Domani, con la recita dei primi vesperi in San Pietro, Benedetto XVI inaugura il tempo di Avvento.
Indosserà un nuovo piviale appositamente confezionato per l’occasione, coronamento di uno stile tipico del successore di Wojtyla e che, in due parole, può essere così definito: sobrietà e autentica “liturgicità”. Che, tradotto, significa il ritorno a forme romane e classiche e, nel complesso, la riproposizione di una nobile austerità aliena da forme secolaresche. Austerità che non deve essere interpretata come un archeologismo fine a se stesso, quanto come l’avvento nelle celebrazioni papali del respiro della Chiesa di sempre, quel respiro che nel post Concilio – secondo l’attuale papato – si era un po’ smarrito.
Si tratta di quel respiro già ripreso, è il caso di ricordarlo, dai grandi teologi dell’ultimo secolo maestri di liturgia. Ovvero Guardini, Moglia, Lercaro, Schuster, Pio XII con le sue encicliche Mediator Dei e Mysticis Corporis Christi.
Benedetto XVI celebrerà i vesperi in latino seguendo alla lettera i salmi e le letture riportati dal breviario. Nel mezzo, in scia alla consapevolezza che soltanto la sequela fedele dei tempi liturgici permette una reale immersione nel mistero della fede (sequela che è riproposta insistentemente nel Pontificato di Benedetto XVI), terrà una breve catechesi in lingua italiana dedicata, appunto, al tempo dell’Avvento.
I vesperi saranno accompagnati dal canto gregoriano perché, come recita il concilio Vaticano II, il gregoriano è il canto della Chiesa cattolica di rito latino.
Il nuovo piviale indossato dal Pontefice è una novità importante. Innanzitutto perché dopo anni torna a essere di colore viola e non più di quel blu che quasi sembra viola ma che viola non è. Viola: il colore della penitenza e dell’attesa. La forma del piviale riprende antichi disegni medievali. La stoffa è una seta di damaschi con gli stemmi del Pontefice ricamati in oro. Il tutto è contornato dal “razionale”, in sostanza una fibbia riservata esclusivamente al Papa e che serve per chiudere sotto il collo lo stesso piviale.
Già una settimana fa, in occasione del suo secondo concistoro da quando è salito al soglio di Pietro, Benedetto XVI aveva scelto di indossare paramenti di grande solennità e valore storico. Si era presentato con una mitria – il tradizionale copricapo da cerimonia riservato alle più alte cariche ecclesiastiche – appartenuta a papa Pio IX e con un piviale del secolo XV, con immagini relative alle vite dei Santi.
Ancora prima, in occasione della messa di suffragio per i cardinali defunti nel corso dell’anno, aveva fatto riposizionare la croce al centro dell’altare, residuo dell’antico orientamento a Oriente un tempo in vigore.
Sono tutte queste “innovazioni” che fanno parlare, a buon diritto, di un nuovo “Papa style” che rende l’immagine di Benedetto XVI più vicina a quella di un vescovo cattolico che non a quella di un primate della Chiesa anglicana.
Padre Pio ha convertito persino un sacerdote ortodosso
«Farò parlare di me più da morto che da vivo». Sono parole che padre Pio, lo stigmatizzato più discusso dell’ultimo secolo, disse un giorno a uno dei suoi figli spirituali. E la cosa si è puntualmente avverata. Tanto che – ancora oggi – sono bastati un libro velatamente scettico nei suoi confronti (“Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento” di Sergio Luzzatto) e un altro più entusiasta (“Il segreto di padre Pio” di Antonio Socci) a far scatenare il dibattito, a far levare alta la voce di chi in lui non ha mai creduto, altrettanto ringalluzzita quella dei seguaci.
E, sempre oggi, la capacità del santo di Pietrelcina di far parlare di sé ha raggiunto persino la Chiesa ortodossa rumena (una Chiesa autocefala seconda per numeri solo a quella russa), toccata – o forse bisognerebbe dire scottata – da padre Pio il quale, con un scatto di reni inaspettato, “ignaro” delle accuse di proselitismo che sovente vengono mosse dagli ortodossi ai cattolici, ha convertito al cattolicesimo, a seguito di un miracolo, un sacerdote ortodosso del posto.
L’evento – ne ha parlato recentemente anche uno dei principali biografi di padre Pio, ovvero Renzo Allegri – è avvenuto nella cittadina di Pesceana della Contea di Valcea, nella Romania centro-meridionale. Il convertito si chiama padre Victor Tudor. E con lui, in seno alla Chiesa cattolica, sono arrivati anche tutti i suoi parrocchiani.
Causa della conversione è stata la guarigione miracolosa che, per intercessione di padre Pio, ha “colpito” la mamma di padre Victor, Lucrezia, affetta da un tumore al polmone sinistro. Intercessione richiesta direttamente dalla donna durante la sua permanenza a Roma dove si sottopose, qualche tempo fa, a una serie di accertamenti ospedalieri che altro non fecero se non confermare l’inesorabilità del male. Lucrezia un giorno entrò in una chiesa della capitale e si fermò per caso davanti a una statua del santo di Pietrelcina al quale chiese il miracolo della guarigione. Richiesta subito accolta. Tanto che dopo una quindicina di giorni, ulteriori esami ospedalieri diedero un responso opposto a quelli precedenti: il tumore non c’era più. Sparito. Lucrezia era completamente guarita.
La cosa colpì parecchio padre Victor. Tanto che «a poco a poco – racconta – decisi insieme ai miei parrocchiani di diventare cattolico per essere più vicini al padre». Talmente vicino che nei giorni scorsi sua beatitudine Lucian Muresan, arcivescovo della Chiesa greco-cattolica del paese, ha dovuto presiedere la cerimonia della posa della prima pietra della prima chiesa dedicata a padre Pio in un paese dell’ex impero comunista sovietico. Il tutto mentre il patriarcato della chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciobotea, altro non poteva fare se non prendere atto dell’ultima stravaganza del frate cappuccino il quale più che dialogare, converte, e fa parlare di sé più da morto che da vivo.
