La prima volta domenica scorsa, nella visita pastorale a Velletri, la diocesi che fu sua sede titolare quando era cardinale. L’ultima l’altro ieri, nel corso dell’udienza generale del mercoledì.
Due affondi importanti, quelli di Ratzinger, dedicati al tema dell’equa distribuzione dei beni, una logica da contrapporre (o meglio, da ordinare del giusto modo) a quella del mero profitto.
Due affondi letti dalla stampa in modo spicciolo, superficialmente come volontà del pontefice di dire no «agli eccessi del capitalismo» o addirittura di «sterzare a sinistra».
Eppure, al di là delle visioni parziali di un pontefice che parla da destra o da sinistra, il messaggio di Ratzinger in merito è semplice ed è lo stesso che con ogni probabilità egli inserirà all’interno della sua seconda enciclica dedicata alla globalizzazione e ai temi sociali, un’enciclica che, secondo alcune indiscrezioni raccolte, sarebbe in stato avanzato e addirittura potrebbe uscire in occasione dei 41 anni della Populorum Progressio (il 26 marzo 2008), l’enciclica a firma papa Montini (l’altro ieri Ratzinger ha celebrato con un concerto a Castelgandolfo i 110 anni dalla sua nascita) dedicata – appunto – al tema dello sviluppo dei popoli.
È da prima delle vacanze trascorse a Lorenzago di Cadore che Benedetto XVI si sta dedicando, oltre che alla stesura della seconda parte del libro su Gesù, anche a questa seconda lettera enciclica (potrebbe essere definita la prima se è vero, come è vero, che la Deus caritas est è frutto di un lavoro che il pontificio consiglio Cor Unum già aveva iniziato a elaborare dietro richiesta di Giovanni Paolo II). Un’enciclica, questa seconda, ratzingeriana non solo nei testi ma anche nella genesi e che pare abbia ricevuto anche un contributo dal pontificio consiglio Iustitia et Pax governato dal cardinale Renato Raffaele Martino. Del resto era stato proprio Martino, intervenendo il 4 giugno scorso alla seduta inaugurale della 18° Assemblea Generale della Caritas Internationalis, a definire i paragrafi dal 19 al 29 della prima enciclica di Ratzinger «come una piccola enciclica sociale», lasciando dunque intuire che, probabilmente, anche l’intera struttura della seconda enciclica avrebbe potuto attingere proprio da questi paragrafi.
L’altro ieri il papa, nel corso dell’udienza generale e domenica scorsa a Velletri, ha di fatto anticipato il nodo centrale del suo pensiero: va bene il profitto – ci mancherebbe – ma non se questo è «il criterio ultimo dell’agire», se cioè viene ricercato senza poi tradurlo in condivisione e solidarietà.
Quella del pontefice, dunque, è una denuncia della globalizzazione intesa come fenomeno innanzitutto economico: è ingiusto fare i soldi a discapito dei poveri, degli ultimi e, insieme, è inutile aiutare gli ultimi dimenticandosi di Cristo perché il risultato di una tale azione è il male più profondo insito nelle ideologie del secolo passato. Lo diceva del resto anche san Paolo (e lo ha detto domenica Benedetto XVI a Velletri): «La generosità si esprime in un amore sincero per tutti e si manifesta nella preghiera». Cioè a dire, il primo bisogno dell’uomo (l’uomo oggetto della carità degli altri uomini) è la preghiera e dunque la richiesta della presenza di Cristo.
Ieri, non a caso, Benedetto XVI ha citato san Giovanni Crisostomo come «esempio per chi amministra la città». È da Crisostomo, infatti, e più in generale dai padri della Chiesa (domenica a Velletri il papa ha parlato di sant’Agostino che esortava alla condivisione «con i fratelli delle ricchezze») che Ratzinger attinge l’idea della sostanziale falsità di un cristianesimo slegato dall’amore, e dunque di una fede senza solidarietà e condivisione.
Parlando del vescovo di Costantinopoli definito come «uno dei padri della dottrina sociale della Chiesa», Benedetto XVI ha ricordato come sia anche oggi necessario proporre «un nuovo ideale di città» in cui, a differenza della polis greca, nessuno strato della popolazione sia escluso dai diritti della cittadinanza.
Insomma, se con la Deus caritas est Ratzinger “sbugiardava” le teorie moderniste intorno all’amore proprie di Eros e Agape – scritto del 1930 del teologo luterano svedese Anders Nygren (1890-1978) – e di L’Amore e l’Occidente – scritto del 1939 dell’intellettuale svizzero-francese Denis De Rougemont (1906-1985) – con questa seconda enciclica è sempre contro un male proprio della modernità che egli intende andare, laddove questa si rende promotrice di una globalizzazione troppo sbilanciata in favore del guadagno e del profitto e dunque a discapito dei poveri, oppure di una sorta di “contro-globalizzazione” dove a vincere non è l’amore per gli ultimi nel nome di Cristo ma un indistinto umanesimo.
Sono temi che Wojtyla aveva già affrontato nel 1991 con la Centesimus Annus e, prima, con la Laborem exercens (1981) e la Sollicitudo rei socialis (1987). Ma a 17 anni di distanza le cose sono di molto cambiate e una nuova riflessione è maturata. E il 26 marzo, traduzioni dal tedesco permettendo, è il giusto anniversario per l’uscita.
Come visse e morì Albino Luciani
Consiglio a tutti di leggere sul sito di don Orione il racconto che don Diego Lorenzi, orionino, segretario particolare di Giovanni Paolo I, fa di Albino Luciani, prima patriarca di Venezia e poi papa.
Ieri era l’anniversario della morte di Albino Luciani e, a 29 anni di distanza, è commovente leggere che il papa del sorriso più volte disse esplicitamente: “A volte domando al Signore che mi porti con sé”.
Come una richiesta di poter morire presto per presto poter andare in cielo.
