Perdersi con l’Assunta

Cos’è la festa dell’Assunta?
Lo ha spiegato ieri il papa nella parrocchia di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo:
«È l’invito ad avere fiducia in Dio e anche invito a imitare Maria come Ella stessa ha detto: sono la serva del Signore, mi metto a disposizione del Signore. Questa è la lezione: andare sulla sua strada; dare la nostra vita e non prendere la vita. E proprio così siamo sul cammino dell’amore che è un perdersi, ma un perdersi che in realtà è l’unico cammino per trovarsi veramente, per trovare la vera vita».


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La dura vita dei cristiano-ortodossi sull’isola di Cipro

Ieri era il giorno in cui la Chiesa ricordava i circa ottocento beati martiri di Otranto i quali, nel 1480, fermarono pagando con la propria vita l’avanzata dei turchi verso Roma.
«Un’avanzata che, se non stiamo attenti, potrebbe avvenire oggi, a cinque secoli di distanza dal martirio di Otranto. Noi, a Cipro, di questa avanzata ne sappiamo qualcosa».
Lo dice al Riformista, l’archimandrita greco ortodosso Ignazio Sotiriadis, il numero due della chiesa ortodossa di Cipro governata dal patriarca Chrysostomos II.
Oggi, più che mai, è Chrysostomos II a rappresentare per Ankara un ostacolo difficile da superare nella corsa verso l’entrata nell’Unione Europea.
Provate, infatti, a raccontare, al fiero Chrysostomos, che Ankara è tollerante e democratica. Lui, barba lunga e bianca, sguardo intenso che dalla parte Sud della capitale Nicosia scruta verso Nord i movimenti dei turchi oltre la barriera che divide in due la città, si metterà a ridere.
A suo dire, in quella terra in cui un tempo vivevano assieme greco-ciprioti e turco-ciprioti e che, dal 1974, dopo lo sbarco dei turchi sulla spiaggia di Kyrenia e il lancio dei paracadutisti sulle montagne intorno alla capitale, è divisa in due da un muro di calce e mattoni, la democrazia non esiste più. O meglio, esiste nella parte Sud, quella greca, ma non a Nord, il territorio occupato dai turchi.
L’ultimo caso di intolleranza turca si è verificato domenica scorsa.
«Il monastero di San Barnaba di Famagosta – racconta Sotiriadis – (siamo nella parte Nord dell’isola, ndr) era pieno di fedeli cristiani, convenuti in una delle ultime chiese nella quale i turchi tollerano (dietro pagamento di un biglietto d’entrata) lo svolgimento di funzioni religiose cristiane. Mentre monsignor Gabriele cercava di entrare nel monastero, un gruppo di membri della “Polizia turco cipriota”, in realtà una milizia irregolare, sono intervenuti ordinando di sospendere la funzione. Alle proteste di monsignor Gabriele i miliziani hanno cacciato a forza i fedeli, e mentre il religioso si ostinava a terminare la messa hanno coperto la voce del celebrante con insulti e bestemmie contro la fede cristiana. Per chiudere in bellezza, tutti i presenti sono stati schedati dai poliziotti».
L’episodio ha scatenato le proteste di tutta la comunità cristiana, a cominciare dall’arcivescovo Chrysostomos, che già si era detto molto preoccupato dalle parole del capo di Stato Maggiore delle forze armate turche, il generale Yasar Buyukanit: lo scorso 30 luglio ad Ankara, in commemorazione dell’invasione di Cipro, Yasar Buyukanit aveva dichiarato testualmente che l’esercito turco «non abbandonerà mai le terre conquistate con le armi».
E ieri, tanto per aggiungere pepe a una situazione già parecchio tesa, ecco la decisione di Ankara di annullare la visita di Chrysostomos al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, prevista tra il 17 e 21 agosto.
Una visita di carattere religioso e che già era stata cancellata dal governo turco nel maggio scorso col pretesto del difficile clima pre-elettorale e delle possibili conseguenze politiche dell’incontro.
Ieri, Chrysostomos non ha mancato di dire la sua e intervistato dalla radio greca www.skai.gr, ha detto che «è diritto della Turchia non permettere l’ingresso nel proprio territorio a qualunque persona, a dispetto di chi, come noi, vuole credere che essa abbia desiderio di mostrare un volto democratico e liberale, non solo in Europa, ma anche nel resto del mondo». E ancora, con questa decisione «il governo di Ankara ha mostrato il suo vero volto».
Al di là degli episodi di San Barnaba, è tutta la situazione che si vive nella parte del paese occupata dai turchi a preoccupare.
Un censimento quantifica in 520 gli edifici sacri a Cipro Nord (chiese, cappelle, monasteri).
Di questi, alcuni dei quali armeni e maroniti, 133 chiese, cappelle e monasteri sono stati dissacrati (trasformati in depositi militari, stalle, discoteche e moschee), 78 convertiti in moschee, 28 utilizzati per fini militari e installazione di ospedali e 13 come depositi. Circa 15 mila icone sono state rimosse illegalmente e si trovano sul mercato clandestino internazionale dell’arte. L’eredità culturale distrutta contempla affreschi che datano dal 500. La maggior parte risale all’epoca bizantina.
«Insomma, – dice Sotiriadis – se si vuole vedere l’“effetto che fa” l’entrata della Turchia in Europa, basta farsi un giro a Cipro Nord e il quadro è completo».


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Come nomadi verso la morte, il giudizio finale, l’eternità, l’inferno e il paradiso

Benedetto XVI nel discorso che ha preceduto questa mattina la recita dell’Angelus da Castelgandolfo ha spiegato come la liturgia odierna prepari alla solennità (si celebra il 15 agosto, mercoledì prossimo) dell’Assunzione di Maria al cielo.
La liturgia è tutta orientata verso il cielo, dove la Vergine ci ha preceduti.
A noi, dunque, spetta vivere con l’occhio rivolto sempre verso l’alto, verso le cose di lassù.
Su questa terra, infatti, siamo tutti «di passaggio» («allegri e coraggio che la vita è un passaggio», dice un famoso detto, ndr).
La vita è camminare, come fece Abramo, come nomadi che vivono in una tenda e sostano in una regione straniera.
In questo cammino, ci guida la fede.
Per fede partiamo e non sappiamo dove andiamo, consapevoli però che alla fine di tutto c’è la «città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso», il paradiso insomma.
Ecco allora che la liturgia odierna è «un invito a spendere la nostra esistenza in modo saggio e previdente, a considerare attentamente il nostro destino, e cioè quelle realtà che noi chiamiamo ultime: la morte, il giudizio finale, l’eternità, l’inferno e il paradiso».


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«Ha baciato l’anello, che male c’è?»

Baciare l’anello del papa non è cosa possibile a tutti.
In molti fanno richiesta alla prefettura della casa pontificia per poter essere tra quei pochi fedeli che, al termine dell’udienza generale del mercoledì o in altre particolari occasioni, hanno il permesso di mettersi in fila, aspettare il proprio turno e quindi inginocchiarsi davanti al pontefice, baciargli l’anello, brevemente salutarlo (a volte si ha appena il tempo di presentarsi) e poi “scivolare” via.
Domenica scorsa ci è riuscito, non senza la pronta e sdegnata reazione del congresso ebraico europeo (Ejc), il capo dell’emittente polacca Radio Maryia, padre Tadeusz Rydzyk, da più parti accusato di essere un acceso antisemita.
Ci è riuscito, padre Tadeusz, insieme ad alcuni confratelli redentoristi e a un piccolo gruppo di fedeli polacchi.
La prefettura della casa pontificia sapeva bene che tra i fedeli polacchi ci sarebbe stato anche padre Tadeusz ma la cosa evidentemente non è stata giudicata “pericolosa” o inopportuna.
E lo scarno comunicato dell’altro ieri della sala stampa della Santa Sede in cui si spiegava che la presenza di padre Tadeusz non implicava «alcun mutamento nella ben nota posizione della Santa Sede sui rapporti tra cattolici ed ebrei», sta lì a dimostrarlo.
Baciare l’anello al papa, come baciare quello dei vescovi e dei cardinali, è semplicemente un gesto di “sottomissione”, o meglio, di rispetto e riverenza e in questo senso non implica che il papa, i vescovi e i cardinali, approvino o meno l’operato di chi hanno davanti.
Ed è forse anche per questo motivo che la prefettura della casa pontificia non ha ritenuto inopportuno che padre Tadeusz fosse ammesso al bacia-mano.
Ma, probabilmente – su questo punto il Vaticano non ha commentato -, è anche perché le accuse di antisemitismo rivolte al capo di Radio Maryja sono ritenute oltre il Tevere, seppur legittime, un po’ esagerate.
Certo, nel curriculum di padre Tadeusz non sono mancati i rimproveri ufficiali da parte delle gerarchie – soltanto nell’aprile del 2006 il nunzio apostolico in Polonia, monsignor Jozef Kowalczyk, con una lettera alla conferenza episcopale polacca, aveva chiesto ai vescovi di richiamare all’ordine l’emittente di Rydzyk rea di avere detto in diretta che «gli ebrei hanno tratto vantaggi economici dall’Olocausto» – ma tutto questo non è stato giudicato un buon motivo per non concedere al sacerdote polacco il proprio turno al bacia-mano papale.
Altre, poi, sono state le frasi pronunciate da padre Tadeusz particolarmente “infelici” nei confronti degli ebrei e sempre, almeno a parole, le gerarchie della Chiesa ne avevano preso le distanze.
Baciare l’anello del papa – dicevamo – non è cosa possibile a tutti ma di per sé non è impresa così ardua.
Altra cosa – e su questo punto c’è stata parecchia confusione in questi giorni – è essere ricevuti dal pontefice in udienza privata, cosa che a padre Tadeusz non è stata concessa.
Per il semplice bacia-mano basta di per sé una richiesta del proprio vescovo alla prefettura della casa pontificia e la cosa, se si ha pazienza, prima o poi va in porto. Per l’udienza privata, invece, è necessario qualcosa di più: in sostanza un motivo particolare deve giustificarne la richiesta.
Se il bacia-mano è un gesto di riverenza al pontefice e non implica che il papa approvi l’operato di chi gli si fa innanzi, l’udienza privata è qualcosa di più, nel senso che il papa la concede a quelle persone con le quali ritiene opportuno avere un confronto, dalle quali egli voglia ascoltare un’opinione, oppure offrire lui stesso il proprio punto di vista su una determinata situazione.
L’anello che il papa porta sul dito anulare della mano destra e che i fedeli baciano quando gli si fanno innanzi, quando lo incontrano al termine dell’udienza generale o, come nel caso di padre Tadeusz, al termine dell’Angelus della domenica, si chiama anulus piscatoris, ovvero “anello del pescatore”.
Riporta un bassorilievo di san Pietro che pesca da una barca e l’iscrizione con il nome del pontefice.
Il papa lo porta fino al giorno della sua morte quando, nella sua stanza, entrano quattro cardinali.
Al papa viene sfilato l’anello che viene messo su un cuscino di velluto di porpora in attesa che venga eletto il suo successore.
Quando il nuovo pontefice ha scelto il nome, lo stemma e il motto del proprio pontificato, l’anello viene tagliato e lo stemma fuso: viene quindi creato uno nuovo stemma, quello scelto dal nuovo papa.
Secondo la tradizione, l’oro dell’anello viene tramandato dai tempi di Pietro.
L’anello di Benedetto XVI corrisponde alla misura 24. Quando lo mise la prima volta scherzò sulla misura e riferendosi ai dodici apostoli disse: «Mi piace 24, è il doppio di dodici».


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Messori e preti santi-peccatori

Vittorio Messori oggi, su La Stampa, ha rilasciato un’intervista tutta da leggere sulle accuse di pedofilia e abusi sessuali mosse nelle ultime settimane contro don Gelmini e altri preti sparsi per l’Italia.
A un certo punto Messori ha detto queste parole: «Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati a migliaia, e allora? La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché nei giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. È il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’eta?».
Sono d’accordo con Messori. Premesso che gli omosessuali, a mio parere, sarebbe assolutamente meglio che non diventino preti.
Premesso che quei preti che hanno abusato di minori devono pagare delle proprie malefatte perché giustizia deve essere fatta.
Premesso che non ammettere i gay nei seminari non è discriminazione ma anzi è amore alla loro situazione.
Premesso tutto questo dico che siamo tutti peccatori e che santo non è chi sbaglia a ripetizione ma chi chiede sempre perdono per i propri errori. La chiesa è piena di grandi santi che per tutta la vita sono stati dei grandi peccatori, solo che a differenza di altre persone magari dalla moralità ineccepibile hanno sempre chiesto perdono a Dio dei propri errori umiliandosi e lasciandosi sorprendere dall’amore sempre rigenerativo del Padre.


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Se padre Tadeusz non può baciare l’anello del papa

Quanto al bacia-mano che padre Tadeusz Rydzyk, direttore di Radio Maryja-Polonia, ha fatto al papa (padre Tadeusz è accusato di rappresentare l’ala integralista del cattolicesimo polacco e di avere posizioni antisemite) dico – scostandomi di parecchio dagli attacchi che il mio giornale ha fatto in questi giorni al papa e al Vaticano – quanto segue.
Innanzitutto padre Tadeusz è stato ammesso al bacia-mano (e quindi non a un’udienza privata) assieme a un gruppo di fedeli polacchi i quali a loro volta sono stati ammessi dal prefetto della prefettura della casa pontificia, il quale non necessariamente conosce ogni singola persona che chiede di fare la fila per baciare l’anello del papa e quindi brevemente salutarlo.
Ma se anche il prefetto avesse saputo chi fosse padre Tadeusz, mi domando: dov’è il problema? Il papa non è libero di ricevere (in questo caso è stato soltanto un veloce saluto) chi vuole?
Tra l’altro, non riesco a capire una cosa: perché Benedetto XVI non può incontrare padre Tadeusz mentre i rappresentanti delle altre religioni possono dire a proposito dei cattolici e del papa ciò che vogliono ricevendo sempre e comunque chi vogliono?
Devo mettermi a fare l’elenco di quanto dicono e di chi ricevono?


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All’Osservatore arriva Vian, ma lui lo sa e non lo sa

Oggi ho scritto sul Riformista un pezzo (lo incollo qui di seguito) su Gian Maria Vian in reazione all’articolo del Corriere di ieri che lo dava vicino a divenire nuovo direttore dell’Osservatore Romano.
Mi preme ricordare a voi palazziapostolici che su questo blog (come sul Riformista) la cosa la avevate trovata scritta da già tempo.
Insomma, qui il probabile arrivo di Vian era cosa nota.
Ma come potete leggere nel pezzo riportato qui sotto, non tutto è ancora deciso.
Bertone e il papa si sono accordati su Vian, ma il papa ancora non ha firmato. E Vian? Vian non ne sa nulla, o quasi. Buona lettura.

Gian Maria Vian, docente di filologia e patristica alla Sapienza di Roma, potrà divenire presto il nuovo direttore dell’Osservatore Romano.
Così abbiamo scritto noi già l’8 dicembre scorso (festa dell’Immacolata), così si è letto ieri, 8 agosto, in un articolo uscito a doppia firma (il vaticanista principe Luigi Accattoli e Gian Guido Vecchi) sul Corriere.
Ma la notizia, più che quella della possibile nomina di Vian, resta un’altra. E cioè il fatto alquanto singolare che il diretto interessato, Vian appunto, ancora non ne sa nulla.
Ieri, a seguito dell’uscita del Corriere, in molti lo l’hanno chiamato per congratularsi.
Lui ha ringraziato tutti ma a tutti ha dovuto spiegare (non senza un pizzico di irritazione mista a incredulità) come in realtà nessuno oltre il Tevere gli abbia ancora comunicato nulla.
A onor del vero, pare che Vian da tempo avesse avuto contatti con la segreteria di Stato vaticana che, avuto in linea di massima l’ok dal pontefice per la nomina, ne ha sondato, con successo, la disponibilità.
Ma ciò che ancora manca è la firma dello stesso Benedetto XVI.
Insomma, l’ufficializzazione.
In questi giorni, anche volendo, ben poco si potrà fare in quanto il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, si trova negli Stati Uniti (il suo programma prevede la partecipazione alla convention annuale dei Cavalieri di Colombo, un colloquio con il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice e diversi incontri per preparare il viaggio del papa oltre oceano) e soltanto per l’Assunta arriverà a Castelgandolfo da dove, alloggiando in una dependance della residenza papale, avrà tempo e modo per discutere con Ratzinger di tanti progetti futuri.
Inclusa l’eventuale nomina di Vian alla guida dell’Osservatore.
Se il professore della Sapienza apprezzerà, come è pressoché certo, il progetto che sta dietro la sua nomina (da tempo si discute della necessità di svecchiare il giornale vaticano per farlo divenire una voce importante anche sui temi di più stretta attualità) e se da qui a settembre Bertone e il pontefice non avranno cambiato idea, si concretizzerà la successione a uno dei più longevi direttori dell’Osservatore, Mario Agnes, in carica dal 1 settembre 1984.
La data più probabile per l’entrata in carica – ma la comunicazione della nomina potrebbe arrivare anche prima – è quella del 29 settembre.
È il giorno in cui don Mietek (il segretario in seconda di Ratzinger) verrà ordinato arcivescovo dal papa nella basilica vaticana e si insedierà ufficialmente quale coadiutore dell’arcidiocesi di Lviv dei Latini.
Ed è anche il giorno in cui tante altre nomine potranno uscire dal cappello del papa tra le quali non sono da escludere quelle del nuovo cerimoniere papale, dei nuovi segretari della congregazione per l’educazione cattolica e del pontificio consiglio delle comunicazioni sociali.


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«Al Pierino Day preferisco il V-Day»

«Non capisco il motivo per il quale adesso si senta il bisogno di celebrare un Gelmini Day. Io che non partecipai al Family Day perché ritenni che fosse una manifestazione figlia dei “non possumus”, di una concezione atavica di famiglia che non comprende le coppie di fatto che ancora non godono dei diritti già acquisiti nella stragrande maggioranza dei paesi europei, dico che il Gelmini Day è una cosa quanto mai inopportuna. Questo è il tempo di abbassare i toni. Don Gelmini dovrebbe pensare a difendersi per vie ordinarie da accuse che io comunque reputo ingiuste, e chi gli sta attorno dovrebbe aiutarlo in questo senso».
Esordisce così, chiacchierando con il Riformista, don Vitaliano della Sala, prete “no global” sempre ai limiti dell’ortodossia, che di fronte alla bufera scatenatasi contro don Pierino, ha deciso di assumere una posizione garantista, «in difesa della categoria dei preti “da strada”, perché è facile per chi lavora in campi così difficili essere accusato di crimini che poi nella maggioranza dei casi si rivelano inesistenti».
E ancora: «Anche se difendo don Gelmini dalle accuse, devo dire che, piuttosto che avallare una manifestazione pubblica in sua difesa, farebbe meglio a venire con me al V-Day (Vaffanculo Day, ndr). L’8 settembre ad Avellino, sarò in piazza per ricordare che dal 1943 non è cambiato niente. La politica è sempre uguale a se stessa. Non solo: oggi ci tocca vedere un premier che dice alla Chiesa che le sue omelie devono ricordare ai cittadini il dovere di pagare le tasse. Piuttosto è il caso che Prodi e tutta la classe politica inizino a ragionare, a usare la testa e ad assumere un atteggiamento più coerente. Hanno stipendi da nababbi e chiedono alla Chiesa di far pagare la tasse ai poveri cittadini… Roba da matti».
Ha voglia di sparigliare le carte, don Vitaliano. Da sempre schierato con il mondo della sinistra più radicale, oggi dice peste e corna di Prodi e compagni e, insieme, difende don Gelmini «anche se ha amicizie con una parte politica che non mi piace (la destra, ndr), tanto che è stato consigliere di Storace». «Don Gelmini – dice – è troppo esposto. È il rischio che corriamo noi preti che spesso andiamo in tv. Combattiamo battaglie in un campo difficile e troppo spesso rischiamo di entrare in cicloni da cui è poi difficile uscire».
Parla, don Vitaliano, mentre da una parrocchia di Mercogliano (provincia di Avellino) dove è stato “reintegrato” al suo lavoro di prete dopo che la diocesi di Montevergine lo aveva sospeso per sei mesi a divinis (oggi la diocesi è stata soppressa e dunque la sospensione è decaduta), si dirige per fare volontariato verso una comunità di tossicodipendenti, la Casa sulla Roccia, gestita dalla Caritas.
«Non condivido – spiega – i metodi adottati nella Comunità di don Gelmini. Mi sembrano simili a quelli adottati nella comunità fondata da Vincenzo Muccioli: troppo coercitivi. Sono più vicino alla sensibilità di don Mazzi e a quella di don Ciotti che lasciano maggiore libertà ai tossicodipendenti ospitati e hanno più rispetto dei loro errori. Ma, lo ripeto, non per questo ritengo che le accuse mossegli contro siano attendibili. Infine, lasciatemi dire una parola sul Vaticano: più che dire a don Gelmini come comportarsi (il riferimento è al cardinale Marchisano che ha detto che don Gelmini dovrebbe fare un passo indietro, ndr) dovrebbe avere maggiore coerenza nei suoi richiami. Un passo indietro avrebbero dovuto chiederlo al cardinale Giordano quando era accusato di usura. E prima di lui a Marcinkus».


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L’ambrosiana Milano tace sull’antico rito romano

Riprendo un commento inviato su questo blog da Milo all’articolo che ho scritto sul Riformista ieri (intervista a Pietro Siffi) per fare un affondo sulla mia diocesi: Milano.
A Milano è vietato celebrare secondo il rito romano (è in vigore il rito ambrosiano), a meno di un preciso permesso della curia.
Ma la domanda nasce spontanea: adesso che in tutto il mondo si può celebrare con l’antico rito (rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII) che farà la diocesi di sant’Ambrogio?
Difficile rispondere. La curia non mi sembra si sia ancora espressa, ma dubito fortemente che il cardinale Tettamanzi intenda adoperarsi perché in una diocesi che si celebra esclusivamente con il rito ambrosiano si possa celebrare anche con quello antico romano. Dalla curia, però, una parolina in merito sarebbe gradita.


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Silenzio vaticano sul monsignore mancato

Dal Vaticano nessuno commento è uscito a riguardo della vicenda che ha coinvolto don Pierino Gelmini.
Nessun commento anche perché nessuno ha chiesto né alla congregazione per la dottrina della fede né a quella per il clero che venisse aperta un’indagine per accertare i fatti di cui è accusato lo stesso don Gelmini.
Dunque neanche una parola, nonostante pare siano in tanti, oltre il Tevere, a stimare l’operato del sacerdote cattolico, originario della provincia di Milano ma ordinato prete nella diocesi di Grosseto («diocesi bisognosa di clero», la definisce don Gelmini nelle note biografiche riportate sul sito web della sua Comunità Incontro).
Sono in tanti a stimarlo e a mettere la mano sul fuoco per affermare che lui, don Pierino, gli abusi sessuali per i quali è indagato dalla procura di Terni non li può aver commessi.
In particolare, non sembrano avere mai avuto motivo di dubitare di lui i vescovi delle diocesi nelle quali ha costruito comunità di recupero. Tanto per citarne alcuni: monsignor Paglia (vescovo di Terni-Narni-Amelia), monsignor Brigantini (vescovo di Locri-Gerace), il cardinale De Giorgi (arcivescovo emerito di Palermo).
E diversi porporati di curia, che magari non ne apprezzano completamente metodologie e modalità di azione, hanno sempre giudicato positivamente i frutti venuti fuori dal suo albero.
«È un sacerdote esuberante e pieno di energia e che aiuta tanti ragazzi disperati – racconta un monsignore della curia romana che lo conosce bene -, arrivare ad accusarlo di atti così terribili è francamente troppo».
Eppure il silenzio del Vaticano, come quello dei principali organi di informazione “ecclesiastici”, resta.
Probabilmente da parte vaticana c’è la volontà di non fomentare ulteriori polemiche e insieme di mantenersi a distanza di sicurezza da un sacerdote che, giusto o sbagliato che sia, viene considerato vicino a esponenti della destra italiana, amico di Berlusconi, lontano quindi dalla sensibilità politica di altri suoi colleghi come, ad esempio, don Mazzi o don Ciotti.
Poi, c’è quell’inevitabile distanza che non può non venire fuori tra un prete tutto strada, maniche di camicia tirate su e voglia di fare e quella curia vaticana che, per forza di cose, è imbevuta, oltre che di attenzione e rispetto verso i diversi ruoli gerarchici, anche di un certo carrierismo.
Del resto, non è un segreto che una delle cose che a don Pierino è da sempre mancata è un riconoscimento in qualche modo ufficiale e non semplicemente verbale da parte della curia: a cominciare da quel titolo di “monsignore”, mai ricevuto eppure, si dice, parecchio agognato.
Una mancanza che probabilmente addolora don Gelmini di più della sospensione “a divinis” comminatagli – ma poi ritirata – anni fa.
E infatti, don Pierino, i riconoscimenti se li è sempre cercati altrove.
Basta navigare nel web site della Comunità Incontro alla voce “Don Pierino Gelmini-Riconoscimenti” per rendersi conto che i riconoscimenti, non sono mai stati disprezzati dal prete milanese ordinato da una diocesi (Grosseto) che di sacerdoti ne aveva a metà del secolo scorso (era il 1949) un disperato bisogno: il 2 dicembre 1987 don Pierino è nominato esarca mitrato del Patriarcato di Antiochia e tutto l’Oriente, un riconoscimento conferitogli dalla Chiesa greco-melkita cattolica, un titolo puramente onorifico ma sempre sottolineato nelle biografie del prete antidroga.
E poi altri titoli, tutti spiattellati in bella mostra sul sito web: commendatore al merito della Repubblica italiana; cavaliere dell’Ordine Equestre della Santa Croce di Gerusalemme; maggiore garibaldino e primo cappellano della Legione Garibaldina; cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine Cavaleresco Militare di San Casimiro; gran comandante dell’Ordine di George Washington; membro della “Honor Legion of the Police Department City of New York”… e via di questo passo.
Tanti riconoscimenti, dunque, ma non il titolo di “monsignore”.
Eppure, sette anni fa, don Gelmini e la sua metodologia di recupero dei tossicodipendenti (“Cristoterapia” viene chiamata perché – come disse lo stesso sacerdote – «bisogna intervenire sull’uomo facendo emergere il senso spirituale più profondo della sua esistenza») ricevettero una benedizione di tutto prestigio: era il 20 ottobre del 2000 e Wojtyla accolse in piazza San Pietro trentamila rappresentanti delle Comunità del prete antidroga. Come dire che, anche senza essere “monsignore”, il papa polacco gli era vicino.


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