L’ultima spinta di Ratzinger alla liturgia coreografica
18 agosto 2007 -
«Con Giovanni Paolo II ero un po’ più libero, avevamo fatto un patto implicito perché lui era uomo di preghiera e non di liturgia», mentre «con Benedetto XVI devo stare un po’ più attento, perché è esperto di liturgia».
Così, un anno e mezzo fa, parlò intervistato da Affari Italiani l’attuale maestro delle cerimonie liturgiche pontificie, ovvero il 65enne pavese (ma della diocesi di Piacenza) monsignor Piero Marini.
Poche parole, a significare tutta la libertà goduta nel suo lavoro sotto il papato di Wojtyla e, insieme, la maggiore ristrettezza d’espressione cui si è dovuto sottomettere da due anni a questa parte, da quando cioè il 19 aprile del 2005 Joseph Ratzinger è succeduto al papa polacco.
Un rapporto non facile, quello tra Marini e Ratzinger, eppure andato avanti per più di 24 mesi a dispetto delle tante, tantissime voci che lo volevano (Marini) spostato ora in questa ora in quella diocesi italiana. Un rapporto che ancora oggi regge (lo dicono i più maligni) per le rimostranze che lo stesso cerimoniere ha più volte avanzato ogni qual volta in curia circolavano voci di un suo possibile spostamento ora in questa, ora in quella diocesi italiana.
Una delle ultime diocesi che gli sono state proposte era Loreto, quella del santuario mariano dove è vescovo (non senza qualche problema di gestione) monsignor Gianni Danzi.
Loreto (sempre a dar retta ai maligni) era pronta per Marini ma Ratzinger, dopo non poche pressioni e lamentele, ha dovuto desistere.
Così fino a oggi.
E così, sembra, possa andare avanti ancora per tutto il mese di agosto, ma a settembre…
Con la fine dell’estate pare si cambi. Del resto, le “visioni” liturgiche dei due (è sempre di Ratzinger e di Marini che stiamo parlando) sono troppo, troppo distanti.
Due visioni che si sono ben evidenziate all’inizio dell’estate quando è stato comunicato che la messa in latino secondo l’antico rito tridentino (rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII) sarebbe stata reintrodotta grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum.
Apriti cielo. Toccato il punto nevralgico della vita di fede (lex orandi lex credendi, recita l’antico adagio), ecco che i fautori di una lettura intramondana del concilio Vaticano II hanno dato fondo alle proprie cartucce e tramite puntuali argomentazioni enucleate su autorevoli quotidiani hanno scritto nero su bianco il proprio «io non ci sto». «Noi – hanno scritto – al ritorno di un rito vetusto, proprio di una Chiesa arcaica e verticalmente gerarchica, diciamo no».
Eppure, secondo i “ratzingeriani” non è una sconfessione della riforma liturgica del 1970 che Benedetto XVI ha voluto mettere in cantiere col Summorum Pontificum, quanto una reintroduzione, accanto al rito riformato, di un rito più antico per altro mai caduto in disuso.
Ma tant’è. Le proteste da parte di esponenti di spicco delle gerarchie ecclesiastiche si sono levate pesanti.
E ad ascoltare quanto disse lo stesso Piero Marini sempre ad Affari Italiani e sempre un anno e mezzo fa, se ne capisce il perché: «Il rito tridentino o di san Pio V – disse Marini -, che poi in realtà è il Missale Romanum aggiornato secondo le ultime disposizioni del 1962 a opera di Giovanni XXIII, fu lasciato in vigore a certe condizioni per evitare di rendere traumatico il passaggio dal vecchio al nuovo rito per i fedeli più anziani. Poi papa Wojtyla ha permesso che si potesse, in certe chiese, celebrare secondo il rito di san Pio V, tutto qua. Ma andare oltre questo è andare oltre la Chiesa, e questo non si può. Se la liturgia è segno di unità per la Chiesa, non posso creare gruppi di fedeli che il giorno tale all’ora tale pregano in un modo, poi un altro gruppo l’ora dopo prega in un altro».
Insomma, secondo Marini e secondo alcuni esponenti della curia romana, quello che il papa ha poi fatto – e cioè la reintroduzione dell’antico rito -, non si poteva fare e il motivo risiede tutto in una diversa visione di liturgia, una visione che è contenuta a sua volta all’interno di un’altra visione più grande: quella che si ha a proposito del concilio Vaticano II. O meglio, a proposito dell’esegesi del concilio: o il concilio è stato una rottura con tutto il passato e dunque, restringendo il campo alla sola liturgia, reintrodurre l’antico rito è da pazzi («è un andare oltre la Chiesa», ha detto Marini). Oppure il concilio (è questa la linea di Ratzinger) è stata una riforma nella continuità e dunque l’antico rito (che mai fu soppresso) ha diritto di esistere accanto al nuovo, quello inaugurato con la riforma liturgica del 1970. Una riforma che Ratzinger non misconosce ma che è stata portata avanti con forza (forse troppa) negli anni del post concilio da monsignor Annibale Bugnini il quale, nel 1975, probabilmente proprio a causa delle sue “visioni liturgiche” troppo in antitesi all’antico rito, venne “spedito” da Paolo VI quale pro-nunzio apostolico in Iran.
Ma di Bugnini, in un certo qual modo, è rimasta traccia in Vaticano se è vero come è vero che era proprio l’attuale cerimoniere papale, Piero Marini, a esserne stato per anni segretario personale e dunque fedele continuatore del pensiero.
E in effetti, in questi anni, Marini ben si è adoperato per imporre nelle cerimonie papali la propria visione di liturgia: scomparsi il canto gregoriano e la polifonia, spazio hanno avuto i più diversificati e improvvisati cori, conditi sovente da canti e balli che poco avevano a che vedere con le regole liturgiche. Il tutto davanti a un papa spesso “addobbato” con paramenti multicolori a mo’ di Arlecchino.
Ratzinger non ha mai digerito questo tipo di interpretazione della liturgia. E il mese prossimo pare possa dare fondo alla restaurazione dell’intero “assetto” inaugurata col Summorum Pontificum.
Insomma la lunga era di Piero Marini alla guida dell’ufficio delle celebrazioni liturgiche del papa – “liturgista del secolo” lo aveva definito nel 2003 John L. Allen jr nella column “The world from Rome” curata per il settimanale progressista Usa National Catholic Reporter -, pare possa definitivamente tramontare. Per lui (è in carica dal 1987), appurata la ritrosia a spostarsi in una diocesi, è pronta l’arcipretura della basilica di San Paolo fuori le mura oppure la presidenza del comitato per i congressi eucaristici internazionali. A meno di ulteriori, imprevisti, ripensamenti.
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