Ratzinger torna all’antico con l’autentico mantello viola

Domani, con la recita dei primi vesperi in San Pietro, Benedetto XVI inaugura il tempo di Avvento.
Indosserà un nuovo piviale appositamente confezionato per l’occasione, coronamento di uno stile tipico del successore di Wojtyla e che, in due parole, può essere così definito: sobrietà e autentica “liturgicità”. Che, tradotto, significa il ritorno a forme romane e classiche e, nel complesso, la riproposizione di una nobile austerità aliena da forme secolaresche. Austerità che non deve essere interpretata come un archeologismo fine a se stesso, quanto come l’avvento nelle celebrazioni papali del respiro della Chiesa di sempre, quel respiro che nel post Concilio – secondo l’attuale papato – si era un po’ smarrito.
Si tratta di quel respiro già ripreso, è il caso di ricordarlo, dai grandi teologi dell’ultimo secolo maestri di liturgia. Ovvero Guardini, Moglia, Lercaro, Schuster, Pio XII con le sue encicliche Mediator Dei e Mysticis Corporis Christi.
Benedetto XVI celebrerà i vesperi in latino seguendo alla lettera i salmi e le letture riportati dal breviario. Nel mezzo, in scia alla consapevolezza che soltanto la sequela fedele dei tempi liturgici permette una reale immersione nel mistero della fede (sequela che è riproposta insistentemente nel Pontificato di Benedetto XVI), terrà una breve catechesi in lingua italiana dedicata, appunto, al tempo dell’Avvento.
I vesperi saranno accompagnati dal canto gregoriano perché, come recita il concilio Vaticano II, il gregoriano è il canto della Chiesa cattolica di rito latino.
Il nuovo piviale indossato dal Pontefice è una novità importante. Innanzitutto perché dopo anni torna a essere di colore viola e non più di quel blu che quasi sembra viola ma che viola non è. Viola: il colore della penitenza e dell’attesa. La forma del piviale riprende antichi disegni medievali. La stoffa è una seta di damaschi con gli stemmi del Pontefice ricamati in oro. Il tutto è contornato dal “razionale”, in sostanza una fibbia riservata esclusivamente al Papa e che serve per chiudere sotto il collo lo stesso piviale.
Già una settimana fa, in occasione del suo secondo concistoro da quando è salito al soglio di Pietro, Benedetto XVI aveva scelto di indossare paramenti di grande solennità e valore storico. Si era presentato con una mitria – il tradizionale copricapo da cerimonia riservato alle più alte cariche ecclesiastiche – appartenuta a papa Pio IX e con un piviale del secolo XV, con immagini relative alle vite dei Santi.
Ancora prima, in occasione della messa di suffragio per i cardinali defunti nel corso dell’anno, aveva fatto riposizionare la croce al centro dell’altare, residuo dell’antico orientamento a Oriente un tempo in vigore.
Sono tutte queste “innovazioni” che fanno parlare, a buon diritto, di un nuovo “Papa style” che rende l’immagine di Benedetto XVI più vicina a quella di un vescovo cattolico che non a quella di un primate della Chiesa anglicana.


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Padre Pio ha convertito persino un sacerdote ortodosso

«Farò parlare di me più da morto che da vivo». Sono parole che padre Pio, lo stigmatizzato più discusso dell’ultimo secolo, disse un giorno a uno dei suoi figli spirituali. E la cosa si è puntualmente avverata. Tanto che – ancora oggi – sono bastati un libro velatamente scettico nei suoi confronti (“Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento” di Sergio Luzzatto) e un altro più entusiasta (“Il segreto di padre Pio” di Antonio Socci) a far scatenare il dibattito, a far levare alta la voce di chi in lui non ha mai creduto, altrettanto ringalluzzita quella dei seguaci.
E, sempre oggi, la capacità del santo di Pietrelcina di far parlare di sé ha raggiunto persino la Chiesa ortodossa rumena (una Chiesa autocefala seconda per numeri solo a quella russa), toccata – o forse bisognerebbe dire scottata – da padre Pio il quale, con un scatto di reni inaspettato, “ignaro” delle accuse di proselitismo che sovente vengono mosse dagli ortodossi ai cattolici, ha convertito al cattolicesimo, a seguito di un miracolo, un sacerdote ortodosso del posto.
L’evento – ne ha parlato recentemente anche uno dei principali biografi di padre Pio, ovvero Renzo Allegri – è avvenuto nella cittadina di Pesceana della Contea di Valcea, nella Romania centro-meridionale. Il convertito si chiama padre Victor Tudor. E con lui, in seno alla Chiesa cattolica, sono arrivati anche tutti i suoi parrocchiani.
Causa della conversione è stata la guarigione miracolosa che, per intercessione di padre Pio, ha “colpito” la mamma di padre Victor, Lucrezia, affetta da un tumore al polmone sinistro. Intercessione richiesta direttamente dalla donna durante la sua permanenza a Roma dove si sottopose, qualche tempo fa, a una serie di accertamenti ospedalieri che altro non fecero se non confermare l’inesorabilità del male. Lucrezia un giorno entrò in una chiesa della capitale e si fermò per caso davanti a una statua del santo di Pietrelcina al quale chiese il miracolo della guarigione. Richiesta subito accolta. Tanto che dopo una quindicina di giorni, ulteriori esami ospedalieri diedero un responso opposto a quelli precedenti: il tumore non c’era più. Sparito. Lucrezia era completamente guarita.
La cosa colpì parecchio padre Victor. Tanto che «a poco a poco – racconta – decisi insieme ai miei parrocchiani di diventare cattolico per essere più vicini al padre». Talmente vicino che nei giorni scorsi sua beatitudine Lucian Muresan, arcivescovo della Chiesa greco-cattolica del paese, ha dovuto presiedere la cerimonia della posa della prima pietra della prima chiesa dedicata a padre Pio in un paese dell’ex impero comunista sovietico. Il tutto mentre il patriarcato della chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciobotea, altro non poteva fare se non prendere atto dell’ultima stravaganza del frate cappuccino il quale più che dialogare, converte, e fa parlare di sé più da morto che da vivo.


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Gandalf interviene a proposito del “Vi dico la mia sul Motu Proprio Summorum Pontificum”…

A proposito del pezzo scritto qui sotto sul Motu Proprio “Summorum Pontificum” e a proposito di una risposta che ho dato a Giorgio circa la separazione (per me oggi esagerata) tra uomini e donne durante la messa celebrata secondo l’antico rito, un lettore che si firma Gandalf mi scrive quanto segue:
«Un’ottima stoccata da vero stambecco. giudizio calibrato ed equilibrato. Che coglie a mio avviso nel segno. Un unico appunto. Sulla separazione tra uomini e donne. Non credo che Dante Alighieri sarebbe stato d’accordo con te. Che ne sarebbe stato del suo amore per Beatrice, senza quella distanza, che consacrava ed eternava il suo desiderio di lei, che la rendeva segno supremo del Mistero, vicino e incatturabile al contempo, di Dio stesso? La perdita del senso dell’adorazione, che giustamente richiami, ha il più tragico contrappeso proprio nella banalizzazione delle relazione, nell’incapacità del nostro tempo di venerare (in timore e tremore) il Mistero delle nostre più intime relazioni. La liturgia, educa attraverso lo spazio e il tempo, questa è la sua lingua. In Russia, l’anno scorso, entro alla liturgia ortodossa e vedo una ragazza splendida con un velo che lasciava vedere solo il volto. Mi è venuto da piangere di commozione. Era bellissima, ma il velo conferiva a quella bellezza una trasparenza, una gloria infinitamente più pura, come disambiguata. Infatti nell’icona la donna è sempre velata. Il velo è il simbolo della libera rinuncia a usare della propria bellezza per un potere (i capelli sono la gloria della donna): è la bellezza che liberamente non si vuole altro che gloria di Dio. E per questo è più splende di più, non meno».
Cari PalazziApostolici, cosa ne pensate?
È utile oggi una separazione in chiesa tra uomini e donne (con tanto di velo a nasconderle)? È vetusta per il nostro tempo o ancora attuale?


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Vi dico la mia sul Motu Proprio “Summorum Pontificum”. E vi dico perché secondo me il Papa l’ha voluto

Cari palazzi apostolici,
su questo blog avete più volte letto parole dedicate al Motu Proprio “Summorum Pontificum” di recente pubblicazione dedicato alla “liberalizzazione” dell’antico rito di San Pio V così come Giovanni XXIII lo rivide nel 1962.
Avete letto diversi articoli che ho scritto in merito per “il Riformista” e qualche altro breve commento messo giù appositamente per la sezione di questo blog – si chiama “pensieri sparsi” – che ho pensato perché in essa io possa scrivere liberamente ciò che voglio.
L’argomento, come avrete capito, mi interessa parecchio. E oltre a interessarmi mi affascina perché, pur essendo “anagraficamente” figlio del post Concilio, ritengo che la concessione della piena liceità d’esistenza a un rito nel quale l’orientamento del popolo e del sacerdote è con forza diretto a Cristo sia cosa buona per tutta la Chiesa, sia cosa educativamente importante, sia cosa che può aiutare i fedeli e i preti a comprendere dove e a chi il proprio sguardo debba essere sempre rivolto.
Ciò detto (non so cosa ne pensiate voi) resto “basito” di fronte alle reazioni che dentro e fuori la Chiesa si sono avute a seguito della pubblicazione di questo Motu Proprio. Da una parte mi sconcertano coloro che ne vogliono bloccare la piena attuazione e, dall’altra, mi lasciano senza parole coloro che prendono il testo papale come lo spunto atteso per anni per poter finalmente riversare il proprio rancore verso decenni (quelli del post Concilio) ritenuti traditori della “vera” Chiesa cattolica.
A mio avviso le due “visioni” faticano a comprendere il significato più profondo che sta sotto la pubblicazione del Motu Proprio. Secondo me Ratzinger ha voluto e vuole semplicemente “puntare” a una Chiesa che sappia ripartire dalla liturgia, dall’incontro con Cristo che si rende presenza reale nei sacramenti. Senza una vita di preghiera che ruoti attorno ai tempi liturgici (e dunque ai sacramenti), non c’è vita di fede. E in questo senso, la liturgia deve essere vissuta privilegiando il comune orientamento a Colui che si rende in essa presente: l’antico rito privilegia sommamente questa azione dello sguardo. Il rito di Paolo VI anche, se vissuto con la giusta compostezza.
Quindi, va bene criticare le sperimentazioni post conciliari laddove portano l’assemblea fuori da questo sguardo. E va bene criticare i “fan” dell’antico rito laddove sostengono che la riforma del post Concilio sia tutta spazzatura. Ma occorre tenere presente che il Motu Propro papale non è pro o contro nessuno. Semmai è per dare centralità alla liturgia che esso è stato pubblicato, a quella liturgia che, se vissuta correttamente, porta naturalmente lo sguardo di tutti a Cristo. Lo porta il rito di Paolo VI come pure quello di San Pio V che mai fu abolito.


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Il Papa scrive di speranza e osserva Roma

La scelta della data di uscita è significativa. Venerdì 30 novembre, festa di sant’Andrea e, insieme, ultimo giorno utile prima dell’inizio dell’Avvento che comincia sabato primo dicembre, con la recita dei primi vesperi. L’Avvento: per i cristiani tempo di attesa e di speranza e, quindi, tempo perfetto per l’uscita della seconda lettera enciclica di Benedetto XVI dedicata proprio alla seconda delle virtù teologali, la speranza, e intitolata Spe salvi (salvi nella speranza).
Nella speranza cristiana, per la quale il futuro può essere guardato da credenti senza paura in virtù della fiducia che si ripone nello Spirito di Dio.
Una coincidenza: per la Chiesa, questa non è solo la settimana dell’enciclica. È anche la settimana della discussione e della votazione in Campidoglio – si comincia alle dodici di quest’oggi presso la commissione consiliare competente – della proposta di delibera popolare sull’istituzione di un registro delle unioni civili. Le firme, infatti, vennero presentate lo scorso 5 luglio e la discussione e la votazione deve avvenire entro sei mesi dalla presentazione.
È inutile dire che si tratta di un voto che preoccupa il Vaticano ma soprattutto il vicariato di Roma e la conferenza episcopale italiana timorose, nella sostanza, che possano rientrare dalla finestra (e proprio a Roma) quelle unioni civili che la Chiesa ha tanto osteggiato, innegabilmente con successo, almeno in Parlamento.
Ma i tempi della Chiesa non sono quelli del mondo e non sarà certo la preoccupazione per il voto in Campidoglio a creare intoppi all’uscita della seconda enciclica di Benedetto XVI.
Dopo la prima enciclica resa nota nel gennaio del 2006 e dedicata alla terza virtù teologale, la carità – il tema fu scelto da Wojtyla prima che morisse e papa Ratzinger lo fece suo – Benedetto XVI dedica la sua seconda enciclica (una lettera che il Papa rivolge ai vescovi e a tutti i fedeli della Chiesa) ancora a una tematica dottrinale seppure non è escluso che al suo interno vi siano accenni e sviluppi incentrati anche su altri temi.
In particolare, anche in questa enciclica, come fu nella Deus Caritas Est, Ratzinger potrebbe dedicare qualche capitolo alle tematiche sociali, quelle stesse tematiche che da più parti si riteneva avessero dovuto costituire l’impianto della seconda enciclica di Ratzinger.
E invece no. Le tematiche sociali e la globalizzazione saranno l’oggetto di una futura terza enciclica, dopo la quale, tuttavia, ne potrebbe seguire addirittura una quarta dedicata alla prima virtù teologale: la fede.
E così il trittico fede-speranza-carità sarebbe completo. Anche perché, parlare dei temi sociali avendo prima approfondito l’essenza dell’impianto dottrinale è meglio ed è cosa tipica del pensiero di questo Pontefice per il quale, prima della pratica, viene la teoria. Prima delle ripercussioni sociali della fede, viene la dottrina sulla quale questa fede si fonda.
Secondo alcune indiscrezioni raccolte la Spe salvi dovrebbe essere ampia almeno tanto quanto la Deus Caritas Est. Benedetto XVI, come suo solito, ha scritto il testo in tedesco. Poi il tutto è stato tradotto in latino e in italiano. L’italiano è stato usato come testo base per la traduzione nella altre lingue.
Come recita il catechismo la speranza cristiana riprende e porta a pienezza la speranza del popolo eletto, la quale trova la propria origine e il proprio modello nella speranza di Abramo, colmato in Isacco delle promesse di Dio e purificato dalla prova del sacrificio: «Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli», spiega Paolo nella lettera ai Romani. E un excursus biblico dedicato allo svilupparsi del tema della speranza cristiana dovrebbe essere contenuto anche nel testo del Papa. Un testo nel quale non mancheranno testimonianze concrete di vita vissuta all’insegna della speranza cristiana, a cominciare dalla vita dei santi. Tanti esempi, dunque, per riportare sull’attualità le tematiche dottrinali.
Venerdì prossimo, nella sala stampa della Santa Sede, il testo sarà presentato dal cardinale Georges Marie Martin Cottier, pro-teologo emerito della Casa Pontificia, e dal cardinale Albert Vanhoye, professore emerito di esegesi del Nuovo Testamento al Pontificio Istituto Biblico.


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Ratzinger studia coi cardinali la “fase tre” per Mosca

Mosca è lontana. Ma Benedetto XVI ora sembra credere maggiormente alla possibilità che con le Chiese ortodosse, e in particolare con quella del patriarcato moscovita, nonostante la strada sia ancora lunga, si possa prima o poi arrivare alla tanto sospirata unità.
È l’impressione che si evince da quel poco di notizie che sono uscite ieri dal concistoro straordinario convocato dal Papa in Vaticano e dedicato all’ecumenismo. Ventiquattro ore prima della creazione dei nuovi 23 cardinali che avviene oggi nella basilica di San Pietro, 143 porporati si sono dati appuntamento nell’Aula Paolo VI per un summit a porte chiuse. Un summit che già si era ripetuto una volta nel pontificato di Ratzinger, diverse volte in quello di Wojtyla. Un summit che nel Medio Evo e poi ancora nel Rinascimento era prassi consolidata.
Oggi l’Osservatore Romano dedica un importante editoriale all’evento di ieri e riporta, significativamente, una frase che l’attuale responsabile del dicastero vaticano che si occupa di ecumenismo, il cardinale Walter Kasper, ha detto nella sua relazione introduttiva: con le Chiese ortodosse, dopo anni di complicate relazioni, si registra «una promettente terza fase del dialogo» e ora «sarebbe utile» un incontro «tra il Santo Padre ed il Patriarca di Mosca».
Un incontro che nel pontificato del polacco Wojtyla e negli anni in cui arcivescovo cattolico di Mosca era l’altrettanto polacco di origine (ma nato in Bierolussia) Tadeusz Kondrusiewicz altro non è stato se non un miraggio.
Oggi però al posto Kondrusiewicz c’è l’italiano Paolo Pezzi (una nomina apprezzata da Alessio II) e le cose potrebbero andare meglio. Lo testimonia anche un importante intervista che lo stesso Osservatore fece il primo novembre scorso con l’attuale numero due della Chiesa ortodossa russa, il metropolita Cirillo. Questi, dopo aver elogiato la scelta di Pezzi operata da Ratzinger, ha detto: «È del tutto evidente che la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa russa sono ormai sempre più consapevoli di essere alleate riguardo a moltissime problematiche che oggi interpellano l’umanità».
Oltre a queste “alleanze”, c’è anche una personale stima di Alessio II nei confronti di Ratzinger. Stima che sembra poter finalmente fare accantonare le ripetute accuse di proselitismo mosse da Mosca a Roma negli anni passati. Del resto pare che proprio ieri il Pontefice abbia voluto sottolineare come evangelizzare non significhi “fare proselitismo”. A Roma interessa la comunione con gli ortodossi, non altro.
A caldo l’impressione che si ha di questi concistori straordinari dedicati a tematiche particolari è che servano parecchio. I principi della Chiesa si sentono coinvolti nell’azione di governo, possono – seppur con tempi d’intervento limitati – dire la loro, portare a Roma le proprie impressioni, porre domande, ascoltare le valutazioni di altri porporati e, soprattutto, quelle del Pontefice.
Ieri, in particolare, pare che, tra gli altri, siano intervenuti anche i cardinali Sepe e Martino i quali hanno voluto indicare come terreno comune di incontro tra i cristiani quello più “sociale” della cooperazione nell’aiuto ai poveri e agli ultimi. Benedetto XVI già il 29 maggio del 2005 a Bari, un mese e dieci giorni dopo la sua elezione, oltre a mettere al centro del proprio programma di pontificato la questione ecumenica ha indicato nella preghiera la strada principale affinché si torni a essere una cosa sola: «Vorrei ribadire – disse – la mia volontà di assumere come impegno fondamentale quello di lavorare con tutte le energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Sono cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti». E ancora: «Chiedo a voi tutti di prendere con decisione la strada di quell’ecumenismo spirituale, che nella preghiera apre le porte allo Spirito Santo, che solo può creare l’unità».
Solo la preghiera, dunque, può portare all’unità. Lo ha ripetuto ieri anche il cardinale Walter Kasper che l’ecumenismo non è una scelta opzionale ma un sacro obbligo; non c’è nessuna alternativa realistica all’ecumenismo e soprattutto nessuna alternativa di fede.
Si tratta insomma di una scelta, quella per l’ecumenismo, che come ha sottolineato oggi l’Osservatore deve però lasciare l’iniziativa a Dio e non più all’uomo. Il giornale vaticano parla di una «nuova prospettiva per l’unità», quella che riconosce il primato dell’«opera di Dio».
Un primato da privilegiare ovviamente anche nei confronti dei protestanti. Verso questi sorgono oggi nuove sfide che vengono in particolare dai 400 milioni di fedeli che si riconoscono nei gruppi carismatici e pentecostali di tutto il mondo. Ma la riflessione di Kasper è tinta di speranza anche rispetto a questo mondo della cristianità.


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Nel disegno di Ratzinger non c’è un Papa nero

«Sarà vero? Dopo Miss Italia aver un Papa nero?», si chiedeva l’oramai ex band reggae veneziana dei Pitura Freska nel Sanremo del 1997 dopo che, pochi mesi prima, la dominicana (poi naturalizzata italiana) Denny Mendez era stata eletta Miss Italia: la prima reginetta di colore. «No me par vero», si risposero i Pitura Freska.
E, in effetti, a guardare l’elenco dei 120 cardinali che avranno diritto di voto in caso di futuro conclave – da domani agli attuali 102 se ne aggiungeranno altri diciotto -, l’elezione di un Papa nero pare proprio improbabile, se non impossibile. Ma non solo. Improbabile – seppure non del tutto impossibile – pare pure l’elezione di un Pontefice di un qualsiasi continente a parte quello europeo.
Di questi diciotto nuovi porporati, infatti, ben dieci sono europei – quattro italiani, due spagnoli, un francese, un irlandese, un polacco e un tedesco – e sommati agli altri cardinali europei elettori già presenti nel collegio fanno in tutto sessanta. In pratica, la metà esatta di coloro che hanno diritto di voto. Una cifra considerevole e che in futuro, in caso di conclave, potrà avere un peso notevole.
Quanto agli altri continenti, da domani i cardinali elettori dell’America Settentrionale saranno sedici. Quelli dell’America Latina ventuno. Nove gli africani, dodici gli asiatici, due quelli provenienti dall’Oceania.
Insomma, non c’è partita. Le sorti in caso di conclave saranno decise dagli europei e, tra questi, dagli italiani i quali, con la berretta concessa domani al presidente della Cei Angelo Bagnasco, al presidente del governatorato della Città del Vaticano Giovanni Lajolo, all’arciprete della basilica vaticana Angelo Comastri e all’archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa Raffaele Farina, divengono in totale ben trentanove. Abbastanza per prospettare un Papa italiano? Certamente sì. Anche se, più che altro, la cosa più probabile da prevedere è che, dopo il polacco Wojtyla e il tedesco Ratzinger, lo “scettro” di Pietro rimanga ancora in mano europea.
Domani, dunque, è il giorno della creazione dei nuovi cardinali. Dopo domani, festa di Cristo Re, quello della consegna degli anelli, mentre quest’oggi è il giorno dell’incontro dedicato all’ecumenismo tra tutti i cardinali (ultraottantenni compresi).
A questo incontro è presente anche il decano del collegio cardinalizio, l’ex segretario di Stato Angelo Sodano, che proprio quest’oggi, compiendo ottantanni, esce dalla possibilità di votare in caso di conclave e, inoltre, decade anche dall’essere membro delle varie congregazioni.
A Sodano, in quanto decano del collegio cardinalizio, spetta la responsabilità di convocare il conclave per eleggere un nuovo Papa. Egli, come stabilito nella costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, ha anche il compito di comunicare la notizia della morte del Papa al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e ai capi delle rispettive nazioni.
Nei mesi passati Sodano è riuscito a farsi preparare in Vaticano un ufficio appositamente predisposto per il suo ruolo. Un ruolo più di prestigio che altro. Un ruolo che non aveva mai giustificato, in precedenza, la creazione di un ufficio. Eppure, ce l’ha fatta. E mercoledì, addirittura, al termine dell’udienza generale, è stato Benedetto XVI che ne ha inaugurato le stanze mentre, nello stesso giorno, per l’ex segretario di Stato veniva anche tenuto un concerto d’organo all’interno della chiesa di Maria Madre della Famiglia che si trova all’interno del palazzo del governatorato.
Domani, in San Pietro, ad omaggiare i nuovi cardinali ci saranno anche parecchi politici: in rappresentanza del governo italiano ci sarà il vicepremier Francesco Rutelli. E poi, il ministro della Difesa, Arturo Parisi e il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. Dalla Spagna il vicepremier María Teresa Fernández de la Vega. Dalla Francia il ministro dell’Interno francese Michèle Alliot-Marie. E poi alcune delegazioni dalla Polonia e dall’Iraq.
Su tutti “veglierà” il segretario di Stato Tarcisio Bertone. Da quando Ruini non è più presidente della Cei, egli ha voluto prendere in mano con decisione le redini dei rapporti con il mondo politico. La lontananza da Roma del nuovo presidente dell’episcopato italiano – Angelo Bagnasco risiede a Genova – lo agevola, almeno per ora, in questo delicato compito.


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Gli anglicani bussano alle porte del concistoro

È domani il giorno del secondo concistoro “straordinario” (il primo avvenne nel marzo del 2006) del pontificato di Benedetto XVI dedicato ai rapporti con gli ortodossi e i protestanti e, tra questi, con gli anglicani.
Ventiquattro ore prima del «concistoro per la creazione di nuovi cardinali» annunciato dalla Santa Sede per dopodomani – saranno 18 i nuovi cardinali elettori, 5 quelli ultraottantenni nominati grazie al benemerito impegno svolto al servizio della Chiesa – Benedetto XVI incontrerà in via “straordinaria” e a porte chiuse l’intero collegio cardinalizio.
Si tratta di una modalità di governo della Chiesa in uso fin dal Medio Evo e ancora nel Rinascimento e che Giovanni Paolo II “rispolverò” agli inizi degli anni ottanta.
Anticamente i cardinali erano convocati in queste assise dal Pontefice per dibattere su questioni che riteneva importanti e per essere così aiutato nel prendere le decisioni in merito. Anche con Wojtyla i concistori “straordinari” avevano più o meno la stessa funzione. E così con Benedetto XVI il quale, tuttavia, a differenza del suo predecessore, convoca queste riunioni abbinandole ai concistori dedicati alle nomine.
Domani, dopo un saluto del Papa e un’introduzione del cardinale Walter Kasper che a tutt’oggi presiede il dicastero vaticano dedicato all’ecumenismo, spazio al dibattito nel quale ogni porporato potrà liberamente dire la sua sull’argomento.
All’attenzione dell’assemblea, tuttavia, potranno essere portate anche altre questioni quali, ad esempio, la situazione dei religiosi sparsi nel mondo (non sempre nelle università cattoliche e nelle facoltà teologiche dove insegnano si distinguono per fedeltà alla dottrina e obbedienza a Roma), il protrarsi degli “abusi liturgici” con l’aggravante della disobbedienza nell’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, lo “strapotere” delle varie conferenze episcopali e la loro sempre più accentuata burocratizzazione.
Quanto al dibattito ecumenico, due i fuochi che i cardinali affronteranno. Innanzitutto il rapporto con le chiese ortodosse: con Benedetto XVI è arrivato al capolinea il tempo dei gesti clamorosi di apertura dietro ai quali, purtroppo, è spesso mancata la sostanza.
Il recente incontro di Ravenna della commissione per il dialogo permanente a livello teologico tra cattolici e ortodossi (8-15 ottobre) ha portato all’approvazione di un documento che, pur insistendo sulla necessità del dialogo, mostra che ci sono ancora nodi da sciogliere, in particolare in riferimento al primato del Papa.
È vero, sostiene il documento, che il Papa prima dello scisma del 1054 era “il primo dei patriarchi”, ma cosa questa primazia significasse prima dello scisma e soprattutto cosa significhi oggi è questione aperta.
Tra l’altro, prima dell’uscita del documento, le assise di Ravenna hanno dovuto registrare l’abbandono della Chiesa ortodossa russa ufficialmente a causa della presenza di un rappresentante di una Chiesa non riconosciuta da Mosca, quella estone. È stato un abbandono pesante. Mosca è oggi la chiesa ortodossa numericamente più importante ed è innanzitutto con essa che il Pontefice gradirebbe che gli sforzi del cardinale Kasper approdassero a risultati concreti.
Ma il lavoro è difficilissimo: per Benedetto XVI, infatti, la primazia del Papa dovrebbe oggi fondarsi sul fatto che essa fu in vigore dagli inizi della Chiesa apostolica. Per gli ortodossi, invece – e quindi anche per Mosca -, se è vero che Roma ha un certo primato d’onore sulle altre Chiese, tuttavia fin dall’inizio del cristianesimo le Chiese avevano tra loro uguale dignità (furono “cooriginarie”) e quindi la questione dell’applicazione oggi del primato di Roma resterebbe tutta da decifrare.
Oltre ai rapporti con gli ortodossi, l’incontro di domani avrà un focus dedicato ai protestanti e in particolare agli anglicani.
Il Pontefice vuole che vengano attentamente valutate le tante richieste di ritorno nella Chiesa cattolica avanzate negli ultimi mesi da parte di esponenti dell’anglicanesimo.
La comunione all’interno della Chiesa anglicana, sostengono in Vaticano, sarebbe divenuta difficoltosa anche a causa della concessione dell’ordinazione delle donne che avrebbe provocato parecchi malcontenti.


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Socci e il suo ultimo libro tutto da leggere

Ho letto tutto d’un fiato “Il segreto di Padre Pio” (Rizzoli, 318 pag., 18 euro).
Consiglio a tutti di leggerlo.
Se dovessi in due righe dire quale sia secondo me il succo del libro direi così: la croce è un dono che Dio concede a chi predilige. E colui che Dio predilige può ricambiare questo dono accettando di essere inchiodato con lui.


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Il Bagnasco d’America strizza l’occhio a Giuliani

Appena due anni fa era nell’occhio del ciclone in quanto reo di non aver allontanato per tempo dalla parrocchia di Saint Agata a Chicago quel padre Daniel McCormack il quale, il 30 agosto del 2005, venne arrestato (ma poi rilasciato per insufficienza di prove) con l’accusa di molestie su minori perpetrate all’interno della locale scuola Lady of Westside.
Ma lui, ovvero il cardinale Francis Eugene George (71 anni il prossimo gennaio, religioso degli Oblati di Maria Immacolata) non si scompose. Anzi. Certo della fiducia che otto anni prima – era l’8 aprile del 1997 – Giovanni Paolo II gli aveva accordato portandolo dalla guida della diocesi di Portland, in Oregon, a quella dell’arcidiocesi di Chicago (la città in cui è nato), lasciò passare la buriana e, in poco tempo, riuscì a trasformare la propria immagine di arcivescovo troppo indulgente in quella di pastore paladino di un nuovo modello comportamentale nei confronti dei sacerdoti accusati di pedofilia: il modello della tolleranza zero che significa, in pratica, la richiesta esplicita ai preti accusati di molestie su minori di farsi da parte fino a che le indagini non abbiano svolto il proprio regolare iter.
Questa, almeno, è la linea tenuta da George dal caso McCormack in poi. Questa è la linea che, nel corso delle sue ripetute puntate in Vaticano (l’ultima poche settimane fa), egli ha presentato come l’unica possibile per combattere alla radice il fenomeno. Una linea ritenuta vincente all’interno della conferenza episcopale statunitense (Usccb) tanto che, non a caso, la scorsa settimana è stato proprio lui il porporato che l’assemblea dei vescovi del paese riunita a Baltimora ha voluto eleggere come proprio presidente per i prossimi tre anni al posto di monsignor William S. Skylstad: 188 i voti raggranellati (in percentuale, l’85 per cento dei votanti).
A favore del cardinale George pare abbia giocato l’indiscussa formazione teologica e filosofica (nel 1965 si è laureato in filosofia americana presso la Tulane University di Ottawa, in Canada, e, successivamente, il dottorato in ecclesiologia alla Gregoriana di Roma), la capacità di curare con attenzione la formazione sacerdotale (non è un caso che nel seminario diocesano di Chicago ci siano, cosa notevole per gli Stati Uniti, ben 125 candidati al sacerdozio iscritti al triennio teologico), e soprattutto la nomea di uomo pratico e di governo, a volte addirittura testardo, ma comunque capace di decidere quando necessario.
Appena eletto egli ha potuto mettere sul piatto delle proprie azioni queste caratteristiche. È di mercoledì scorso, infatti, l’uscita di un documento firmato dalla plenaria della Usccb piuttosto duro e dedicato ai rapporti tra cattolici e politica nel paese. Un documento voluto in vista delle presidenziali del 2008 e che ricorda, quanto a tecnica espositiva, quello dello scorso anno redatto dalla conferenza episcopale italiana e dedicato alle iniziative legislative in materia di unioni di fatto. Anche qui, come lo scorso marzo in Italia, la volontà è stata quella di offrire uno strumento adeguato ai cittadini e ai politici quando in ballo ci sono questioni moralmente difficili da decifrare. Ma qui, a differenza dell’Italia, i temi affrontati sono stati più ampi.
In sostanza, all’interno del Forming Consciences for Faithful Citizenship, la conferenza episcopale degli Usa ha voluto dare le dritte ai cittadini in merito al voto delle prossime presidenziali non lesinando tuttavia diversi esempi pratici: nonostante i cattolici possano sentirsi politicamente privati dei diritti pensando che nessun partito e pochissimi candidati condividano pienamente l’impegno globale della Chiesa a favore della dignità della persona umana, la posizione di un candidato su una singola questione che implichi un male intrinseco – come la promozione dell’aborto legale o la promozione del razzismo – può legittimamente portare l’elettore a scegliere di non sostenere il candidato.
Però le cose potrebbero cambiare nel caso in ballo vi siano altri e più gravi motivi morali: in questo caso anche un candidato giudicato non del tutto ortodosso quanto a convincimenti morali potrebbe essere votato dai cattolici.
Insomma, in certi casi – è anche la chiave interpretativa del documento che ha voluto dare il New York Times -, potrebbe prevalere la logica del male minore. Potrebbe, ad esempio, essere il caso del voto da accordare a Rudolph W. Giuliani, cattolico ma pro choice in tema di aborto. È, a conti fatti, la nuova linea dettata dal cardinale George: fedele alla dottrina, fedele a Roma, e insieme anche molto, molto prammatica.


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