I cattolici in politica devono ascoltare quanto la Chiesa dice
18 ottobre 2007 -
È questo uno dei passaggi più interessanti dell’intervento del presidente della Cei, Angelo Bagnasco, in occasione dell’apertura della Settimana Sociale dei Cattolici Italiani:
«Nel diretto impegno politico, i laici sono chiamati a spendersi in prima persona attraverso l’esercizio delle loro competenze e contestualmente in ascolto del Magistero della Chiesa. Non è questo il tempo di disertare l’impegno, ma semmai di prepararlo e di orientarlo. A tal fine la parola dei Pastori non potrà essere assente. Sarà una parola chiara, ferma e rispettosa, protesa anzitutto a ribadire i principi non negoziabili».
Spendersi in prima persona, dunque, ma ascoltando contestualmente il Magistero della Chiesa. Non vale, insomma, agire dimenticando quanto la Chiesa dice.
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Trinum non semper perfectum est. Il valzer dei Marini e il nuovo concistoro
18 ottobre 2007 -
I tre Marini stanno lavorando in questi giorni di buona lena nei loro rispettivi uffici in Vaticano.
Marini I, ovvero l’ex cerimoniere papale monsignor Piero, ha da poco battezzato in grande stile il suo arrivo alla guida dei congressi eucaristici internazionali. A tagliare il nastro il giorno del suo ingresso nel pur piccolo e modesto ufficio c’era (misteri d’oltre Tevere) niente meno che il segretario di Stato Tarcisio Bertone. Una grande “intronizzazione”, dunque, nonostante il nuovo incarico non sia, almeno sulla carta, così impegnativo.
La lettera di Marini I
E sì che Marini I aveva già battezzato a dovere il suo nuovo compito: con una iniziativa inedita – e cioè con una lettera spedita via posta interna ai superiori maggiori dei dicasteri della curia romana – egli aveva enucleato tutti i successi raggiunti in questi venti anni di guida delle cerimonie papali, venti anni di strenuo difensore, in campo liturgico, della fedeltà allo “Spirito” del Vaticano II.
Marini II il successore
Da Marini I a Marini II il passo è immediato. Entrambi, infatti, ovvero monsignor Piero e il suo successore alla guida delle cerimonie papali, e cioè il genovese monsignor Guido, si incontreranno domenica prossima per un televisivo passaggio di consegne.
Entrambi saranno accanto al Papa (come una comparsa tra i due) in occasione della celebrazione eucaristica che egli terrà in piazza del Plebiscito a Napoli. Due cerimonieri, dunque, per un solo Pontefice.
Non sarà comunque domenica – c’è ancora parecchio tempo da aspettare – il momento in cui Ratzinger celebrerà in pubblico la messa con l’antico rito di San Pio V. Marini II, comunque, è già in allerta ma pare che principalmente per ragioni organizzative ancora diverse settimane debbano passare prima del grande evento.
I graffi di Marini III
È in questi giorni, inoltre, che Marini III, ovvero monsignor Mario, segretario aggiunto della pontificia commissione Ecclesia Dei, sta raccogliendo dalle diocesi del mondo tutte le lettere di protesta di fedeli e sacerdoti in merito alla mancata applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. In vista, c’è la stesura di una nota in cui si vuole ribadire l’importanza delle disposizioni papali e la definizione di alcuni aspetti da tenere presenti per la corretta celebrazione con l’antico rito, celebrazione che deve essere concessa a chi lo desidera senza possibilità di rifiuto.
Le tre sedi bocciate
Nei sacri palazzi, in attesa del viaggio apostolico a Napoli, fanno molto discutere le berrete cardinalizie che il Santo Padre ha voluto concedere ieri a diversi presuli.
Oltre all’esclusione (anticipata su queste colonne) di monsignor Paolo Romeo, sono state notate le tre sedi cardinalizie che il Pontefice ha lasciato fuori dal suo secondo concistoro: Washington, Dublino e Varsavia.
Donald William Wuerl, arcivescovo di Washington, pensava di avercela fatta. E, invece, complice probabilmente il numero troppo elevato di cardinali presenti sulla West Coast e complice, inoltre, il cardinale emerito della stessa Washington, Theodore Edgar McCarrick, che senz’altro ben altra visibilità mantiene rimanendo l’unico presule della capitale degli States presente nel collegio cardinalizio, la cosa non è passata.
L’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, ha invece pagato mesi di governo non certo eccellenti, uniti a un carattere forse troppo forte e poco morbido, il che lo ha reso inviso a buona parte del clero locale.
Quanto a Varsavia, la mancata berretta concessa all’amatissimo monsignor Kazimierz Nycz ha avuto il sapore di una vittoria del cardinale di Cracovia, ed ex segretario di Wojtyla, monsignor Stanislaw Dziwisz.
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Arrivano i nuovi cardinali. Forse escluso Romeo
17 ottobre 2007 -
Probabilmente già oggi Benedetto XVI, dopo l’udienza generale in piazza San Pietro, comunicherà i nomi dei diciassette presuli (dal 23 novembre, con gli 80 anni di Angelo Sodano, tanti ne serviranno per arrivare al numero massimo richiesto e cioè 120) che riceveranno il giorno di Cristo Re (domenica 25 novembre) la berretta cardinalizia e dunque avranno diritto di voto in caso di conclave. Tra questi non vi dovrebbe essere – ma il condizionale è d’obbligo fino a questa mattina – l’attuale arcivescovo di Palermo, monsignor Paolo Romeo.
La cosa – se confermata – è notevole se si pensa che mai, almeno nel corso degli ultimi pontificati, era stato lasciato fuori da un concistoro il titolare di una sede residenziale cardinalizia italiana. Il motivo principale è presto detto: tra i diciassette neo porporati, quattro dovrebbero essere gli italiani e cioè Raffaele Farina (prefetto della biblioteca apostolica vaticana), Angelo Bagnasco (arcivescovo di Genova e presidente della Cei), Giovanni Lajolo (governatore della Città del Vaticano) e Angelo Comastri (arciprete della basilica di San Pietro, vicario del papa per la Città del Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro).
È un numero elevato e che ha portato, gioco forza, all’esclusione del presule di origini siciliane.
Inoltre, il predecessore di Romeo, ovvero il cardinale Salvatore De Giorgi, è del tutto in forze e dalla sua abitazione romana può ancora rappresentare bene nel collegio cardinalizio la diocesi palermitana.
Eppure, non sembra essere tutto qui. Oltre il Tevere c’è chi sostiene che la decisione del Pontefice muova anche da motivazioni più profonde.
A Benedetto XVI pare non siano andate giù del tutto né la consultazione che Romeo avviò tra i vescovi italiani il 26 gennaio 2006 intorno al nome che avrebbe dovuto sostituire Ruini alla guida della Cei – una consultazione che, promossa con l’avvallo dell’allora segretario di Stato vaticano, Angelo Sodano, poco prima della scadenza del terzo mandato di Ruini, aveva indotto il Papa a intervenire e confermare il porporato di Sassuolo donec aliter provideatur e cioè finché non si provveda altrimenti – né le recenti prese di posizione critiche nei confronti del Motu Proprio Summorum Pontificum teso a liberalizzare l’antico rito di San Pio V così come Giovanni XXIII lo rivide nel 1962.
In sostanza, per Romeo e per altri vescovi che hanno partecipato lo scorso settembre al direttivo della Cei di fine estate, il vecchio messale non rispecchierebbe l’ecclesiologia che traspare nel nuovo, quello approvato con la riforma liturgica del 1970. E ancora: tornare al vecchio messale sarebbe un passo indietro che contraddirebbe l’insistenza (tutta da verificare) dei documenti del Concilio verso il fattore comunitario della celebrazione liturgica a discapito della comune direzione (del sacerdote e del popolo) versus Deum per Iesum Christum.
Romeo, durante il consiglio permanente, è intervenuto sul Motu Proprio a piè pari e cioè senza lesinare critiche e rimostranze e la cosa è stata evidentemente appuntata.
Tutto ciò non significa che in futuro – magari già nel terzo eventuale concistoro dell’era Ratzinger – Romeo non possa ottenere la berretta cardinalizia, ma intanto la presente esclusione è da annotare e non può che bruciare parecchio.
Tra gli altri presuli che entreranno a far parte del collegio cardinalizio vi dovrebbe essere il polacco Stanislaw Rylko: la berretta gli era stata promessa fin dall’era Wojtyla e oggi ha giocato in suo favore l’importante appoggio del cardinale Stanislaw Dziwisz ancora molto influente nei sacri palazzi.
Poi – praticamente sicuri – sono: l’argentino Leonardo Sandri, prefetto della congregazione per le chiese orientali; monsignor John Patrick Foley, pro-gran maestro dell’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme; monsignor Paul Josef Cordes, presidente del pontificio consiglio Cor Unum, grande amico del Pontefice e persona di indiscusso valore teologico (la berretta gli viene conferita anche in virtù del lunghissimo servizio conferito all’interno della curia romana); João Braz de Avis, arcivescovo di Brasilia; il successore del cardinale Hummes a San Paolo, l’arcivescovo Claudio Scherer; il successore di Dias a Bombay, l’arcivescovo Oswald Gracias.
Probabili ma non sicuri sono invece i presuli di Barcellona, Nairobi, Dublino, Toronto, Washington e Varsavia mentre per l’arcivescovo di Parigi, André Armand Vingt-Trois, le riserve saranno sciolte soltanto all’ultimo. Nei sacri palazzi è arrivata notizia di una lettera di stop che il suo vicario episcopale avrebbe scritto a un sacerdote che chiedeva la possibilità di celebrare in un convento di clausura con l’antico rito. La richiesta è stata negata ma la cosa è arrivata in Vaticano.
Benedetto XVI darà la berretta rossa anche a tre o quattro presuli ultraottantenni i quali, dunque, in caso di morte del Pontefice non entreranno in conclave.
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Newman, il beato di Cherie ora all’esame del Vaticano
16 ottobre 2007 -
Quando lo scorso 23 giugno Cherie Blair donò a Benedetto XVI tre foto d’epoca di John Henry Newman (esponente di spicco della Chiesa anglicana dell’Ottocento, passato alla confessione cattolica e divenuto poi tra i più grandi cardinali di tutti i tempi) sapeva che faceva cosa gradita, anzi graditissima, ma non poteva immaginare che di lì a poco la congregazione delle cause dei santi guidata dal cardinale portoghese José Saraiva Martins avrebbe dato una spinta notevole al processo di beatificazione dell’ex anglicano un giorno divenuto, per voler di Leone XIII, uno dei prìncipi della Chiesa cattolica: all’intercessione di Newman, infatti, pare si debba il miracolo della guarigione di un 69enne americano afflitto da una malattia alla spina dorsale.
«Il miracolo – spiega Saraiva Martins al Riformista – c’è. Ma bisogna ancora verificare che la guarigione sia stata istantanea, completa e duratura. Se così sarà, e se l’intercessione di Newman sarà comprovata, una delle figure di spicco della nostra Chiesa potrà avviarsi verso la beatificazione. E la cosa – è questa l’opinione di Saraiva Martins – potrebbe essere vista bene anche dagli anglicani ai quali Newman deve gran parte della sua formazione culturale e teologica».
Comunque, oltre a Cherie Blair, l’accelerata del processo di beatificazione di Newman non la potevano di certo immaginare né suo marito Tony (nel giorno dell’udienza col Papa egli ebbe parole di apprezzamento per Newman), né le gerarchie della Chiesa anglicana la quale, tuttavia, con Newman e il suo pensiero è già da parecchi anni che ha dovuto fare i conti, senz’altro dai primi decenni del XIX secolo quando alcuni esponenti dello stesso anglicanesimo, ovvero Kelbe, Pusey, Ward, Faber (e ovviamente Newman), in aperto contrasto alle riforme della Chiesa d’Inghilterra operate dal governo britannico e giudicate come una indebita ingerenza, fondarono il cosiddetto movimento di Oxford: una sorta di scuola teologica a mezza via tra l’anglicanesimo e il cattolicesimo, scuola che per Newman rappresentò come una rampa di lancio per la sua personale e per certi versi incredibile conversione.
Benedetto XVI – non è un mistero – stima particolarmente il pensiero del porporato londinese. Di lui, ama il motto episcopale cor ad cor loquitur, il cuore parla al cuore, e soprattutto, come disse il 28 aprile 1990 in occasione del centenario della sua morte, del cardinale londinese egli ha particolarmente apprezzato la dottrina sulla coscienza. Newman, in sostanza, spiegava l’esistenza dell’uomo a partire dalla coscienza, ossia nella relazione tra Dio e l’anima, ma questo personalismo non rappresentava un cedimento all’individualismo, o una concessione all’arbitrarietà. Tutt’altro: «Da Newman – disse infatti Ratzinger – abbiamo imparato a comprendere il primato del Papa: la libertà di coscienza, così ci insegnava Newman con la Lettera al Duca di Norfolk, non si identifica affatto col diritto di “dispensarsi dalla coscienza, di ignorare il legislatore e il giudice, e di essere indipendenti da doveri invisibili”. In tal modo la coscienza, nel suo significato autentico, è il vero fondamento dell’autorità del Papa. Infatti la sua forza viene dalla rivelazione, che completa la coscienza naturale illuminata in modo solo incompleto, e “la sua raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza”».
Quanto ai rapporti ecumenici tra cattolici e protestanti, un’eventuale beatificazione di Newman non dovrebbe rappresentare più di tanto un freno ai lavori per l’unità. Se è vero che la strada tracciata da Newman (una strada che in sostanza passa forzatamente da una conversione al cattolicesimo) non è ovviamente ammissibile oltre la Manica, essa resta comunque ugualmente degna di rispetto in quanto Newman la percorse basandosi principalmente sullo studio della storia di Chiesa. La sua, insomma, fu una conversione arida, non sentimentale, avvenuta nel nome di quella che i suoi libri, le sue ricerche e le tante ore passate a studiare gli indicarono fosse la verità.
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Reportage: La speranza di Chrisostomos II per la sua Cipro
15 ottobre 2007 -
Pafos. «Tra qualche settimana avrò un incontro con Angela Merkel e le chiederò di mantenere le promesse fatte recentemente a Cipro. In particolare, le chiederò di restituire al nostro paese quei 150 pezzi, tra icone, affreschi e mosaici datati dal IV al XVI secolo, che la Germania tiene segregati negli scantinati del commissariato di polizia di Monaco. Sono pezzi che un mercante d’arte turco, Aydin Dikmen, trafugò dalle chiese e dai conventi ortodossi delle terre del Nord di Cipro (la parte dell’isola occupata dal 1974 dai Turchi) e che prima che se li rivendesse, la polizia tedesca riuscì a requisire. È dal 1997 che questi preziosi pezzi si trovano a Monaco. Adesso basta. È tempo che la Germania restituisca quanto non le appartiene. Per fortuna, almeno il mosaico absidale (datato tra il 525 e il 530) della chiesa di Panagia Kanakaria – una delle pochissime immagini scampate, nel Mediterraneo orientale, alla furia degli iconoclasti – è stato restituito a Cipro. Ma ancora altre opere di altrettanto valore aspettano di tornare a casa».
La distruzione dell’arte.
Mancano oramai pochi giorni all’arrivo di Chrisostomos II, arcivescovo ortodosso di Cipro, a Napoli per partecipare al raduno interreligioso organizzato da Sant’Egidio (da domenica a martedì prossimi) e, dalla residenza estiva situata sulle colline dietro Pafos – cittadina sul mare a due ore di macchina dalla capitale Nicosia viaggiando verso Ovest – la quarta carica per importanza nel mondo dell’ortodossia dopo i patriarchi di Gerusalemme, Alessandria e Antiochia, ha voglia di dire la sua su una delle ferite che ancora fanno sanguinare quella parte del volto dei greco-ciprioti martoriata e sfigurata dai tempi dell’occupazione turca: le chiese e i monasteri ortodossi semi distrutti dai turchi, un tempo luoghi di preghiera per i greco ortodossi, oggi sono cattedrali spettrali nel migliore dei casi riconvertite in moschea. Un patrimonio che passa per l’età bizantina, per il periodo della dominazione francese (XI-XV secolo) e veneziana (XV-XVI secolo). Croci divelte da cupole e campanili. Icone e mosaici scrostati dalle pareti e spesso rivendute ai trafficanti d’arte. Altari, protesi e diakonikon profanati ora con stalle per il bestiame, altre volte con bordelli in cui il valoroso esercito turco si esercita come può nei momenti liberi. Iconostasi distrutte o imbrattate. Navate centrali adibite a negozi di vestiti e cianfrusaglie oppure ricoperte da un sottile e omogeneo strato di letame. Il nartece, e cioè il vestibolo tra la navata e l’esterno della Chiesa, ridotto a fienile o a magazzino di non si capisce bene che cosa.«Adesso basta», dice Chrisostomos II. Vestito – come dice lui – in abiti sportivi (e cioè con indosso una lunga tonaca blu da cui spuntano due occhi profondi e una folta barba grigia) ricorda la promessa della Merkel di restituire almeno quel maltolto che grazie a un’importante operazione della polizia tedesca non è finito chissà dove, perché – dice l’arcivescovo – «se perdiamo del tutto le nostre chiese, non soltanto il nostro territorio ma anche la nostra anima verrà profanata da chi indebitamente ci ha invaso 33 anni fa».
I ricordi a tavola.
La tavola è imbandita in modo sobrio, mentre le portate tipiche dei monasteri ortodossi (oftòn, e cioè vitello, kleftiko e tava, rispettivamente agnello e stufato di manzo, patate e kattimeri come dolce) sono tutt’altro che misere. La domenica, infatti, capita sovente che sulle tavole cipriote si rinunci agli amati mezé (varietà infinita di piccoli assaggi di ogni cosa), per far posto al cibo dei monaci. Cibo dai toni forti, fumante e abbondante. Sul terrazzo, dopo mangiato, il lungo caffè cipriota viene servito bollente, come bollente è il mare che qualche chilometro più in basso spumeggia sulle spiagge biancastre di Pafos, mare Mediterraneo, l’Anatolia (un tempo terra abitata da greci e da ricchi armeni) a incombere a poche miglia a Nord, più sotto la Siria e quindi il Medio Oriente. A guardare negli occhi l’arcivescovo c’è Ioannis Eliades, che da qualche tempo è il direttore del museo d’arte dell’arcivescovado (il Museo bizantino della Fondazione Arcivescovo Makarios III, un insieme prezioso di icone e mosaici recuperati prima della razzia turca) e il signor Leonidas (avvocato di Nicosia che a Polis, un paesino a Nord della capitale, ha messo assieme un suo piccolo museo con reperti recuperati oltre il confine del Nord) l’occupazione turca sembra essere ben più di un ricordo che brucia. È come un trauma infantile che inconsciamente o meno continua a farsi sentire nella vita di tutti i giorni, a incombere sulle parole e i gesti di ogni ora.
Colonizzazione continua.
Allora, era il 1974, in una calda giornata di luglio, paracadutisti turchi vennero sventagliati su Mesaoria (la pianura del Nord) ufficialmente per cercare di impedire l’annessione dell’isola (in cui fino a quel momento avevano convissuto in pace greco ciprioti e turco ciprioti, due comunità che fanno parte dello stesso identico popolo) alla Grecia. L’Onu, comunque, riuscì a mediare fino a fermare l’avanzata turca non oltre la un tempo gloriosa (oggi un ammasso di case fatiscenti e molte ancora abbandonate) Famagosta e dalla parte Nord dell’isola vennero scacciati i greco ciprioti, le loro abitazioni occupate dai turco ciprioti o, ancora peggio, dai coloni turchi spediti da chi davvero comanda in Turchia (e cioè dall’esercito) a occupare il suolo conquistato. E pochi anni più tardi, nel 1984, l’area si autoproclamò Repubblica turca di Cipro del Nord, un’entità mai legittimata dalla comunità internazionale e riconosciuta soltanto da Ankara: dunque due comunità (ma un solo popolo) divise con la forza. I greco ortodossi (l’82 per cento della popolazione, con qualche minoranza latina, maronita e armena), e i turco-ciprioti, musulmani (18 per cento), discendenti in parte dagli Ottomani che governarono Cipro dal 1571 al 1878 e in parte da greci o latini che si convertirono all’islam durante il dominio della Sublime Porta. Un’isola separata da un confine di filo spinato e mitra pronti a colpire. Una capitale, Nicosia, unica al mondo perché è lei, come nessun altra oramai, a vantare l’esistenza di un alto muro a dividerla in due. Un muro che tende a esasperare le diversità religiose, seppure i ciprioti ortodossi prima del 1974 non si siano mai sentiti diversi da quelli islamici e vice versa. È paradossale, infatti, come uno dei pochi paesi al mondo in cui cristiani e musulmani si siano sempre sentiti de facto fratelli (senza cioè bisogno di cercare modelli di convivenza) siano stati costretti a divenire ostili tra loro. Un’ostilità acuita dai 160 mila coloni dell’Anatolia centrale introdotti nel Nord di Cipro da Ankara, coloni che hanno modificato la composizione demografica dell’area, mettendo in minoranza addirittura gli stessi turco ciprioti, fra i quali è ormai diffusa la tendenza a emigrare verso Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. Dai ciprioti quella turca è vissuta come una vera e propria colonizzazione. Né più né meno. I coloni, con tanto di famiglie al seguito, usanze e costumi, continuano ad arrivare ancora oggi in massa tanto che, di fatto, tra Cipro del Nord e la Turchia, almeno a livello demografico, sembra quasi non vi siano più differenze. Un tempo a Cipro abitava un solo popolo formato da cristiani e musulmani. Oggi, quello stesso popolo, subisce l’invasione di coloni del tutto alieni alla sua storia e cultura. «Quando guardo Nicosia – dice Chrisostomos II, che nella parte greco cipriota della capitale ha la sede dell’arcivescovado – vedo il dolore del mio popolo che non può smettere di mostrare all’Europa, a quella stessa Europa che vorrebbe la Turchia nella comunità, la parte sanguinante del proprio volto. Oltre il muro ci sono le case che un tempo erano dei greco ciprioti costretti nel 1974 alla diaspora nella loro stessa terra. In molti, ancora oggi – dal 2003 la Turchia ha permesso ai greco ciprioti di recarsi in visita nella parte occupata, ndr -, non hanno il coraggio di varcare il confine per andare a vedere le proprie case, i propri terreni, le proprie coltivazioni di grano, gli uliveti, i campi di terra rosso fuoco un tempo adibiti alle coltivazioni di patate. È troppo doloroso per loro. Fa troppo male al cuore rivedere la propria casa e dover chiedere il permesso a un altro per entrarvi».
Trasferta dolorosa.
Già, una trasferta troppo dolorosa. Eppure, per la Turchia, per quel che qui viene considerato lo pseudo governo di Cipro del Nord in tutto dipendente da Ankara – il presidente turco, Abdullah Gul, ci ha provato, anche recentemente a recarsi in visita ufficiale dal leader turco cipriota, Mehmet Ali Talat, con la scusa di lanciare un appello per l’unità di Cipro ma nessuno, non solo i greco ciprioti ma anche la comunità europea ha mai voluto riconoscere la legalità dell’esistenza di una Repubblica di Cipro del Nord – con l’apertura dei confini la democrazia sarebbe di casa e la giustizia ristabilita.v Peccato che la realtà sia ben diversa da come Gul la descrive. Soprattutto per i greco ciprioti, che ancora devono sorbirsi, sulla montagna di Pentadattilo che guarda Nicosia, una gigante riproduzione scolpita sulla roccia della bandiera turca, di notte illuminata da mille luci. E, poi, un’altra scritta, quella posta sul confine di Nicosia dai turchi: «Noi siamo qui per restarci».
I martiri di Deryneia.
Peccato, forse soprattutto, per quei poveretti che anni addietro provarono a reagire. Era l’agosto del 1996. Alcuni giovani greco ciprioti, assieme a un gruppo di motociclisti provenienti da tutta Europa per dimostrare loro solidarietà, si diressero al confine posto a Nord Est, nella cittadina di Deryneia, pochi chilometri a Sud di Famagosta e Varosia. Tasos Isaak, quel giorno, un trentenne originario della piccola Protaras, sposato e con un bimbo piccolo appena nato, fu aggredito da militanti turchi (probabilmente appartenenti ai Lupi Grigi) e ucciso. Tre giorni più tardi il suo amico del cuore, Solomos Solomou, roso dal rancore per l’accaduto, si recò solitario a Deryneia. Riuscì a eludere la sorveglianza delle forze di pace delle Nazioni Unite e a entrare nella terra di nessuno. Qui si diresse verso il palo sul quale era issata la bandiera turco cipriota. Con una sigaretta in bocca si arrampicò fino a metà del palo prima di essere colpito da cinque pallottole sparate dal posto di controllo turco cipriota. Anche Solomos morì. Da quel giorno più nessuno osò protestare in quel modo plateale e istintivo. Ma per fortuna, a eterno ricordo di quanto accaduto, resta un video coraggiosamente girato da un amico di Solomos nel momento in cui veniva impallinato. Un video che ancora oggi viene in continuazione mandato in onda su una tv installata in un bar di Deryneia, a pochi metri dal confine. Per non dimenticare.Ioannis Eliades, il direttore del museo dell’arcivescovado, ha deciso di combattere la sua battaglia in altro modo da Tasos Isaak e Solomos Solomou. Lui – uno dei pochi greco ciprioti a vincere la ritrosia – spesso passa il confine di Nicosia per recarsi nella parte occupata a fotografare quel che nessuno vede, quel che spesso neanche la Comunità europea conosce. Al confine, i militari turchi gli timbrano un foglio (illegale) di transito e lui con la sua quattro per quattro piena di fogli, foglietti, rullini e cianfrusaglie sparse alla meno peggio, va a vedere quella che quando era piccolo era ancora la sua terra, le chiese dove col nonno andava a pregare, i campi di olivi e le vallate di cedri dove spesso scorrazzava indisturbato. Dalla montagna di Pentadattilo ai monti Troodos sono tanti i chilometri da percorrere, ma un tempo non c’erano confini e barriere a ostacolarne il viaggio. E poi i torrenti e le sorgenti che dai monti dietro Nicosia si gettavano a Nord verso il mare o a Sud verso la capitale, quegli stessi torrenti i cui percorsi sono stati oggi modificati dai turchi affinché vadano a bagnare di fresco esclusivamente i campi dei turchi ciprioti, verso Nord.
Il Papa e la lettera di Prodi.
Il compito di Ioannis è di fotografare e poi spedire a chi di dovere quanto riprodotto: ai giornali occidentali, alla comunità europea, ai governi dell’Europa e poi anche al Papa. Già, è stato lo stesso Ioannis insieme a Charalampos Chotzakoglou, professore di Storia dell’arte bizantina presso l’Università di Atene, a mettere insieme un importante album di foto che lo scorso giugno Chrisostomos II ha mostrato a Benedetto XVI durante una sua visita in Vaticano. «Il Papa – spiega l’arcivescovo – è rimasto scioccato dalle foto che riproducevano le chiese profanate e ha detto di voler fare tutto il possibile per aiutarci. La stessa cosa ci ha detto Romano Prodi il quale, dopo la mia visita in Vaticano e a Roma, mi ha scritto una lettera dicendomi che il governo italiano aveva intenzione di sovvenzionare la ricostruzione e la messa a nuovo di tutte le chiese presenti nella parte Nord dell’isola non di rito ortodosso (cattoliche, armene e maronite). È un grande aiuto per Cipro. Anche perché è proprio nella parte Nord che ci sono i tesori migliori della nostra cultura».
La chiesa del Santo.
I tesori migliori. Come la chiesa di San Barnaba vicino a Famagosta. La chiamano semplicemente la chiesa del Santo. Pochi metri quadrati con una piccola cripta dove sono custodite le spoglie dell’apostolo. Prima dell’estate, come ogni domenica, un sacerdote con uno stuolo di fedeli si stava apprestando a celebrare la lunga liturgia ortodossa. Al momento della consacrazione la polizia turca (una polizia non riconosciuta ufficialmente) ha bloccato la cerimonia. Da quel giorno, ogni domenica, dal Santo c’è sempre meno gente. «Ma io – spiega Chrisostomos II – ho incaricato un sacerdote di attraversare ogni domenica il confine di Nicosia e di recarsi a San Barnaba. I turchi magari lo respingeranno ogni volta, ma ogni domenica lui dovrà andare là. Fare vedere che non molla. Loro lo manderanno via, ma lui dovrà tornare. Agli spintoni risponderà con la sua ostinazione. All’ingiustizia con la sua fede».È tenace e coraggioso, Chrisostomos II. Prima di parlare, se ne sta sempre qualche istante in silenzio. Sa che quanto dice deve avere un peso. E così, quando racconta della sua personale contrarietà all’entrata della Turchia in Europa, svela anche la volontà che «per il bene di Cipro la Comunità europea arrivi alla fine ad annetterla». «Già – dice -, perché se così sarà, Cipro (è una delle clausole che la Turchia dovrebbe rispettare) tornerà unita e non sarà più per metà in mano ai turchi». Certo, con quale scotto per l’Europa? Chrisostomos II preferisce non commentare ma lasciare scendere il sole dietro il mare, innanzi ai pub di Pafos che tornano a riempirsi di turisti inglesi: come ogni sera all’arrivare del tramonto.Lungo il mare, Pafos, è oramai un cittadina occidentale, turistica, europea. È dietro, sulle colline verso Polis e i monti di Troodos, che rivela la sua indole più a mezza via tra Oriente e Occidente. Sulle colline, i cedri e le piantagioni di banane. Sotto i cedri capita, a volte, di scorgere i mufloni, tantissimi un tempo, poche centinaia oggi. E poi le vecchie contadine cipriote, ospitali con tutti ma anche silenziose e schive contemporaneamente. Le strade sono asfaltate e ben curate. Le macchine rade. Ma l’impressione è di un paese in grande espansione. Molto proiettato verso l’Europa tanto che quasi non si sente di essere su un’isola.Nei pub di Pafos gli inglesi guardano il curling e il calcio. I greco ciprioti il calcio e il basket. Tante le discoteche e i night. E in qualche trattoria le donne ancora si lasciano trasportare dai tradizionali balli greci, dal sirtaki soprattutto (un ballo simile all’hassapiko che letteralmente significa ballo dei macellai), che anche se non è un ballo antico è comunque entrato nel cuore della popolazione dopo che nel 1964 Anthony Quinn lo interpretò in Zorba il greco: uomini e donne si tendono la mano appoggiandola l’uno sulla spalla dell’altro creando una linea retta, poi c’è una graduale accelerazione, si forma un cerchio e il ballo diviene molto veloce. Anche i bambini lo imparano. Per loro è come apprendere ciò che si è. Il popolo a cui si appartiene, le proprie antiche origini.È oramai notte a Pafos. Ancora pochi giorni e l’arcivescovo Chrisostomos II volerà a Napoli. A novembre, invece, dovrebbe avere un colloquio con la Merkel per la questione delle opere d’arte custodite nel commissariato di Monaco. A Napoli parlerà di dialogo ecumenico. Il miraggio del bere lo stesso calice con i cattolici è oggi ancora tale. «Il problema principale coi cattolici – spiega l’arcivescovo – è che non ammettono che la Chiesa dovrebbe essere come era un tempo: tante comunità guidate da capi di eguale dignità. Tra noi, è il primato del Papa lo scoglio più difficile da superare». Eppure Chrisostomos II, come tanti nel mondo ortodosso, questo scoglio lo vuole aggirare, desidera cioè in qualche modo arrivare a quell’unità che manca da secoli. E, infatti, è lui a voler fare da tramite tra Mosca e Roma (è la Chiesa ortodossa russa ad avere rapporti tra i più difficili con Roma). Le cose da un po’ di tempo, tra Mosca e Roma, vanno meglio. Con lo spostamento del polacco Tadeusz Kondrusiewicz da Mosca a Minsk-Mohilev e la nomina di un italiano, don Paolo Pezzi, quale nuovo arcivescovo della capitale, Alessio II sembra più morbido con i cattolici. E poi, Ratzinger è tedesco e questo aiuta. Chissà cosa succederà in futuro. Di certo, prima della piena comunione tra cattolici e ortodossi, Chrisostomos II ha diverse cose da sbrigare, a cominciare da quella promessa ancora non mantenuta dalla Merkel, dall’occupazione turca, dal probabile arrivo (tutto è ancora de decidere) di Benedetto XVI sull’isola nel 2008, dalle tante difficoltà che un arcivescovo ortodosso può avere nell’isola più a Oriente del Mediterraneo, tra la Grecia e il Medio Oriente, sotto la Turchia, a fianco della Siria e le regioni anatoliche, al confine estremo del mare Egeo.
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Il diavolo non veste Prada e vuole l’eucaristia in mano
11 ottobre 2007 -
Che per le sette sataniche «il permesso ai fedeli di ricevere la comunione sulla mano ha rappresentato un punto di svolta» è cosa facilmente credibile.
Lo scrive Michela – il nome è volutamente inventato per mantenere l’anonimato dell’autrice – nell’affascinante quanto terribile racconto (a ruba nelle librerie) edito da Piemme, “Fuggita da Satana. La mia lotta per scappare dall’inferno” (165 pagine, 10 euro), ed è logico comprendere come per coloro che intendano impossessarsi della sacra ostia per profanarla, questa sia più facilmente trafugabile se la si riceve sulla mano che non direttamente in bocca. Ma che dietro questa scelta, divenuta prassi in Italia nel 1989, ci sia lo zampino di Satana è cosa più discutibile anche se, per chi ha fede, non del tutto peregrina.
Vengono in mente le parole di Paolo VI inerenti quel fumo di Satana che si sarebbe insinuato nella Chiesa. Viene in mente il pronunciamento (spesso disatteso) dello stesso papa Montini nel 1969 a favore della comunione sulla lingua con qualche rara eccezione concessa esclusivamente in quei paesi (sostanzialmente l’Olanda e il Belgio) dove l’uso della distribuzione sulla mano era già in uso.
E viene in mente quell’ostinata e tenace battaglia mossa dal cardinale Siri contro la comunione sulla mano, battaglia che consentì alla Cei di non cambiare la prassi in auge da sempre della comunione sulla lingua, almeno fino a quel – per alcuni – famigerato 15-19 maggio 1989, quando, proprio pochi giorni dopo la scomparsa dell’ex arcivescovo di Genova (morì il 2 del mese), l’assemblea generale dei vescovi italiani, con un solo voto di scarto e «approfittando» dell’assenza di molti presuli, cambiò le regole e concesse che nelle diocesi italiane chi voleva potesse ricevere la comunione sulla mano.
Un cambiamento notevole, che secondo alcuni andrebbe addirittura contro un’istituzione apostolica della comunione sulla lingua – san Tommaso, non a caso, parlava di una consuetudine «antica come la Chiesa» -, il tutto, si dice, per assecondare una prassi propria delle eresie ariane, nestoriane e pelagiane, ripresa poi nel mondo protestante e diffusa largamente in alcuni circoli cattolici olandesi dai quali, tra l’altro, è uscito quel «catechismo olandese» poi giudicato come eretico.
Il racconto di Michela, ovviamente, non è tutto qui. Muove da una dolorosa storia personale, in cui l’autrice racconta ogni dettaglio (fino ai particolari più macabri, dalle orge ai riti sadomaso, dalle violenze sessuali alle sedute di ipnosi) del suo ingresso in una setta satanica.
«Ora puoi avere il potere», le sussurrava nell’orecchio la sacerdotessa, ovvero «colei alla quale da diversi anni avevo affidato la mia esistenza, eseguendone qualsiasi ordine senza la benché minima perplessità».
Qualsiasi ordine, come quello di prendere su tutto e dirigersi a Roma, quartiere Trigoria, e qui uccidere – proprio così – Chiara Amirante, la fondatrice dell’associazione Nuovi Orizzonti che evidentemente nella sua comunità di accoglienza troppi posseduti era riuscita a liberare. «C’è una ragazza – le disse un giorno la sacerdotessa – che comincia a essere un problema per noi, perché accoglie i ragazzi dalla strada e alcuni giovani hanno deciso di uscire dal mondo del satanismo. Vive a Roma, dove ha fondato una comunità, ed è molto stimata dalla Chiesa».
Vai e uccidi, insomma, e così Michela ha provato a fare, salvo poi trovarsi misteriosamente liberata dalle cure di colei che doveva divenire la sua vittima, dalle cure e preghiere di Chiara Amirante. Nel mezzo, una lettera di Ratzinger il quale, contattato ai tempi in cui era prefetto alla dottrina per la fede da un sacerdote che per richiesta di Chiara (e con il permesso della posseduta) stava praticando esorcismi su Michela, scrisse all’allora prefetto dell’ex Sant’uffizio per chiedergli la licenza di concedere a Michela l’assoluzione dal peccato di profanazione dell’eucaristia (un peccato che può essere assolto dal sacerdote solo col permesso del Vaticano). Nel giro di 24 ore la risposta positiva arrivò con tanto di post scriptum a chiudere, firmato cardinal Ratzinger: «Oggi la Chiesa è in festa perché un figlio è tornato a casa».
Michela si definisce come una che «ha incontrato Satana». E avendolo incontrato può permettersi di dire dove, nella Chiesa, tende a manifestarsi. Oltre, a suo dire, nella decisione di concedere l’eucaristia sulle mani, anche in coloro – teologi o meno – che diffondono la convinzione che non debba essere somministrato il battesimo ai neonati: secondo questa vulgata, saranno loro, una volta cresciuti, a decidere se battezzarsi o no. «In realtà – scrive Michela – per i satanisti va di lusso quando trovano qualcuno che non è battezzato, perché i demoni riescono a entrare in loro senza alcuna opposizione». «Per di più – racconta ancora l’autrice – seppi all’epoca (dell’appartenenza alla setta, ndr) che facevano parte della setta anche alcuni ginecologi e ostetriche che lavoravano in ospedali e praticavano la consacrazione a Satana di tutti i neonati nel momento che venivano alla luce. Nessuno dei presenti in sala parto se ne accorgeva, poiché la formula veniva pronunciata mentalmente e non c’era bisogno di gesti o riti particolari».
Oggi sono in molti a ritenere una menzogna l’esistenza dell’Inferno e a identificare Satana con l’idea astratta del male: «Questa – scrisse uno dei più importanti esorcisti di oggi, ovvero don Gabriele Amorth – è autentica eresia, ossia è in aperto contrasto con la Bibbia, con la patristica, con il magistero della Chiesa».
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Ratzinger e sant’Iliario. Parallelismi
10 ottobre 2007 -
Oggi il Papa ha dedicato l’udienza generale a sant’Ilario di Poitiers, una delle grandi figure dei vescovi del IV secolo. Egli ha dedicato la sua vita alla difesa della fede nella divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio come il Padre, che lo ha generato fin dall’eternità.
Parlando di sant’Ilario, Ratzinger dice che egli offrì «regole precise» per confutare quelle interpretazioni fuorvianti secondo le quali «alcuni passi del Nuovo Testamento potrebbero far pensare che il Figlio sia inferiore al Padre». In questa sottolineatura vedo un parallelismo con quanto il Papa sostiene in tutto il suo libro dedicato a Gesù di Nazaret: è nella Scrittura che si può trovare il vero volto di Gesù e, di più, tutta la Scrittura va letta in funzione della Sua venuta.
Ratzinger poi definisce sant’Iliario come un uomo che sapeva coniugare «fortezza nella fede e mansuetudine nel rapporto interpersonale». Qui – chiedo scusa se oso tanto – vedo un parallelismo con la stessa persona dell’attuale Pontefice.
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Ratzinger avalla la prima svolta culturale. Nuovi poteri al ministero dell’educazione
10 ottobre 2007 -
È una vera e propria riforma culturale quella che Benedetto XVI intende iniziare (l’annuncio pare venga dato oggi o al più tardi domani) con la nomina del nuovo segretario della congregazione per l’educazione cattolica – dalla Spagna arriva l’attuale segretario generale della conferenza episcopale del paese, ovvero monsignor Antonio Martinez Camino – e con un cambio di competenze tra questa congregazione e quella per il clero.
Una riforma culturale perché è dalla congregazione per l’educazione cattolica (più che da altre congregazioni o pontifici consigli) che il Pontefice vuole dettare, da qui in futuro, le linee a cui dovranno attenersi nel loro insegnamento innanzitutto le innumerevoli università ecclesiastiche dotate del tanto prestigioso imprimatur Vaticano (alias, le chiavi di Pietro).
La prima mossa è dunque la nomina di Antonio Martinez Camino – con il pensionamento del cardinale Juliàn Herranz c’era necessità di chiamare uno spagnolo in curia e lo si è scelto tra quelli della scuola dei ratzingeriani Antonio Cañizares Llovera (Toledo) e Antonio María Rouco Varela (Madrid) – a cui, nel giro di un paio di anni, dovrebbe seguire quella del nuovo prefetto della stessa congregazione (oggi il posto è occupato dal cardinale Zenon Grocholewski).
A Martinez Camino, e al futuro prefetto, verrà affidata la svolta culturale che nelle idee del Pontefice deve essere diretta innanzitutto all’interno della Chiesa prima che fuori.
Prima, insomma, occorre lavare i panni sporchi dentro la propria casa. O meglio, occorre intervenire su un aspetto fondante la vita della Chiesa quale è l’insegnamento che essa diffonde nelle sue facoltà e scuole.
E, in effetti, proprio a guardare le facoltà pontificie, gli istituti religiosi e le scuole cattoliche, si notano alcune crepe. Da una parte, lo smisurato incremento di facoltà teologiche e istituti religiosi ha portato all’effettiva impossibilità di controllare la qualità dei docenti chiamati a insegnarvi. Dall’altra, anche a causa di questa poca qualità, ecco lo scardinamento, nell’insegnamento filosofico, della metafisica e il conseguente dilagare (con le dovute eccezione e certamente non dappertutto) del relativismo e del soggettivismo. Una situazione che porta parte dell’insegnamento teologico in uno stato di sofferenza perché mancando un impianto filosofico adeguato, anche la stessa dottrina teologica tende a relativizzarsi.
Gli esempi potrebbero sprecarsi. Capita, tanto per citare alcuni casi, che coloro che fanno richiesta di eseguire una tesi teologica di critica, ad esempio, a Karl Rahner e alla sua “svolta antropologica”, vengano bollati come integralisti e la medesima cosa accade a quei poveretti che si azzardano a proporre una difesa dell’esegesi dei testi di liturgia del Vaticano II in chiave di rinnovamento nella continuità.
Quanto al cambio di competenze tra educazione cattolica e clero occorre dire come, fin dai tempi del concilio di Trento, la cura della pratica catechetica è stata appannaggio della congregazione per il clero (allora si chiamava Congregatio Cardinalium Concilii Tridentini interpretum). Ora, pare logico che questa competenza passi nelle mani di chi dal “ministero” dell’educazione cattolica detta le linee d’insegnamento della dottrina, mentre l’occhio sui seminari (dove studiano coloro che sacerdoti ancora non sono ma candidati ad esserlo sì) e dunque sulla formazione umana, intellettuale, spirituale e pastorale dei futuri sacerdoti divenga appannaggio del “ministero” del clero.
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Padre Serra, genetista, plaude ai Nobel: «Sperimentare sui topi, questa è scienza»
9 ottobre 2007 -
Roma, via di Porta Pinciana. Villa Malta, situata nell’area del Collis hortulorum, ha giardini curati e nobili, degni oltre che del luogo su cui è ubicata anche dei personaggi che lungo i secoli passati vi hanno risieduto: Johann Wolfgang Goethe, innanzitutto. Ma anche il principe ereditario (poi re) Ludwig di Baviera. E oggi il Collegio degli scrittori (in sostanza la redazione) della Civiltà Cattolica, come un sancta sanctorum gesuitico, che da qui lavora a uno dei quindicinali più competenti d’oltre Tevere.
Già, perché anche se la rivista dipende in tutto dai gesuiti italiani, in Vaticano c’è chi la legge e la vaglia per ragioni di “sicurezza”, perché è meglio non incappare in gaffe difficilmente recuperabili, seppure – è indiscutibile – ad averceli nei sacri palazzi di studiosi e analisti competenti come quelli del Collegio degli scrittori: un gruppo piccolo ma qualificato, un unicum nella Compagnia di Gesù perché formato da sacerdoti destinati dai loro superiori esclusivamente a scrivere sul prestigioso quindicinale che esce ininterrottamente dal 1850.
Padre Angelo Serra è uno dei genetisti italiani più conosciuti e stimati. Gesuita, professore emerito di genetica umana alla facoltà di medicina del Gemelli, membro della pontificia accademia per la vita e del pontificio consiglio per la pastorale della salute, scrive sovente analisi sulla Civiltà Cattolica. Veste con clergyman scuro e sobrio e guarda chi ha di fronte con occhi di chi la sa lunga seppure non vi sia supponenza in lui.
La notizia del conferimento del premio Nobel per la medicina a due ricercatori americani (di cui uno, Mario Capecchi, di origini italiane) e a un britannico per le ricerche sulla messa a punto della tecnica del gene targeting utilizzando cellule staminali di embrioni murini, ovvero dei topi, lo ha sorpreso e colpito positivamente ma niente più. A villa Malta, infatti, prima dell’euforia, ha spazio la riflessione pacata e silenziosa sugli avvenimenti. Prima di lasciarsi andare a commenti entusiastici su questo o quel fatto, deve trascorrere il tempo dell’analisi seria e ponderata.
Eppure qualche parola Capecchi la merita. Ed è per questo che padre Serra, nelle mani l’ultimo suo libro edito da Cantagalli “L’uomo-embrione. Il grande sconosciuto” e l’ultima analisi pubblicata sulla Civiltà Cattolica e dedicata alle cellule staminali embrionali (quaderno 3767, pag. 433-446), scende le scale di villa Malta per dire la sua e poi tornare alle cose di tutti i giorni. «Certo – dice padre Serra -, il fatto che sia stato premiato un team che ha lavorato su modelli animali e non su embrioni umani è cosa estremamente positiva. Sempre più la vita viene oggi vilipesa e tenuta in bassa considerazione soprattutto da pseudo ricercatori che si dicono scienziati seppure la scienza non stia di casa nelle loro ricerche. Mentre invece, nel caso dei tre ricercatori premiati, mi sembra che le cose siano diverse: i tre si sono fermati alla sperimentazione sui topi e tutto questo scientificamente è molto positivo». Scientificamente o eticamente? «Scientificamente, perché come ha sostenuto Solter in “What is a stem cell?”, nonostante all’11 aprile 2007 gli scritti pubblicati su riviste scientifiche sulle cellule staminali embrionali umane siano stati ben 8.399 – una cifra incredibile -, “la maggior parte degli usi delle cellule staminali embrionali sta nel futuro e, sebbene molto attraenti, non sono in alcun modo assicurati”». E ancora: «È questo il rischio che spesso si corre: vendere come oro ciò che non lo è. Un po’ come i risultati sbandierati tre giorni fa da Craig Venter: dice di essere riuscito a creare in laboratorio un cromosoma di sintesi ma mi sembra che le sue conquiste non siano state pubblicate su riviste scientifiche e, inoltre, non mi sembra che sia riuscito a creare la vita dal nulla come vuole far credere».
Ma torniamo a Capecchi. Serra non lo conosce personalmente ma ammette che l’utilizzo di modelli animali su cui sperimentare «consente di incrementare le conoscenze su tante malattie senza uscire dall’ambito scientifico». «È – dice – la differenza che c’è tra geneterapia e ingegneria genetica alterativa. La geneterapia non è altro che un nuovo passo avanti fatto dalla medicina, per arrivare a una cura e a una prevenzione che possiamo dire radicali. Il problema è sulle vie che si percorrono e sui mezzi che si vorrebbero adoperare per attuarla. Se questa si avvale di embrioni umani a mio avviso si esce dalla scientificità (la ricerca in tal senso non ha dato risultati scientifici) e inoltre si arriva ad ammettere un principio scientificamente inconcepibile e cioè che l’embrione non sia vita. È vero che da più parti prevale l’idea che gli embrioni umani nei primi 14 giorni di vita non hanno diritto alla vita, ma come sostengono due grandi ricercatori, ovvero Gilbert e Pearson, “questa è un affermazione dal punto di vista scientifico falsa”».
È tempo di tornare a lavorare. È tempo di dedicarsi al prossimo numero della Civiltà Cattolica. Capecchi, a villa Malta, è una notizia, ma tante altre ve ne sono da vagliare e con la dovuta calma analizzare.
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Chiara e Francesco e le fiction che fanno piangere
7 ottobre 2007 -
Questa sera inizia l’ennesima fiction televisiva dedicata a personaggi di Chiesa.
È la volta (due puntate, oggi e domani) di “Chiara e Francesco”.
Non so nulla di questa serie.
So però che nonostante molte di queste fiction facciano commuovere (e spesso siano più o meno fedeli ai fatti raccontati) hanno un grosso difetto: quello di edulcorare vite ben più terra-terra di quanto si possa immaginare. I santi, insomma, hanno vissuto le miserie di tutti e la tv non riesce quasi mai (salvo rare eccezioni) a mostrare la terrosità mista a santità delle loro vite.
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