La messa in latino semina il panico tra i sacerdoti

Panico. Probabilmente è questo lo stato d’animo che vivono molti sacerdoti nel mondo di fronte al fatto che dal prossimo 14 settembre dovranno rispondere affermativamente alle richieste dei fedeli che, ai sensi del motu proprio Summorum Pontificum firmato papa Ratzinger, chiederanno che venga loro celebrata la messa in latino secondo la liturgia tridentina.
Panico, per vari motivi: il latino è una lingua oggi sconosciuta anche alla maggioranza dei chierici; le rubriche dell’antico rito pure; i paramenti “antichi” sono nella maggioranza dei casi andati persi, come andati persi (o forse venduti chissà perché e chissà a chi) sono gli arredi sacri adibiti alle funzioni tridentine; gli altari e i presbiteri non si trovano più nella posizione adattata per celebrare verso Oriente e pure il canto e la musica sacra, propri del rito tridentino, sono oramai caduti nel dimenticatoio.
Pietro Siffi, presidente dell’Archivum Liturgicum (è l’unico sito web che raccoglie tutti i testi dei libri liturgici del rito romano precedenti alla riforma conciliare), è a suo modo “impietoso” quando va ad analizzare per il Riformista tutte le ragioni tecniche e logistiche che potrebbero non permettere al Summorum Pontificum di essere messo in pratica.
«Nel rito tridentino – spiega – il latino è obbligatorio, nella forma e nella pronuncia romana trasmessa dalla Chiesa. La sua conoscenza è indispensabile per chi voglia celebrare, dal momento che è richiesta la piena intelligenza dei testi. Per questo motivo il sacerdote che desidera accostarsi al rito tridentino dovrà possedere una buon padronanza della lingua: cosa non scontata, visto che oggi nei seminari vengono ammessi candidati che non hanno necessariamente studiato il latino, e che spesso non vengono tenuti corsi di lingua latina prima dell’ammissione agli ordini».
Dalla lingua alle rubriche: «Le rubriche sono le norme che la Chiesa imparte per la celebrazione dei riti. Esse traggono il proprio nome dal fatto di essere comunemente stampate in rosso, a differenza del testo del rito stesso che nei libri liturgici è in caratteri neri. Se nel nuovo rito il rispetto delle rubriche è comunemente considerato – a torto – quasi opzionale, nel rito tridentino esse hanno un valore vincolante e devono essere seguite scrupolosamente. Nessun arbitrio può essere ammesso, e l’improvvisazione è sempre da evitare. Ecco perché la celebrazione dovrà essere preventivamente studiata, imparata ed eventualmente provata… Ma alcune cerimonie potranno apparire al celebrante di difficile memorizzazione: inchini, genuflessioni, segni di croce, movimenti, tutto dovrà essere naturale, rifuggendo la sciatteria o l’affettazione. Cosa che per un sacerdote abituato al Novus Ordo è oggettivamente difficile: deve cambiare mentalità, pensare di essere un ministro di Dio che agisce in persona Christi e non il presidente di un’assemblea preposto all’animazione di uno specifico gruppo di fedeli».
Poi i paramenti: «Il postconcilio e la retorica iconoclasta degli ideologi della rottura con il passato hanno fornito le basi a molti ecclesiastici per la vendita degli arredi sacri e dei paramenti agli antiquari, quando non la loro distruzione. E quest’opera di svuotamento delle sacrestie è stata portata avanti soprattutto per rendere di fatto irreversibile l’applicazione della riforma liturgica. Oggi dovremmo chiederci dove sono finite centinaia, migliaia di paramenti preziosi – tutelati dalle soprintendenze – e perchè per decenni si sia finto di non sapere che tutti gli antiquari hanno lucrato sul commercio illegale di arredi sacri. Il sacerdote che vuole dire la messa tridentina, dovrà dotarsi di questi paramenti. Non potrà utilizzare le casule moderne ma pianete confezionate in materiali naturali: niente stoffe sintetiche, niente lurex, niente tessuti multicolori».
Quanto agli arredi sacri, «nelle chiese moderne, l’arte e il decoro hanno sovente ceduto il posto allo squallore o alla stravaganza: candelieri tozzi e di metallo non nobile; croci in cui a fatica si riconosce la figura del Salvatore; tabernacoli che nella migliore delle ipotesi sembrano degli armadietti del pronto soccorso; ostensori indegni di accogliervi il Santissimo Sacramento, calici in terracotta che paiono boccali da osteria. Tutte cose che nemmeno la liturgia riformata prevedeva, ma che la disobbedienza di molti ha costretto a tollerare. Parallelamente, le chiese sono state svuotate di gran parte degli arredi sacri propri del rito tradizionale: croci, candelieri, cartegloria, paliotti, conopei, reliquiari, baldacchini, turiboli, navicelle, aspersori. Alcune di queste cose sono fortunatamente ancora nelle soffitte delle chiese, altre nei musei diocesani: sarà perciò necessario ridare la precedenza alla funzione cultuale di queste suppellettili, riportandole su quegli altari da cui erano state rimosse per un frainteso pauperismo. Anche in questo caso la celebrazione del rito tridentino impone norme ben precise. Per la Messa servirà un calice di forma tradizionale, in argento e con la coppa dorata; dovrà essere utilizzata la patena al posto della ciotola in cui oggi si mettono le particole per i fedeli; il tabernacolo dovrà avere la collocazione e la forma di un tempo e dovrà essere coperto dal conopeo; dovranno essere riutilizzate le cartegloria, le prime vittime della riforma, vendute come cornici o specchi. Sull’altare dovranno essere collocati i sei candelieri e la croce, che oggi è posta su un lato o confinata dietro al celebrante».
Un grande problema è anche l’altare: «Dove non c’è un altare tradizionale sarà praticamente impossibile poter celebrare la messa di San Pio V, perché la posizione del sacerdote all’oriente liturgico è obbligatoria: ad eccezione delle antiche basiliche in cui l’Oriente coincide con il sacerdote rivolto al popolo, tutte le altre chiese sono state pensate per la celebrazione di spalle. Di sicuro durante le funzioni nel rito straordinario si dovrà rimuovere l’altare posticcio e usare quello antico, debitamente preparato».
Dall’altare al presbiterio: «La celebrazione del rito tridentino in un presbiterio costruito secondo le nuove norme risulterà molto difficoltosa: si dovrà rimuovere ove possibile l’ambone e la sede del celebrante dovrà rispondere alle rubriche: niente sedili di pietra se non per la cattedra del vescovo, ma semplici sgabelli senza dossale e senza braccioli. Il tabernacolo andrà collocato sull’altare o dovrà essere rimosso. Se la posizione lo consente, all’altare si dovrà celebrare verso l’Oriente e non verso il popolo».
Da ultimo il canto e la musica sacra: «Anzitutto dimentichiamo chitarre e strumenti profani: nel rito tridentino la musica sacra è a voce secca o accompagnata dal suono dell’organo. I ritmi tribali o da balera sono assolutamente proibiti, così come è proibito il canto in lingua volgare durante le celebrazioni. A differenza del Novus Ordo, nella liturgia romana i canti hanno una funzione eminentemente liturgica – sono essi stessi dei sacramentali – e fanno parte integrante del rito: si dovrà quindi dare grande spazio al gregoriano, formando una schola cantorum in grado di eseguire le parti del Proprio e dell’Ordinario tanto della Messa quanto dei Vespri e delle altre Ore canoniche, se vengono cantate. I fedeli in gran parte ricordano ancora alcune parti dell’Ordinario, come le risposte al celebrante, il Credo e le Messe più comuni: la Cum jubilo, la De Angelis e quasi tutto l’ufficio dei defunti. Ai giovani sarà necessario insegnare quasi tutto, perchè negli ultimi trent’anni il gregoriano è stato bandito dalle parrocchie. Questa potrebbe essere anche un’opportunità per estendere l’apprendimento ad altre Messe, – la Messa XI, Orbis factor – e quella per le domeniche di Avvento e Quaresima – la Messa XVII – che sono particolarmente belle. Si potranno anche eseguire Messe in polifonia: le cattedrali non dovrebbero avere problemi, e nelle parrocchie si riproporrà probabilmente il repertorio di Perosi, relativamente semplice. Anzi, le prove dei cantori saranno occasione per stringere i legami di amicizia e di fraternità tra i fedeli della comunità parrocchiale, come avveniva un tempo. Anche l’organista dovrà essere preparato per accompagnare decorosamente il canto, interludiare nei momenti di passaggio tra un pezzo e l’altro e suonare nei momenti in cui è permesso. Alla semplice esecuzione delle parti specifiche, sarà da affiancare una certa abilità nell’improvvisare e nel saper rimodulare “al volo” l’intonazione del celebrante».


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Sbatti don Gelmini in prima pagina

«Inchiesta della procura di Terni. Don Gelmini accusato di molestie sessuali».
Questo il titolo ieri della spalla di prima della Stampa. Sotto una grande foto del sacerdote antidroga: abiti liturgici bianchi, occhiali da sole, una grande croce sopra una stola giallo oro. Il viso è sorridente, serafico, un viso dietro al quale risulta difficile, a prima vista, scorgere quello di un mostro.
Eppure, a quanto riportava il quotidiano torinese, «dietro il carisma di “don Pierino”», il sacerdote famoso per la sua Comunità Incontro che da Amelia (cittadina in provincia di Terni, di cui Luciano Lama è stato sindaco diversi anni: i rapporti tra i due non erano proprio idilliaci) ha aiutato e aiuta migliaia di tossicodipendenti a sconfiggere la schiavitù della droga, «ci sarebbe un lato oscuro», appunto l’accusa mossagli da alcuni ex ospiti della sua Comunità di aver abusato sessualmente di loro. Né più né meno. L’indagine, sottolineava il quotidiano, è in corso da oltre sei mesi e i magistrati hanno ascoltato diversi testimoni con l’obiettivo di ricostruire la vicenda.
Ieri, in sua difesa, si sono levate diverse voci. Oltre a quelle «costernate» e «angosciate» delle persone che in questi anni gli sono state più vicine, quelle di gran parte del mondo politico del centrodestra che sono arrivate a definirlo già un «santo». Ma lui, più che «santo», ama definirsi un «convertito» che ha scoperto la propria vocazione ad aiutare i più disperati quando lavorava come segretario del cancelliere di Santa Romana Chiesa, in Vaticano. Conobbe nel 1963 per caso un ragazzo con gravi problemi, Alfredo, che fermò il sacerdote in piazza Navona e gli disse a bruciapelo: «Non voglio soldi, non vedi che sto male?». Don Gelmini ci mise poco ad abbandonare la carriera ecclesiastica per avvicinarsi a lui e poi a tanti altri ragazzi dipendenti dalla droga. Da Alfredo il passo fino alla Comunità Incontro è stato quasi naturale: anni di vita in comune a cercare di raddrizzare esistenze divenute maledette. Fino a oggi, fino all’accusa sulla quale indaga la magistratura di Terni. Fino al solito can can di dichiarazioni seguite all’uscita della Stampa.
Ma per giudicare vicende così delicate senza trascendere nella “santificazione preventiva” o nel più classico degli “sputtanamenti mediatici” occorre riportare altri dati e soprattutto prendere tempo.
Perché troppe volte innocenti sono stati sacrificati sulla base di accuse poi dimostratesi fasulle e troppe volte chi ha fatto il bene con coraggio e sacrificio («oceano di bene» ha definito ieri Giorgio Vittadini l’operato di don Gelmini) ha dovuto abbandonare il campo senza, a conti fatti, aver “commesso il fatto”.
I magistrati stanno indagando e dunque occorre lasciare che svolgano il proprio mestiere. La materia è delicata, come delicato e difficile è lavorare nel campo del recupero dei tossicodipendenti, un terreno minato nel quale inevitabilmente si intralciano gli interessi di tante persone che al bene di migliaia di ragazzi fanno prevalere i propri interessi, la propria voglia di lucrare e di fare soldi in barba alla vita altrui. Essere garantisti oggi in Italia non è semplice. Salire sul carro degli accusatori invece sì.
E proprio per questo motivo occorre per una volta fare tutti un passo indietro, lasciare lavorare la magistratura e ricordarsi che oltre alla reputazione di un cittadino italiano (prima che prete è un cittadino come tutti) c’è di mezzo il futuro di tanti ragazzi che anche in questo momento ad Amelia è da una terribile schiavitù che stanno cercando a fatica di liberarsi.


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Agosto in Vaticano, neanche un prete per chiacchierar

Benedetto XVI, terminate le vacanze a Lorenzago di Cadore, ha ricominciato le ordinarie attività a Castelgandolfo.
Qui lo hanno seguito le Memores Domini che sbrigano solitamente per lui le faccende di casa. Per lui, le Memores, cucinano cibi leggeri e servono molta verdura e parecchia frutta.
A Castelgandolfo non c’è il segretario particolare del papa, don Georg Gaenswein. Da poco più di una settimana è nel suo paese natale, nella Foresta Nera, e farà ritorno a Castelgandolfo soltanto per l’Assunta. Nella Foresta Nera, lo scorso lunedì, don Georg ha festeggiato il compleanno. Si è trattato di una festa più sobria di quella dello scorso anno sui Colli Albani. Per i suoi 51 anni don Georg si è concesso soltanto una cena coi genitori, i fratelli, qualche amico, pane e speck, strudel e birra, e un po’ di grappa a chiudere.

Don Mietek e il terzo segretario tedesco
A Castelgandolfo è arrivato per stare vicino al pontefice don Mieczyslaw Mokrzycki, altrimenti detto “don Mietek”, neo eletto arcivescovo coadiutore dell’arcidiocesi di Lviv dei Latini (Leopoli, in Ucraina).
Don Mietek era arrivato in curia dopo che l’attuale arcivescovo di Leopoli, il cardinale Marian Jaworski, lo aveva “raccomandato” a Wojtyla.
Ad aiutare il papa a Castelgandolfo è giunto in questi giorni un altro sacerdote tedesco, amico di don Georg, e che già altre volte aveva prestato i suoi servigi all’interno dell’appartamento papale.

Una dependance per Bertone
Prima della festa dell’Assunta farà il suo arrivo a Castelgandolfo anche il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone. Per lui, dopo qualche giorno di riposo nell’entroterra ligure, è già stata predisposta una piccola dependance, la stessa in cui amava alloggiare il suo predecessore Angelo Sodano in estate.
Bertone potrà così lavorare a stretto contatto col papa e preparare i viaggi a Loreto e in Austria, oltre a studiare le prossime nomine di curia.

Un libretto per gli appunti
Passeggiando nei grandi giardini pontifici di Castelgandolfo, il papa usa portarsi dietro un piccolo libretto per gli appunti. Mentre passeggia medita i contenuti della prossima enciclica dedicata ai temi sociali e alla globalizzazione e segna le cose assolutamente da scrivere e quelle da non scrivere.

Il decimo milanese in curia
Quanto alle nomine in curia, Ratzinger aspetterà Bertone per confrontarsi su nomi e ruoli. A estendere la già ampia forchetta dei porporati e presuli provenienti dal clero milanese e con importanti incarichi in diocesi italiane e in curia (Scola, Tettamanzi, Saldarini, Biffi, Nicora, Coccopalmerio, Di Mauro, Viganò, Pasini) arriverà dalla Cei (settore cinema e comunicazione), quale segretario del pontificio consiglio per le comunicazioni sociali, un altro milanese: monsignor Dario Viganò. Il suo arrivo lascia minori possibilità di nomina in curia non soltanto ad altri milanesi (si è fatto più volte il nome di Ravasi al posto di Poupard alla cultura) ma anche ad altri italiani (nomina di Gian Maria Vian alla direzione dell’Osservatore Romano a parte). Ad esempio, a occupare uno dei posti di curia al quale Ratzinger tiene maggiormente – e cioè la segreteria della congregazione per l’educazione cattolica – sarà un non-italiano.

Sodano e Ciampi
Oltre al papa, un po’ tutti i cardinali e vescovi di curia in questi giorni si stanno concedendo giorni di vacanza. Il cardinal Sodano si trova a Rocca di Mezzo, in Abruzzo. Per lui tanto riposo e qualche chiacchierata con l’ex presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi e consorte. Per una buona mezz’ora sono stati avvistati in affabile conversazione su una panchina del paese.

Sepe fa proseliti in Alto Adige
Quanto al presidente della Cei, Angelo Bagnasco, le vacanze procedono serene nel santuario di Pietralba, a 1500 metri di altezza, vicino a Bolzano, ospite dei frati Servi di Maria. Qui si trova anche il cardinale arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe il quale, la scorsa domenica, sul sagrato del santuario ha celebrato messa per un numerosissimo gruppo di fedeli locali che lo hanno anche più volte applaudito nel corso dell’omelia.

Fuggi-fuggi dal Vaticano
Quanto agli altri porporati e presuli, il fuggi-fuggi dal Vaticano è ormai pressoché completo. A Dobbiaco, in Val Pusteria, si trova il cardinale Silvestrini. Sul lago di Carezza vi sono invece i cardinali Laghi, Cheli, Montezemolo e l’ex nunzio in Olanda Acerbi. Camillo Ruini è col suo segretario nel Tirolo austriaco. Herranz ha scelto Ponte di Legno, Saraiva Martins ha preferito Lisbona, Levada è negli Usa, Poupard nel suo paese natale in Francia, Castrillon Hoyos in Colombia, Re in Val Camonica, Hummes in Brasile, mentre Lopez Trujillo fa la spola tra la Spagna e la Colombia. Insomma, in Vaticano non c’è praticamente più nessuno.


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Papa: mare o montagna? (II)

Oggi sul Riformista io e il mio collega Fabrizio D’Esposito abbiamo duettato intorno alle vacanze papali. Tesi e controtesi. Seconda puntata di una storia che voi palazziapostolici conoscete bene. Ecco i due brevi articoli:

Perché il papa non va mai al mare?
di Fabrizio D’Esposito
La domanda non sembri solo peregrina oppure ironica: «Ma la Chiesa è solo montagna?». Sono almeno tre decenni, infatti, dall’elezione cioè di Giovanni Paolo II, che l’estate italiana offre immagini a colori di papi che passano le vacanze esclusivamente in montagna, Alpi o Dolomiti che siano. Il polacco Wojtyla, appunto, che al massimo si è concesso una nuotata in piscina. E adesso il bavarese Ratzinger, reduce da un fresco e ventilato soggiorno a Lorenzago di Cadore. Perché, allora, non si vede mai un papa al mare? Eppure l’Italia è una repubblica con ottomila chilometri di coste di tutti i tipi. Certo, uno non pretende di vedere Ratzinger in canotta, costume e zoccoli con l’asciugamano sulla spalla che va a Ostia oppure steso su un lettino a Positano intento a leggere Habermas. E nemmeno di immaginarlo in una villa sarda come Lele Mora, guarda caso anche lui sempre vestito di bianco. No. Al di là di luoghi comuni e accostamenti maliziosi, c’è da interrogarsi realmente sui motivi che spingono il vicario di Cristo in terra a snobbare il mare per le sue vacanze. Anticipiamo due obiezioni possibili: «Il papa è anziano, per lui è meglio la montagna». Oppure: «La montagna è il posto ideale per il silenzio e la preghiera». D’accordo, sono due risposte plausibili ma comunque parziali. Per un semplice motivo: l’Antico testamento, il Vangelo, l’Apocalisse, i Salmi, gli Atti degli Apostoli sono pieni, zeppi di posti di mare. Senza dimenticare che il primo papa fu un pescatore di nome Pietro e che da allora la Chiesa è sempre stata paragonata a una barca da governare in mezzo al mare. E allora, forza Santità: per la prossima estate scelga una località marina per il suo riposo. Magari faccia anche un tuffetto, non cammini proprio sulle acque agitate come Gesù in quella notte di tempesta sul mare di Galilea (in realtà il lago di Tiberiade), e si ricordi che «il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci». Gettata nel mare, Santità, non sulla montagna.

Perché in montagna si medita meglio
di Paolo Rodari
Nessun pontefice è mai andato in vacanza al mare. Di per sé potrebbe farlo ma la montagna, soprattutto nel periodo estivo, assicura più privacy e maggiore possibilità di meditazione e riflessione. Come Gesù si ritirava sovente da solo «sul monte» a pregare il Padre, ancora oggi i pontefici preferiscono i silenzi delle alture per avere un contatto più diretto con Dio. Un magistero così difficile e impegnativo come è quello papale, necessita ogni tanto di ritiri fuori dalla confusione, ritiri che al mare sarebbero molto difficili da attuare.
Anche Wojtyla, che pure amava nuotare, da pontefice non ha mai voluto concedersi al mare. Probabilmente gli bastava la piscina fattasi costruire nei primi anni di pontificato direttamente all’interno della residenza estiva di Castelgandolfo. Una volta, uscendo dalla piscina, qualcuno riuscì a rubare una foto che lo ritraeva in costume e intento ad asciugarsi il viso con un telo da mare. La cosa fece scalpore ed è anche a causa di questa continua voglia di gossip dei media che egli comprese come il mare mal si concilia con l’“incarico” papale.
Benedetto XVI non ha mai nascosto di privilegiare al mare il silenzio della montagna. E a quella ripida e scoscesa di Les Combes pare preferisca di gran lunga quella più dolce di Lorenzago di Cadore cosi suoi altopiani pianeggianti e i sentieri poco impegnativi. Egli, tra l’altro, non ha mai voluto usufruire, nemmeno ai tempi in cui era cardinale, dello stabilimento balneare di Palidoro (a nord di Roma) riservato ai prelati, presuli, sacerdoti e dipendenti del Vaticano. Qui, da cardinale, vi andava a nuotare Wojtyla quando era di passaggio a Roma. Qui, capita ogni tanto l’ex segretario di Stato vaticano Angelo Sodano. A Palidoro, oltre alla possibilità di fare un bagno lontano da occhi indiscreti, una cappella privata permette di dire messa e gli ombrelloni così distanti tra loro concedono ulteriore riservatezza.


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Non pagare le tasse è peccato?

A proposito del richiamo di Prodi su Famiglia Cristiana affinché la Chiesa ricordi nelle sue omelie il dovere di pagare le tasse, mi chiedo: “Non pagare le tasse è peccato?”


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