Fatima: Lo Straniero arriva o non arriva? Il giallo di un documento inedito
21 settembre 2007 -
Andrà o non andrà. Per ora lo Straniero (ovvero Antonio Socci) la riserva non l’ha ancora sciolta.
Eppure, ieri, un tam tam d’oltre il Tevere spifferava quel che nessuno, in segreteria di Stato, avrebbe mai voluto sentire: Lo Straniero non solo sarebbe pronto a dirigersi questo pomeriggio all’Università Urbaniana, dove il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone presenta il suo ultimo libro edito da Cantagalli, “L’ultima veggente di Fatima.I miei colloqui con Suor Lucia”.
Ma con sé, Socci pare voglia portare anche un documento inedito su Fatima, che “inchioderebbe” le teorie illustrate da Bertone nel suo libro. Il segretario di Stato ha volutamente provato a confutare la tesi di Socci (“Il quarto segreto di Fatima” è il libro dello Straniero) secondo il quale il terzo segreto reso noto dal Vaticano nel 2000 non sarebbe completo. Ne mancherebbe una parte (il quarto segreto appunto), nel quale la Madonna avrebbe profetizzato, oltre al martirio del papa, anche l’apostasia della stessa Chiesa che “partirà dalla sua sommità”.
E di questo Socci vorrebbe parlare oggi pomeriggio. E se non gli fosse consentito, potrebbe comunque affidare il documento ai quotidiani. A meno che Socci non decida di starsene a casa, magari su invito di qualcuno in Vaticano.
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Il papa schiera un italiano sul campo di Mosca
21 settembre 2007 -
Potrebbe essere quest’oggi il giorno della nomina di don Paolo Pezzi quale nuovo arcivescovo metropolita della cattedrale della Madre di Dio a Mosca.
Una nomina attesa (già il Giornale ne aveva dato notizia qualche settimana fa) e che Ratzinger ha voluto fortemente, in chiave ecumenica. Pezzi, infatti, ravennate di 45 anni, andrebbe a sostituire l’ottimo Tadeusz Kondrusiewicz (promosso alla guida dell’arcidiocesi di Minsk, in Bielorussia), presule 61enne che agli occhi del patriarcato ortodosso di Mosca aveva sì tanti pregi ma anche un grande (e forse imperdonabile) difetto: l’essere polacco. Difficile, infatti, per un appartenente a un popolo storicamente inviso a quello russo, riuscire a scalfire il risentimento altrui radicatosi giorno dopo giorno nei confronti di coloro che per secoli sono stati i nemici da combattere.
Ed è probabilmente anche per questo motivo che lo stesso Wojtyla, nei suoi 26 anni e mezzo di pontificato, poco è riuscito a fare nei rapporti con Mosca: tante aperture, tanti gesti di amicizia ma, almeno in apparenza, esigui risultati concreti.
A sfavore di Kondrusiewicz – e la cosa potrebbe ripetersi con Pezzi – giocava anche il fatto che i leader della Chiesa ortodossa di Mosca non hanno mai digerito il fatto che Roma si sia insediata in Russia anche con una sua vera e propria gerarchia: arcivescovo, preti, suore, etc.
E in questo senso la decisione di Wojtyla di creare nel febbraio 2002 quattro vere e proprie diocesi sul territorio russo era stata letta male dagli ortodossi i quali, da sempre, accusano i missionari cattolici presenti nel paese di non dedicarsi ad altro se non al proselitismo.
Ma con Ratzinger le cose stanno lentamente cambiando. Anzi, pare che lo stesso Pezzi, che pure è un missionario, sia riuscito più di altri a farsi ben volere da Alessio II tanto che la sua probabile nomina sarebbe – si passi il termine – “apprezzata” nel patriarcato.
Pezzi appartiene alla Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo. Fondata da Massimo Camisasca, forma sacerdoti missionari legati al carisma di Comunione e Liberazione. Pezzi è il primo sacerdote della Fraternità a raggiungere l’episcopato. Fino a oggi è stato rettore del seminario di San Pietroburgo, dove vengono formati i sacerdoti delle quattro diocesi cattoliche di Russia. Conosce molto bene la realtà russa anche grazie agli innumerevoli viaggi effettuati in questi anni assieme ad altri suoi confratelli fin nei villaggi più sperduti della steppa siberiana: tante babuske (nonnette, ndr) dimenticate ai confini del mondo dai tempi delle deportazioni del regime comunista. Pochi cattolici per la verità ancora oggi discriminati, spesso controllati come ai tempi del Kgb e dunque sofferenti.
Camisasca ha sempre insegnato ai suoi preti la passione per ogni uomo, il vicino come il lontano, ed è forse anche per questa passione che Ratzinger pare si sia deciso per Pezzi, oggi più che mai speranza per un nuovo e fino a oggi insperato futuro di unità tra Mosca e Roma.
In chiave ecumenica un ruolo importante lo sta giocando anche l’attuale nunzio vaticano a Mosca, Antonio Mennini, romano, che prima di Mosca ha lavorato nelle rappresentanze pontificie di Uganda, Turchia e Bulgaria.
Da tempo si parla di un possibile incontro (magari in campo neutro) tra Alessio II e Ratzinger e la cosa, oggi, seppur non sia facile non viene più data come così improbabile.
Soltanto tre giorni fa Benedetto XVI, salutando l’apertura del Simposio intercristiano dell’isola di Tinos (Grecia) sul tema “San Giovanni Crisostomo ponte tra Oriente e Occidente”, si è augurato che tali iniziative aiutino ad arrivare «a quella pienezza che ci permetterà di concelebrare un giorno l’unica eucaristia».
Fantascienza? Forse sì. Ma forse no. Il futuro oggi – se la nomina verrà ufficializzata – è nelle mani di un giovane sacerdote italiano, inviato un giorno dal suo superiore in Russia per sostenere i pochi cattolici del paese e, insieme, collaborare alla strada dell’unità con gli ortodossi e che si potrebbe trovare a ricoprire uno tra ruoli più delicati e importanti che un cattolico possa occupare nel paese: quello di arcivescovo metropolita della cattedrale della Madre di Dio a Mosca, chiesa madre della diocesi.
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L’ombra di Socci sul cardinal Bertone, Rutelli e Fatima
20 settembre 2007 -
Ufficialmente ancora non si sa se oggi lascerà le colline senesi per giungere a Roma. O meglio, in Vaticano, nella sede della prestigiosa università Urbaniana. Certo è che, se lo farà (ieri ha detto al Riformista di essere ancora indeciso), se ne vedranno delle belle anzi, di più, un vero e proprio putiferio.
Già, perché questa volta Lo Straniero (alias Antonio Socci), forse anche per non tradire il sangue di toscano verace che prima di lui fu di suo padre – era un «pittore, poeta, sindacalista, democristiano, grande tempra di combattente per i suoi ideali, militante cattolico in terra rossissima», rivela lui stesso su antoniosocci.it -, pare abbia deciso di non mollare l’osso e di andare fino in fondo, là dove nessuno ancora aveva osato tanto. Dove precisamente? Un attimo di pazienza e tutto sarà chiarito. Precediamo con ordine.
Era il 22 novembre scorso quando Lo Straniero decise di pubblicare per Rizzoli un libro dal titolo inquietante: “Il quarto segreto di Fatima”. Inquietante perché di segreti, da Fatima, tutti sanno che ne sono usciti soltanto tre e anche piuttosto catastrofici: la fine della prima guerra mondiale ma con il conseguente inizio della seconda, l’ascesa dell’Unione sovietica e delle sofferenze causate dal suo regime e, infine, – è il terzo segreto reso noto da Wojtyla nel 2000 – la lotta dei sistemi atei contro la Chiesa e, in particolare, il fallito attentato a Giovanni Paolo II. È così, infatti, che il Vaticano legge la visione di un «vescovo vestito di bianco» che sale in mezzo ai cadaveri verso una croce, dove viene ucciso da alcuni soldati.
Eppure, si chiede Socci nel suo libro, è possibile che un messaggio tenuto nascosto così a lungo, e con tanta cura, si riferisca a un evento già accaduto? Perché allora aspettare quasi altri vent’anni prima di comunicarne il contenuto? Chi è realmente il vescovo vestito di bianco? Perché quel lungo silenzio e quell’isolamento imposti a suor Lucia dal 1960? E come si spiegano certe sue parole? C’è un papa martire nel futuro prossimo della Chiesa? Perché tanti particolari della ricostruzione ufficiale sono stati contestati?
Insomma, un crescendo di domande piuttosto imbarazzanti e che, a detta di Socci, arriverebbero a dimostrare come una parte del messaggio della Madonna non sarebbe mai stata pubblicata perché troppo sconvolgente. Sarebbe la parte che inizia con una famosa frase della Santa Vergine che suor Lucia ha lasciato in sospeso: «Em Portugal se conservará sempre o dogma da fé etc» («In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede etc», ndr).
A questa ipotesi e alle domande di cui sopra ha risposto il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, con un libro uscito lo scorso maggio – “L’ultima veggente di Fatima. I miei colloqui con Suor Lucia” – nella quale il porporato salesiano difende la tesi dei tre segreti così come tutti la conoscono.
Domani, in Urbaniana, questo stesso libro sarà Bertone a presentarlo in pompa magna assieme a ospiti di livello importante: il rettore dell’Urbaniana, monsignor Ambrogio Spreafico, il vescovo portoghese delegato per il santuario mariano di Fatima, lo scrittore e saggista cattolico Vittorio Messori, il direttore della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, Francesco Rutelli (proprio lui) e, in video, addirittura monsignor Loris Francesco Capovilla, ex segretario di Giovanni XXIII, il quale compare nel libro di Socci perché fu lui a mostrare per la prima volta a uno studioso di Fatima, Solideo Paolini, come oltre al terzo segreto reso noto dal Vaticano nel 2000 ce ne potesse essere un altro (il quarto appunto). Cosa dirà Capovilla? Difficile rispondere. Certo è che lui è ospite ufficiale e, dunque, è improbabile che arrivi a contestare le tesi di Bertone.
Però, se nella sala della presentazione del libro si paleserà Lo Straniero, la serata potrebbe prendere tutt’altra piega. Lo scorso giugno Bertone arrivò a Porta a Porta insieme a Giuseppe De Carli per difendere la sua tesi. Il titolo della trasmissione era “Non esiste il quarto segreto di Fatima”, titolo evidentemente voluto in antitesi al volume di Socci. Ma Lo Straniero non c’era, non era stato invitato. Lui, Socci, ha provato più volte a parlare con Bertone, anche in fase di stesura del suo libro, ma sempre senza esito. Però domani, all’Urbaniana, Lo Straniero potrebbe finalmente avere il suo colloquio, anche se pubblico. Chissà, potrebbe entrare all’Urbaniana, imbracciare un microfono e, perché no, dire apertamente la sua al porporato. Porre le sue domande e attendere le risposte.
Accadrà così? Domani sapremo tutto. Insomma, l’anomalia di un segretario di Stato vaticano che si reca in pubblico a presentare un suo libro scritto volutamente contro le tesi di un giornalista, potrebbe domani avere un curioso ulteriore capitolo.
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Bertone vuole più missione e meno gerarchia
19 settembre 2007 -
Lo scorso venerdì era un anno esatto che il cardinale Tarcisio Bertone prendeva il posto del cardinale Sodano alla guida della segreteria di Stato vaticana. Un anno cominciato in salita, con il guazzabuglio post lectio papale a Ratisbona da sbrogliare. Una situazione non facile per un salesiano che, come è nel dna di ogni seguace di don Bosco, è portato più alla missione che alla diplomazia. Eppure ne è uscito bene, Bertone, e il viaggio in Turchia di fine novembre ne ha suggellato il primo successo in chiave di dialogo con l’islam.
Destrutturazione.
Arrivato al posto di comando di uno degli organi più importanti della Santa Sede, il suo intento è stato da subito quello di far sì che la segreteria di Stato tornasse a essere un dicastero di raccordo diretto tra il papa e gli altri “ministeri” della curia (non a caso un tempo era chiamata semplicemente segreteria papale), destrutturandone dunque quella organizzazione verticistica che l’aveva fatta divenire come un cono di bottiglia in cui finivano le richieste che i dicasteri rivolgevano al papa, un filtro spesso occluso posto tra i monsignori di curia e l’appartamento dell’ultimo piano del palazzo apostolico.
Per dare alla segreteria di Stato un’impronta più missionaria e meno gerarchica, ecco le nomine dei primi due collaboratori, i responsabili della prima e della seconda sezione: il corso Dominique Mamberti a guidare i rapporti con gli Stati e il pugliese Fernando Filoni agli affari generali. Due diplomatici dalla forte impronta sacerdotale, anche per dare un segnale a quella scuola diplomatica vaticana di piazza santa Maria sopra Minerva che ieri (ma probabilmente ancora oggi) di fronte all’arrivo di un segretario di Stato non proveniente dalla carriera diplomatica storceva un po’ il naso.
I tre potenti.
Sotto Mamberti e Filoni, la struttura sembra necessitare ancora di ulteriori rinnovamenti. Da tempo si parla della successione di tre personalità forse poco note fuori i sacri palazzi, ma ben conosciute al loro interno e in particolare tra i corridoi della segreteria di Stato.
Si tratta di monsignor Sardi, monsignor Viganò e monsignor Piovano, forse le personalità con più potere (reale) oltre il Tevere.
Sardi fu tempo addietro professore di teologia morale al seminario della diocesi di Acqui Terme. La sua fortuna è stata quella di essersi trovato nell’ufficio della segreteria di Stato che si occupa dei discorsi papali durante l’era Wojtyla. Con il papa polacco i discorsi del pontefice sono aumentati considerevolmente e dunque è toccato a lui, di fatto, il compito di redigerne parecchi. È così che Sardi è divenuto, in un certo senso, uno dei pochi divulgatori (e redattori) del magistero papale. Adesso, per lui, l’età pensionabile si avvicina, e c’è già chi sta studiandone una prossima “promozione”.
Monsignor Viganò è invece uno dei tanti monsignori meneghini (tantissimi dopo i recenti arrivi di Ravasi e Pasini) presenti in curia. È a capo dell’ufficio del personale della Santa Sede e in sostanza è lui a vigilare su ogni assunzione. E per farlo ha accesso a tutto l’archivio dell’ufficio del personale e dunque conosce di ogni persona doti positive e accenti negativi.
Da ultimo, Piovano. Fra i tre, è la personalità più influente. Ha 74 anni e si occupa un po’ di tutti i beni della curia, nonostante vi sia una prefettura per gli affari economici preposta a farlo. Piemontese, amico del cardinale Marchisano, l’unica cosa che nessuno si sa spiegare è per quale motivo non sia mai riuscito a diventare vescovo. Trovargli un successore non è facile perché le sue occupazioni vanno ben al di là di quanto la stessa segreteria di Stato si aspetti da lui.
Chi lascia e chi no.
Al di là della segreteria di Stato, Bertone, in accordo col pontefice, dovrebbe procedere a breve all’ufficializzazione di alcune nomine all’interno della curia romana.
A Piero Marini, maestro delle cerimonie papali, succederà tra non molti giorni un altro Marini, Guido, oggi cancelliere dell’arcidiocesi ligure. Piero Marini diverrà responsabile dei congressi eucaristici. Un ufficio, sulla carta, poco impegnativo ma che senz’altro egli sarà in grado di trasformare, come è successo per l’ufficio delle cerimonie.
A Mario Agnes succederà presto alla guida dell’Osservatore Romano (probabilmente dopo il viaggio del papa a Napoli) il raffinato professore Gian Maria Vian. Ancora aperti sono invece i giochi per la successione del cardinale Arinze alla guida del culto divino. Se logica vuole che al suo posto arrivi il pupillo di Ratzinger, ovvero Malcolm Ranjith, attuale segretario del culto divino e insieme grande sponsorizzatore del Motu Proprio papale sull’antico rito, c’è chi preme perché ciò non accada e tra questi molti di coloro che hanno accolto il Motu Proprio con toni scandalizzati e polemici.
Duro a mollare l’osso è invece il 76enne cardinale Sebastiani il quale (giustamente) non si spiega per quale motivo egli debba lasciare la guida della prefettura per gli affari economici quando in curia ancora operano personalità ben più anziane di lui (vedi il 78enne cardinale Marchisano ancora in sella all’ufficio del lavoro della sede apostolica).
Oltre le sacre mura.
Fuori dalla curia ecco a breve la nomina di un nuovo delegato di Loreto. In sostituzione di Danzi è in arrivo l’attuale nunzio vaticano presso i paesi scandinavi.
Mentre nella diocesi di Roma, prima della sostituzione del cardinale Ruini, c’è la possibilità che monsignor Parmeggiani sostituisca monsignor Schiavon quale vescovo ausiliare della sezione Sud. Quest’ultimo, però, alle sedi di Civita Castellana e Palestrina recentemente propostegli, pare preferisca quella di Vittorio Veneto, ma la cosa non è facilmente attuabile.
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Contro il vaffa i valori cristiani
18 settembre 2007 -
Dilaga nel paese l’antipolitica e il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, oppone al metodo del “vaffa-tutto” proprio di Grillo quello del richiamo ai valori proprio di Ratzinger.
In un paese «spaesato» e incapace di rinsavirsi – «pare illusorio sperare in un improvviso quanto miracolistico rinsavimento morale», ha detto ieri Bagnasco – è necessario fare propri gli interventi del papa al di là delle «cattedre discutibilissime» che continuamente lo mettono sotto accusa.
È così che il presidente dei vescovi italiani più “controllato” nella breve storia della conferenza episcopale del nostro paese (ogni movimento di Bagnasco è monitorato, telefonate comprese, da un dispiegamento importante e ingombrante di guardie del corpo la cui ragion d’essere ufficialmente risiede nella necessità di difenderlo dalle minacce metodicamente ricevute) è tornato ieri per la terza volta durante il suo mandato (è stato eletto al posto di Ruini lo scorso marzo) a dirigere i lavori del consiglio permanente della Cei, in sostanza il direttivo dei vescovi italiani.
È in questa occasione che la guida dell’episcopato è chiamata a lanciare le linee di lavoro per i mesi a seguire, incluse le priorità circa l’attualità e la vita sociale. E tra queste priorità, c’era ieri la difesa del papa. Così vanno lette le parole di Bagnasco spese in favore della scelta di Ratzinger di ripristinare l’antico rito di San Pio V: un ripristino che si inserisce (la bacchettata sembra qui più intra ecclesiale che rivolta all’esterno) in una lettura del Vaticano II non come rottura col passato ma come rinnovamento nella continuità.
E poi le parole più forti, spese per mettersi dalla parte di Ratzinger quando dice la sua in difesa dei valori cristiani a cui la società deve guardare. Una difesa che dovrebbe essere propria anche dei politici cattolici: spetta infatti anche a loro non tradire «le esigenze intrinseche della fede». In «nessun ambito – ha detto Bagnasco – neppure in politica», si devono tralasciare per «opportunismo o convenzione» i dettami della fede.
Il richiamo, all’opposto dei fautori dell’antipolitica, è per un maggiore e intensificato impegno in tutti i settori della società (politica compresa). Ai politici cattolici non mancano gli esempi: ci sono tanti martiri cristiani uccisi nel nome della difesa dei propri ideali. Ci sono tanti vescovi nostrani quotidianamente costretti a vivere nelle zone più tribolate da «mafia, camorra e ’ndrangheta».
E allora ecco la necessità che sia innanzitutto lo Stato a cercare di perseguire il bene comune. Alla dilagante «dissipazione del costume», «a situazioni e comportamenti socialmente deplorevoli, anzi criminali, che non riescono a trovare soluzione» occorre rispondere con la promozione di un «ethos collettivo partecipato e ad un tempo capace di resistere e sopravanzare rispetto alle dissipazioni del costume». E fa niente se c’è chi potrebbe paventare i «fantasmi» dell’affermazione dello «Stato etico» che nessuno ovviamente vuole. In ballo c’è la necessità di educare il popolo a dei valori condivisi in vista del bene di tutti.
Quali valori? Quale bene? Diversi. Innanzitutto il valore intangibile della persona e della vita umana, «accolta e accudita fin dal sorgere» (duro in questo senso l’attacco ad Amnesty International e alla sua «clamorosa inclusione, tra i diritti umani riconosciuti, della scelta dell’aborto») e «accompagnata fino al suo naturale tramonto», la «famiglia fondata sul matrimonio», l’educazione dei figli, «il senso del limite che accompagna la parabola dell’umana esistenza». Valori che appartengono all’«ethos di fondo» del nostro popolo. Valori che, se dimenticati, portano a comportamenti criminali come quelli «degli incendi boschivi provocati dall’uomo».
Gravi anche altri problemi specifici a cui l’Italia deve far fronte: quello «particolarmente acuto» della casa, al quale devono saper guardare «con senso di equità» anche gli istituti bancari. E poi il «dramma di coloro, pensionati o famiglie con un solo reddito, che sono raggiunti da provvedimenti di sfratto e non trovano altre opportunità». E ancora i problemi a trovar casa dei «giovani fidanzati».
Ad ascoltare la prolusione di Bagnasco c’erano i 29 membri del direttivo Cei. Tra questi, il suo predecessore, il cardinale Ruini. Vicario del papa per la città di Roma, Ruini pare possa lasciare questo incarico alla fine del 2007. Il suo predecessore sarà chiamato ad aiutare Bagnasco, che risiede fisso a Genova, nei rapporti col mondo politico. Un ruolo delicato che il papa pare sia propenso ad affidare o all’attuale segretario generale della Cei, Giuseppe Betori, oppure al rettore della lateranense e cappellano di Montecitorio, Rino Fisichella.
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