I tre teologi protestanti affascinati dalla ragione dei cattolici

John Milbank e Archie Spencer sono attesi a Rimini per venerdì. Due nomi importanti nel panorama delle Chiese protestanti mondiali, almeno tanto quanto il nome di Stanley Hauerwas (docente di etica teologica alla Duke University) che al Meeting di Cl ha già parlato - l’altro ieri - assieme al cattolico David Schindler (docente di filosofia fondamentale alla John Paul II di Washington) in un duetto attorno al tema del “senso religioso in America”.
Milbank e Spencer, dunque. Ma a differenza di Hauerwas e Schindler, i due si confronteranno su una parola, “ragione”, che mai come negli ultimi tempi potrebbe rivelarsi decisiva per i rapporti ecumenici tra cattolici e protestanti.
Già, perché se un cristianesimo tutto incentrato sulla morale e sui precetti non regge più all’impatto col mondo secolarizzato - «Il protestantesimo sta morendo», ha detto l’altro ieri Hauerwas - soltanto una fede “attraente” può essere considerata “ragionevole” dall’uomo.
È un po’ quanto scrisse anche Benedetto XVI nella sua prima e finora unica enciclica, la “Deus caritas est”, laddove alla definizione del Dio cristiano come “agape”, e dunque amore che si dona, vi affiancava quella di “eros”, e cioè amore che attrae, affascina, amore proprio di un Dio geloso che intende “catturare” a sé gli uomini.
La presenza al Meeting dei tre teologi protestanti non è casuale. Più volte in alcune università nordamericane i tre sono stati chiamati a confrontarsi sul pensiero di don Giussani, il fondatore di Cl che al protestantesimo americano dedicò una sua tesi. Egli tracciò una mappa completa del protestantesismo negli Usa, dalle origini puritane nel XVII secolo alla metà degli anni sessanta del XX secolo. Ed è probabilmente anche per la sua conoscenza del protestantesimo e per il rispetto che egli nutriva verso la sua «profondità religiosa» che i teologi luterani di oggi vedono nel suo pensiero possibilità d’incontro con il proprio. Giussani, non è un mistero, apprezzava - e in questo senso riteneva potessero essere utili sulla strada dell’unità tra cattolici e protestanti - soprattutto i lavori dei teologi Edwards, Bushnell, Rauschenbusch, Niebuhr e Tillich.
Ma a tema, sul piatto del Meeting, non c’è tanto la ricerca dell’unità, quanto il confronto su quegli aspetti che nel cattolicesimo e nel protestantesimo possono rendere ragionevole il credere.
Anche perché, tornando al tema dell’America affrontato l’altro ieri da Hauerwas e Schindler, il problema principale delle Chiese cristiane risiede, oltre che nella dilagante secolarizzazione che sempre più disaffeziona la gente alla fede, nel fatto che l’unica Chiesa è oggi la stessa America e, in particolare, l’ideale della libertà repubblicano. Mentre invece, come ha spiegato ieri al “Riformista” Stefano Alberto (docente di introduzione alla teologia alla Cattolica di Milano, in quella stessa cattedra che fu di Giussani), «occorrerebbe dirsi cristiani prima che americani». La religione, insomma, perde la propria identità se diviene religione civile.
Docente a Nottingham di religion, politics and ethics e, insieme, direttore del center of theology and fhilosophy, è Milbank uno dei teologi protestanti più vicino all’attuale arcivescovo di Canterbury e primate anglicano Rowan Williams. La sua presenza a Rimini resta significativa anche in chiave anglicana: la crisi del protestantesimo inglese non è dissimile da quella americana. E, infatti, è stato Milbank che con lungimiranza ha dato vita, nel corso degli anni ’80 e insieme ad alcuni colleghi al Radical Orthodoxy, a un movimento anglicano che intende superare ogni riduzionismo sociopolitico e secolarista della Chiesa intesa come “dipartimento” dello Stato.
Spencer è, invece, ministro battista e teologo canadese. Lui ha conosciuto direttamente Giussani. «La lettura e l’incontro con don Giussani - disse qualche anno fa - mi hanno influenzato profondamente. I suoi scritti rappresentano per me un ponte per comprendere la fede cattolica. Le sue opere potrebbero diventare un ponte per alcuni teologi protestanti attraverso cui tornare alla madre Chiesa, o almeno per capirla. L’apertura di don Giussani alla fede protestante facilita questo processo. Dopo averlo incontrato anche personalmente, confesso che lo considero un padre in Cristo. Gli ho esposto le mie riflessioni, dicendogli che le sue opere mi hanno messo in una situazione particolare rispetto alla madre Chiesa, la Chiesa Cattolica Romana. Forse non arriverò a entrare dentro di essa, gli ho detto, ma quando morirò sarò appena fuori dalla porta. “E io sarò subito dietro la porta ad aspettarti”, mi ha risposto».

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