Il profitto del papa non è di destra né di sinistra
28 settembre 2007 -
La prima volta domenica scorsa, nella visita pastorale a Velletri, la diocesi che fu sua sede titolare quando era cardinale. L’ultima l’altro ieri, nel corso dell’udienza generale del mercoledì.
Due affondi importanti, quelli di Ratzinger, dedicati al tema dell’equa distribuzione dei beni, una logica da contrapporre (o meglio, da ordinare del giusto modo) a quella del mero profitto.
Due affondi letti dalla stampa in modo spicciolo, superficialmente come volontà del pontefice di dire no «agli eccessi del capitalismo» o addirittura di «sterzare a sinistra».
Eppure, al di là delle visioni parziali di un pontefice che parla da destra o da sinistra, il messaggio di Ratzinger in merito è semplice ed è lo stesso che con ogni probabilità egli inserirà all’interno della sua seconda enciclica dedicata alla globalizzazione e ai temi sociali, un’enciclica che, secondo alcune indiscrezioni raccolte, sarebbe in stato avanzato e addirittura potrebbe uscire in occasione dei 41 anni della Populorum Progressio (il 26 marzo 2008), l’enciclica a firma papa Montini (l’altro ieri Ratzinger ha celebrato con un concerto a Castelgandolfo i 110 anni dalla sua nascita) dedicata – appunto – al tema dello sviluppo dei popoli.
È da prima delle vacanze trascorse a Lorenzago di Cadore che Benedetto XVI si sta dedicando, oltre che alla stesura della seconda parte del libro su Gesù, anche a questa seconda lettera enciclica (potrebbe essere definita la prima se è vero, come è vero, che la Deus caritas est è frutto di un lavoro che il pontificio consiglio Cor Unum già aveva iniziato a elaborare dietro richiesta di Giovanni Paolo II). Un’enciclica, questa seconda, ratzingeriana non solo nei testi ma anche nella genesi e che pare abbia ricevuto anche un contributo dal pontificio consiglio Iustitia et Pax governato dal cardinale Renato Raffaele Martino. Del resto era stato proprio Martino, intervenendo il 4 giugno scorso alla seduta inaugurale della 18° Assemblea Generale della Caritas Internationalis, a definire i paragrafi dal 19 al 29 della prima enciclica di Ratzinger «come una piccola enciclica sociale», lasciando dunque intuire che, probabilmente, anche l’intera struttura della seconda enciclica avrebbe potuto attingere proprio da questi paragrafi.
L’altro ieri il papa, nel corso dell’udienza generale e domenica scorsa a Velletri, ha di fatto anticipato il nodo centrale del suo pensiero: va bene il profitto – ci mancherebbe – ma non se questo è «il criterio ultimo dell’agire», se cioè viene ricercato senza poi tradurlo in condivisione e solidarietà.
Quella del pontefice, dunque, è una denuncia della globalizzazione intesa come fenomeno innanzitutto economico: è ingiusto fare i soldi a discapito dei poveri, degli ultimi e, insieme, è inutile aiutare gli ultimi dimenticandosi di Cristo perché il risultato di una tale azione è il male più profondo insito nelle ideologie del secolo passato. Lo diceva del resto anche san Paolo (e lo ha detto domenica Benedetto XVI a Velletri): «La generosità si esprime in un amore sincero per tutti e si manifesta nella preghiera». Cioè a dire, il primo bisogno dell’uomo (l’uomo oggetto della carità degli altri uomini) è la preghiera e dunque la richiesta della presenza di Cristo.
Ieri, non a caso, Benedetto XVI ha citato san Giovanni Crisostomo come «esempio per chi amministra la città». È da Crisostomo, infatti, e più in generale dai padri della Chiesa (domenica a Velletri il papa ha parlato di sant’Agostino che esortava alla condivisione «con i fratelli delle ricchezze») che Ratzinger attinge l’idea della sostanziale falsità di un cristianesimo slegato dall’amore, e dunque di una fede senza solidarietà e condivisione.
Parlando del vescovo di Costantinopoli definito come «uno dei padri della dottrina sociale della Chiesa», Benedetto XVI ha ricordato come sia anche oggi necessario proporre «un nuovo ideale di città» in cui, a differenza della polis greca, nessuno strato della popolazione sia escluso dai diritti della cittadinanza.
Insomma, se con la Deus caritas est Ratzinger “sbugiardava” le teorie moderniste intorno all’amore proprie di Eros e Agape – scritto del 1930 del teologo luterano svedese Anders Nygren (1890-1978) – e di L’Amore e l’Occidente – scritto del 1939 dell’intellettuale svizzero-francese Denis De Rougemont (1906-1985) – con questa seconda enciclica è sempre contro un male proprio della modernità che egli intende andare, laddove questa si rende promotrice di una globalizzazione troppo sbilanciata in favore del guadagno e del profitto e dunque a discapito dei poveri, oppure di una sorta di “contro-globalizzazione” dove a vincere non è l’amore per gli ultimi nel nome di Cristo ma un indistinto umanesimo.
Sono temi che Wojtyla aveva già affrontato nel 1991 con la Centesimus Annus e, prima, con la Laborem exercens (1981) e la Sollicitudo rei socialis (1987). Ma a 17 anni di distanza le cose sono di molto cambiate e una nuova riflessione è maturata. E il 26 marzo, traduzioni dal tedesco permettendo, è il giusto anniversario per l’uscita.
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Come visse e morì Albino Luciani
28 settembre 2007 -
Consiglio a tutti di leggere sul sito di don Orione il racconto che don Diego Lorenzi, orionino, segretario particolare di Giovanni Paolo I, fa di Albino Luciani, prima patriarca di Venezia e poi papa.
Ieri era l’anniversario della morte di Albino Luciani e, a 29 anni di distanza, è commovente leggere che il papa del sorriso più volte disse esplicitamente: “A volte domando al Signore che mi porti con sé”.
Come una richiesta di poter morire presto per presto poter andare in cielo.
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Il profitto del papa non è di destra né di sinistra
28 settembre 2007 -
La prima volta domenica scorsa, nella visita pastorale a Velletri, la diocesi che fu sua sede titolare quando era cardinale. L’ultima l’altro ieri, nel corso dell’udienza generale del mercoledì.
Due affondi importanti, quelli di Ratzinger, dedicati al tema dell’equa distribuzione dei beni, una logica da contrapporre (o meglio, da ordinare del giusto modo) a quella del mero profitto.
Due affondi letti dalla stampa in modo spicciolo, superficialmente come volontà del pontefice di dire no «agli eccessi del capitalismo» o addirittura di «sterzare a sinistra».
Eppure, al di là delle visioni parziali di un pontefice che parla da destra o da sinistra, il messaggio di Ratzinger in merito è semplice ed è lo stesso che con ogni probabilità egli inserirà all’interno della sua seconda enciclica dedicata alla globalizzazione e ai temi sociali, un’enciclica che, secondo alcune indiscrezioni raccolte, sarebbe in stato avanzato e addirittura potrebbe uscire in occasione dei 41 anni della Populorum Progressio (il 26 marzo 2008), l’enciclica a firma papa Montini (l’altro ieri Ratzinger ha celebrato con un concerto a Castelgandolfo i 110 anni dalla sua nascita) dedicata – appunto – al tema dello sviluppo dei popoli.
È da prima delle vacanze trascorse a Lorenzago di Cadore che Benedetto XVI si sta dedicando, oltre che alla stesura della seconda parte del libro su Gesù, anche a questa seconda lettera enciclica (potrebbe essere definita la prima se è vero, come è vero, che la Deus caritas est è frutto di un lavoro che il pontificio consiglio Cor Unum già aveva iniziato a elaborare dietro richiesta di Giovanni Paolo II). Un’enciclica, questa seconda, ratzingeriana non solo nei testi ma anche nella genesi e che pare abbia ricevuto anche un contributo dal pontificio consiglio Iustitia et Pax governato dal cardinale Renato Raffaele Martino. Del resto era stato proprio Martino, intervenendo il 4 giugno scorso alla seduta inaugurale della 18° Assemblea Generale della Caritas Internationalis, a definire i paragrafi dal 19 al 29 della prima enciclica di Ratzinger «come una piccola enciclica sociale», lasciando dunque intuire che, probabilmente, anche l’intera struttura della seconda enciclica avrebbe potuto attingere proprio da questi paragrafi.
L’altro ieri il papa, nel corso dell’udienza generale e domenica scorsa a Velletri, ha di fatto anticipato il nodo centrale del suo pensiero: va bene il profitto – ci mancherebbe – ma non se questo è «il criterio ultimo dell’agire», se cioè viene ricercato senza poi tradurlo in condivisione e solidarietà.
Quella del pontefice, dunque, è una denuncia della globalizzazione intesa come fenomeno innanzitutto economico: è ingiusto fare i soldi a discapito dei poveri, degli ultimi e, insieme, è inutile aiutare gli ultimi dimenticandosi di Cristo perché il risultato di una tale azione è il male più profondo insito nelle ideologie del secolo passato. Lo diceva del resto anche san Paolo (e lo ha detto domenica Benedetto XVI a Velletri): «La generosità si esprime in un amore sincero per tutti e si manifesta nella preghiera». Cioè a dire, il primo bisogno dell’uomo (l’uomo oggetto della carità degli altri uomini) è la preghiera e dunque la richiesta della presenza di Cristo.
Ieri, non a caso, Benedetto XVI ha citato san Giovanni Crisostomo come «esempio per chi amministra la città». È da Crisostomo, infatti, e più in generale dai padri della Chiesa (domenica a Velletri il papa ha parlato di sant’Agostino che esortava alla condivisione «con i fratelli delle ricchezze») che Ratzinger attinge l’idea della sostanziale falsità di un cristianesimo slegato dall’amore, e dunque di una fede senza solidarietà e condivisione.
Parlando del vescovo di Costantinopoli definito come «uno dei padri della dottrina sociale della Chiesa», Benedetto XVI ha ricordato come sia anche oggi necessario proporre «un nuovo ideale di città» in cui, a differenza della polis greca, nessuno strato della popolazione sia escluso dai diritti della cittadinanza.
Insomma, se con la Deus caritas est Ratzinger “sbugiardava” le teorie moderniste intorno all’amore proprie di Eros e Agape – scritto del 1930 del teologo luterano svedese Anders Nygren (1890-1978) – e di L’Amore e l’Occidente – scritto del 1939 dell’intellettuale svizzero-francese Denis De Rougemont (1906-1985) – con questa seconda enciclica è sempre contro un male proprio della modernità che egli intende andare, laddove questa si rende promotrice di una globalizzazione troppo sbilanciata in favore del guadagno e del profitto e dunque a discapito dei poveri, oppure di una sorta di “contro-globalizzazione” dove a vincere non è l’amore per gli ultimi nel nome di Cristo ma un indistinto umanesimo.
Sono temi che Wojtyla aveva già affrontato nel 1991 con la Centesimus Annus e, prima, con la Laborem exercens (1981) e la Sollicitudo rei socialis (1987). Ma a 17 anni di distanza le cose sono di molto cambiate e una nuova riflessione è maturata. E il 26 marzo, traduzioni dal tedesco permettendo, è il giusto anniversario per l’uscita.
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Betori, Grillo e Romano Prodi
27 settembre 2007 -
C’è un’altra frase molto interessante detta da Betori lo scorso martedì alla conferenza stampa sui lavori del consiglio permanente della Cei e riguarda Beppe Grillo: «I vescovi – ha detto il segretario generale della Cei – non sentono di dover cavalcare l’onda di antipolitica».
Anche io, francamente, non me la sento e anzi ritengo che il successo di Grillo (almeno quello che ha sui giornali) sia un segnale preoccupante di come soltanto chi demolisce fregandosene di costruire abbia audience in questo paese.
Insomma, ci confermiamo un popolo di scansafatiche capace solo di andare dietro all’ultimo giullare e dunque incurante di responsabilizzarsi (ognuno nel suo piccolo) per il bene di tutti.
In questo senso concordo con quanto qualche giorno fa ha detto Romano Prodi a Porta a Porta parlando di Grillo e cioè che a distruggere si fa presto ma altra cosa è avere a che fare con la durezza del costruire.
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Chi esce e chi non esce dalla linea della Cei
26 settembre 2007 -
«Se un vescovo rifiuta di applicare il motu proprio esce dalla linea della Cei».
Così Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, ieri durante la conferenza stampa conclusiva dei lavori del consiglio permanente.
Mi è sembrata una delle frasi più significative che ha detto.
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Il giorno di Vian
26 settembre 2007 -
È sabato il giorno della nomina di Gian Maria Vian (52 anni, docente di patristica a La Sapienza di Roma) alla guida dell’Osservatore Romano al posto di Mario Agnes.
Da lui il segretario di Stato Tarcisio Bertone si aspetta uno svecchiamento del giornale insieme ad approfondimenti sulla vita della Chiesa da tutto il mondo.
Con l’occhio di Roma si chiede a Vian di guardare lontano, oltre la cronaca delle omelie dei presuli di curia.
Agnes seguirà da direttore dell’Osservatore ancora il viaggio del papa a Napoli (il 21 ottobre).
La stessa sorte che tocca anche al cerimoniere papale Piero Marini il quale, soltanto dopo Napoli, lascerà il proprio posto a un altro Marini, Guido, fino a oggi cancelliere dell’arcidiocesi di Genova e cerimoniere di Bagnasco.
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Con Ravasi sono undici, l’è un gran Milàn in Vaticano
25 settembre 2007 -
Che Milàn l’è un gran Milàn lo dicono nella città meneghina e in pochi, fuori la cerchia dei Navigli, se ne curano.
Eppure, nei giorni scorsi, se ne è avuto un ottimo assaggio presso la sede dell’università dei legionari di Cristo a Roma dove, al consueto e annuale incontro di aggiornamento organizzato dalla congregazione per i Vescovi per coloro che hanno ricevuto l’ordinazione episcopale recentemente, è stato chiamato a tenere una lezione nientemeno che il milanesissimo monsignor Gianfranco Ravasi, da poco nominato responsabile ultimo di tutta la cultura vaticana ma che vescovo ancora non è, almeno fino al prossimo sabato.
È soltanto in quel giorno, infatti, che la grandeur milanese (consacrazione di Ravasi inclusa) entrerà in modo ancora più importante in Vaticano e la cosa, viste le proporzioni che va assumendo, merita d’essere rilevata.
Già, perché se Benedetto XVI è stato finora il pontefice che ha avuto il coraggio di portare uno statunitense, un indiano e un brasiliano a capo di tre fra i più importanti ministeri della curia romana – Levada, Dias e Hummes sono arrivati all’ex sant’Uffizio, a Propaganda e al Clero -, egli è anche il papa che, nonostante la cospicua presenza di milanesi appartenenti al collegio cardinalizio (Biffi, Nicora, Scola, Saldarini e Tettamanzi) e presenti in curia (Caccia, Coccopalmerio, Pasini, e Viganò), ha deciso, come detto, di far arrivare in Santa Sede per affidargli in toto il dicastero della Cultura quel Ravasi che, nelle idee di coloro che tanto ne hanno parlato bene a Ratzinger, dovrebbe nella sostanza rilevare il ruolo di “profeta della parola” che fu negli anni scorsi dell’iper telegenico cardinale Ersilio Tonini.
E sarà sabato – al di là dell’anticipazione di questo weekend – il suo grande giorno (di Ravasi) e, insieme, quello della consacrazione episcopale di un altro milanese (con loro due fanno undici, come una squadra di calcio pronta per esordire in Clericus Cup, i cardinali provenienti dalla diocesi lombarda sommati ai presuli di curia), quel Vincenzo Di Mauro (persona pastorale e di buon senso) che da pochi giorni è il neo segretario della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede.
Ratzinger, quindi, interromperà per una mattina l’esilio di Castelgandolfo (farà ritorno a Roma soltanto il successivo mercoledì) e nella basilica vaticana celebrerà con rito romano (quello del post Concilio, della riforma liturgica di Paolo VI del 1970) la messa per le ordinazioni. E anche se qualcuno oltre il Tevere paventava (un po’ scherzando e un po’ no) che egli avrebbe potuto decidere di celebrare col rito ambrosiano (in onore ai due milanesi presenti fra gli altri), tutto dovrebbe avvenire come al solito e, anzi – era questo un altro rischio che serpeggiava tra le parole dei maligni che risiedono entro le mura vaticane – non sarà questa la prima celebrazione pubblica del pontefice con il rito antico (quello di san Pio V mai abolito ma caduto in disuso dopo il Concilio) perché – dicono sempre i maligni – con così tanti milanesi presenti in basilica il responsabile della diocesi meneghina (Tettamanzi) potrebbe offendersi visto che lui, più di altri vescovi, ha posto il divieto alla reintroduzione dell’antico rito in diocesi, facendo sue, in questo senso, le esplicite richieste avanzate sul Sole di qualche settimana fa dall’emerito milanese Carlo Maria Martini.
Dunque un bel peso, quello dei milanesi. E se, con questi, Scola, Biffi e Saldarini hanno da condividere soltanto la città d’origine, per gli altri il discorso è diverso. Su di loro veglia, anche in vista di un futuro conclave, il cardinale Tettamanzi il quale, divenuto anti-martiniano ai tempi in cui ricopriva il ruolo di sottosegretario nella Cei, è poi tornato sui suoi passi una volta a Genova e a Milano da dove, addirittura, c’era chi, dopo Wojtyla, ipotizzava potesse salire al soglio di Pietro. Se così fosse stato egli avrebbe in qualche modo avverato quella leggenda (Luciani e Wojtyla sono ritenute due eccezioni) nata dopo papa Giovanni e che voleva un pontefice piccolo e grassottello succederne a uno più longilineo e austero: dopo Pacelli ecco Roncalli. Dopo Roncalli, Montini. E dopo Montini… la leggenda ha dimostrato di essere tale.
Dunque Tettamanzi, uscito sconfitto dal conclave, “rivive” in qualche modo a Roma nei tanti milanesi presenti. Lui, che alla Cei veniva chiamato “occhi-di-ghiaccio” per quel guardare fisso senza espressione l’interlocutore che gli rivolgeva richieste giudicate inopportune, potrebbe trovare nei tanti meneghini approdati a Roma una nuova capacità d’espressione e di presenza. Insomma, un po’ come i frutti del suo albero.
E in vista di un futuro conclave un ruolo importante potrebbe giocarlo, oltre a Ravasi, anche Coccopalmerio, da poco presidente del pontificio consiglio per i Testi Legislativi. Ma che lui e Ravasi diventino (magari nel prossimo concistoro) cardinali, è cosa ardua. Il papa ha infatti sempre sostenuto fin da quando era cardinale che sarebbe meglio concedere la berretta rossa soltanto a quei monsignori che guidano le nove congregazioni vaticane, al segretario di Stato e ai responsabili del tribunale della Segnatura Apostolica e della Penitenzeria e non a chi guida dicasteri minori. Ma, si sa, Milàn l’è un gran Milàn e il futuro potrebbe ancora dimostrarlo.
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Sul Motu Proprio il solito fastidioso (e voluto) equivoco
22 settembre 2007 -
Non so se avete letto il singolare articolo apparso oggi (sabato 22 settembre) sul Corriere a firma Alberto Melloni dal titolo “Ma il Motu Proprio resta a bagno maria”.
Io l’ho letto e, con dispiacere, ho dovuto rilevare il solito voluto equivoco: il Motu Proprio, secondo Melloni, farebbe contenti soltanto i tradizionalisti (Melloni parla di «entusiasmo tradizionalista»).
Ma andiamo con ordine: lasciando stare la follia sostenuta da Melloni secondo il quale il fatto che gli Acta Apostolicae Sedis non abbiano ancora pubblicato il Motu Proprio (è uscito solo su vatican.va) significherebbe che il Vaticano intenda congelarlo (tenerlo a bagno maria) perché come hanno sostenuto anche Carlo Ossola, Carlo Maria Martini e Manlio Sodi crea più problemi di quanti non ne risolva, la cosa veramente inspiegabile è quel voler continuare a sostenere che il Motu Proprio è un regalo fatto ai tradizionalisti.
Come può essere un regalo ai tradizionalisti la liberalizzazione di un messale mai abolito?
Come può contentare solo dei tradizionalisti un messale che appartiene alla storia di tutta la Chiesa?
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Sulla via per Fatima, Socci è fermato dalle guardie svizzere
22 settembre 2007 -
Alla fine lo Straniero (Antonio Socci) è entrato ieri sera in territorio “nemico” (in Vaticano) e ha gentilmente chiesto, prima che iniziasse l’incontro di presentazione dell’ultimo libro del segretario di Stato, Tarcisio Bertone, dedicato alle apparizioni di Fatima, di poter porgere una sola domanda al porporato alla quale egli avrebbe potuto rispondere anche soltanto con un sì o con un no.
La domanda doveva essere la seguente: «Eminenza, lei è pronto a giurare sul Vangelo che alla famosa frase della Madonna contenuta nel terzo segreto di Fatima reso noto dal Vaticano nel 2000 (“In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede etc”, disse la Madonna) non segua nient’altro?».
Se Bertone avesse risposto di no, Socci avrebbe vinto la sua partita tesa a dimostrare che in realtà esiste un prosieguo al terzo segreto così come che tutti lo conoscono.
Se avesse detto di sì, lo Straniero avrebbe giocato un’altra carta e cioè avrebbe fatto ascoltare la registrazione autentica che monsignor Capovilla, ex segretario di Giovanni XXIII, rilasciò a uno studioso di Fatima, Solideo Paolini, nella quale egli dichiarava che sì, «oltre alla quattro paginette, c’era anche qualcos’altro, un allegato, sì». In sostanza la prosecuzione del terzo segreto nella quale si profetizzava l’apostasia della Chiesa.
Ieri sera Capovilla è intervenuto, lui sì, alla presentazione del libro con un’intervista registrata e, oltre a difendere la tesi di Bertone, ha anche ammesso – ed è questa una cosa singolare e mai uscita prima – che papa Montini lesse il messaggio due volte, una prima nel ’63, una seconda nel ’65.
Un’ammissione che suona come un autogol per lo stesso Vaticano secondo il quale, invece, il segreto sarebbe stato letto dal papa soltanto nel ’65.
Una contraddizione inspiegabile e che dimostra che in realtà nel ’63 e nel ’65 il papa lesse due testi differenti, perché il primo per ammissione dello stesso Capovilla era custodito nella sua stessa stanza, il secondo nell’ex Sant’Uffizio.
E dunque, il terzo segreto, non sarebbe stato scritto su un foglio solo.
Insomma un bel casino che, non per colpa di Socci, ieri sera ha vissuto un ulteriore e inatteso episodio. Ecco come sono andate le cose: lo Straniero, visto che non poteva rivolgere a Bertone le sue domande durante la conferenza, ha aspettato l’arrivo del cardinale fuori dalla porta della sala. Bertone, però, è stato fatto entrare da un ingresso secondario e così Socci non lo ha potuto incontrare. Preso atto che «la Chiesa del dialogo – sono parole di Socci – è divenuta Chiesa del monologo», lo Straniero si è fermato fuori alla sala per dire civilmente la sua ai pochi giornalisti presenti. Avvicinato dalla gendarmeria vaticana, però, gli è stato chiesto, senza motivo, di allontanarsi. Lui ha reagito male e poco ci è mancato che lo trascinassero fuori dal Vaticano con la forza.
Un brutto episodio per l’ultimo – ieri anche Vittorio Messori ha detto che non può aderire al delirio dei visionari perché non crede che i vertici della Chiesa arrivino a manipolare i fatti -, solitario difensore della tesi di un segreto sempre più misterioso.
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Inciso su Pezzi e Socci
21 settembre 2007 -
Come ho scritto questa mattina, Paolo Pezzi è appena stato nominato arcivescovo metropolita di Mosca mentre Antonio Socci (sentito per telefono) ha confermato che stasera ci sarà. A meno che qualcuno dai sacri palazzi non lo chiami…
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