Porte aperte a casa Scola, si paga quattro euro
17 novembre 2007 -
Chissà cosa avrebbero detto i suoi più illustri predecessori: Albino Luciani (poi Giovanni Paolo I), a Venezia dal 1970 al 1978; Angelo Giuseppe Roncalli (poi Giovanni XXIII), nella Serenissima Repubblica dal 1953 al 1958; e Giuseppe Melchiorre Sarto (poi Pio X), in laguna dal 1894 al 1903. Forse non avrebbero gradito oppure, chissà, avrebbero apprezzato.
Fatto sta che, in barba ai commenti, l’attuale patriarca di Venezia, il 66enne cardinale Angelo Scola, non ci ha pensato su più di tanto e, all’insegna della più integerrima regola di trasparenza, ha deciso di aprire – ogni venerdì – le porte della propria casa a fedeli, turisti, gente comune. Insomma, a chiunque sia interessato a vedere con i propri occhi dove vive tutti i giorni il cardinal patriarca, le stanze dove mangia, riposa, studia. Il tutto alla cifra di quattro euro che diventano dieci se si decide di includere anche la visita al museo della diocesi.
Viva la trasparenza, dunque. Ma l’occasione è anche per raccogliere dei fondi che verranno utilizzati per l’onerosa opera di ristrutturazione delle chiese veneziane: «Senza più i fondi della Legge Speciale – ha spiegato il vicario generale, monsignor Beniamino Pizziol – diventa difficile per il Patriarcato trovare i soldi necessari per il restauro e il recupero delle chiese veneziane che, con le loro preziose opere, costituiscono un patrimonio artistico di tutta l’umanità».
E poi, ecco i motivi più squisitamente teologici o, se si vuole, pastorali. L’idea di aprire le porte di casa, infatti, è venuta qualche tempo fa direttamente allo stesso Scola e non soltanto per motivi economici. Facendo suo il convincimento che sia anche la bellezza a condurre l’uomo al vero, Scola ha pensato di mettere in mostra la bellezza della propria casa, retaggio di una tradizione artistica che da sola, in effetti, potrebbe attrarre molte, moltissime persone. Perché la bellezza porta alla verità, la bellezza attrae e, magari, converte pure.
Il palazzo del Patriarca (il trasferimento da San Pietro di Castello, prima sede del patriarcato, alla sede attuale, avvenne nella prima metà del XIX secolo) è una costruzione neoclassica situata accanto alla basilica di san Marco ed era una volta collegata al palazzo Ducale con un lunghissimo corridoio ora demolito.
I visitatori potranno scoprire (con tanto di guide appositamente ingaggiate) i luoghi privati e pubblici di Scola: la sala del Tintoretto (che ospita il ciclo di Santa Caterina), la sala da pranzo, la sala dei Banchetti, il vestibolo, lo studio, la sala dei Papi e la galleria dei patriarchi, la cappella privata, oltre all’appartamento che fu di Luigi Sarto, con tanto di ricordi personali di colui che sarebbe diventato Pio X.
Visibile è anche una collezione che raccoglie opere dal Quattrocento all’Ottocento provenienti soprattutto da chiese soppresse o non più aperte al culto, oltre a donazioni e prestiti temporanei.
E poi, il ciclo di tele sulle storie di Santa Caterina d’Alessandria proveniente dalla chiesa veneziana omonima, la natività di Giambattista Tiepolo della basilica di San Marco e altre significative tele di Palma il Giovane.
Aprire la propria casa alle pubbliche visite non è cosa comune tra gli altri prelati. Tutt’altro. Eppure, pochi mesi fa, anche Benedetto XVI si era adoperato in tal senso. Anch’egli, per la prima volta, aveva aperto le porte del proprio appartamento privato a un vasto pubblico: quello dei telespettatori collegati al programma di Rai Uno “Benedetto XVI, il Papa dell’amicizia con Dio”. Era la vigilia della solennità di San Pietro e Paolo (e “festa del pontificato”) dello scorso giugno. La troupe di Rai Uno mostrò il Papa seduto a pranzo con don Georg Gaenswein mentre mangiava sorseggiando mezzo bicchiere di rosso, mentre sfogliava i giornali di buon mattino e leggeva la posta appena arrivata, seduto in poltrona, la sera, davanti alle immagini del Tg1 e – cosa notevole – mentre celebrava la santa messa nella sua cappella privata rivolgendo “le spalle al popolo” il quale, per l’occasione, era formato dalle quattro Memores Domini che solitamente sbrigano per lui le faccende di casa.
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Dio salvi la musica sacra, è una bussola per i fedeli
16 novembre 2007 -
«Sono certo che il pontificio istituto di musica sacra (Pims), in “armonica sintonia” con la congregazione per il culto divino, non mancherà di offrire il suo contributo per un aggiornamento adatto ai nostri tempi delle preziose tradizioni di cui è ricca la musica sacra».
Ne è certo, Benedetto XVI. E lo ha detto – sono parole sue – lo scorso 13 ottobre recandosi in visita alla sede del Pims, in via di Torre Rossa a Roma, un paio di chilometri a ovest rispetto a piazza San Pietro.
Ed è nell’espressione “armonica sintonia” che il 64enne preside del Pims, il catalano monsignor Valentìn Miserachs Grau, vi legge una possibile volontà del Pontefice di assecondare quella che è a suo dire un’esigenza impellente: un nuovo ufficio dotato di autorità in materia di musica sacra.
Già, perché oggi il Pims ha competenze soltanto formative. «Siamo a tutti gli effetti – spiega Miserachs Grau al Riformista – una facoltà ecclesiastica adibita all’insegnamento della musica sacra (100 studenti e 20 docenti) e quindi dipendiamo dalla congregazione per l’educazione cattolica. Altre competenze in materia sono “sparpagliate” tra la congregazione per il culto divino e la pontificia commissione per i beni culturali ma non esiste un organo con poteri normativi. Il Papa lo scorso 13 ottobre ci ha chiesto di lavorare in “armonica sintonia” con il culto divino. Sono parole importanti perché, per la prima volta, un Pontefice ci ha messo quasi sullo stesso piano e quindi, in futuro, non escludo che possano aprirsi nuovi scenari, fino – appunto – all’istituzione di un ufficio unico del Vaticano con competenze normative».
Miserachs Grau ha la musica sacra nel proprio dna. Nato e cresciuto a Sant Martí Sesgueioles, un paesino a nord di Barcellona, a soli sei anni, grazie agli insegnamenti del maestro del paese, Frances Vives, ha iniziato a studiare teoria e solfeggio del pianoforte. Quando a undici anni è entrato nel seminario diocesano i suoi superiori hanno avuto la lungimiranza di farlo continuare a studiare. Così fino ai tempi dell’arrivo a Roma per il triennio teologico, e quindi del servizio pastorale svolto in alcune parrocchie romane. Un compito, quest’ultimo, che dal ’77 egli è riuscito a conciliare con quello di maestro direttore della cappella liberiana di Santa Maria Maggiore. Poi, nel ’95, la nomina a preside del Pims.
È dal 1983 che il Pims si trova in via di Torre Rossa, nell’immobile che precedentemente era dell’abbazia di San Girolamo in Urbe. Qui Miserachs Grau insegna l’antica arte della musica sacra. Un’arte che il Pims prosegue ininterrottamente dal 1911, l’anno in cui Pio X aprì i battenti di quella che a quel tempo venne chiamata “Scuola Superiore di Musica Sacra”. Cinque le materie insegnate oggi: il canto gregoriano, l’organo, la composizione, la direzione corale e la musicologia.
Nei suoi quasi cento anni di vita il Pims ne ha viste succedere di cose. «Tra tutte – spiega Miserachs Grau -, la non curanza verso la musica sacra che, negli anni del post Concilio, ha portato Roma a declinare in favore delle varie conferenze episcopali le proprie responsabilità.
Il Concilio, in verità, aveva ben operato in materia recependo i documenti di Pio XII i quali, a loro volta, avevano attinto dal Motu Proprio di Pio X Inter sollicitudo. Dopo il Concilio sarebbe bastato attuare l’Istruzione De musica in sacra liturgia emanata dalla congregazione dei riti, ma la cosa non è avvenuta. E così l’anarchia ha regnato sovrana. Si è attuata una sorta di “reazione cancerogena” che ha portato la musica sacra (che io chiamo liturgica) a divenire una semplice trasposizione della musica profana di moda. Una musica, quest’ultima, che è entrata nelle nostre chiese inaridendo le pure sorgenti del gregoriano. Checché ne dicono gli apostoli del “giovanilismo” e del “populismo” la musica, se non ha i crismi della musica sacra, è piuttosto dannosa per la Chiesa».
Eppure, nel pontificato di Benedetto XVI, le antiche sorgenti del canto gregoriano potrebbero essere di nuovo purificate. «Non si tratta – spiega Miserachs Grau – di eliminare la musica popolare, ma di sottometterla a un principio ispiratore più alto: il gregoriano. Torni Roma a valorizzare la sua musica affinché lo spirito dei credenti si immedesimi sempre di più con il mistero che la stessa liturgia vuole celebrare. Lo vuole la tradizione della Chiesa. Lo vuole il Concilio se correttamente applicato».
E, infatti, lo disse lo stesso Concilio che la musica sacra, essendo “gloria di Dio” e “santificazione dei fedeli” deve sempre vivere. E, all’interno di essa, deve vivere il canto gregoriano. Il tutto, forse, col proficuo aiuto di un ufficio vaticano dotato di piena autorità in materia.
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Lettera di Lupus al Riformista e mia (breve) risposta
13 novembre 2007 -
Così ha scritto oggi Gianni Gennari al Riformista: «“Quando i lupi arronzano”: leggo venerdì sul “Riformista” la replica di Paolo Rodari al mio “Lupus” del giorno precedente su “Avvenire”. Io non ne avevo fatto il nome per un pizzico di rispetto. Ma va bene lo stesso. Rodari scrive che non l’ho capito. A me pare sia lui che non vuole capire. Per lui avrei interpretato come ritorno alla posizione verso Oriente il “riposizionamento” della Croce al centro dell’altare della Cattedra in San Pietro. A parte il fatto che questo ritorno all’orientamento delle chiese verso Oriente, su cui di recente Rodari ha insistito più volte, in genere è chiacchiera vuota perché non risulta che qualche chiesa sia distrutta e… “riorientata”, e nel caso specifico è smentito dal fatto che quell’altare era e resta orientato ad Occidente, debbo ricordare che proprio sull’altare della Cattedra, quindi sul fondo dell’abside di San Pietro, la Croce è stata sempre e da sempre al centro dell’altare, non essendoci il Tabernacolo. Tutto qui, e senza “arronzamenti”.» Gianni Gennari(Rosso Malpelo)
Così gli ho risposto, sempre sul Riformista di oggi: «Un anno fa nella stessa occasione Benedetto XVI celebrò presso l’altare della Cattedra e la croce era di lato. E la cosa si è ripetuta più volte con Wojtyla. Non così lo scorso 5 novembre».
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Il suk di via della Conciliazione non piace al Vaticano
13 novembre 2007 -
«L’accoglienza è una cosa sempre positiva. Ma va accompagnata con una politica intelligente di integrazione e gestione dei flussi migratori. Altrimenti la situazione diverrà insostenibile. Lasciare, ad esempio, che via della Conciliazione e le strade circostanti la basilica vaticana siano ogni giorno teatro di mercati improvvisati non è un bello spettacolo. Credo che nessuno in Vaticano voglia discriminare questi poveretti che cercano di guadagnarsi da vivere con quel poco che riescono a vendere ma, nello stesso tempo, c’è la consapevolezza che l’amministrazione della città dovrebbe mettere in campo un’adeguata azione di controllo altrimenti l’illegalità sarà sempre più dilagante».
Così monsignor Massimo Cenci – sottosegretario di Propaganda Fide e per anni, prima di arrivare in Vaticano, missionario nelle parti più povere del pianeta – dice la sua al Riformista sulla presenza massiccia dei venditori ambulanti in quello che è stato definito il suk di San Pietro.
Parole che arrivano dopo quelle pronunciate nei giorni scorsi in proposito dall’oramai prossimo cardinale Angelo Comastri e da monsignor Gianfranco Ravasi.
La scorsa estate le forze dell’ordine avevano provato con diversi blitz a mettere a posto la situazione.
Ma ogni volta i venditori ambulanti sono tornati al loro posto.
«Sarebbe auspicabile che il Comune intervenisse quando la presenza dei venditori diviene eccessiva – ha continuato Cenci -, anche se occorre avere rispetto della dignità e della vita di questa povera gente». Il “mercato” intorno al Vaticano non è un bello spettacolo. Perché evidenzia – dice ancora Cenci – «un progressivo degrado della città».
Le critiche arrivano in un momento non facile per Roma. Nei giorni scorsi, la tragica morte di Giovanna Reggiani ha messo in luce le difficoltà della capitale quanto a efficaci azioni di accoglienza e integrazione. Inevitabile quindi che anche in Vaticano la preoccupazione sia forte per un degrado sempre più evidente che sta trasformando la cultura della solidarietà – da sempre parte viva del tessuto civile della tradizione romana e italiana – in indifferenza e insofferenza verso il prossimo; l’allarme insomma – conclude Cenci – è che la deriva in atto non consenta più di vedere nel prossimo «un’altra persona che ha bisogno di te e tu di lui. Un ragionamento che è all’opposto rispetto a quello di chi suggerisce ai responsabili dell’amministrazione pubblica di riproporre ancora quella cultura dell’“effimero” che se fu una novità importante e di rottura trenta anni fa, necessaria in una società sclerotizzata anche dalle paure della tragica stagione del terrorismo, oggi sembra del tutto inadeguata a governare una metropoli del terzo millennio. Il futuro delle civiltà non si risolve nell’inseguire il giovanilismo, ma nella collaborazione stretta e profonda tra le generazioni, come più volte è stato sottolineato dal magistero degli ultimi pontefici».
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Rosmini e Newman beati della Chiesa di Ratzinger. Ne parla Massimo Camisasca
12 novembre 2007 -
«Rosmini e Newman. Non è un caso che i loro processi di beatificazione si siano conclusi, per il primo (verrà beatificato a Novara il 18 novembre, ndr), o stiano per concludersi, per il secondo, proprio ora. Le loro figure, pur così diverse per tante ragioni, possono essere accomunate e trovare un posto particolare nel programma di pontificato di Benedetto XVI».
Così Massimo Camisasca, superiore generale di un gruppo di sacerdoti missionari legati a Cl – la Fraternità San Carlo – riflette sulle prossime beatificazioni dei due grandi pensatori e riformatori della Chiesa.
Due beatificazioni che non a caso arrivano sotto il pontificato di papa Ratzinger: «Se uno dei fuochi di questo pontificato riguarda la grandezza e i limiti della ragione – dice Camisasca -, lo stesso tema ha occupato la riflessione e la vita dei due grandi pensatori».
Rosmini fu definitivamente “sdoganato” da Giovanni Paolo II che lo citò nella Fides et ratio tra i più grandi pensatori cristiani. La sua beatificazione, richiesta più volte dai superiori generali dell’Istituto da lui fondato, pareva definitivamente accantonata a causa delle sue tesi filosofiche condannate dall’ex Sant’Uffizio. Soltanto di recente, nel 1994, la stessa congregazione ha dichiarato che nulla impediva l’inizio della causa di beatificazione. Dal ’97 comincia il vero e proprio processo che si concluderà rapidamente in meno di dieci anni. Intanto nel 2001 la congregazione per la dottrina della fede, con un documento a firma Joseph Ratzinger, dichiara superati i motivi di difficoltà dottrinale che avevano portato ai continui rinvii del processo canonico.
«Rosmini – commenta Camisasca – è stato a mio parere il più grande genio speculativo all’interno della Chiesa nel 1800. Ciò che Tommaso ha cercato di fare nei confronti di Aristotele, Rosmini ha voluto compiere nei confronti di Kant e del soggettivismo moderno. Accogliendo alcune istanze positive ha mostrato che il pensiero dei cristiani non si fermava in una sterile opposizione ma sapeva discernere il positivo e il negativo all’interno della stessa modernità. Ugualmente fecondo è stato il pensiero politico di Rosmini che ha indicato alla Chiesa le strade della libertà religiosa all’interno delle nuove realtà dello stato post-risorgimentale. Forse è iniziato il tempo in cui non solo si possa scoprire la profondità del pensiero rosminiano ma se ne possa sperimentare la fecondità. In un certo senso la beatificazione ci fa scoprire Rosmini come un tesoro nuovo per la Chiesa. La sua santità comunque non trova le sue radici nel suo genio filosofico e giuridico. Essa si è espressa nella sua fedeltà alla Chiesa, nella sua pazienza di fronte alla persecuzione, nel suo amore al corpo di Cristo per cui ha tanto lottato, nei suoi scritti spirituali e pastorali più profondi come le Massime di perfezione e le Cinque piaghe della Santa Chiesa».
Santo perché fedele alla Chiesa, dunque, non per il suo genio. Eppure il suo genio è stato fondamentale per la Chiesa: «Rosmini – dice Camisasca – sapeva benissimo che non ci si può improvvisare riformatori, ma sapeva anche che meditare sui mali della Chiesa era cosa buona quando si è mossi dal desiderio del suo bene. Le sue riflessioni sulla riforma della Chiesa sono di straordinaria attualità. Egli desidera che i pastori tornino a vivere in mezzo al popolo. Anche oggi c’è questa necessità. I pastori sono spesso assorbiti da riunioni, incontri, convegni, spesso sono occupati dalla stesura di documenti, quando non attratti dai mezzi di comunicazione sociale. Rosmini, poi, accusava l’insufficiente educazione del clero. Oggi, dopo la crisi dei manuali e trattati di teologia su cui si formavano i sacerdoti fino al Vaticano II, i giovani seminaristi sono sommersi dalle dispense scritte dai docenti, ma hanno poco accesso ai classici, ai libri che restano, sono spesso riempiti più di problemi che di chiarezze. E poi spesso mancano grandi educatori che sappiano trarre dai candidati al sacerdozio il meglio della loro umanità formando personalità sicure dal punto di vista affettivo e psicologico. Rosmini inoltre lamentava la nomina dei vescovi abbandonata al potere laicale. Più volte sono tornato in questi anni su questo tema, non certo perché oggi ancora si ripresenti lo stesso tipo di problema, quanto piuttosto lo stesso rischio di sottomissione ai criteri mondani. Si cercano talvolta piuttosto degli amministratori che dei profeti o dei pastori».
Cosa accomuna Rosmini e Newman? «Il loro programma può essere riassunto così: ho cercato Dio e me stesso. Conoscere Dio e conoscere l’io. I diritti di Dio di fronte all’ateismo illuminista e positivista e i diritti della persona di fronte a ogni collettivismo sono stati al centro della loro vita e della loro opera. Newman è stato un appassionato studioso della storia della Chiesa delle origini. Nelle lotte del IV e V secolo interne alla Chiesa, combattute per la ricerca della verità, per il dogma, scopre la forma permanente di ogni epoca della Chiesa. Sempre essa è segnata da lotte tra estremismi e un centro da recuperare continuamente. Quel centro che Newman chiama dogma, inteso da lui però in senso anti-intellettualistico come Tradizione vivente, è ciò che l’ha spinto a lasciare la Chiesa anglicana per quella cattolica. Anche Newman, come Rosmini, può diventare un tesoro attuale che permetta di dare contenuto autentico alla realizzazione del Vaticano II».
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Ancora sulla croce e sull’orientamento della liturgia
10 novembre 2007 -
A proposito dell’orientamento della liturgia ecco quanto scrive Ratzinger in “La Festa della Fede. Saggi di teologia liturgica”: «La croce dell’altare si può qualificare come un residuo dell’inorientamento rimasto fino ai giorni nostri. In essa fu conservata la vecchia tradizione, che era a suo tempo strettamente collegata al simbolo cosmico dell’Oriente, di pregare nel segno della croce il Signore veniente, volgendovi lo sguardo. Se si vuole quindi parlare di un ben determinato punto di riferimento dell’abituale maniera della celebrazione anteriore al Concilio, non si può dire che si celebrava rivolti all’altare o addirittura al Santissimo, ma si può dire che si celebrava rivolti all’immagine della croce, che conserva in sé tutta la teologia dell’“Oriens”. Si è avuta in questo senso una continuità che risale alle soglie dell’era apostolica».
Ed ecco quanto scrive in “Introduzione allo spirito della liturgia”: «Tra i fenomeni veramente assurdi del nostro tempo io annovero il fatto che la croce venga collocata su un lato per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote. Ma la croce, durante l’eucaristia, rappresenta un disturbo?».
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Quando i lupi arronzano
9 novembre 2007 -
Nella sua rubrica su Avvenire, “Lupus in pagina”, Gianni Gennari ieri se l’è presa con un mio pezzo del 7 novembre intitolato “Il nuovo cerimoniere torna all’antico. La croce sta nel mezzo, non più di lato”. Un pezzo in cui sottolineo il fatto che nella messa del 5 novembre presieduta dal Papa in San Pietro presso l’altare della Cattedra in suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti nel corso dell’anno, il nuovo cerimoniere papale, monsignor Guido Marini, ha significativamente riposizionato la croce nel mezzo dell’altare. Un posizionamento che ricorda l’orientamento a Oriente che anticamente avevano le sacre liturgie. Come dice Ratzinger (mica io) in “La festa della fede. Saggi di Teologia liturgica” e poi ancora in “Introduzione allo spirito della liturgia”, la croce sull’altare è oggi un «residuo» dell’orientamento un tempo in vigore. Gennari, invece, sostiene che, essendo l’altare della Cattedra rivolto a Occidente, le mie parole sono «insensate» e «riciclano…la chiacchiera del ritorno degli altari all’orientamento verso Oriente».
Giusto per dovere di cronaca, tengo a dire che l’aggettivo «insensata» non è riferibile a quanto ho scritto. Come ho cercato di spiegare, infatti, è la croce posta sull’altare a farmi parlare del ritorno di un certo orientamento della liturgia, non la direzione dell’altare. È la croce, non l’altare, e nemmeno la posizione del sacerdote, a dare l’orientamento. Se invece per Gennari tornare a parlare dell’orientamento delle celebrazioni liturgiche vuol dire riciclare chiacchiere, allora, forse, «riciclata» è, per lui, la secolare vita liturgica dei cristiani.
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Ratzinger mette un domenicano in cattedra
9 novembre 2007 -
Potrebbe essere domani il giorno della nomina del nuovo segretario della congregazione per l’educazione cattolica. Dato da più parti per certo l’anti-zapateriano segretario generale della conferenza episcopale della Spagna, ovvero monsignor Antonio Martinez Camino, pare che all’ultimo momento Benedetto XVI abbia deciso di cambiare rotta e nominare un domenicano, il francese Jean-Louis Bruguès, vescovo di Angers.
Bruguès, teologo moralista, in passato membro della commissione teologica internazionale, ricevette una certa attenzione da parte del mondo dei media nel marzo del 1997 quando lavorò per la pubblicazione sull’Osservatore Romano di un lungo excursus su “Antropologia Cristiana e omosessualità”. Fu in particolar modo l’Unità che criticò Bruguès spiegando come le sue posizioni fossero degne di entrare «in una Summa teologica dell’omosessualità».
Se la nomina di Ratzinger diverrà effettiva, a Bruguès spetterà, in accordo con il cardinale Zenon Grocholewski, dettare le linee di insegnamento delle università ecclesiastiche e degli istituti religiosi sparsi nel mondo. Compito difficile e, oggi, quanto mai urgente.
Giancarlo Maria Bregantini.
Nei sacri palazzi, c’è un gran parlare dello spostamento – reso noto ieri – del 59enne trentino monsignor Giancarlo Maria Bregantini dalla sede vescovile di Locri-Gerace a quella di Campobasso-Boiano (l’ingresso avverrà il 20 gennaio) dove è chiamato a prendere il posto di monsignor Armando Dini che lo scorso 18 luglio ha raggiunto l’età pensionabile (75 anni).
Dunque, dalla Calabria, la terra nella quale nei tredici anni di permanenza Bregantini si è costruito la nomea di vescovo anti-clan, lo sbarco in Abruzzo-Molise.
Ieri, Bregantini, nel congedarsi ufficialmente dal suo popolo, ha voluto rilasciare un’intervista alla Radio Vaticana in cui spiegava che obbediva al Papa anche se «con tanta sofferenza nel cuore».
In molti hanno parlato della sua nomina come di un trasferimento motivato anche dalle sue coraggiose battaglie contro la mafia.
In particolare reazioni critiche e polemiche al trasferimento si sono avute da parte di alcuni esponenti delle istituzioni, a cominciare dal governatore Agazio Loiero e dai sindaci della Locride, e da componenti della società civile.
Anche ieri i fedeli accorsi in cattedrale hanno raccolto firme «non per protestare contro la decisione pontificia ma come testimonianza di legame di fede e di affetto con il nostro pastore».
In realtà, la nomina resta una vera e propria promozione in quanto a Bregantini è stata affidata una sede metropolitana grazie alla quale, in futuro, potrebbe divenire presidente della conferenza episcopale abruzzese molisana al posto del vescovo di Lanciano Ortona, monsignor Ghidelli. Se così fosse, Bregantini entrerebbe nel consiglio permanente della Cei, l’organo direttivo dei vescovi italiani.
Il nunzio apostolico in Italia, che stima molto l’operato di Bregantini, aveva chiesto (con successo) qualche settimana fa al vescovo anti-clan se accettava la decisione di Ratzinger di promuoverlo a Campobasso-Boiano. Infatti, nella terna dei possibili candidati presentata dal cardinale Giovanni Battista Re a Ratzinger dopo le dovute consultazioni con i membri della plenaria della congregazione per i vescovi, Bregantini era presentato con il miglior profilo e così Raztinger ha deciso per lui.
Adrianus Johannes Simonis.
In questi giorni si sta decidendo nei piani alti del palazzo apostolico il nome del successore del cardinale Adrianus Johannes Simonis, vescovo di Utrecht, primate d’Olanda e presidente della conferenza episcopale del paese. La cosa sembra doversi giocare tra il ratzingeriano monsignor Punt di Haarlem e il 72enne Van Luyn vescovo di Rotterdam.
Anthony R. Picarello Jr.
Oltre Oceano si segnala l’intervista rilasciata da Anthony R. Picarello Jr al Catholic news service. Avvocato newyorkese, indicato nel gennaio 2007 dalla rivista American Lawyer come uno dei più promettenti giovani avvocati negli Stati Uniti, Picarello Jr è diventato consulente legale della conferenza episcopale statunitense (Usccb) lo scorso settembre. Il suo arrivo all’Usccb è un forte segnale. Picarello, infatti, ha lavorato per anni presso il Becket Found for Religious Liberty che si batte per la valorizzazione, dal punto di vista legale, del diritto della libertà religiosa negli Usa. Avendolo come consulente, la Usccb dimostra la volontà di intervenire nel merito con strategie d’impatto e giuridicamente importanti.
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La promozione di Bregantini e la falsa umiltà
8 novembre 2007 -
Che ridere l’articolo oggi di Stella sul Corriere che con toni allarmati avverte dei pericoli a cui va incontro la popolazione calabrese a causa della promozione del vescovo Bregantini (noto come vescovo anti-clan) da Locri a Campobasso.
Che ridere perché, a parte il fatto che il suo successore nella Locride potrebbe dimostrarsi migliore anche rispetto alla lotta alla ‘ndrangheta, qualcuno dovrebbe avvisare Stella, gli intellettuali calabresi che nell’articolo mostrano il proprio disappunto nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche ree di aver “allontanato” Bregantini, lo stesso Bregantini che nei giorni scorsi aveva dichiarato che alle autorità si “obbedisce” sempre e comunque anche se a malincuore, qualcuno dovrebbe ricordare loro – dicevo – quanto segue:
1. Bregantini non è stato allontanato ma semplicemente promosso. E la cosa va sottolineata perché il passaggio da una sede vescovile a una sede metropolita è notevole.
2. La promozione a Campobasso lo fa entrare di diritto nel consiglio permanente della cei: e la cosa è NOTEVOLE.
3. Il nunzio in Italia, dopo che Ratzinger aveva approvato la promozione, ha gentilmente chiesto a Bregantini se la accettava. Bregantini, dunque, se tanto ci teneva a rimanere a Locri, avrebbe potuto dirlo e sarebbe rimasto. 4. Insinuare che il Papa promuovendo una persona fa il gioco della ‘ndrangheta è scorretto. E Bregantini continuando a dire che lui in fondo è dispiaciuto ma “occorre” obbedire, altro non fa che screditare il Papa e soprattutto palesare una falsa umiltà che francamente da parecchio fastidio. Almeno a me.
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Il nuovo cerimoniere torna all’antico. La croce sta nel mezzo, non più di lato
7 novembre 2007 -
L’orientamento prima di tutto. Se manca quello, l’assemblea riunita in preghiera diviene come un circolo chiuso che non sa più andare oltre sé, che non sa più esplodere verso la magnificenza portata da colui che viene, il Signore, il trafitto. Se manca quello, l’assemblea implode e si abbassa in una concezione di comunità autonoma e autosufficiente. E in una siffatta comunità il dialogo con colui che sta oltre non può avvenire e ogni parola diviene autoreferenziale.
È un rischio enorme, la mancanza di orientamento all’interno della sacra liturgia. È un rischio che Benedetto XVI sta cercando di non far più correre al suo popolo. Compito difficile, difficilissimo, soprattutto a causa dei tanti “disobbedienti” che dentro e fuori le sacre mura leggono nella volontà di evitare questo rischio un grottesco ritorno al passato. Eppure è un compito necessario, anzi fondamentale, altrimenti ciò che si prega (lex orandi) altro non diviene se non un qualcosa di diverso da ciò che si dovrebbe credere (lex credendi).
Lo scorso primo ottobre Benedetto XVI ha voluto dare l’esempio: al fine di riportare la liturgia a essere ciò che dovrebbe essere, ecco la nomina di un nuovo cerimoniere papale, il genovese e siriano monsignor Guido Marini al posto del più liberal e bugninista monsignor Piero (Marini anch’egli).
Si dice che Marini G. sia benevolo verso il Motu Proprio Summorum Pontificum voluto da Ratzinger per liberalizzare l’antico rito. E in effetti lo è perché – come il Pontefice – anch’egli riconosce l’importanza che in esso viene data all’orientamento verso Oriente.
Due giorni fa, lunedì 5 novembre, nel suo esordio in pubblico, Marini G. non ha deluso le aspettative: era la santa messa presieduta dal Papa in suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti nel corso dell’anno. Una messa celebrata nel “campo da gioco” più prestigioso, l’altare della Cattedra all’interno della basilica di San Pietro: costruito dal Bernini tra 1656 e il 1665, presenta quattro gigantesche figure di dottori della Chiesa che sostengono un trono di bronzo che contiene il sedile ligneo secondo la tradizione appartenuto a Pietro.
Marini ha “condotto le danze” con fare composto, spirituale. Qualche giorno prima aveva dichiarato: «Non sono qui per fare invenzioni ma per applicare scrupolosamente le norme liturgiche». E tanto ha fatto. Per tutta la messa è stato accanto al Papa tenendo le mani giunte, come si conviene. Indossava un rocchetto (una sorta di camice corto) con tanto di pizzo, rispolverato per l’occasione dopo anni di dimenticatoio.
La liturgia è stata un sontuoso ritorno dell’orientamento verso Oriente, verso il Signore veniente, colui che dall’alto risorge e indica la strada della salvezza. Un ritorno che sa di antico, di messa pre conciliare, e che lunedì si è esplicitato prettamente nella presenza della croce nel bel mezzo dell’altare, posta sopra la sacra mensa con accanto – come si conviene – i sei candelieri accesi.
Benedetto XVI ha celebrato fronte al popolo ma, grazie allo spostamento della croce dal lato dell’altare al centro di esso, ha ridato un obiettivo comune allo sguardo suo e dell’assemblea, il tutto nel segno di una corretta visione democratica dell’ortoprassi liturgica.
Lo aveva detto bene, il cardinale Ratzinger, anche in “Introduzione allo spirito della liturgia”: «Tra i fenomeni veramente assurdi del nostro tempo io annovero il fatto che la croce venga collocata su un lato per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote. Ma la croce, durante l’eucaristia, rappresenta un disturbo?».
Evidentemente no. Anzi, una croce così posizionata significa molto, moltissimo. La cosa è retaggio di un’usanza anticha, da datare alle soglie dell’epoca apostolica. Un’usanza che più d’ogni altra aiuta quel “conversi ad Dominum” di agostiniana memoria, quella conversione dello sguardo che permette di capire che è soltanto da oltre sé che può giungere quella salvezza a cui si tende. Se manca l’orientamento nella liturgia, manca l’orientamento nella vita di fede.
La messa di lunedì scorso è stata anche l’occasione per dare lustro ad altre prassi antiche. È stata come una prova generale di una prima celebrazione pubblica con l’antico rito, celebrazione che – si dice – avverrà soltanto tra qualche mese. Intanto, oltre alla croce nel mezzo dell’altare, è bastato il ritorno del camice col pizzo sotto le vesti liturgiche. Benedetto XVI ne ha indossato uno di Giovanni XXIII che da anni giaceva ripiegato nei tesori della sagrestia pontificia. Tesori tutti da riscoprire.
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