A Rimini i manager friggono patatine

Rimini. Una volta erano soltanto i fedelissimi di Peppone che alle Feste dell’Unità aggregavano frotte di volontari che gratuitamente montavano le strutture, gli stand, si prestavano a cuocere salsicce, versare calici di birra e, insieme, pulire i cessi. Oggi, ci sono anche i fedelissimi di don Camillo che, non tanto alle Feste dell’Amicizia, quanto al pur sempre cattolico (ciellino in questo caso) Meeting di Rimini, danno il proprio tempo gratuitamente per spazzare per terra, dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati. Due compiti non dissimili, seppure assecondati da due popoli differenti per ideali diversi.
A Rimini, in questi giorni, sono 3211 i volontari. «Abbiamo dovuto bloccare le richieste di iscrizione perché rischiavano di essere più di 4 mila», ha detto Formigoni. Sono volontari che per sette giorni si “imprigionano” dentro le mura del nuovo polo fieristico di questo capoluogo romagnolo per far girare la baracca (168 mila i metri quadrati occupati). In turni di otto-nove ore al giorno si mettono a lavorare gratuitamente nonostante la canicola di fine agosto: sudore e tanta dedizione, fatica e sacrificio, ma senza lamentele. Perché lo fanno? E poi, lo fanno davvero gratis?
Nei pressi del padiglione d’ingresso, cattura l’attenzione l’oggettistica di un stand denominato “Shopping”. Si vendono gadget (forse un po’ kitsch) del Meeting: statuine, quadretti con riprodotte alcune frasi di Giussani, magliette. Alla cassa c’è Franco, un 53enne di Chiavari. Perché qui? «Voglio dare il mio contributo alla costruzione di questa cattedrale», spiega. A guardarsi in giro, di cattedrali neanche l’ombra. Forse, metaforicamente, intende la cattedrale di Cl. «No - dice lui -, intendo la cattedrale della Chiesa». Franco, un cassiere anche nella vita reale? «No - dice - sono orefice. Ho dato la mia disponibilità a lavorare qui gratis e mi hanno piazzato a questa cassa. Il ricavato va per sostenere il Meeting». Un orefice che fa il cassiere per sette giorni gratuitamente? «Sì - dice - e mi pago pure l’albergo: 200 euro per una mansarda molto stretta e calda che divido con altre due persone». E se gli si chiede se non fosse stato meglio starsene in Liguria a riposare, risponde così: «Forse sì, ma non avrei contribuito a costruire questa cattedrale».
Parecchio strani, questi ciellini. Vengono a Rimini. Lavorano gratis e lo fanno per costruire la cattedrale che è la Chiesa. Poco più avanti rispetto allo Shopping del Meeting, si intravvede una porta di sicurezza aperta su un cortile esterno. In fondo c’è un tipo che dirà poi di chiamarsi Antonio, di avere 39 anni e di venire da Varese. Trascina un carrello. In mano ha dei fili elettrici. Non ha molta voglia di parlare perché - dice - «non ho tempo da perdere». «Se è roba da un minuto mi fermo - dice - altrimenti no». E allora è il caso di entrare subito in medias res. In poche parole scioglie ogni riserva circa la sua professione: non è - come Franco - un orefice che qui fa l’elettricista. «Sono - dice - semplicemente un elettricista che qui fa l’elettricista. È un po’ di anni che lavoro gratis per il Meeting. Due anni fa hanno scoperto la mia professione e mi hanno chiesto di svolgerla anche qui. Per me è come una terapia. È l’unica settimana dell’anno che lavoro senza stress, soltanto per sentirmi protagonista di quest’opera che sento mia». E quando parla di «quest’opera», Antonio, non intende il Meeting, quanto «Cl e la Chiesa». E ancora: «Anni fa ero iscritto al sindacato (la Cisl, ndr). Condividevo gli ideali della sinistra, ma mi indispettiva il fatto che non si riuscisse a metterli in pratica. Oggi, dice, ho trovato qui il modo per farlo».
Tutti lavorano gratis, a Rimini. Ma ognuno ha il suo motivo per farlo. Questi ciellini, più che soldatini intruppati, sembrano guerrieri che con ramazze e muscoli affrontano la fatica quotidiana per assecondare una propria modalità di legame a Cl.
In un altro padiglione si mangia. Dentro un chiosco che vende fritture, c’è Riccardo. L’hanno piazzato a friggere le patate (puzza tanto quanto un intero McDonald’s) ma nella vita è l’amministratore delegato di una importante azienda milanese. Quale? «Top secret», dice lui. Riccardo ha 52 anni, dei figli e una moglie che lo aspetta a Milano. Lo aspetta ma pare sia felice della sua dipartita per Rimini. «È contenta che sono qui - spiega Riccardo -, perché sa che qui mi ricreo». In che senso? «Mi ricreo - dice -, perché lavorare gratuitamente fa capire che la vita va donata. E quando si dona si è molto più contenti di quando si riceve. Insomma, è nel dare agli altri il segreto della propria ri-creazione».
Due cose emana Riccardo: la puzza di fritto e il fiume di parole che escono dalla sua bocca quando deve parlare della “gratuità”, del dono di se stessi per un grande ideale. Dono che porta a riscoprirsi, a ritrovarsi.
Poco più avanti un signore di mezza età cammina spedito verso una meta precisa. Indossa la maglietta blu (con scritte bianche) dei volontari. Perché si trova al Meeting? «Per lavorare. Per che cosa sennò», risponde un po’ stizzito. Lavorare gratis? «Non solo non mi pagano. Ma per stare qui pago pure una quota. Sono contento di farlo. È un modo concreto (e non idealista) di contribuire all’opera comune». Non è una posizione masochista? «Non sono masochista - dice sempre più stizzito (anzi, piuttosto incazzato) -. Vengo qui perché lavorando gratis (a Cagliari è un dipendente dell’agenzia delle entrate) capisco che nella vita quello che conta non sono i soldi, ma avere un significato, un ideale, per il quale dare tutto». E sulla parola “tutto”, Fabio (così si chiama), senza dire nulla, prende su le sue cose e se ne va. Forse è stanco di parlare. O forse non vuole aggiungere altro a parole che sembrano trascenderlo, superarlo.
I padiglioni si succedono ai padiglioni. In uno di questi, altri due volontari: Manuela e Paolo. Sono studenti universitari. Anche loro sono a Rimini «perché Cl mi ha cambiato la vita e voglio ridargli qualcosa di mio» (Manuela) e perché «qui imparo a fare le cose che faccio tutti i giorni ma in modo diverso, con più “senso”» (Paolo).
Poco più avanti, su un piccolo palco posto in mezzo a un padiglione, un gruppo blues di Faenza suona (gratis) musiche di Bob Dylan. Si chiamano “Mio figlio e i suoi amici”. Dopo di loro, a suonare musiche rockeggianti, sono i “Coil spring” che significa “molla”. Solitamente si esibiscono in garage di fortuna nella proletaria Bresso (vicino a Milano). Anche qui, ovviamente, non chiedono soldi. È il loro modo per dire «ci sono» all’ideale in cui credono.

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