Solženicyn fu vittima dell’invidia dei colleghi?

Per invidia e rancore. Per il successo dei suoi scritti. Per la classe nello scrivere. E ancora, per il premio Nobel ricevuto nel 1970, apogeo di una fama unica e maturata tra mille contraddizioni. Per questi motivi, principalmente, più che per ragioni strettamente politiche, furono innanzitutto i suoi colleghi (ovvero il congresso degli scrittori dell’Urss) a deciderne l’espulsione - senza ritorno - dal Paese.
Lui è Aleksandr Isaevič Solženicyn, forse lo scrittore russo più importante del ’900. Di origine contadina, una laurea in matematica, nel 1962 scrisse il racconto Una giornata di Ivan Denisovic, il primo dei suoi lavori a denunciare gli orrori dei lager staliniani, pagine non impropriamente paragonate a quelle del Dostoevskij di Memorie di una casa di morti. Poi ecco Divisione Cancro (1967), Il primo cerchio (1969), fino ad Arcipelago Gulag (1973-1978).
Oggi, in un convegno internazionale della Fondazione “Russia Cristiana”, dedicato alla “Passione per l’unità. 1957-2007: cinquant’anni di storia”, di Solženicyn parla con un intervento inedito Ljudmila Saraskina, oggi a tutti gli effetti la sua biografa. È lei, attraverso una monumentale opera di mille pagine in uscita in Russia entro la fine dell’anno, a mettere nero su bianco parte dell’archivio privato dello scrittore russo. Si potrebbe definire una sorta di j’accuse a nome dell’intera categoria, il lavoro della Saraskina, se è vero - come è vero - che lei, oltre che dottore in filologia, fa parte proprio di quell’unione di scrittori che tempo addietro spinse per la diaspora di Solženicyn. Una espulsione dall’Urss che secondo i più era da attribuire principalmente al regime sovietico. E in parte, se si pensa la connivenza di molti scrittori col regime, è vero. Ma in parte no, se si tiene presente che l’astio contro Solženicyn scoppiò principalmente dopo che nel maggio del 1967 lo scrittore prese carta e penna e spedì una lettera al IV congresso degli scrittori in cui accusava i suoi colleghi di non difendere i propri membri, di abbandonarli nel momento della sciagura e delle persecuzioni. Solženicyn tratteggiava la “Russia vera” e nessuno tra i colleghi lo difendeva. Dice Saraskina: «Vivere in maniera indipendente, senza mentire, cercare, rivivere e perdersi in cose vane era l’imperativo morale che lo scrittore rivolgeva a se stesso. Me nessuno glielo voleva riconoscere».
Perché? Da dove tanto astio nei suoi confronti? «Su Solženicyn - è la tesi della sua biografa - si concentra l’odio dei capi e dei suoi aperti avversari nel mondo letterario, come pure la maligna soddisfazione a stento contenuta dei letterati che non gli perdonano il suo talento, il successo, la diversità della sua persona». Un suo collega, Solochov, scriveva in quei mesi: «Solženicyn è un malato psichico pericoloso per la società, un grafomane velenoso, oppure, se è sano di mente, è un velenoso antisovietico, un autentico nemico». Parole, le sue, che vennero prese attentamente in visione al comitato centrale e al Kbg.
Se il complesso di Salieri è veritiero e cioè se «ciò che maggiormente invidia uno scrittore già morto è lo scrittore vivo», fu questo complesso a colpire la maggior parte dei colleghi di Solženicyn e fu questo complesso la prima causa della sua “epurazione”, dell’espulsione dal Paese.
Ma come sovente avviene per coloro che sono ingiustamente perseguitati, anche per Solženicyn le sofferenze del presente portarono più fama di quanto egli stesso poteva immaginare. È, infatti, soltanto dal momento dell’invio della lettera al IV congresso degli scrittori, che i giornali europei cominciarono a seguire Solženicyn in modo incessante, concentrandosi su ogni suo gesto e parola. «Per dieci giorni interi - racconta Saraskina - le radio di tutto il mondo lessero, citarono, commentarono la lettera».
L’odio dei suoi colleghi montò inarrestabile sebbene, almeno nei mesi successivi all’invio della lettera, il regime ancora non esigesse sanzioni contro lo scrittore e la verità da lui enunciata. Si trattò di un odio che lo stesso Solženicyn probabilmente non conosceva completamente. Si tratta dei motivi profondi (e insieme banali) che costrinsero lo scrittore alla diaspora: Solženicyn, profeta ritenuto scomodo innazitutto per il suo talento.

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