“In God We Trust”, però fino a un certo punto

“In God We Trust, All Others Pay Cash” è il titolo eloquente di un libro del 1996 di Jean Shepherd, Shep per gli amici, attore e scrittore statunitense che amava usare la radio per leggere e quindi diffondere i racconti che metteva su carta.
Un titolo eloquente, quello del lavoro del ’96, e soprattutto attuale se è vero – come è vero – che, come ogni anno, ancora lo scorso lunedì l’anniversario (il cinquantesimo) della pubblicazione della scritta “In God we Trust” sui dollari americani ha scatenato negli States la consueta ridda di polemiche.
Già, perché non tutti ritengono che “In God we Trust” sia il motto con cui identificare il dna del proprio popolo, nazione o democrazia che dir si voglia.
In molti, piuttosto, ne denunciano le conseguenze, il pegno, appunto, che questo stretto connubio che unisce religione e politica genera sugli “altri”, su chi insomma con il Dio d’America non si identifica. E ancora, c’è chi non capisce per quale motivo in un Paese a forte connotazione multietnica e multireligiosa, si debba con forza richiamare il fatto che “noi, americani, si crede in Dio”, quando questo Dio lo si vuole a tutti i costi identificare con quello cristiano.
Beninteso, ai tempi dell’introduzione dell’“In God We Trust” sulla moneta Usa era in effetti così, Dio era il Dio cristiano. Ma oggi? Per molti lo è ancora mentre per altri, come ad esempio John Witte, direttore del Centre for the Study of Law and Religion alla Emory University School of Law, non lo è, seppure anch’egli ritenga che la religione (ma non necessariamente quella cristiana) svolga nella democrazia un ruolo importante. E oltre a John Witte – come detto – sono anche molti critici del primo ottobre a non riconoscere che la forza propria degli Usa risieda nella sua identità cristiana.
È una visione, quella di Witte and company, che negli Usa alcuni condividono e altri criticano, e tra questi, coloro che ritengono che sia proprio l’identità cristiana del Paese a permettere alla sua democrazia di avere un carattere inclusivo e dunque accogliente al proprio interno, anche verso chi cristiano non è. L’esatto opposto, dicono, della laicità francese (“La laïcité n’est pas l’ennemi des religions”, di Sarkozyana memoria a parte), che negli anni ha dimostrato tutta la sua esclusività e dunque tutte le sue difficoltà di tenuta. Il tentativo di riconoscersi fratelli al di là della propria identità religiosa, insomma, vicini sulla base di un minimo comune denominatore laico, mostrerebbe sempre più profonde crepe.
Sono tematiche vive nel dibattito americano e che la prossima primavera potrebbero essere affrontate anche nel viaggio di Benedetto XVI oltre Atlantico.
Certamente, dal prossimo 15 al 20 aprile, quando Ratzinger sbarcherà negli Usa, non parlerà direttamente del motto del Paese. Non prenderà cioè in mano il dollaro americano per dire la sua in merito all’“In God We Trust”. Ma, senz’altro, soprattutto nelle sue tappe di Washington e di New York (qui sarà all’assemblea generale dell’Onu, come fecero prima di lui Paolo VI e Giovanni Paolo II), tratterà delle tematiche religiose, della convivenza tra religioni diverse e quindi del modello di società che comporta credere nel Dio cristiano.
In particolare, è all’Onu che il Papa potrebbe dedicare le parole più importanti: il riconoscimento della crisi e delle difficoltà che l’Organizzazione delle Nazioni Unite sta patendo e, insieme, la constatazione che non è l’Onu lo strumento di salvezza del mondo, quanto la Chiesa. Di qui, la sottolineatura che, seppure non sia certo la religione civile americana (Dio è la democrazia e la democrazia è Dio) a essere presa come modello oltre il Tevere (soprattutto in politica estera), tuttavia potrebbe essere questa, più di altre, a garantire (se non altro internamente) la possibilità della convivenza perché non è nel rigettare la propria identità al vento che le diverse culture e religioni possono trovare motivi di pace e comprensione.
È un po’ quanto ha detto proprio il primo ottobre scorso l’arcivescovo Dominique Mamberti, numero due della segreteria di Stato papale, davanti all’assemblea generale dell’Onu. Ha spiegato come la fede non debba essere giustificazione della violenza, ma insieme ha anche detto che la libertà religiosa deve essere garantita e che dunque il modello di una società atea non è percorribile.
Insomma, probabilmente “In God We Trust” non è il migliore dei motti esistenti, soprattutto quando questo deve essere tradotto in azioni di politica estera – e in questo senso Ratzinger e il Vaticano non si possono in esso identificare – tuttavia, almeno in politica interna, il modello Usa sembra avere i suoi vantaggi, e oltre Tevere lo sanno bene.


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L’ultima fatica di monsignor Rino non è un partito

Non sono solo vicini di casa il cardinale Camillo Ruini e monsignor Rino Fisichella (l’uno è vicario del Papa per la città di Roma e risiede in piazza San Giovanni, l’altro è rettore della Lateranense e dunque abita pure lui nella medesima piazza). Da pochi giorni c’è anche l’ultima fatica di monsignor Rino a mostrare come i due non siano, anche idealmente, per nulla lontani.
Si tratta di un libro edito da Mondadori dal titolo inequivocabile: “Nel mondo da credenti. Le ragioni dei cattolici nel dibattito politico italiano” (122 pagine, 16 euro), in cui l’idea di un cattolicesimo inserito a pieno titolo nella società odierna e nelle sfide che essa pone viene difeso senza tentennamenti o paure.
Una difesa che ricorda molto l’“ultimo Ruini”, ovvero quello del quinquennio 7 marzo 2001-7 marzo 2006 alla guida della conferenza episcopale italiana, quello per il quale la fede, i cattolici, la devono difendere ovunque e non necessariamente identificandosi con una e una sola aggregazione politica.
È un po’ la linea fatta propria in modo palese dalla Cei ai tempi del referendum sulla fecondazione assistita e poi ancora lo scorso 12 maggio in occasione del Family Day: diciamo chi siamo, diciamo cosa vogliamo, urliamo dai tetti ciò in cui crediamo e cerchiamo di prendere il meglio che destra e sinistra possono offrire.
Inequivocabile, in questo senso, un passaggio del libro di Fisichella che certamente sarà stato annotato dal fedele Savino Pezzotta, quello che il partito dei cattolici dice che non lo vuole fare ma un movimento para-politico sì. Scrive dunque Fisichella che su alcuni impegni di fondo (vedi alle voci concezione della vita, della natura e dell’uomo) «è decisivo evitare la diaspora dei cattolici in politica». Ma questo, prosegue Fisichella «non coincide necessariamente con la formazione di nuove identità partitiche». Anzi, «le strategie che vengono assunte per approdare a ipotetiche nuove formazioni non toccano la competenza del magistero della Chiesa. Le sfide a cui la politica deve guardare sono ben altre. Ciò che per noi acquista importanza decisiva, piuttosto, è la capacità di creare il consenso più ampio, perché ciò che viene perseguito abbia un fondamento etico nel diritto naturale».
Se nuove formazioni partitiche non sono all’ordine del giorno, a stare invece a cuore ai cattolici è il fatto che non c’è tema sul quale debbano tacere, zittirsi, ritirarsi. «A ritmi sempre più pressanti – scrive Fisichella -, con una forte carica di arroganza, si ode il comando laicista: “Silete catholici in re aliena”. I cattolici non prendano la parola su questioni che non li riguardano». Ma ci sono «questioni che non devono interessare il mondo cattolico?», si domanda Fisichella. «Può darsi – si risponde -, ma vorremmo essere noi a deciderlo».
Non è un caso che nel primo capitolo Fisichella citi la “Lettera a Diogneto”, dove si parla della «paradossalità» dell’esistenza dei cristiani costretti a essere «forestieri» in ogni terra e insieme testimoni della propria fede, testimoni in ogni ambito, anche nell’agire politico. È questo che vuole il Papa. È questo che ha mostrato di volere Ruini. È per questo che dovrà battersi in futuro chi lo sostituirà al Vicariato di Roma: un compito importante, anche perché necessariamente di supporto all’azione che da Genova il presidente della Cei Angelo Bagnasco vuole intraprendere rispetto alla politica. Un compito delicatissimo di raccordo con il Papa e il segretario di Stato che in molti, dentro la Cei, si augurano Ruini voglia portare avanti ancora a lungo. Ma non è detto che Ruini accetti di restare oltre la prossima estate.
Nel caso dovesse lasciare, c’è chi è pronto a subentrare. Non solo i fidati Rino Fisichella e Giuseppe Betori (segretario generale della Cei). In lizza ci sarebbero anche Arrigo Miglio (vescovo di Ivrea), Bruno Forte (arcivescovo di Chieti-Vasto), Vincenzo Paglia (vescovo di Terni-Narni-Amelia). La decisione (questa più di altre) spetta solo e soltanto al Pontefice.


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A proposito di Vian e del suo vice direttore all’Osservatore

Così scrissi l’8 dicembre dello scorso anno sul Riformista in merito a chi Vian avrebbe scelto come suo vice direttore all’Osservatore: “Accanto a lui (a Vian, ndr), in qualità di vice direttore, potrebbe arrivare un laico di formazione salesiana, una persona conosciuta e stimata dall’altrettanto salesiano e segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone”.
Ecco che sabato scorso la “profezia” si è avverata tanto che Ratzinger ha nominato come vice direttore dell’Osservatore, Carlo Di Cicco, laico salesiano stimato da Bertone (e da Vian).


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Il cerimoniere del Papa con quella faccia un po’ così

Genova. Chi lo conosce bene sa che la nomina a nuovo cerimoniere del Papa l’ha accettata per obbedienza.
Già, perché per uno come lui, lasciare il mare, la città dove 42 anni fa è nato e dove diciotto anni fa il cardinale Giovanni Canestri lo ordinò sacerdote, è un passo che si accetta non senza un velo di tristezza.
La Santa Sede, infatti, se per molti preti e monsignori è il sogno di una vita, per altri può essere un luogo in cui non ci si sente del tutto a casa, un posto, insomma, in cui ci si va a lavorare perché così viene richiesto e non per carrierismo o gloria personale.
Monsignor Guido Marini non ha tergiversato di fronte al Pontefice e quando gli è stato chiesto di lasciare Genova per Roma – ieri è stata ufficializzata la sua nomina a cerimoniere papale al posto di un altro Marini, Piero, divenuto responsabile del pontificio comitato per i congressi eucaristici internazionali – ha accettato senza batter ciglio.
Perché in fondo, monsignor Guido, è fatto così: un’anima spirituale che accetta tutto perché tutto avviene per volere divino.
Un prete vecchio stampo, schivo ma buono, che concepisce i compiti affidatigli dai superiori come un dovere a cui è obbligatorio rispondere.
Eppure, a monsignor Guido, mancherà parecchio Genova. Avrà nostalgia della vista che dal Righi – il colle sul quale sorge il seminario arcivescovile intitolato a Benedetto XV – domina sulla città. Un seminario dove egli ha abitato fino a ieri e nel quale uno dei suoi ex arcivescovi, il cardinale Bertone, volle che assumesse nel 2004 l’incarico di direttore spirituale. Un incarico svolto con solerzia, con quella dedizione per i futuri sacerdoti che era propria del cardinale Siri il quale fece costruire il seminario in cima al Righi per far sì che tutta la città si ricordasse sempre dei suoi ragazzi “chiusi” li dentro a studiare e, nel contempo, fossero anche i seminaristi a non dimenticarsi di pregare per la fede e la santità della gente sottostante.
Già, il cardinale Siri. Prelato attento alla custodia di quanto la tradizione della Chiesa ha consegnato, anche e soprattutto in campo liturgico. Così attento che oggi c’è chi dice che se fosse ancora vivo sarebbe lui, più di ogni altro, a essere felice della liberalizzazione dell’antico rito promossa da Ratzinger grazie al motu proprio Summorum Pontificum. Una liberalizzazione alla quale senz’altro monsignor Guido guarda con benevolenza, se è vero – come è vero – che è anche grazie al suo lavoro di cerimoniere degli arcivescovi Tettamanzi e Bertone prima, di Bagnasco fino a ieri, che l’antica scuola liturgica genovese è tornata a splendere e a far bella mostra di sé nella cattedrale di San Lorenzo. Uno splendore che nacque col lavoro di monsignor Moglia, uno per il quale la visione propria della scuola bugninista (a questa si rifa l’ormai ex cerimoniere papale Piero Marini) secondo la quale il Vaticano II ruppe col passato anche in campo liturgico, era cosa da rigettare perché menzognera.
A monsignor Guido mancheranno certamente anche il “Collegium Laurentianum” (un’associazione di volontari da lui istituita per il servizio d’ordine e d’accoglienza della cattedrale), la sezione genovese della facoltà teologica dell’Italia settentrionale nella quale insegna diritto canonico, l’istituto superiore di scienze religiose dove tiene il corso di teologia dei ministeri, fino all’istituto Figlie di San Giuseppe nel quale è cappellano.
Ma in Vaticano c’è un piccolo ufficio ad attenderlo: tre monsignori (Enrico Viganò, Giulio Viviani e Konrad Krajewski) e due addetti alla sagrestia papale (Mario Mattei e Giuseppe Viscardi) i quali, probabilmente, tutto si saranno aspettati tranne che la nomina di un capo delle cerimonie proveniente da fuori il loro ufficio.
Eppure Ratzinger ha deciso così. Il suo intento è di avere un cerimoniere poco protagonista (mai come nell’era di Piero Marini si è sentito parlare tanto del cerimoniere papale) e che sappia dare alle sue cerimonie quella sontuosità mista a compostezza che non sempre si è vista di recente dentro le mura vaticane.
E chissà che finalmente, nelle messe pontificali, non si tornino a vedere accanto al pontefice il cardinale protodiacono e il secondo cardinale dell’ordine diaconale. Così come era un tempo. Così come dovrebbe essere ancora oggi.


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Ecco Guido Marini, liturgista “obbediente”

Benedetto XVI ha appena nominato Guido Marini (da Genova) nuovo capo dell’ufficio delle cerimonie liturgiche del Vaticano. È un giurista molto attento alla liturgia della quale segue scrupolosamente le regole così come la tradizione della Chiesa le ha consegnate.


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