralmente i costumi e le usanze di quelle popolazioni in un periodo in cui ciò ancora suscitava stupore fuori e dentro la Chiesa. Fu, in sostanza, una parte significativa di quella che, nel 1776, il filosofo olandese Johann Putter definì con un termine quanto mai appropriato: controriforma.
Oggi, al successore di Kolvenbach, è questo antico spirito che gli si chiede di far risplendere. E, infatti, non è un caso che all’ordine del giorno della trentacinquesima congregazione vi sia, oltre all’elezione del superiore, anche la missione e l’identità del gesuita, quindi il governo dei diversi livelli gerarchici della Compagnia, e ancora l’obbedienza e la vita comunitaria.
Un ritorno all’antico spirito di Sant’Ignazio di Loyola è quanto avrebbe voluto mettere in campo nel suo pontificato anche Albino Luciani. Nel testo di un discorso che Giovanni Paolo I avrebbe dovuto pronunciare il 30 settembre 1978 ai procuratori della Compagnia di Gesù, due giorni dopo la sua morte, si leggono queste parole: «Non permettete che tendenze secolarizzatrici abbiano a penetrare e turbare le vostre comunità, a dissipare quell’ambiente di raccoglimento e di preghiera in cui si ritempra l’apostolo, e introducano atteggiamenti e comportamenti secolareschi, che non si addicono a religiosi. Il doveroso contatto apostolico col mondo non significa assimilazione al mondo; anzi, esige quella differenziazione che salvaguarda l’identità dell’apostolo, in modo che veramente sia sale della terra e lievito capace di far fermentare la massa. Siate perciò fedeli alle sagge norme contenute nel vostro Istituto; e siate parimente fedeli alle prescrizioni della Chiesa riguardante la vita religiosa, il ministero sacerdotale, le celebrazioni liturgiche, dando l’esempio di quella amorosa docilità alla “nostra Santa Madre Chiesa gerarchica” – come scrive Sant’Ignazio nelle “Regole per il retto sentire con la Chiesa” – perché essa è la “vera sposa di Cristo, Nostro Signore”».
In sostanza, Luciani auspicava il ritorno all’autentico spirito gesuitico, ben visibile anche nell’architettura di ogni chiesa della Compagnia: una sola navata aiuta i fedeli a volgere lo sguardo all’altare dietro al quale trionfa lo stemma dei gesuiti: IHS, “Jesus Hominum Salvator”, il nome di fronte al quale ogni ginocchio, come scrisse Paolo ai Filippesi, si deve piegare.
