I vescovi siano come api: dolci per ristorare, severi per punire
Ott 31, 2007 Pensieri sparsi
Benedetto XVI quest’oggi, nella catechesi tenuta durante l’udienza generale in piazza San Pietro, ha parlato di san Massimo, vescovo a Torino nel 398.
In questo modo egli ha continuato a dedicare le proprie catechesi ai padri e ai pastori della Chiesa: da sant’Ilario di Poitiers a sant’Eusebio di Vercelli, da sant’Ambrogio fino a san Massimo.
I vescovi - ha detto oggi il Papa - devono prendere esempio da san Massimo che, in un tempo difficile per i cittadini torinesi a causa delle continue rappresaglie di gruppi sparsi di barbari, esortava i cristiani a rispondere con responsabilità ai loro doveri di cittadini.
In particolare li esportava a prendere sul serio i propri doveri fiscali, «per quanto gravosi e sgraditi possano apparire».
La stessa cosa dovrebbero farla i vescovi oggi: essi sono come delle «vedette» collocate in città. Posti su «un’elevata rocca di sapienza, vedono da lontano i mali che sopraggiungono». E ancora: «Come l’ape, i vescovi osservano la castità del corpo, porgono il cibo della vita celeste, usano il pungiglione della legge. Sono puri nel santificare, dolci per ristorare, severi per punire».
Per il dopo Ruini, due favoriti con riserva
Ott 31, 2007 il Riformista
Lasciata lo scorso marzo la guida della conferenza episcopale italiana, il cardinale Camillo Ruini si sta incamminando decisamente verso ciò che maggiormente ama fare: dedicarsi, anche tramite la stesura di libri, all’analisi delle vicende intra ed extra ecclesiali. Ultimo “ostacolo” sulla strada di questa a lungo desiderata terza età, la responsabilità del vicariato di Roma, compito tanto delicato quanto impegnativo.
Il primo luglio prossimo saranno diciassette anni che Ruini è vicario generale del Papa per la diocesi di Roma e per quella data (ma nei sacri palazzi si dice che la cosa dovrebbe avvenire intorno alla prossima Pasqua) Benedetto XVI pare sia intenzionato a scegliere il nome del suo successore, lasciando così il cardinale nativo di Sassuolo libero di dedicarsi a più nobili interessi.
Papa Ratzinger deciderà in totale autonomia. Il compito del successore di Ruini al Vicariato, infatti, è delicato quanto importante: a lui è affidato, in nome del Papa, il governo spirituale della diocesi di Roma.
E che il ruolo sia importante lo testimonia anche la decisione presa nel concistoro del 1558 da Paolo IV - valida ancora oggi - con la quale si decretò che l’alto ufficio fosse esercitato esclusivamente da un cardinale: dal primo cardinale vicario nominato in quell’occasione, Virgilio Rosari, ne sono stati eletti in tutto quarantatre.
Colui che succederà a Ruini, dunque, entrerà d’ufficio nel collegio cardinalizio e andrà così ad ampliare la già nutrita schiera di porporati italiani che avranno diritto di voto in caso di conclave.
Benedetto XVI non ha ancora sciolto alcuna riserva. Anche se, sic stantibus rebus, i giochi sembrano essere a due. Da una parte il 60enne segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori. Dall’altra il 56enne rettore della Pontificia Università Lateranense, nonché cappellano di Montecitorio, monsignor Rino Fisichella. E anche se nulla, a oggi, fa presagire che la scelta del Pontefice possa andare oltre questi due nomi, all’ultimo, tutto potrebbe succedere e un terzo incomodo potrebbe saltare fuori.
Del resto la proposta del nome del futuro cardinale vicario di Roma non è - come avviene per le altre diocesi italiane - né della nunziatura né della congregazione per i vescovi. Non spetta a loro, insomma, proporre al Pontefice una terna di nomi. La decisione è tutta e soltanto del Papa il quale non è nuovo, quanto alle nomine, a colpi di scena.
E del resto, ancora, più volte, nella storia della Chiesa, incarichi importanti sono stati affidati a personalità ritenute fino all’ultimo fuori dai giochi. Ne sia un esempio la decisione di papa Achille Ratti - era il 26 giugno 1929 - di nominare arcivescovo di Milano il monaco romano Alfredo Ildefonso Schuster: un mistico alla guida di una delle più importanti diocesi del mondo.
Se il grande “sponsorizzatore” di Betori è, ovviamente, colui che lo ha lanciato all’interno della Cei e cioè il cardinale Ruini (da quando Betori è segretario generale della Cei non si è mai discostato dalla linea dettata dal “cardinal Sottile”), per Fisichella il discorso è diverso. Raztinger ha con lui un rapporto di amicizia diretto. Fisichella è stato lungimirante, negli anni in cui insegnava teologia fondamentale alla Gregoriana, a comprendere e a fare proprio il cambiamento di rotta che la Chiesa stava vivendo col passaggio dalla “problematicità” montiniana alla “missionarietà” wojtyliana. E a suo vantaggio potrebbe giocare una certa dimestichezza con gli ambienti della politica italiana e la cosa, tenuto conto che il presidente della Cei risiede a Genova, potrebbe essere parecchio utile anche alla causa della Chiesa italiana.
Da qui a Pasqua, però, ancora parecchie cose potrebbero succedere. Nella curia romana c’è sul piatto il possibile spostamento dell’attuale segretario dell’ex Sant’Uffizio, monsignor Angelo Amato, alla guida della congregazione per le cause dei santi. Se così fosse non è da escludere che Ratzinger chieda proprio a Fisichella di sostituire Amato per coadiuvare il cardinale William Levada nel suo delicato lavoro. Sarebbe una nomina che potrebbe aprire interessanti e inaspettati scenari proprio sull’altra sponda del Tevere, e precisamente sul colle San Giovanni dove è la sede del vicariato della diocesi di Roma.
Saraiva Martins: «Non è il Vaticano a scegliere. I beati li propongono le diocesi»
Ott 30, 2007 il Riformista
«Il Vaticano non decide chi beatificare. E, a parte gravi motivi di opportunità, non guarda le possibili ripercussioni politiche che possono seguire ai processi di beatificazione o di canonizzazione. Il Vaticano, semplicemente, prende atto della validità o meno delle varie cause di beatificazione o canonizzazione cominciate anni prima, a volte anche secoli prima, nelle diocesi di provenienza dei candidati. E, anche nel caso dei 498 martiri spagnoli, la Santa Sede non ha fatto altro che certificare la validità delle cause di beatificazione cominciate nelle rispettive diocesi di origine. Preso atto della validità delle prove riguardanti la vita cristiana eroicamente vissuta dai martiri, l’esistenza e la consistenza di una vera vita cristiana - tecnicamente il documento che dalle diocesi arriva a Roma si chiama Transunto, ndr -, la Santa Sede tramite la nostra congregazione ha dato avvio alla fase romana del processo di beatificazione. Un processo che è durato un po’ di tempo non tanto per la difficoltà della materia - trattandosi di martiri non c’è bisogno, per la beatificazione, del riconoscimento di un miracolo compiuto, ndr - quanto per la necessità di aspettare l’effettivo compimento di tutti i 498 processi. E alla fine si è arrivati alla beatificazione con la quale non si è voluto consacrare alcuna eventuale linea politica abbracciata dagli stessi martiri, ma piuttosto la religiosità delle loro esistenze. Si è trattato, insomma, di un discorso prettamente ecclesiale, non politico ideologico».
È molto prammatico, il cardinale portoghese José Saraiva Martins, prefetto delle Cause dei Santi, quando spiega al Riformista i motivi che hanno portato - due giorni fa - alla beatificazione in piazza San Pietro dei 498 martiri uccisi “in odium fidei” in Spagna nel ’34, nel ’36 e nel ’37.
E quando gli si ricorda che molti hanno giudicato inopportuna la beatificazione per la posizione pro Franco che avrebbero assunta questi stessi martiri, lui risponde così: «Le accuse che ci hanno rivolto di aver beatificato dei fascisti non ci riguardano - spiega Saraiva Martins -, nel senso che sono fuori luogo. Noi abbiamo semplicemente portato avanti dei processi di beatificazione iniziati nelle diocesi spagnole e riguardanti persone uccise a causa della loro fede. La Chiesa non beatifica né consacra la politica ma soltanto quelle persone che ne sono degne per motivi religiosi».
Già, eppure, mai sono stati beatificati uomini di Chiesa baschi uccisi dal regime franchista. Perché? «Bisognerebbe chiederlo alle diocesi basche - dice il cardinale -. Spetta a loro iniziare eventuali cause di beatificazione o canonizzazione. Roma non decide per quali persone debba avere inizio il processo verso la santità. Roma prende atto della volontà popolare, della volontà dei vescovi, e agisce di conseguenza. L’incipit del processo, infatti, è sempre diocesano».
Non ha molta voglia di andare oltre, il cardinale Saraiva Martins. Ieri ha letto sui giornali delle proteste organizzate a Roma davanti alla basilica di Sant’Eugenio dai collettivi “Militant” e “Facciamo breccia”, ma in merito non ha molto altro da aggiungere se non che «il compito della mia congregazione altro non è che quello di valutare la legittimità delle richieste di santità che il popolo dei fedeli avanza attraverso le varie diocesi del mondo». E ancora: «Nel nostro lavoro non siamo mai mossi da problematiche politiche. Piuttosto valutiamo l’eroicità di tanti uomini comuni, chiamati in modo misterioso al martirio o alla santità. Dei martiri spagnoli occorre ammirare il grande coraggio avuto in un periodo storico di particolare avversione contro la Chiesa. Questo mi hanno insegnato i 498 nuovi beati. Questo insegnano alla Chiesa. Per questo sono diventati beati».
Vian vuole un Osservatore non solo romano
Ott 27, 2007 il Riformista
Probabilmente questo pomeriggio all’edicola a fianco di piazza San Pietro, e cioè davanti alla caserma degli Svizzeri, ci sarà qualche curioso in più del solito per acquistare una delle pochissime copie a disposizione (come consuetudine la diffusione vera e propria in tutta Roma avviene soltanto il giorno successivo alla stampa) della prima edizione dell’Osservatore Romano firmata da Gian Maria Vian (nuovo direttore al posto di Mario Agnes) e datata domenica 29 ottobre. Anche perché l’aspettativa sulla nuova gestione è tanta. E non solo perché Vian, dopo tredici anni di “sede vacante”, ha voluto che al suo fianco venisse nominato come vicedirettore l’ex redattore capo (e vaticanista) dell’Asca, Carlo Di Cicco, ma anche perché pare che fin dal primo numero il neodirettore voglia vestire il giornale di un nuovo impianto grafico più vicino agli antichi splendori, quelli, per intenderci, che portarono negli anni del pre e post Concilio a una diffusione dell’Osservatore senza precedenti.
Allora, grazie all’apporto del direttore Raimondo Manzini (per oltre un trentennio direttore del quotidiano cattolico bolognese L’avvenire d’Italia, deputato all’assemblea costituente e sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri), l’Osservatore vendeva in Italia oltre trentamila copie, riuscendo a diffondere in modo unico ed efficace l’interezza dell’insegnamento papale. Già, perché del pontificato di Paolo VI, quell’Osservatore fu una espressione importante: riportava le parole del Papa ma, nel contempo, rischiava anche idee, opinioni, senza appiattirsi dietro la pubblicazione dei testi ufficiali. Allora col giornale collaboravano personaggi illustri, (indimenticabile la rubrica “Bailamme” firmata da Giuseppe De Luca) e anche oggi il nuovo Osservatore pare voglia puntare su firme esterne di eguale prestigio.
Il nome di Paolo VI è legato a doppio filo a quello di Gian Maria Vian. Fu Montini, infatti, che lo battezzò nella basilica di San Pietro: il padre di Gian Maria, Nello, poteva vantare con Paolo VI un’amicizia fraterna, coltivata con discrezione e costanza.
Ma l’arrivo all’Osservatore - voluto da Ratzinger su suggerimento del cardinale Bertone - muove principalmente dalla preparazione storica e professionale di Vian: non solo professore di filologia della letteratura cristiana antica all’università “La Sapienza” di Roma, non solo membro del pontificio comitato di scienze storiche, ma anche firma nobile del quotidiano della conferenza episcopale italiana Avvenire.
Una competenza che lo avvicina molto all’idea di Osservatore che fu propria di Montini fin dai tempi in cui era sostituto segretario di Stato.
Montini amava dire che “fare” l’Osservatore è «cosa difficilissima». Perché si tratta di «un giornale di idee», ma non solo. «È anche - scrisse nel 1961 - un giornale d’ambiente; dell’ambiente vaticano».
E qui sta la difficoltà della sua stesura. L’Osservatore, insomma, deve diffondere idee e insieme ricordarsi che la stampa del giornale avviene in via del Pellegrino: dentro le sacre mura. «È questa incertezza - scrisse ancora Montini - che crea intorno all’Osservatore un alone di riverenza per alcuni, di diffidenza per altri; raccomanda il foglio agli esperti, ai politici, agli studiosi, ai diplomatici, ai devoti, ma non alla folla dei lettori comuni».
Vian arriva in via del Pellegrino dopo ventitré anni di direzione di Agnes. Quest’ultimo, ieri, ha preso carta e penna per un editoriale di commiato. Un canto del cigno, il suo, per testimoniare la gratitudine per «un lungo tratto di strada vissuto con gioia».
Gratitudine per Wojtyla, che lo chiamò alla «direzione del Suo giornale», e per Benedetto XVI, definito come «il grande padre spirituale». E poi l’augurio al suo successore, dal quale traspare la morbidezza di un avvicendamento accettato senza rimpianti o rancori.
Vian, a differenza di Agnes, proverà anche una diffusione maggiore oltre l’Italia. I traduttori saranno chiamati a un grande lavoro anche se, ancora, mancano il traduttore polacco (da un mese l’officiale preposto è in ospedale) e quello portoghese (il monsignore brasiliano incaricato è deceduto improvvisamente un mese fa a soli 51 anni).
Il Motu Proprio non basta. I lefebvriani restano fuori
Ott 25, 2007 il Riformista
Econe. È qui, nel piccolo villaggio della valle del Rodano, sul versante svizzero delle Alpi Pennine, che nel 1969 Marcel Lefebvre si ritirò con un manipolo di seminaristi e fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Lo scopo dichiarato era fuggire da Roma, la città che aveva aperto le sue porte al Concilio Vaticano II, la città dove, come disse lui stesso, «non era più possibile trovare un seminario che desse ai giovani aspiranti al sacerdozio la formazione che la Chiesa ha sempre dato loro e che sola può farne degli autentici sacerdoti cattolici».
Parole lapidarie e che, negli anni, portarono il vescovo francese a una sempre più netta presa di distanza da Roma. Fino a quel 30 giugno 1988 quando Lefebvre ordinò autonomamente quattro vescovi e si poneva, ipso facto, nella scomunica latae sententiae. Una scomunica ancora oggi in vigore.
A Econe, la sede della Fraternità ha mura alte e spesse. Dentro, non soltanto il vento dello Spirito del Concilio, ma lo stesso Concilio pare non sia mai riuscito a entrare. I battenti, qui, sono sempre rimasti chiusi per gli spifferi giudicati malsani. Fumo di Satana, li chiamava Paolo VI, e qui, a Econe, sono pronti a giurare che Montini si riferisse alla riforma della Chiesa inaugurata dal Vaticano II. E, infatti, il tempo, sulla valle del Rodano, sembra essere fermo a Eugenio Pacelli, all’ultimo Pontefice prima dello sbarco a Roma dei padri conciliari, prima dell’apertura della sacra assise, prima dell’arrivo nella Chiesa della “nefasta” brezza riformatrice.
Ma oggi alla guida della Chiesa di Roma c’è Joseph Ratzinger. Ed è su questa brezza, o meglio, sull’ermeneutica di questo anelito di novità, che egli ha deciso di giocare una buona fetta del proprio pontificato. Per lui, non esiste uno “spirito” del Concilio ma esiste il Concilio e basta. Esiste esclusivamente un avvenimento che ha voluto portare una riforma nella Chiesa in piena continuità col passato. La rottura, se c’è stata, è menzogna di una certa esegesi intra ecclesiale.
E, come ha ricordato più volte Ratzinger ai tempi del cardinalato, al centro di questo rinnovamento i padri conciliari vollero mettere innanzitutto quello che è il cuore della vita dei credenti, ovvero la liturgia. Non fu un caso, infatti, che il primo documento vergato nell’assise 1962-1965 fu la costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia. Come a dire: è necessario prima d’ogni altra cosa riportare nel mezzo della vita di fede l’incontro col mistero espletato nella liturgia. Il resto, viene di conseguenza.
E oggi, parecchi anni dopo il Vaticano II, è il Motu Proprio Summorum Pontificum il biglietto da visita col quale Benedetto XVI vuole mettere nero su bianco la volontà di non tradire il passato, soprattutto in campo liturgico. Perché la liturgia è la Chiesa, e da come essa prega traspare ciò in cui crede.
Bernard Fellay è dal 1994 (e lo sarà ancora fino al 2018) superiore generale della Fraternità San Pio X. Consacrato vescovo da Lefebvre nel 1988, ascese in pochi anni ai vertici della Fraternità. Lui, Lefebvre, lo ha visto morire dopo una settimana di coma incosciente. «Morì sereno - dice al Riformista - e mai, nonostante alcune voci leggendarie intorno agli ultimi giorni della sua vita terrena, si pentì di quanto aveva in precedenza fatto. La scomunica nei suoi confronti, insomma, rimase tale fino all’ultimo né lui fece nulla perché gli venisse ritirata».
Fellay, a torto, è stato più volte definito come il capofila dell’anima più moderata dei lefebvriani. Il contrario di monsignor Richard Williamson che invece, della Fraternità, rappresenterebbe l’ala più intransigente, quella insomma del “mai e poi mai” un compromesso con Roma.
«Niente di più falso - spiega in merito Fellay - io e Williamson siamo sulla stessa linea, quella che ritiene che in una Chiesa siffatta noi difficilmente potremo rientrare. E i motivi sono molto semplici. Benedetto XVI ha sì liberalizzato l’antico rito, ma non mi spiego per quale motivo ha fatto una scelta del genere se poi permette alla maggioranza dei vescovi di criticarlo e di disobbedire a quanto egli ha stabilito. Cosa dovremmo fare noi? Rientrare nella Chiesa e poi farci insultare da tutta questa gente?».
E ancora: «Al di là dell’antico rito, il problema per noi risiede nelle parole che Benedetto XVI dedica al Vaticano II. Abbiamo letto la sua volontà di porre in essere un’esegesi della continuità. Ma a questa volontà mi sembra non seguano azioni concrete. Perché la rottura col passato, purtroppo, riguarda direttamente alcuni testi del Vaticano II ed è questi testi che, in qualche modo, bisognerebbe rivedere. Egli, nell’intervista che apre il libro del cardinale Leo Scheffczyk, “l mondo della fede cattolica. Verità e Forma” dichiara che dopo il Concilio fu troppo timoroso coi colleghi votati a una linea decisa di apertura al mondo. Va bene, ma concretamente quali azione egli intende porre in essere per riparare?».
Cioè a dire: Ratzinger dovrebbe adoperarsi per una revisione diretta dei testi conciliari e non soltanto per denunciare una loro scorretta ermeneutica. «Prendiamo, ad esempio - dice Fellay -, la dichiarazione Dignitatis Humanae dedicata alla libertà religiosa. In essa la Chiesa si pone in uno stato di sudditanza rispetto a un’autorità civile che le deve garantire il diritto della libera espressione. Ma a mio avviso dovrebbe essere il contrario: è lo Stato che deve sottomettersi alla fede cattolica e riconoscerla come religione di Stato».
Se la liturgia è il cuore del dissenso dei lefebvriani nei confronti di Roma, le divergenze sembrano avere un respiro più ampio che il Motu Proprio Summorum Pontificum non può da solo risolvere. «Io - conclude Fellay - ho incontrato Benedetto XVI una sola volta, nell’estate del 2005. Da quel giorno ho avuto un intenso scambio di lettere con il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente dell’Ecclesia Dei. Ma ancora non c’è un documento di lavoro comune. Sono però fiducioso perché nonostante tutto i nostri rapporti sono ottimi».
Scambio di lettere. Rapporti comunque ottimi. Conclude lasciando un filo di speranza, monsignor Fellay, anche se il giorno del rientro dei lefebvriani nella Roma di Benedetto XVI, il Pontefice che parecchio si sta spendendo per ridare alle conquiste della Chiesa il loro corretto valore, sembra ancora di là da venire. Se la cosa accadesse Fellay riporterebbe a casa un gruppo di 200 seminaristi e 450 preti. E in un periodo di magra vocazionale, non sarebbe poca roba.
Inside sacred walls
Ott 24, 2007 Pensieri sparsi
Napoli è passata. Ma sulla gerenza dell’Osservatore Romano il direttore responsabile risulta essere ancora Mario Agnes il quale, lo scorso 29 settembre, era stato fatto direttore emerito.
A quando il primo Osservatore diretto da Gian Maria Vian?
Inside sacred walls
Ott 23, 2007 Pensieri sparsi
Si rende noto che da ieri il nuovo cerimoniere papale, monsignor Guido Marini, è andato nei suoi nuovi uffici da solo, senza cioè l’ex cerimoniere papale alle costole.
Ratzinger vent’anni dopo si “converte” al dialogo
Ott 23, 2007 il Riformista
«Ci ha parlato come un padre che vuole confermare la strada sulla quale sono i suoi figli. Nessuno lo ha notato, ma le parole che il Pontefice ha dedicato alla necessità di continuare a perseguire il dialogo con le altre fedi in continuità con lo “spirito di Assisi” segnano un passo decisivo per il nostro cammino. Sono anni che lavoriamo per la pace tra i popoli e le diverse fedi, e sentire il Pontefice che diceva che è con l’autentico “spirito di Assisi” che ci si può opporre “a ogni forma di violenza e all’abuso della religione quale pretesto per la violenza”, resta un conforto per i nostri sforzi che a lungo avevamo atteso».
Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, a poche ore dalla visita di Benedetto XVI a Napoli parla col Riformista.
Una visita pastorale, quella di domenica, in cui il Papa ha trovato lo spazio per incontrare e rivolgere un discorso ai leader religiosi presenti al Meeting internazionale promosso da Sant’Egidio e con loro pranzare davanti a degli stringoli con pomodorini del Vesuvio e profumi partenopei in cialda croccante di parmigiano.
C’era attesa per le parole di Benedetto XVI. Soprattutto tra i membri della Comunità, perché mai il Pontefice era arrivato a riconoscere con un pranzo pubblico una delle associazioni cattoliche più attive sul campo della diplomazia internazionale e del dialogo ecumenico e interreligioso. Un lavoro che spesso è stato giudicato dalle male lingue alternativo a quello ufficiale della diplomazia vaticana, fino ad affibbiarle il nomignolo di “Onu di Trastevere” e ad accusarla di non lavorare in perfetta simbiosi con la diplomazia d’Oltretevere e dunque con la segreteria di Stato e i suoi nunzi nel mondo.
«Mi piacerebbe - dice in proposito Riccardi - che si leggesse attentamente quanto Benedetto XVI ha detto domenica. Le sue parole sono state apprezzate non soltanto da tutta la Comunità ma anche dai tanti leader religiosi presenti. Le sue parole restano una conferma importante del nostro lavoro».
Insomma, i fantasmi del 1986 sembrano essere passati. Allora Ratzinger non accompagnò papa Wojtyla ad Assisi in quello che fu il primo incontro tra leader di diverse religioni, un raduno che poi Sant’Egidio ripropose autonomamente negli anni a venire. Si disse che l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio non era favorevole a questo tipo di dialogo perché il rischio della deriva sincretista, e cioè la volontà di unire le diverse fedi anche laddove non è possibile trovare motivi di unità, veniva giudicato sempre dietro l’angolo. Al riguardo, fu soltanto un anno fa che, in occasione della celebrazione dei venti anni del primo raduno di Assisi, lo stesso Ratzinger mise nero su bianco, in una lettera inviata al vescovo Domenico Sorrentino, le proprie paure. Parole difficili da decifrare per la Comunità di Sant’Egidio.
«Ma la notizia di domenica - dice ancora Riccardi - è stata il discorso del Papa». E se il prossimo anno - come dovrebbe essere annunziato oggi a Napoli - verrà confermata la scelta di Nicosia quale sede del raduno interreligioso del 2008, Sant’Egidio potrebbe fare addirittura bingo. Infatti, se la segreteria di Stato vaticana riuscirà ad organizzare per il 2008 un viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa, il Papa spezzerà in due il volo fermandosi a Nicosia. È una promessa che il Pontefice ha fatto a Chrysostomos II, arcivescovo ortodosso di Cipro e le promesse, si sa, vanno sempre mantenute. Insomma, quel che non riuscì a papa Wojtyla (non partecipò mai direttamente a un raduno organizzato da Sant’Egidio) potrebbe capitare per due anni di fila a papa Ratzinger, il Pontefice che, sulla carta, non doveva essere favorevole al vento di Assisi.
Solženicyn fu vittima dell’invidia dei colleghi?
Ott 20, 2007 il Riformista
Per invidia e rancore. Per il successo dei suoi scritti. Per la classe nello scrivere. E ancora, per il premio Nobel ricevuto nel 1970, apogeo di una fama unica e maturata tra mille contraddizioni. Per questi motivi, principalmente, più che per ragioni strettamente politiche, furono innanzitutto i suoi colleghi (ovvero il congresso degli scrittori dell’Urss) a deciderne l’espulsione - senza ritorno - dal Paese.
Lui è Aleksandr Isaevič Solženicyn, forse lo scrittore russo più importante del ’900. Di origine contadina, una laurea in matematica, nel 1962 scrisse il racconto Una giornata di Ivan Denisovic, il primo dei suoi lavori a denunciare gli orrori dei lager staliniani, pagine non impropriamente paragonate a quelle del Dostoevskij di Memorie di una casa di morti. Poi ecco Divisione Cancro (1967), Il primo cerchio (1969), fino ad Arcipelago Gulag (1973-1978).
Oggi, in un convegno internazionale della Fondazione “Russia Cristiana”, dedicato alla “Passione per l’unità. 1957-2007: cinquant’anni di storia”, di Solženicyn parla con un intervento inedito Ljudmila Saraskina, oggi a tutti gli effetti la sua biografa. È lei, attraverso una monumentale opera di mille pagine in uscita in Russia entro la fine dell’anno, a mettere nero su bianco parte dell’archivio privato dello scrittore russo. Si potrebbe definire una sorta di j’accuse a nome dell’intera categoria, il lavoro della Saraskina, se è vero - come è vero - che lei, oltre che dottore in filologia, fa parte proprio di quell’unione di scrittori che tempo addietro spinse per la diaspora di Solženicyn. Una espulsione dall’Urss che secondo i più era da attribuire principalmente al regime sovietico. E in parte, se si pensa la connivenza di molti scrittori col regime, è vero. Ma in parte no, se si tiene presente che l’astio contro Solženicyn scoppiò principalmente dopo che nel maggio del 1967 lo scrittore prese carta e penna e spedì una lettera al IV congresso degli scrittori in cui accusava i suoi colleghi di non difendere i propri membri, di abbandonarli nel momento della sciagura e delle persecuzioni. Solženicyn tratteggiava la “Russia vera” e nessuno tra i colleghi lo difendeva. Dice Saraskina: «Vivere in maniera indipendente, senza mentire, cercare, rivivere e perdersi in cose vane era l’imperativo morale che lo scrittore rivolgeva a se stesso. Me nessuno glielo voleva riconoscere».
Perché? Da dove tanto astio nei suoi confronti? «Su Solženicyn - è la tesi della sua biografa - si concentra l’odio dei capi e dei suoi aperti avversari nel mondo letterario, come pure la maligna soddisfazione a stento contenuta dei letterati che non gli perdonano il suo talento, il successo, la diversità della sua persona». Un suo collega, Solochov, scriveva in quei mesi: «Solženicyn è un malato psichico pericoloso per la società, un grafomane velenoso, oppure, se è sano di mente, è un velenoso antisovietico, un autentico nemico». Parole, le sue, che vennero prese attentamente in visione al comitato centrale e al Kbg.
Se il complesso di Salieri è veritiero e cioè se «ciò che maggiormente invidia uno scrittore già morto è lo scrittore vivo», fu questo complesso a colpire la maggior parte dei colleghi di Solženicyn e fu questo complesso la prima causa della sua “epurazione”, dell’espulsione dal Paese.
Ma come sovente avviene per coloro che sono ingiustamente perseguitati, anche per Solženicyn le sofferenze del presente portarono più fama di quanto egli stesso poteva immaginare. È, infatti, soltanto dal momento dell’invio della lettera al IV congresso degli scrittori, che i giornali europei cominciarono a seguire Solženicyn in modo incessante, concentrandosi su ogni suo gesto e parola. «Per dieci giorni interi - racconta Saraskina - le radio di tutto il mondo lessero, citarono, commentarono la lettera».
L’odio dei suoi colleghi montò inarrestabile sebbene, almeno nei mesi successivi all’invio della lettera, il regime ancora non esigesse sanzioni contro lo scrittore e la verità da lui enunciata. Si trattò di un odio che lo stesso Solženicyn probabilmente non conosceva completamente. Si tratta dei motivi profondi (e insieme banali) che costrinsero lo scrittore alla diaspora: Solženicyn, profeta ritenuto scomodo innazitutto per il suo talento.



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