Con Ravasi sono undici, l’è un gran Milàn in Vaticano

Che Milàn l’è un gran Milàn lo dicono nella città meneghina e in pochi, fuori la cerchia dei Navigli, se ne curano.
Eppure, nei giorni scorsi, se ne è avuto un ottimo assaggio presso la sede dell’università dei legionari di Cristo a Roma dove, al consueto e annuale incontro di aggiornamento organizzato dalla congregazione per i Vescovi per coloro che hanno ricevuto l’ordinazione episcopale recentemente, è stato chiamato a tenere una lezione nientemeno che il milanesissimo monsignor Gianfranco Ravasi, da poco nominato responsabile ultimo di tutta la cultura vaticana ma che vescovo ancora non è, almeno fino al prossimo sabato.
È soltanto in quel giorno, infatti, che la grandeur milanese (consacrazione di Ravasi inclusa) entrerà in modo ancora più importante in Vaticano e la cosa, viste le proporzioni che va assumendo, merita d’essere rilevata.
Già, perché se Benedetto XVI è stato finora il pontefice che ha avuto il coraggio di portare uno statunitense, un indiano e un brasiliano a capo di tre fra i più importanti ministeri della curia romana - Levada, Dias e Hummes sono arrivati all’ex sant’Uffizio, a Propaganda e al Clero -, egli è anche il papa che, nonostante la cospicua presenza di milanesi appartenenti al collegio cardinalizio (Biffi, Nicora, Scola, Saldarini e Tettamanzi) e presenti in curia (Caccia, Coccopalmerio, Pasini, e Viganò), ha deciso, come detto, di far arrivare in Santa Sede per affidargli in toto il dicastero della Cultura quel Ravasi che, nelle idee di coloro che tanto ne hanno parlato bene a Ratzinger, dovrebbe nella sostanza rilevare il ruolo di “profeta della parola” che fu negli anni scorsi dell’iper telegenico cardinale Ersilio Tonini.
E sarà sabato - al di là dell’anticipazione di questo weekend - il suo grande giorno (di Ravasi) e, insieme, quello della consacrazione episcopale di un altro milanese (con loro due fanno undici, come una squadra di calcio pronta per esordire in Clericus Cup, i cardinali provenienti dalla diocesi lombarda sommati ai presuli di curia), quel Vincenzo Di Mauro (persona pastorale e di buon senso) che da pochi giorni è il neo segretario della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede.
Ratzinger, quindi, interromperà per una mattina l’esilio di Castelgandolfo (farà ritorno a Roma soltanto il successivo mercoledì) e nella basilica vaticana celebrerà con rito romano (quello del post Concilio, della riforma liturgica di Paolo VI del 1970) la messa per le ordinazioni. E anche se qualcuno oltre il Tevere paventava (un po’ scherzando e un po’ no) che egli avrebbe potuto decidere di celebrare col rito ambrosiano (in onore ai due milanesi presenti fra gli altri), tutto dovrebbe avvenire come al solito e, anzi - era questo un altro rischio che serpeggiava tra le parole dei maligni che risiedono entro le mura vaticane - non sarà questa la prima celebrazione pubblica del pontefice con il rito antico (quello di san Pio V mai abolito ma caduto in disuso dopo il Concilio) perché - dicono sempre i maligni - con così tanti milanesi presenti in basilica il responsabile della diocesi meneghina (Tettamanzi) potrebbe offendersi visto che lui, più di altri vescovi, ha posto il divieto alla reintroduzione dell’antico rito in diocesi, facendo sue, in questo senso, le esplicite richieste avanzate sul Sole di qualche settimana fa dall’emerito milanese Carlo Maria Martini.
Dunque un bel peso, quello dei milanesi. E se, con questi, Scola, Biffi e Saldarini hanno da condividere soltanto la città d’origine, per gli altri il discorso è diverso. Su di loro veglia, anche in vista di un futuro conclave, il cardinale Tettamanzi il quale, divenuto anti-martiniano ai tempi in cui ricopriva il ruolo di sottosegretario nella Cei, è poi tornato sui suoi passi una volta a Genova e a Milano da dove, addirittura, c’era chi, dopo Wojtyla, ipotizzava potesse salire al soglio di Pietro. Se così fosse stato egli avrebbe in qualche modo avverato quella leggenda (Luciani e Wojtyla sono ritenute due eccezioni) nata dopo papa Giovanni e che voleva un pontefice piccolo e grassottello succederne a uno più longilineo e austero: dopo Pacelli ecco Roncalli. Dopo Roncalli, Montini. E dopo Montini… la leggenda ha dimostrato di essere tale.
Dunque Tettamanzi, uscito sconfitto dal conclave, “rivive” in qualche modo a Roma nei tanti milanesi presenti. Lui, che alla Cei veniva chiamato “occhi-di-ghiaccio” per quel guardare fisso senza espressione l’interlocutore che gli rivolgeva richieste giudicate inopportune, potrebbe trovare nei tanti meneghini approdati a Roma una nuova capacità d’espressione e di presenza. Insomma, un po’ come i frutti del suo albero.
E in vista di un futuro conclave un ruolo importante potrebbe giocarlo, oltre a Ravasi, anche Coccopalmerio, da poco presidente del pontificio consiglio per i Testi Legislativi. Ma che lui e Ravasi diventino (magari nel prossimo concistoro) cardinali, è cosa ardua. Il papa ha infatti sempre sostenuto fin da quando era cardinale che sarebbe meglio concedere la berretta rossa soltanto a quei monsignori che guidano le nove congregazioni vaticane, al segretario di Stato e ai responsabili del tribunale della Segnatura Apostolica e della Penitenzeria e non a chi guida dicasteri minori. Ma, si sa, Milàn l’è un gran Milàn e il futuro potrebbe ancora dimostrarlo.

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