Le deviazioni portate alla musica sacra e il nuovo ufficio vaticano dedicato alla materia
6 novembre 2007 -
«In nessuno degli ambiti toccati dal Concilio si sono prodotte maggiori deviazioni che in quello della musica sacra».
E per ovviare a questa situazione «sarebbe opportuna l’istituzione di un ufficio dotato di autorità in materia».
Così Valentìn Miserachs Grau, preside del Pontificio istituto di musica sacra, in un intervento tenuto lo scorso sabato a Trento in occasione di un convegno per gli ottant’anni della fondazione del locale istituto di musica sacra.
L’intervento – tutto da leggere – è stato pubblicato oggi sull’Osservatore Romano.
Di quanto scrive Miserachs condivido ogni parola.
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Strana cosa l’elezione di Dio
5 novembre 2007 -
Strana cosa l’elezione di Dio. È la modalità con la quale egli ha scelto di entrare nella storia: ha eletto Israele a suo popolo, ha eletto dodici discepoli che stessero con suo figlio, ha eletto i successori di Pietro, i vescovi, i sacerdoti.
È il metodo con il quale Dio vuole fare suoi figli tutti gli uomini.
E questa mattina, nella messa celebrata in San Pietro in suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti nel corso dell’anno, Benedetto XVI ha voluto ricordare questo metodo: «Sono uomini – si riferisce ai vescovi e ai cardinali, ndr – che il Padre “ha dato” a Cristo. Li ha tolti dal mondo, quel “mondo” che “non l’ha conosciuto” (Gv 17,25), e li ha chiamati a diventare amici di Gesù. Questa è stata la grazia più preziosa di tutta la loro vita».
Strana cosa l’elezione di Dio: scandalo per molti, benedizione per chi la sa accogliere.
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Dalla parte di chi chiede scusa di esistere
3 novembre 2007 -
Don Oreste Benzi era un prete. Lo si capiva subito, incontrandolo, a causa di quella lunga e larga tonaca nera – almeno qualche taglia in più del dovuto – che portava sempre indosso.
Una tonaca che anche ieri, nella camera ardente allestita a Rimini nella “sua” parrocchia della Resurrezione, egli indossava con naturalezza sotto le vesti liturgiche, come se fino all’ultimo volesse ricordare che furono gli ordini sacri ricevuti a 24 anni, nel giugno del 1949, ad aver impresso il marchio di tutta la sua lunga esistenza.
È morto ieri a 82 anni, don Benzi, per un arresto cardiaco che lo ha colto nel cuore della notte. Poche ore prima, come sovente amava fare, era stato in discoteca. Non ci era andato per ballare, ma semplicemente per dire la sua ai giovani, per parlare con loro della propria fede. Poi l’acutizzarsi di quel dolore al petto che da tempo lo tormentava, fino a quelle parole dette ai suoi collaboratori stretti attorno al suo capezzale: «Muoio, muoio».
Don Oreste ha dedicato tutta la sua vita agli ultimi, a chi non ha niente. Lo ha detto anche Benedetto XVI, ieri mattina, in un telegramma inviato al vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi: è stato un «infaticabile apostolo della carità a favore degli ultimi e degli indifesi». Lo ha ricordato, sempre ieri, anche il presidente Napolitano: don Benzi è stato un «testimone della speranza e della volontà di riscatto di tante donne e tanti giovani».
Il motivo di una vita consumata per gli ultimi lo si deve ricercare nella sua infanzia: «I miei genitori – scrisse un giorno -, appartenevano a quella categoria di persone che ritiene talmente di non valere nulla, che sembra sempre chiedere scusa di esistere. Quando incontro il povero, l’ultimo, il disperato, il barbone della stazione, la prostituta, in me si rifà presente l’immagine dei miei che pensavano di non valere nulla. Per questo non mi metto mai dalla parte dei potenti, ma dalla parte dei “nessuno”, di quelli che la società non fa esistere».
Erano gli anni ’30. Oreste, settimo di nove figli, viveva a San Clemente, un paesino a 20 chilometri da Rimini. La madre era casalinga mentre il padre si barcamenava con lavori saltuari. Ma l’aria, in famiglia, era sempre allegra: «Non si muove foglia, che Dio non voglia», ripeteva sempre mamma. Sono ricordi che hanno formato la personalità di don Oreste, che lo hanno portato a decidere di darsi a tutti attraverso il sacerdozio.
La Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata nei turbolenti anni del post ’68, – 200 case famiglia e oltre trenta comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti – altro non è stata che la sua traduzione pratica di questa passione per l’uomo che animava la sua vita. Don Benzi passava intere giornate sulla strada, a «liberare dai magnacci le schiave del sesso». Le avvicinava e diceva loro: «Perché non venite con me?». «Dove?», gli rispondevano. «A casa mia», diceva lui. «Vi libero e vi do un lavoro onesto». Alcune accettavano. Altre no. I magnacci si infuriavano ma lui proseguiva la sua battaglia.
Pochi giorni fa si era sentito male all’aeroporto di Fiumicino. Tornava da un incontro con rappresentanti dei ministeri della Solidarietà sociale e della Salute. Ne faceva tante di puntate a Roma, convinto che prima o poi qualche politico lo avrebbe ascoltato. «Se i politici mi dessero retta – disse un giorno -, la prostituzione in Italia potrebbe sparire nel giro di due settimane».
Ma in pochi lo ascoltavano. Lui non se ne rammaricava più di tanto, anche se faticava a farsene una ragione. Il 17 gennaio del 2002 fu ricevuto da Berlusconi. Con lui due prostitute. Il racconto delle loro esperienze, commosse il Cavaliere che donò loro cinque milioni a testa del vecchio conio. Ma né Berlusconi né nessun altro lo assecondò mai fino in fondo. «E sì – ripeteva spesso – che basterebbe così poco».
Eppure proseguiva per la sua strada, don Benzi. E lo ha dimostrato fino all’ultimo, con prese di posizione spesso contro corrente. Come lo scorso 12 maggio quando disse al Riformista che al Family Day avrebbe voluto vedere, a difendere la famiglia fondata sul matrimonio, anche «la nutrita schiera di lesbiche e gay cattolici». Come l’altro ieri quando ricordò che il giorno di Ognissanti è la festa in cui ricordare i feti morti: «Occorre fare memoria – disse – di tutti i piccoli morti prima di nascere per cause naturali o per mano dell’uomo attraverso l’aborto volontario». Come quando – sempre due giorni fa -, commentando l’aggressione subita a Roma da Giovanna Reggiani, ricordò che «i funzionari della polizia romena con i quali collaboriamo nel rimpatrio delle giovani romene liberate dalla prostituzione ci dicono: “I lupi feroci siete voi italiani”. “Siete voi che foraggiate, mantenete i criminali romeni che le sfruttano e le tengono schiave con almeno duecento milioni di euro all’anno di guadagno”».
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Addio a don Oreste Benzi, innamorato del Signore
2 novembre 2007 -
La notizia della morte di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, mi addolora molto.
Tre anni fa conobbi don Oreste a Rimini dove c’è la sede della sua Comunità. Mi accolse con la sua tonaca nera, di qualche taglia più grande di quanto sarebbe stata necessaria.
Mangiammo insieme in un ristorante e poi andammo a conoscere – per un’intervista – alcune delle sue ex “schiave” liberate dalla prostituzione. Ci sedemmo su un tavolo di legno fuori dalla chiesa della comunità.
Prima dell’intervista don Oreste mi portò in chiesa perché voleva pregare per qualche minuto. Si inginocchiò davanti al Santissimo e raramente vidi un uomo così assorto in preghiera. Tenne le mani giunte davanti alla fronte. Chiuse gli occhi e non smise di sorridere.
Don Oreste era un innamorato del Signore. Entrava nel cuore della gente con la sua bontà. Confondeva tutti solo e soltanto con la infinita semplicità che gli veniva dall’essere come un bambino abbandonato nella mani del Signore e della Madonna. Qualsiasi cosa gli dicessi o gli chiedessi mi sorrideva e mi diceva “grazie”. “Se gli angeli esistono – pensai – devono assomigliare a don Oreste”.
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Inside sacred walls: l’esordio di Guido Marini
1 novembre 2007 -
Sarà il prossimo 5 novembre, all’Altare della Cattedra in San Pietro, che monsignor Gudo Marini “esordirà” ufficialmente quale cerminoniere papale.
La sua prima sarà in occasione della messa celebrata da Benedetto XVI in suffragio dei cardinali defunti.
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Qual è il compito di ogni uomo
1 novembre 2007 -
Nella festa di Tutti i Santi Benedetto XVI spiega (oggi durante l’Angelus) che «diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi, potremmo dire, di ogni uomo». E ancora: «Tutti gli esseri umani sono figli di Dio, e tutti devono diventare ciò che sono, attraverso il cammino esigente della libertà».
Ma questo compito non lo si può compiere se non attraverso la sequela a Cristo. Dice il Papa parafrasando il Vangelo di Giovanni (quel Vangelo che egli maggiormente predilige): «La via è Cristo, il Figlio, il Santo di Dio: nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Lui».
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La strada araba di Ratzinger
1 novembre 2007 -
Il tour europeo del Re dell’Arabia Saudita, Abdullah II, vivrà il prossimo martedì (6 novembre) un appuntamento senza precedenti. Papa Benedetto XVI riceverà il sovrano in udienza in Vaticano. È la prima volta che la massima carica dell’Arabia Saudita mette piede oltre il Tevere. È un risultato che segna la grande attenzione che Benedetto XVI vuole mettere sul campo delle relazioni con il mondo musulmano. È un risultato al quale – se lo augurano nei sacri palazzi – ne potrebbero seguire altri più concreti.
È ben noto, infatti, nella Santa Sede e nella segreteria di Stato che ha curato nei minimi dettagli l’organizzazione della visita – soltanto due mesi fa, il 6 settembre, a Castel Gandolfo, Ratzinger aveva ricevuto il ministro degli Esteri Saudita, il principe Saud Al Faisal – come il paese governato da Abdullah II sia tra i più oppressivi quanto a libertà religiosa e di culto del mondo.
Quanto ad oppressioni contro le minoranze religiose, secondo i dati forniti nel 2006 dall’organizzazione internazionale Open Doors, soltanto la Corea del Nord sta messa peggio.
In Arabia Saudita (il 93,7% della popolazione è musulmana), non è permesso possedere bibbie, portare con sé un crocifisso, un rosario, pregare in pubblico. E chi osa trasgredire questi divieti viene violentemente oppresso dalla Muttawa, la polizia religiosa ben conosciuta quanto a spregiudicatezza.
Oltre il Tevere non sfugge, inoltre, come all’Arabia serva un nuovo accreditamento d’immagine nel mondo della diplomazia internazionale. Un accreditamento che la stessa élite del paese giudica oggi necessario anche a causa dell’ascesa sulla scena internazionale dell’Iran di Amadinejad, ascesa contro la quale gli stessi Stati Uniti stanno spingendo l’Arabia a prendere iniziative concrete.
In questo senso, la visita di Abdullah II al Pontefice potrebbe giovare soprattutto all’immagine del paese arabo. Ma anche il Vaticano, pur non avendo alcuna relazione diplomatica col l’Arabia (la Santa Sede non ha mai avuto un suo nunzio nel paese), potrebbe “lavorare ai fianchi” il monarca e far sì che l’udienza di martedì diventi, da mera show diplomacy, il primo passo di futuri rapporti fino a oggi insperati, soprattutto ai fini della sopravvivenza di quel 3,7% della popolazione saudita che si dichiara cristiana.
Benedetto XVI, un anno fa, dopo il bailamme seguito alla sua lectio di Ratisbona, aveva spronato i nunzi vaticani a lavorare in accordo con la segreteria di Stato per tessere rapporti con i paesi islamici il più possibile tesi all’amicizia e al rispetto nella reciprocità.
Al di là delle varie e pur lodevoli iniziative di dialogo interreligioso, aveva chiesto un lavoro diplomatico alto, nella consapevolezza che è innanzitutto attraverso la collaborazione con le élite dei vari Paesi islamici che la pace e la tolleranza tra credo diversi (e dunque la lotta al terrorismo) potrà portare a risultati effettivi.
La recente nomina del cardinale francese Jean-Louis Tauran alla presidenza del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso è in questo senso significativa.
Nell’immediato spetta a lui adoperarsi per promuovere ogni iniziativa di dialogo possibile, in particolare con il mondo islamico.
Dopo Ratisbona – e dopo il successivo incontro del Papa a Castelgandolfo con alcuni capi religiosi musulmani – l’iniziativa presa recentemente da 138 leader musulmani di scrivere una lettera aperta al Papa e ad altri leader cristiani per chiedere di mettere i due “più grandi comandamenti” dell’amore di Dio e del prossimo come base e terreno d’intesa per i futuri rapporti, resta un risultato notevole, da annotare e a cui fare seguire le opportune contro proposte.
A Tauran, in particolare, toccherà – l’uscita dovrebbe avvenire a breve – una risposta ufficiale alla lettera. Mentre alla diplomazia vaticana spetta, da subito, di continuare a tessere trame significative con i governi dei vari paesi islamici così come si è iniziato a fare un anno fa dopo Ratisbona.
È questa la strategia di Ratzinger. E l’arrivo di Abdullah II segna, all’interno di questa strategia, un passo significativo. A parte la visita di due mesi fa del principe Saud Al Faisal a Benedetto XVI, i rapporti del Vaticano con l’Arabia Saudita erano fermi a tre visite che lo stesso Saud Al Faisal fece a Giovanni Paolo II negli anni passati. Ma da martedì molte cose potrebbero cambiare, soprattutto – se lo augurano in Vaticano – per la minoranza cristiana d’Arabia e per i suoi 801 mila battezzati cattolici.
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