“I preti devono essere uomini veri”

Rimini. «Nel cuore del sacerdozio talvolta manca il caldo fuoco dell’amicizia. E così, spesso, capita che vi sia chi ricorra a dei surrogati che non vanno bene. L’amicizia tra preti è altra cosa dalle passioni morbose. Queste sì che fin dagli anni del seminario vanno stroncate decisamente. Mentre invece l’amicizia tra preti no: è un aiuto reciproco a stare nella strada che Dio ha disegnato. Ed è questa amicizia che i vescovi e i responsabili dei seminari dovrebbero favorire. Quanto al resto, ci vuole la più assoluta fermezza».
Così, al Riformista, don Masssimo Camisasca parla dal Meeting di Rimini della formazione dei sacerdoti oggi, quella stessa formazione che prima nei paesi anglosassoni, e poi a macchia d’olio un po’ in tutta Europa - Italia compresa -, sembra manifestare parecchie crepe.
Sempre più spesso, infatti, i giornali raccontano (a torto o a ragione) delle povertà e dei difetti (comunque spesso da dimostrare) dei sacerdoti. E Camisasca, scrittore, biografo di Cl (suo il lavoro più completo dedicato a Giussani ed editato dalla San Paolo) e superiore generale della Fraternità san Carlo (più di cento preti missionari ciellini sparsi nei cinque continenti) non vuole nascondere le difficoltà della Chiesa e di tanti preti oggi ma, insieme, vuole offrire una sua medicina.
Fin dal giorno dell’apparizione di monsignor Fisichella ad Annozero (ieri c’era anche il cappellano di Montecitorio e rettore della Lateranense al Meeting per parlare con il direttore di Libero Vittorio Feltri dell’«amica Oriana Fallaci»), la Chiesa sembra aver abbandonato la strada dell’omertà. Chi ha sbagliato, insomma, è giusto che paghi ma gli errori di alcuni non devono cadere su tutti gli altri.
Ma allora, da dove ri-cominciare? «La Chiesa - dice Camisasca - deve saper scegliere per il sacerdozio e per l’episcopato gli uomini migliori. I laici meritano questo sforzo. Meritano dei sacerdoti che siano padri autentici, realizzati, appassionati di tutto ciò che è umano: arte, musica, letteratura».
E quindi l’affondo: «Mentre negli anni ’60 e ’70 la crisi della vita sacerdotale era determinata da ragioni ideologiche, oggi essa ha come radice ragioni affettive. È per questo che mi permetto di richiamare alla necessità di una corretta formazione sacerdotale che sappia crescere e formare preti che siano uomini veri».
Ancora oggi la Chiesa viene spesso dipinta come conservatrice e progressista. Si parla dei conservatori come di coloro che hanno il “pallino della liturgia” e della parola di Dio, e dei progressisti come quelli dediti esclusivamente al sociale, al volontariato, alle opere di bene. «Giussani - spiega Camisasca - mi ha insegnato che un buon prete non è innanzitutto uno specialista di liturgia o un esperto di questioni sociali oppure ancora un monaco staccato da tutto e da tutti. Tutt’altro. Un buon prete è colui che sa coniugare assieme l’umano e il divino, la maturità dell’umano dentro la vocazione sacerdotale. Certo, l’uomo perfetto non esiste, ma l’uomo felice, pur nella drammaticità delle ore, sì. Il prete deve essere uomo fino in fondo e deve spendere tutte le sue energie per portare la vita degli uomini a Cristo. Così sono stati Giussani, Chiara Lubich, Kiko Arguello. E ancora, don Milani, don Mazzolari…».
E qui arriva Antonio Rosmini, che con “Delle cinque piaghe della santa Chiesa” svelò le “magagne” delle gerarchie ecclesiastiche del suo tempo offrendo nuove soluzioni. «Fu Rosmini - dice Camisasca - a scrivere che perché nascano uomini grandi occorrono altri uomini grandi. E allora spetta ai vescovi che alla guida dei seminari arrivino persone competenti. E poi gli stessi vescovi potrebbero dedicare più tempo ai loro seminaristi e preti. Devono conoscerli personalmente. Devono passare con loro del tempo. Non ci si rende conto che è questa la svolta di cui la Chiesa ha bisogno?».
Che i preti non siano uomini perfetti non è un mistero. «Lo stesso san Carlo Borromeo - conclude Camisasca - era considerato dai più un pazzo. E anche don Abbondio diceva del cardinale Federigo: “Ma che sant’uomo, ma che tormento”. Eppure la soluzione non è quella di fermarsi ai difetti dei preti ma, una volta operato un giusto discernimento negli anni del sacerdozio, avere il coraggio di favorire l’amicizia tra i preti, l’aiuto reciproco. Del resto, è nell’elezione che Dio fece del popolo di Abramo il primo richiamo alla necessità dell’amicizia. Dio parlava con Abramo come si parla a un amico. Scelse Abramo e pochi altri perché la sua amicizia potesse arrivare a più uomini possibili».

Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • E-mail this story to a friend!
  • Print this article!
  • Technorati
  • OKNotizie
  • Wikio IT
  • Segnalo
  • Diggita
  • ZicZac
  • Fai.Info
  • Kipapa
  • Reddit
  • TwitThis
  • BarraPunto
  • Facebook
  • NotizieFlash
  • Google
  • YahooMyWeb

Lascia un commento

XHTML: Questi tags sono abilitati: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>