Saraiva Martins: «Non è il Vaticano a scegliere. I beati li propongono le diocesi»

«Il Vaticano non decide chi beatificare. E, a parte gravi motivi di opportunità, non guarda le possibili ripercussioni politiche che possono seguire ai processi di beatificazione o di canonizzazione. Il Vaticano, semplicemente, prende atto della validità o meno delle varie cause di beatificazione o canonizzazione cominciate anni prima, a volte anche secoli prima, nelle diocesi di provenienza dei candidati. E, anche nel caso dei 498 martiri spagnoli, la Santa Sede non ha fatto altro che certificare la validità delle cause di beatificazione cominciate nelle rispettive diocesi di origine. Preso atto della validità delle prove riguardanti la vita cristiana eroicamente vissuta dai martiri, l’esistenza e la consistenza di una vera vita cristiana – tecnicamente il documento che dalle diocesi arriva a Roma si chiama Transunto, ndr -, la Santa Sede tramite la nostra congregazione ha dato avvio alla fase romana del processo di beatificazione. Un processo che è durato un po’ di tempo non tanto per la difficoltà della materia – trattandosi di martiri non c’è bisogno, per la beatificazione, del riconoscimento di un miracolo compiuto, ndr – quanto per la necessità di aspettare l’effettivo compimento di tutti i 498 processi. E alla fine si è arrivati alla beatificazione con la quale non si è voluto consacrare alcuna eventuale linea politica abbracciata dagli stessi martiri, ma piuttosto la religiosità delle loro esistenze. Si è trattato, insomma, di un discorso prettamente ecclesiale, non politico ideologico».
È molto prammatico, il cardinale portoghese José Saraiva Martins, prefetto delle Cause dei Santi, quando spiega al Riformista i motivi che hanno portato – due giorni fa – alla beatificazione in piazza San Pietro dei 498 martiri uccisi “in odium fidei” in Spagna nel ’34, nel ’36 e nel ’37.
E quando gli si ricorda che molti hanno giudicato inopportuna la beatificazione per la posizione pro Franco che avrebbero assunta questi stessi martiri, lui risponde così: «Le accuse che ci hanno rivolto di aver beatificato dei fascisti non ci riguardano – spiega Saraiva Martins -, nel senso che sono fuori luogo. Noi abbiamo semplicemente portato avanti dei processi di beatificazione iniziati nelle diocesi spagnole e riguardanti persone uccise a causa della loro fede. La Chiesa non beatifica né consacra la politica ma soltanto quelle persone che ne sono degne per motivi religiosi».
Già, eppure, mai sono stati beatificati uomini di Chiesa baschi uccisi dal regime franchista. Perché? «Bisognerebbe chiederlo alle diocesi basche – dice il cardinale -. Spetta a loro iniziare eventuali cause di beatificazione o canonizzazione. Roma non decide per quali persone debba avere inizio il processo verso la santità. Roma prende atto della volontà popolare, della volontà dei vescovi, e agisce di conseguenza. L’incipit del processo, infatti, è sempre diocesano».
Non ha molta voglia di andare oltre, il cardinale Saraiva Martins. Ieri ha letto sui giornali delle proteste organizzate a Roma davanti alla basilica di Sant’Eugenio dai collettivi “Militant” e “Facciamo breccia”, ma in merito non ha molto altro da aggiungere se non che «il compito della mia congregazione altro non è che quello di valutare la legittimità delle richieste di santità che il popolo dei fedeli avanza attraverso le varie diocesi del mondo». E ancora: «Nel nostro lavoro non siamo mai mossi da problematiche politiche. Piuttosto valutiamo l’eroicità di tanti uomini comuni, chiamati in modo misterioso al martirio o alla santità. Dei martiri spagnoli occorre ammirare il grande coraggio avuto in un periodo storico di particolare avversione contro la Chiesa. Questo mi hanno insegnato i 498 nuovi beati. Questo insegnano alla Chiesa. Per questo sono diventati beati».


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