Quel parlare dell’arrivo di Ravasi (l’ennesimo milanese) presto (forse) a Roma
Ago 25, 2007 il Riformista
Cari palazziapostolici, con questo articolo (e quello riportato appena sotto questo) chiudo le comunicazioni fino a metà settembre. Se avrò modo, approverò i vostri commenti, ma non scriverò nulla fino a quella data. Mi concedo, insomma, una vacanza. Saluti a tutti, a quelli che conosco personalmente e a quelli che conosco solo per nome (o soprannome) grazie a questo blog.
Si fa un gran parlare, oltre il Tevere, della possibile nomina del biblista Gianfranco Ravasi alla presidenza del pontificio consiglio per la cultura.
Il cardinale Paul Poupard, infatti, il 30 agosto prossimo compie 77 anni e per lui è vicino il pensionamento.
Di Ravasi ne parlano - parecchio - anche diversi quotidiani che fortissimamente sembrano volerlo in curia e, subito dopo (si dice il 29 settembre), consacrato vescovo da Benedetto XVI nella basilica vaticana.
La sponsorizzazione del biblista ambrosiano pare sia forte anche nell’attuale leadership del governo italiano che vede in lui una personalità autorevole e capace di parlare nel “giusto modo” dei più svariati temi.
Insomma, una sorta di “neo cardinal Tonini”, di uomo dalla parola facile e dall’eloquenza veloce e dunque in grado di esprimersi su qualsiasi tema.
E poi, stando al dicastero della cultura, egli non avrebbe compiti giurisdizionali e dunque potrebbe fare ciò che meglio crede e cioè parlare, scrivere, dire di tutto un po’ su questo e quello, a seconda delle tematiche che chi lo sponsorizza ritiene opportuno egli affronti.
L’intento che sembra evidente è quello di convincere Benedetto XVI a portare in curia un sacerdote che, in verità, già ha dovuto subire negli anni passati due importanti stop, allorquando si avvicinava per lui la nomina a due piccole ma prestigiose diocesi: prima Loreto, poi Assisi. Allora fu la plenaria dei cardinali a “bocciare” la sua nomina. Mentre oggi, in Vaticano, la decisione spetta esclusivamente al papa e quindi al segretario di Stato Tarcisio Bertone.
Papa Ratzinger non è persona facilmente influenzabile e anzi continuare a portare alla ribalta il nome di un possibile candidato in un posto prestigioso della curia romana potrebbe avere su di lui un effetto controproducente.
Tra l’altro, con Ravasi, si amplierebbe di molto (troppo dicono alcuni) la già ampia forchetta dei porporati e presuli provenienti dal clero milanese e con importanti incarichi in diocesi italiane e in curia: Scola, Tettamanzi, Saldarini, Biffi, Nicora, Coccopalmerio, Di Mauro, Viganò, Pasini. Quest’ultimo, ex vice prefetto della biblioteca ambrosiana, lo scorso 25 giugno è stato nominato nuovo prefetto della biblioteca apostolica e pare piuttosto strano che anche colui che è l’attuale prefetto della biblioteca milanese in cui lavorava Pasini (e cioè Ravasi) arrivi in quel di Roma. Oltre il Tevere, infatti, c’è chi dice che, a Ratzinger, il motto “Milan l’è un gran Milan” interessi ben poco. Anzi, egli è pontefice che in questi due anni di governo della Chiesa ha dimostrato di voler valorizzare (e cioè di portare in posti di comando) uomini provenienti da tutti i continenti stando ben attento alle diverse provenienze.
Le stranezze attorno alle voci che vogliono Ravasi in curia non si fermano qui: di lui se ne parla anche - qualora venisse nominato a capo della cultura - quale futuro cardinale. Eppure Ratzinger, fin dai tempi in cui era al Sant’Uffizio, riteneva opportuno che la berretta rossa venisse concessa esclusivamente a vescovi che fossero a capo di congregazioni (e del tribunale della segnatura apostolica) e non, come sarebbe nel caso di Ravasi, di pontifici consigli. Vedremo presto se sarà più forte il “Ratzinger pensiero” o le pressioni esercitate su di lui.
A spasso col profeta Geremia tra gli stand del Meeting
Ago 25, 2007 il Riformista
Rimini. Camminare tra i padiglioni del Meeting lo si può fare così, tanto per guardarsi attorno, oppure lo scopo può essere quello di cercare qualche indizio circa la “verità” la quale, a detta di chi ha pensato al titolo della kermesse ciellina, sarebbe “il destino per il quale siamo fatti”.
La scritta del titolo del Meeting campeggia dappertutto, pure sui sacchetti gratuitamente distribuiti all’ingesso Sud e adibiti a raccogliere eventuali gadget, libri, cataloghi di mostre e quant’altro. Campeggia sulla mappa della Fiera distribuita al punto informazioni, sui pannelli che circondano gli stand, sui poster appiccicati alle pareti a vetro dei padiglioni.
Cogliere la nota
E allora occorre camminare e cercare di capire cosa diavolo sia questa benedetta verità di cui i ciellini si riempiono la bocca. Superata una vasca d’acqua (piscine le hanno chiamate gli architetti della Fiera) si arriva in uno spazio aperto dove ammassati in pochi metri quadrati alcune centinaia di persone stanno ascoltando un incontro dedicato al “jazz come avvenimento”. Un direttore d’orchestra, Maurizio Carugno, spiega che sì, «il jazz è un avvenimento» e «per questo è importante coglierlo mentre accade, cioè dal vivo». Il jazz, dunque, dice cosa sia soltanto quando lo si suona, mostra ciò che è (la sua verità) mentre accade, mica prima. E così ecco che parte qualche nota e pian piano la gente ondeggia, trasportata chi in un modo, chi un altro, dalla verità della musica. La stessa verità per tutti, seppure percepita da ognuno con sfumature diverse.
L’itinerario di Susanna
Poco più avanti, il padiglione A3 spara a nove colonne una frase un po’ strana: “C’è una voce nella mia vita. Il profeta Geremia”. In sostanza, una mostra allestita dalla Fraternità san Carlo (un gruppo di preti missionari) sulla figura di un uomo nato secoli fa con un compito durissimo. Geremia, nel nome di una verità scomoda, doveva riavvicinare Israele a Dio cacciandolo dalla sua terra: «Ecco - recita la Bibbia -, io oggi ti costituisco sopra i popoli per sradicare e demolire, per edificare e piantare…». Mica poco. Fuori dalla mostra, un catalogo attira l’attenzione. Alcune firme importanti sono state chiamate a dire la loro sul profeta. Scrive Susanna Tamaro: «Si può forse far credere che la via del cuore sia per persone deboli e sentimentali, ma invece è una via di guerrieri sempre pronti a combattere, anzitutto contro di sé, nel proprio intimo». Già, una guerra nel proprio intimo. Ma come riuscire a combattere con se stessi nel nome della verità e contro la menzogna? Occorre - scrive la Tamaro - «un itinerario del silenzio».
La filosofia non basta
Da Geremia a sant’Agostino il passo è breve. Un docente di introduzione alla teologia dell’università cattolica di Milano offre la sua visone del santo d’Ippona all’interno di un teatro. Ne parla come si parla di un amico. Legge brani delle Confessioni: Agostino cercava la verità, dice. Fin dall’adolescenza. La scoperta della verità nel proprio cuore ardente diventa per lui un’esperienza carnale, passionale, a partire dalla lettura dell’Ortensio di Cicerone. Ma la filosofa non basta. Non bastano i libri, le idee, serve qualcosa di più, un incontro. Per lui, ha il nome di Dio.
Il viaggio degli hobbit
Sala A1. Una delle sale principali. Qui trovi gente che quanto a camminare è esperta. Sono gli hobbit de Il Signore degli anelli. Di loro, ne parlano studiosi di Tolkien. Edoardo Rialti, traduttore delle opere di Lewis e Tolkien, spiega che «non si può che essere grati a un uomo che ospiti il vero e faccia la fatica di esprimerlo». Durante l’incontro viene detto che Tolkien ha contrapposto la ricerca della conoscenza basata su stupore e amore a quella illuminista basata sulla ragione e sull’immaginazione. E in effetti, Sam e Frodo, i due hobbit protagonisti de Il Signore degli anelli, scoprono soltanto strada facendo il destino che li accomuna e per il quale sono fatti. Non fanno calcoli previi. Solo, accettano stupiti la missione che viene offerta loro. È il medesimo destino che li accomuna, la stessa fatica di arrivare insieme a gettare nel fuoco che tutto brucia l’anello del potere del male. Sam e Frodo, resi fratelli da una verità che li trascende e supera.
Cesana ed Eco
Nel salone D5 c’è il tutto esaurito. C’è la voce che vanta più presenze in assoluto al Meeting di Rimini: Giancarlo Cesana, docente di medicina del lavoro e leader storico di Cl. «Che la verità sia una proposta - dice - vuol dire che può essere riconosciuta solo dalla libertà; non può essere imposta. Che la verità implichi la libertà è un dramma. La verità è un impegno anche per chi la propone». E ancora, ecco chi è la sua verità: «Abbiamo seguito Gesù Cristo perché, seguendolo, la vita è migliore». Di qui la dialettica con Eco che scriveva di temere i profeti e coloro che sono disposti a morire per la verità: «Ciò che convince della verità - ha invece spiegato Cesana - sono, al contrario, coloro che sono disposti a morire per essa, non attraverso il suicidio o l’affermazione violenta di sé. Si può infatti aspettare 80 anni per morire per la verità».
Quella stima che don Giussani aveva per don Milani
Ago 24, 2007 il Riformista
Rimini. È oggi il giorno dell’arrivo di Enrico Letta e Perluigi Bersani al Meeting di Cl. Con loro una parte del cattolicesimo del futuro Pd entra nella tana del lupo, ovvero nel cuore di quel cattolicesimo di stampo ciellino che nell’immaginario collettivo è ritenuto essere anni luce lontano da quello a cui fanno riferimento i fondatori del partito di cui sopra. Ma è davvero così? C’è così tanta differenza tra il cattolicesimo a cui si riferiscono i politici del Pd e quello a cui guardano i ciellini?
Per rispondere occorre differenziare le varie posizioni. Se per Pd si intende Rosy Bindi, Romano Prodi e il loro cattolicesimo dossettiano non si può che rispondere di sì: le differenze paiono incolmabili. Ma se si guarda a Walter Veltroni e in particolare al suo esplicito riferimento alla figura di don Lorenzo Milani i punti di contatto potrebbero essere maggiori di quelli di disunione.
Fu Veltroni che lo scorso 23 giugno, assieme a Dario Franceschini, si recò alla Scuola di Milani a Barbiana del Mugello per dare lustro alla propria candidatura alla guida del Pd. Lì il sindaco di Roma indicò in Milani il punto di riferimento del proprio “fare politica”, con quell’«I care» - «Io mi prendo cura di» - che il prete fiorentino aveva nei fatti adottato come metodo di intervento in ogni ambito della società, politica compresa. E poi quel richiamo alla scuola che deve «includere e non escludere, come la società, altrimenti diventa come un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Veltroni, parafrasando Milani, spiegò come il «problema della formazione è il grande problema del nostro tempo» e indicò nell’impegno del sacerdote di Barbiana il suo stesso impegno presente e futuro.
La visita a Barbiana di Veltroni avvenne nel giorno in cui si festeggiavano i 40 anni di “Lettera a una professoressa”, il libro passato alla storia nel quale Milani giunse a rivoluzionare completamente il ruolo di educatore, denunciando la natura classista dell’istituzione scolastica italiana e proponendo nuovi obiettivi e nuovi strumenti che potessero concretamente andare incontro ai bisogni dei ceti meno privilegiati.
Ed è proprio “Lettera ad una professoressa” che, sorprendentemente, rivela punti di contatto reali tra Giussani e Milani e quindi, in un certo senso, tra il “padre” dei ciellini e quello che Veltroni considera tra gli intoccabili del pantheon del futuro Pd. Giussani, infatti, come è ben documentato nel secondo libro della storia di Cl scritto da Camisasca (Edizioni San Paolo), anche se non incontrò mai Milani dichiarò di aver particolarmente apprezzato “Lettera ad una professoressa”. E lo apprezzò perché in esso Giussani vide i prodromi di una battaglia che fu anche la sua, quella della necessità di porre l’educazione al centro della vita. E, in particolare, un’educazione che non fosse semplicemente trasmissione di nozioni quanto comunicazione da parte dell’educatore, del maestro, di tutto se stesso: «Con la scuola non li potrò far cristiani - disse Milani un giorno parlando dei tantissimi analfabeti del primo dopo guerra - ma li potrò far uomini». È in sostanza la convinzione che solo la cultura avrebbe potuto aiutare gli “ignoranti” a superare la loro rassegnazione, solo l’istruzione avrebbe potuto riscattarli.
Giussani e Milani, dunque, due grandi sacerdoti nel Novecento non così lontani come una certa storiografia ha voluto far credere. Oltre all’importanza data all’educazione e alla scuola, c’era nei due lo stesso spirito trasgressivo che li portava a porsi contro ogni perbenismo e borghesismo. La stessa lotta contro ogni formalismo ecclesiastico. La stessa passione per la vita degli ultimi, operai, gente di strada, emarginati, perché, nella vita di tutti, entrambi trovavano nascosta una perla da far uscire, una dignità più grande delle differenti classi sociali.
E poi, ecco la medesima consapevole visione dell’utopismo marxista. A dispetto di alcune letture date alle battaglie di Milani in difesa delle classi sociali più disagiate, nel prete di Barbiana non c’era attaccamento alla cultura marxista. Lo ha scritto un suo ex alunno, Alessandro Mazzerelli, all’interno del libro “Il profeta tradito” presentato un anno fa proprio al Meeting di Rimini: «Don Milani è stato tradito: non era il profeta del cattocomunismo, anzi, era radicalmente anticomunista». E, infatti, fu nel 1976 che, a Pozzo della Chiana, lo stesso Mazzerelli organizzò un convegno per far conoscere l’immagine vera di Milani, riabilitarlo come uomo di fede e dunque screditare il fatto che egli fosse vicino alla cultura marxista. Al convegno fu invitato anche Giussani. Quest’ultimo, davanti a due vescovi, parecchi preti e suore, indicò la strada cristiana come l’unica alterativa all’ideologia marxista. Era ormai in corso - secondo Mazzerelli - l’appropriazione del priore di Barbiana da parte del Pci, sotto la regia, a suo dire, di Michele Gesualdi, uno degli alunni di Milani e oggi presidente della Fondazione don Milani, «che su questa operazione ha costruito la propria carriera politica».
Se dunque il Milani a cui Veltroni si vuole riferire è quello descritto da Mazzerelli e difeso da Giussani, i punti di contatto tra una certa parte del futuro Pd e il cattolicesimo inaugurato dal fondatore di Cl potrebbero trovare in futuro ulteriori e concreti motivi di sviluppo.
A Rimini i manager friggono patatine
Ago 23, 2007 il Riformista
Rimini. Una volta erano soltanto i fedelissimi di Peppone che alle Feste dell’Unità aggregavano frotte di volontari che gratuitamente montavano le strutture, gli stand, si prestavano a cuocere salsicce, versare calici di birra e, insieme, pulire i cessi. Oggi, ci sono anche i fedelissimi di don Camillo che, non tanto alle Feste dell’Amicizia, quanto al pur sempre cattolico (ciellino in questo caso) Meeting di Rimini, danno il proprio tempo gratuitamente per spazzare per terra, dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati. Due compiti non dissimili, seppure assecondati da due popoli differenti per ideali diversi.
A Rimini, in questi giorni, sono 3211 i volontari. «Abbiamo dovuto bloccare le richieste di iscrizione perché rischiavano di essere più di 4 mila», ha detto Formigoni. Sono volontari che per sette giorni si “imprigionano” dentro le mura del nuovo polo fieristico di questo capoluogo romagnolo per far girare la baracca (168 mila i metri quadrati occupati). In turni di otto-nove ore al giorno si mettono a lavorare gratuitamente nonostante la canicola di fine agosto: sudore e tanta dedizione, fatica e sacrificio, ma senza lamentele. Perché lo fanno? E poi, lo fanno davvero gratis?
Nei pressi del padiglione d’ingresso, cattura l’attenzione l’oggettistica di un stand denominato “Shopping”. Si vendono gadget (forse un po’ kitsch) del Meeting: statuine, quadretti con riprodotte alcune frasi di Giussani, magliette. Alla cassa c’è Franco, un 53enne di Chiavari. Perché qui? «Voglio dare il mio contributo alla costruzione di questa cattedrale», spiega. A guardarsi in giro, di cattedrali neanche l’ombra. Forse, metaforicamente, intende la cattedrale di Cl. «No - dice lui -, intendo la cattedrale della Chiesa». Franco, un cassiere anche nella vita reale? «No - dice - sono orefice. Ho dato la mia disponibilità a lavorare qui gratis e mi hanno piazzato a questa cassa. Il ricavato va per sostenere il Meeting». Un orefice che fa il cassiere per sette giorni gratuitamente? «Sì - dice - e mi pago pure l’albergo: 200 euro per una mansarda molto stretta e calda che divido con altre due persone». E se gli si chiede se non fosse stato meglio starsene in Liguria a riposare, risponde così: «Forse sì, ma non avrei contribuito a costruire questa cattedrale».
Parecchio strani, questi ciellini. Vengono a Rimini. Lavorano gratis e lo fanno per costruire la cattedrale che è la Chiesa. Poco più avanti rispetto allo Shopping del Meeting, si intravvede una porta di sicurezza aperta su un cortile esterno. In fondo c’è un tipo che dirà poi di chiamarsi Antonio, di avere 39 anni e di venire da Varese. Trascina un carrello. In mano ha dei fili elettrici. Non ha molta voglia di parlare perché - dice - «non ho tempo da perdere». «Se è roba da un minuto mi fermo - dice - altrimenti no». E allora è il caso di entrare subito in medias res. In poche parole scioglie ogni riserva circa la sua professione: non è - come Franco - un orefice che qui fa l’elettricista. «Sono - dice - semplicemente un elettricista che qui fa l’elettricista. È un po’ di anni che lavoro gratis per il Meeting. Due anni fa hanno scoperto la mia professione e mi hanno chiesto di svolgerla anche qui. Per me è come una terapia. È l’unica settimana dell’anno che lavoro senza stress, soltanto per sentirmi protagonista di quest’opera che sento mia». E quando parla di «quest’opera», Antonio, non intende il Meeting, quanto «Cl e la Chiesa». E ancora: «Anni fa ero iscritto al sindacato (la Cisl, ndr). Condividevo gli ideali della sinistra, ma mi indispettiva il fatto che non si riuscisse a metterli in pratica. Oggi, dice, ho trovato qui il modo per farlo».
Tutti lavorano gratis, a Rimini. Ma ognuno ha il suo motivo per farlo. Questi ciellini, più che soldatini intruppati, sembrano guerrieri che con ramazze e muscoli affrontano la fatica quotidiana per assecondare una propria modalità di legame a Cl.
In un altro padiglione si mangia. Dentro un chiosco che vende fritture, c’è Riccardo. L’hanno piazzato a friggere le patate (puzza tanto quanto un intero McDonald’s) ma nella vita è l’amministratore delegato di una importante azienda milanese. Quale? «Top secret», dice lui. Riccardo ha 52 anni, dei figli e una moglie che lo aspetta a Milano. Lo aspetta ma pare sia felice della sua dipartita per Rimini. «È contenta che sono qui - spiega Riccardo -, perché sa che qui mi ricreo». In che senso? «Mi ricreo - dice -, perché lavorare gratuitamente fa capire che la vita va donata. E quando si dona si è molto più contenti di quando si riceve. Insomma, è nel dare agli altri il segreto della propria ri-creazione».
Due cose emana Riccardo: la puzza di fritto e il fiume di parole che escono dalla sua bocca quando deve parlare della “gratuità”, del dono di se stessi per un grande ideale. Dono che porta a riscoprirsi, a ritrovarsi.
Poco più avanti un signore di mezza età cammina spedito verso una meta precisa. Indossa la maglietta blu (con scritte bianche) dei volontari. Perché si trova al Meeting? «Per lavorare. Per che cosa sennò», risponde un po’ stizzito. Lavorare gratis? «Non solo non mi pagano. Ma per stare qui pago pure una quota. Sono contento di farlo. È un modo concreto (e non idealista) di contribuire all’opera comune». Non è una posizione masochista? «Non sono masochista - dice sempre più stizzito (anzi, piuttosto incazzato) -. Vengo qui perché lavorando gratis (a Cagliari è un dipendente dell’agenzia delle entrate) capisco che nella vita quello che conta non sono i soldi, ma avere un significato, un ideale, per il quale dare tutto». E sulla parola “tutto”, Fabio (così si chiama), senza dire nulla, prende su le sue cose e se ne va. Forse è stanco di parlare. O forse non vuole aggiungere altro a parole che sembrano trascenderlo, superarlo.
I padiglioni si succedono ai padiglioni. In uno di questi, altri due volontari: Manuela e Paolo. Sono studenti universitari. Anche loro sono a Rimini «perché Cl mi ha cambiato la vita e voglio ridargli qualcosa di mio» (Manuela) e perché «qui imparo a fare le cose che faccio tutti i giorni ma in modo diverso, con più “senso”» (Paolo).
Poco più avanti, su un piccolo palco posto in mezzo a un padiglione, un gruppo blues di Faenza suona (gratis) musiche di Bob Dylan. Si chiamano “Mio figlio e i suoi amici”. Dopo di loro, a suonare musiche rockeggianti, sono i “Coil spring” che significa “molla”. Solitamente si esibiscono in garage di fortuna nella proletaria Bresso (vicino a Milano). Anche qui, ovviamente, non chiedono soldi. È il loro modo per dire «ci sono» all’ideale in cui credono.
“I preti devono essere uomini veri”
Ago 22, 2007 il Riformista
Rimini. «Nel cuore del sacerdozio talvolta manca il caldo fuoco dell’amicizia. E così, spesso, capita che vi sia chi ricorra a dei surrogati che non vanno bene. L’amicizia tra preti è altra cosa dalle passioni morbose. Queste sì che fin dagli anni del seminario vanno stroncate decisamente. Mentre invece l’amicizia tra preti no: è un aiuto reciproco a stare nella strada che Dio ha disegnato. Ed è questa amicizia che i vescovi e i responsabili dei seminari dovrebbero favorire. Quanto al resto, ci vuole la più assoluta fermezza».
Così, al Riformista, don Masssimo Camisasca parla dal Meeting di Rimini della formazione dei sacerdoti oggi, quella stessa formazione che prima nei paesi anglosassoni, e poi a macchia d’olio un po’ in tutta Europa - Italia compresa -, sembra manifestare parecchie crepe.
Sempre più spesso, infatti, i giornali raccontano (a torto o a ragione) delle povertà e dei difetti (comunque spesso da dimostrare) dei sacerdoti. E Camisasca, scrittore, biografo di Cl (suo il lavoro più completo dedicato a Giussani ed editato dalla San Paolo) e superiore generale della Fraternità san Carlo (più di cento preti missionari ciellini sparsi nei cinque continenti) non vuole nascondere le difficoltà della Chiesa e di tanti preti oggi ma, insieme, vuole offrire una sua medicina.
Fin dal giorno dell’apparizione di monsignor Fisichella ad Annozero (ieri c’era anche il cappellano di Montecitorio e rettore della Lateranense al Meeting per parlare con il direttore di Libero Vittorio Feltri dell’«amica Oriana Fallaci»), la Chiesa sembra aver abbandonato la strada dell’omertà. Chi ha sbagliato, insomma, è giusto che paghi ma gli errori di alcuni non devono cadere su tutti gli altri.
Ma allora, da dove ri-cominciare? «La Chiesa - dice Camisasca - deve saper scegliere per il sacerdozio e per l’episcopato gli uomini migliori. I laici meritano questo sforzo. Meritano dei sacerdoti che siano padri autentici, realizzati, appassionati di tutto ciò che è umano: arte, musica, letteratura».
E quindi l’affondo: «Mentre negli anni ’60 e ’70 la crisi della vita sacerdotale era determinata da ragioni ideologiche, oggi essa ha come radice ragioni affettive. È per questo che mi permetto di richiamare alla necessità di una corretta formazione sacerdotale che sappia crescere e formare preti che siano uomini veri».
Ancora oggi la Chiesa viene spesso dipinta come conservatrice e progressista. Si parla dei conservatori come di coloro che hanno il “pallino della liturgia” e della parola di Dio, e dei progressisti come quelli dediti esclusivamente al sociale, al volontariato, alle opere di bene. «Giussani - spiega Camisasca - mi ha insegnato che un buon prete non è innanzitutto uno specialista di liturgia o un esperto di questioni sociali oppure ancora un monaco staccato da tutto e da tutti. Tutt’altro. Un buon prete è colui che sa coniugare assieme l’umano e il divino, la maturità dell’umano dentro la vocazione sacerdotale. Certo, l’uomo perfetto non esiste, ma l’uomo felice, pur nella drammaticità delle ore, sì. Il prete deve essere uomo fino in fondo e deve spendere tutte le sue energie per portare la vita degli uomini a Cristo. Così sono stati Giussani, Chiara Lubich, Kiko Arguello. E ancora, don Milani, don Mazzolari…».
E qui arriva Antonio Rosmini, che con “Delle cinque piaghe della santa Chiesa” svelò le “magagne” delle gerarchie ecclesiastiche del suo tempo offrendo nuove soluzioni. «Fu Rosmini - dice Camisasca - a scrivere che perché nascano uomini grandi occorrono altri uomini grandi. E allora spetta ai vescovi che alla guida dei seminari arrivino persone competenti. E poi gli stessi vescovi potrebbero dedicare più tempo ai loro seminaristi e preti. Devono conoscerli personalmente. Devono passare con loro del tempo. Non ci si rende conto che è questa la svolta di cui la Chiesa ha bisogno?».
Che i preti non siano uomini perfetti non è un mistero. «Lo stesso san Carlo Borromeo - conclude Camisasca - era considerato dai più un pazzo. E anche don Abbondio diceva del cardinale Federigo: “Ma che sant’uomo, ma che tormento”. Eppure la soluzione non è quella di fermarsi ai difetti dei preti ma, una volta operato un giusto discernimento negli anni del sacerdozio, avere il coraggio di favorire l’amicizia tra i preti, l’aiuto reciproco. Del resto, è nell’elezione che Dio fece del popolo di Abramo il primo richiamo alla necessità dell’amicizia. Dio parlava con Abramo come si parla a un amico. Scelse Abramo e pochi altri perché la sua amicizia potesse arrivare a più uomini possibili».
I tre teologi protestanti affascinati dalla ragione dei cattolici
Ago 21, 2007 il Riformista
John Milbank e Archie Spencer sono attesi a Rimini per venerdì. Due nomi importanti nel panorama delle Chiese protestanti mondiali, almeno tanto quanto il nome di Stanley Hauerwas (docente di etica teologica alla Duke University) che al Meeting di Cl ha già parlato - l’altro ieri - assieme al cattolico David Schindler (docente di filosofia fondamentale alla John Paul II di Washington) in un duetto attorno al tema del “senso religioso in America”.
Milbank e Spencer, dunque. Ma a differenza di Hauerwas e Schindler, i due si confronteranno su una parola, “ragione”, che mai come negli ultimi tempi potrebbe rivelarsi decisiva per i rapporti ecumenici tra cattolici e protestanti.
Già, perché se un cristianesimo tutto incentrato sulla morale e sui precetti non regge più all’impatto col mondo secolarizzato - «Il protestantesimo sta morendo», ha detto l’altro ieri Hauerwas - soltanto una fede “attraente” può essere considerata “ragionevole” dall’uomo.
È un po’ quanto scrisse anche Benedetto XVI nella sua prima e finora unica enciclica, la “Deus caritas est”, laddove alla definizione del Dio cristiano come “agape”, e dunque amore che si dona, vi affiancava quella di “eros”, e cioè amore che attrae, affascina, amore proprio di un Dio geloso che intende “catturare” a sé gli uomini.
La presenza al Meeting dei tre teologi protestanti non è casuale. Più volte in alcune università nordamericane i tre sono stati chiamati a confrontarsi sul pensiero di don Giussani, il fondatore di Cl che al protestantesimo americano dedicò una sua tesi. Egli tracciò una mappa completa del protestantesismo negli Usa, dalle origini puritane nel XVII secolo alla metà degli anni sessanta del XX secolo. Ed è probabilmente anche per la sua conoscenza del protestantesimo e per il rispetto che egli nutriva verso la sua «profondità religiosa» che i teologi luterani di oggi vedono nel suo pensiero possibilità d’incontro con il proprio. Giussani, non è un mistero, apprezzava - e in questo senso riteneva potessero essere utili sulla strada dell’unità tra cattolici e protestanti - soprattutto i lavori dei teologi Edwards, Bushnell, Rauschenbusch, Niebuhr e Tillich.
Ma a tema, sul piatto del Meeting, non c’è tanto la ricerca dell’unità, quanto il confronto su quegli aspetti che nel cattolicesimo e nel protestantesimo possono rendere ragionevole il credere.
Anche perché, tornando al tema dell’America affrontato l’altro ieri da Hauerwas e Schindler, il problema principale delle Chiese cristiane risiede, oltre che nella dilagante secolarizzazione che sempre più disaffeziona la gente alla fede, nel fatto che l’unica Chiesa è oggi la stessa America e, in particolare, l’ideale della libertà repubblicano. Mentre invece, come ha spiegato ieri al “Riformista” Stefano Alberto (docente di introduzione alla teologia alla Cattolica di Milano, in quella stessa cattedra che fu di Giussani), «occorrerebbe dirsi cristiani prima che americani». La religione, insomma, perde la propria identità se diviene religione civile.
Docente a Nottingham di religion, politics and ethics e, insieme, direttore del center of theology and fhilosophy, è Milbank uno dei teologi protestanti più vicino all’attuale arcivescovo di Canterbury e primate anglicano Rowan Williams. La sua presenza a Rimini resta significativa anche in chiave anglicana: la crisi del protestantesimo inglese non è dissimile da quella americana. E, infatti, è stato Milbank che con lungimiranza ha dato vita, nel corso degli anni ’80 e insieme ad alcuni colleghi al Radical Orthodoxy, a un movimento anglicano che intende superare ogni riduzionismo sociopolitico e secolarista della Chiesa intesa come “dipartimento” dello Stato.
Spencer è, invece, ministro battista e teologo canadese. Lui ha conosciuto direttamente Giussani. «La lettura e l’incontro con don Giussani - disse qualche anno fa - mi hanno influenzato profondamente. I suoi scritti rappresentano per me un ponte per comprendere la fede cattolica. Le sue opere potrebbero diventare un ponte per alcuni teologi protestanti attraverso cui tornare alla madre Chiesa, o almeno per capirla. L’apertura di don Giussani alla fede protestante facilita questo processo. Dopo averlo incontrato anche personalmente, confesso che lo considero un padre in Cristo. Gli ho esposto le mie riflessioni, dicendogli che le sue opere mi hanno messo in una situazione particolare rispetto alla madre Chiesa, la Chiesa Cattolica Romana. Forse non arriverò a entrare dentro di essa, gli ho detto, ma quando morirò sarò appena fuori dalla porta. “E io sarò subito dietro la porta ad aspettarti”, mi ha risposto».
Quella ovvia frase di Bertone
Ago 20, 2007 Pensieri sparsi
Ieri, dopo la messa, Bertone è stato accerchiato da una quindicina di giornalisti.
A un certo punto gli hanno chiesto due parole in merito allo sciopero fiscale proposto dalla Lega.
Lui, un po’ stizzito, ha risposto: “Tutti dobbiamo fare il nostro dovere nel pagare le tasse, secondo leggi giuste”.
Ora mi domando: esiste frase più ovvia di questa? No. E allora non capisco perché tutto il can-can dei quotidiani di oggi. Mah.
Ratzinger spinge Bertone a Rimini
Ago 20, 2007 il Riformista
Rimini. La prima di un segretario di Stato vaticano al Meeting di Rimini segna la particolare affinità che lega il movimento di Cl all’attuale leadership della Santa Sede.
Un’affinità che trova la sua origine nel convincimento tutto ratzingeriano che è Cl a riuscire, accanto ad altri movimenti e associazioni cattoliche, a comprendere e quindi a interpretare “sul campo” il pensiero ecclesiale caratteristico del pontificato in corso: fermezza intorno ai princípi e ai valori cristiani e, insieme, comunicazione di essi al di là di quanto il mondo contemporaneo pensi al riguardo.
Dunque è questo, più che le “divagazioni” tipiche del cardinale Bertone - anche ieri, come sovente gli accade, il primo collaboratore di Ratzinger si è lasciato andare coi giornalisti presenti a tematiche varie e variegate: «Tutti dobbiamo fare il nostro dovere nel pagare le tasse, secondo leggi giuste», ha detto Bertone intervenendo sul tema dello sciopero fiscale annunciato dalla Lega Nord -, il risultato della prima volta di un segretario di Stato vaticano al raduno di fine estate di Cl.
Non è un caso che a due anni dall’ultimo conclave, papa Ratzinger abbia assecondato la volontà di Bertone di rispondere affermativamente all’invito fatto dai leader di Cl di recarsi a Rimini.
Non è un caso perché una kermesse incentrata attorno alla “verità” è grasso che cola per un pontefice che da subito - dall’omelia del 24 aprile 2005 in occasione della messa d’“intronizzazione”, passando per la lectio di Ratisbona fino agli altri discorsi cardine del suo pontificato, quello alla curia romana del 22 dicembre 2005, la riflessione tenuta a Verona per il convegno ecclesiale italiano, il testo rivolto ai vescovi europei il 24 marzo scorso - ha insistito intorno alla necessità di avere una Chiesa che di fronte a una società incapace di riconoscere verità ultime a cui riferirsi sappia proporre senza paura i princípi della propria fede.
Alla “dittatura del relativismo” in cui tutto vale ed è lecito sappia contrapporre l’annuncio delle verità cristiane.
Sono concetti sui quali Ratzinger insiste da anni. E Cl, da sempre, rappresenta per lui un uditorio affezionato. In molti ricordano l’attenzione che don Giussani riservava alla rivista “Communio” fondata negli anni del post concilio dall’allora monsignor Ratzinger insieme ad Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac.
Una rivista tradotta in italiano dalla casa editrice Jaca Book (fino a pochi anni fa unica divulgatrice dei testi di Giussani) e che dialogava criticamente con un’altra rivista di spessore e di stampo più progressista: quella “Concilium” che annoverava tra i suoi collaboratori Hans Küng, Yves Congar, Karl Rahner ed Edward Schillebeeckx.
Negli anni del cardinale Ratzinger alla guida dell’ex Sant’uffizio, spesso Giussani chiedeva al custode della dottrina delle fede pareri su questioni teologiche per lui importanti.
Erano due sacerdoti “storici” di Cl, Massimo Camisasca (oggi superiore generale dei missionari di san Carlo) e Angelo Scola (oggi patriarca di Venezia) a organizzare, in un appartamento vicino a santa Maria Maggiore a Roma, delle cene in cui far incontrare Ratzinger e Giussani.
Quando nel febbraio del 2005 (a poche settimane dalla morte di Wojtyla) si sono tenuti i funerali di Giussani nel duomo di Milano, l’omelia di Ratzinger ha impressionato i ciellini per l’affetto che egli ha voluto dimostrato al fondatore di Cl, un affetto che nutriva nei suoi confronti anche Wojtyla fin da quando era arcivescovo di Cracovia.
Tarcisio Bertone, al termine della messa con la quale si è aperto ieri mattina il Meeting, ha assistito insieme al popolo di Cl alla video-proiezione dell’Angelus del papa da Castelgandolfo. Poi, insieme ai ciellini, ha applaudito alle parole che Ratzinger ha voluto dedicare al Meeting. Poi si è alzato in piedi e tra gli applausi dei presenti ha rivolto ancora alcune parole di saluto.
Prima di tornare a Roma e quindi a Castelgandolfo - Bertone in questi giorni sta preparando i prossimi viaggi del papa a Loreto e in Austria e il suo personale in Perù -, un pranzo insieme al presidente del Parlamento europeo Hans-Gert Poettering che nel pomeriggio ha parlato al Meeting del futuro dell’Europa.
Poettering (a differenza della maggioranza del Parlamento) non è lontano dal convincimento che le radici cristiane del continente rappresentino un valore da riconoscere e da non sprecare.
Quanto al nuovo trattato europeo, ha spiegato che anche se egli avrebbe voluto fare di più, «sarà un compromesso tra Stati».
Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un video-messaggio inviato per l’apertura del Meeting, ha parlato del nuovo trattato la cui stesura egli ritiene fondamentale affinché l’Europa diventi un vero e proprio soggetto politico.
L’ultima spinta di Ratzinger alla liturgia coreografica
Ago 18, 2007 Pensieri sparsi
«Con Giovanni Paolo II ero un po’ più libero, avevamo fatto un patto implicito perché lui era uomo di preghiera e non di liturgia», mentre «con Benedetto XVI devo stare un po’ più attento, perché è esperto di liturgia».
Così, un anno e mezzo fa, parlò intervistato da Affari Italiani l’attuale maestro delle cerimonie liturgiche pontificie, ovvero il 65enne pavese (ma della diocesi di Piacenza) monsignor Piero Marini.
Poche parole, a significare tutta la libertà goduta nel suo lavoro sotto il papato di Wojtyla e, insieme, la maggiore ristrettezza d’espressione cui si è dovuto sottomettere da due anni a questa parte, da quando cioè il 19 aprile del 2005 Joseph Ratzinger è succeduto al papa polacco.
Un rapporto non facile, quello tra Marini e Ratzinger, eppure andato avanti per più di 24 mesi a dispetto delle tante, tantissime voci che lo volevano (Marini) spostato ora in questa ora in quella diocesi italiana. Un rapporto che ancora oggi regge (lo dicono i più maligni) per le rimostranze che lo stesso cerimoniere ha più volte avanzato ogni qual volta in curia circolavano voci di un suo possibile spostamento ora in questa, ora in quella diocesi italiana.
Una delle ultime diocesi che gli sono state proposte era Loreto, quella del santuario mariano dove è vescovo (non senza qualche problema di gestione) monsignor Gianni Danzi.
Loreto (sempre a dar retta ai maligni) era pronta per Marini ma Ratzinger, dopo non poche pressioni e lamentele, ha dovuto desistere.
Così fino a oggi.
E così, sembra, possa andare avanti ancora per tutto il mese di agosto, ma a settembre…
Con la fine dell’estate pare si cambi. Del resto, le “visioni” liturgiche dei due (è sempre di Ratzinger e di Marini che stiamo parlando) sono troppo, troppo distanti.
Due visioni che si sono ben evidenziate all’inizio dell’estate quando è stato comunicato che la messa in latino secondo l’antico rito tridentino (rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII) sarebbe stata reintrodotta grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum.
Apriti cielo. Toccato il punto nevralgico della vita di fede (lex orandi lex credendi, recita l’antico adagio), ecco che i fautori di una lettura intramondana del concilio Vaticano II hanno dato fondo alle proprie cartucce e tramite puntuali argomentazioni enucleate su autorevoli quotidiani hanno scritto nero su bianco il proprio «io non ci sto». «Noi - hanno scritto - al ritorno di un rito vetusto, proprio di una Chiesa arcaica e verticalmente gerarchica, diciamo no».
Eppure, secondo i “ratzingeriani” non è una sconfessione della riforma liturgica del 1970 che Benedetto XVI ha voluto mettere in cantiere col Summorum Pontificum, quanto una reintroduzione, accanto al rito riformato, di un rito più antico per altro mai caduto in disuso.
Ma tant’è. Le proteste da parte di esponenti di spicco delle gerarchie ecclesiastiche si sono levate pesanti.
E ad ascoltare quanto disse lo stesso Piero Marini sempre ad Affari Italiani e sempre un anno e mezzo fa, se ne capisce il perché: «Il rito tridentino o di san Pio V - disse Marini -, che poi in realtà è il Missale Romanum aggiornato secondo le ultime disposizioni del 1962 a opera di Giovanni XXIII, fu lasciato in vigore a certe condizioni per evitare di rendere traumatico il passaggio dal vecchio al nuovo rito per i fedeli più anziani. Poi papa Wojtyla ha permesso che si potesse, in certe chiese, celebrare secondo il rito di san Pio V, tutto qua. Ma andare oltre questo è andare oltre la Chiesa, e questo non si può. Se la liturgia è segno di unità per la Chiesa, non posso creare gruppi di fedeli che il giorno tale all’ora tale pregano in un modo, poi un altro gruppo l’ora dopo prega in un altro».
Insomma, secondo Marini e secondo alcuni esponenti della curia romana, quello che il papa ha poi fatto - e cioè la reintroduzione dell’antico rito -, non si poteva fare e il motivo risiede tutto in una diversa visione di liturgia, una visione che è contenuta a sua volta all’interno di un’altra visione più grande: quella che si ha a proposito del concilio Vaticano II. O meglio, a proposito dell’esegesi del concilio: o il concilio è stato una rottura con tutto il passato e dunque, restringendo il campo alla sola liturgia, reintrodurre l’antico rito è da pazzi («è un andare oltre la Chiesa», ha detto Marini). Oppure il concilio (è questa la linea di Ratzinger) è stata una riforma nella continuità e dunque l’antico rito (che mai fu soppresso) ha diritto di esistere accanto al nuovo, quello inaugurato con la riforma liturgica del 1970. Una riforma che Ratzinger non misconosce ma che è stata portata avanti con forza (forse troppa) negli anni del post concilio da monsignor Annibale Bugnini il quale, nel 1975, probabilmente proprio a causa delle sue “visioni liturgiche” troppo in antitesi all’antico rito, venne “spedito” da Paolo VI quale pro-nunzio apostolico in Iran.
Ma di Bugnini, in un certo qual modo, è rimasta traccia in Vaticano se è vero come è vero che era proprio l’attuale cerimoniere papale, Piero Marini, a esserne stato per anni segretario personale e dunque fedele continuatore del pensiero.
E in effetti, in questi anni, Marini ben si è adoperato per imporre nelle cerimonie papali la propria visione di liturgia: scomparsi il canto gregoriano e la polifonia, spazio hanno avuto i più diversificati e improvvisati cori, conditi sovente da canti e balli che poco avevano a che vedere con le regole liturgiche. Il tutto davanti a un papa spesso “addobbato” con paramenti multicolori a mo’ di Arlecchino.
Ratzinger non ha mai digerito questo tipo di interpretazione della liturgia. E il mese prossimo pare possa dare fondo alla restaurazione dell’intero “assetto” inaugurata col Summorum Pontificum.
Insomma la lunga era di Piero Marini alla guida dell’ufficio delle celebrazioni liturgiche del papa - “liturgista del secolo” lo aveva definito nel 2003 John L. Allen jr nella column “The world from Rome” curata per il settimanale progressista Usa National Catholic Reporter -, pare possa definitivamente tramontare. Per lui (è in carica dal 1987), appurata la ritrosia a spostarsi in una diocesi, è pronta l’arcipretura della basilica di San Paolo fuori le mura oppure la presidenza del comitato per i congressi eucaristici internazionali. A meno di ulteriori, imprevisti, ripensamenti.



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