Quella stima che don Giussani aveva per don Milani
Ago 24, 2007 il Riformista
Rimini. È oggi il giorno dell’arrivo di Enrico Letta e Perluigi Bersani al Meeting di Cl. Con loro una parte del cattolicesimo del futuro Pd entra nella tana del lupo, ovvero nel cuore di quel cattolicesimo di stampo ciellino che nell’immaginario collettivo è ritenuto essere anni luce lontano da quello a cui fanno riferimento i fondatori del partito di cui sopra. Ma è davvero così? C’è così tanta differenza tra il cattolicesimo a cui si riferiscono i politici del Pd e quello a cui guardano i ciellini?
Per rispondere occorre differenziare le varie posizioni. Se per Pd si intende Rosy Bindi, Romano Prodi e il loro cattolicesimo dossettiano non si può che rispondere di sì: le differenze paiono incolmabili. Ma se si guarda a Walter Veltroni e in particolare al suo esplicito riferimento alla figura di don Lorenzo Milani i punti di contatto potrebbero essere maggiori di quelli di disunione.
Fu Veltroni che lo scorso 23 giugno, assieme a Dario Franceschini, si recò alla Scuola di Milani a Barbiana del Mugello per dare lustro alla propria candidatura alla guida del Pd. Lì il sindaco di Roma indicò in Milani il punto di riferimento del proprio “fare politica”, con quell’«I care» - «Io mi prendo cura di» - che il prete fiorentino aveva nei fatti adottato come metodo di intervento in ogni ambito della società, politica compresa. E poi quel richiamo alla scuola che deve «includere e non escludere, come la società, altrimenti diventa come un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Veltroni, parafrasando Milani, spiegò come il «problema della formazione è il grande problema del nostro tempo» e indicò nell’impegno del sacerdote di Barbiana il suo stesso impegno presente e futuro.
La visita a Barbiana di Veltroni avvenne nel giorno in cui si festeggiavano i 40 anni di “Lettera a una professoressa”, il libro passato alla storia nel quale Milani giunse a rivoluzionare completamente il ruolo di educatore, denunciando la natura classista dell’istituzione scolastica italiana e proponendo nuovi obiettivi e nuovi strumenti che potessero concretamente andare incontro ai bisogni dei ceti meno privilegiati.
Ed è proprio “Lettera ad una professoressa” che, sorprendentemente, rivela punti di contatto reali tra Giussani e Milani e quindi, in un certo senso, tra il “padre” dei ciellini e quello che Veltroni considera tra gli intoccabili del pantheon del futuro Pd. Giussani, infatti, come è ben documentato nel secondo libro della storia di Cl scritto da Camisasca (Edizioni San Paolo), anche se non incontrò mai Milani dichiarò di aver particolarmente apprezzato “Lettera ad una professoressa”. E lo apprezzò perché in esso Giussani vide i prodromi di una battaglia che fu anche la sua, quella della necessità di porre l’educazione al centro della vita. E, in particolare, un’educazione che non fosse semplicemente trasmissione di nozioni quanto comunicazione da parte dell’educatore, del maestro, di tutto se stesso: «Con la scuola non li potrò far cristiani - disse Milani un giorno parlando dei tantissimi analfabeti del primo dopo guerra - ma li potrò far uomini». È in sostanza la convinzione che solo la cultura avrebbe potuto aiutare gli “ignoranti” a superare la loro rassegnazione, solo l’istruzione avrebbe potuto riscattarli.
Giussani e Milani, dunque, due grandi sacerdoti nel Novecento non così lontani come una certa storiografia ha voluto far credere. Oltre all’importanza data all’educazione e alla scuola, c’era nei due lo stesso spirito trasgressivo che li portava a porsi contro ogni perbenismo e borghesismo. La stessa lotta contro ogni formalismo ecclesiastico. La stessa passione per la vita degli ultimi, operai, gente di strada, emarginati, perché, nella vita di tutti, entrambi trovavano nascosta una perla da far uscire, una dignità più grande delle differenti classi sociali.
E poi, ecco la medesima consapevole visione dell’utopismo marxista. A dispetto di alcune letture date alle battaglie di Milani in difesa delle classi sociali più disagiate, nel prete di Barbiana non c’era attaccamento alla cultura marxista. Lo ha scritto un suo ex alunno, Alessandro Mazzerelli, all’interno del libro “Il profeta tradito” presentato un anno fa proprio al Meeting di Rimini: «Don Milani è stato tradito: non era il profeta del cattocomunismo, anzi, era radicalmente anticomunista». E, infatti, fu nel 1976 che, a Pozzo della Chiana, lo stesso Mazzerelli organizzò un convegno per far conoscere l’immagine vera di Milani, riabilitarlo come uomo di fede e dunque screditare il fatto che egli fosse vicino alla cultura marxista. Al convegno fu invitato anche Giussani. Quest’ultimo, davanti a due vescovi, parecchi preti e suore, indicò la strada cristiana come l’unica alterativa all’ideologia marxista. Era ormai in corso - secondo Mazzerelli - l’appropriazione del priore di Barbiana da parte del Pci, sotto la regia, a suo dire, di Michele Gesualdi, uno degli alunni di Milani e oggi presidente della Fondazione don Milani, «che su questa operazione ha costruito la propria carriera politica».
Se dunque il Milani a cui Veltroni si vuole riferire è quello descritto da Mazzerelli e difeso da Giussani, i punti di contatto tra una certa parte del futuro Pd e il cattolicesimo inaugurato dal fondatore di Cl potrebbero trovare in futuro ulteriori e concreti motivi di sviluppo.




















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