Incontro Tremonti-Ratzinger (II)

Il sindaco di Lorenzago è prontamente arrivato in sala stampa. Così ha raccontato il suo incontro col papa: «Sono contento. Non fumo mai ma per l’occasione ho fumato una sigaretta. È stato un colloquio molto breve. Ho presentato al papa tutto il consiglio comunale di Lorenzago. Gli ho chiesto se si trovasse bene qui e mi ha detto di sì. Il colorito del papa era buono. Gli abbiamo regalato un libro di Lorenzago (non quello della mostra su Wojtyla che tanto lo fece infuriare, ndr) e un libro che parla delle “erbe dolomitiche”».


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Incontro Tremonti-Ratzinger

È ufficiale: Tremonti, sindaco di Lorenzago, è rimasto fino al termine dell’udienza di questa sera col papa. Non è scappato via prima. Ha parlato a tu per tu col papa. I dettagli del colloquio restano top secret.
Le uniche parole del papa pronunciate pubblicamente sono state: «La bellezza realizzata da voi (dalla giunta comunale per allestire la casa del papa, ndr) si collega in modo armonico con la bellezza donata dal Creatore a questa terra».


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Colpo di scena. Ancora il sindaco.

Colpo di scena a Lorenzago. Il sindaco Tremonti torna a far parlare di sé. Quesa sera alle 18.00 sarà ricevutgo dal papa. A seguire una breve conferenza stampa. Non vedo l’ora di ascoltarlo.
PS: Sono aperte le scommesse: dopo quanti minuti il sindaco si alzerà e se ne andrà lasciando di stucco papa e suo seguito?


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I coniugi stizziti di passaggio a Lorenzago.

Oggi c’è un grande sole a Lorenzago. Il papa è chiuso nel suo recinto ma è probabile che verso sera esca per l’ennesima breve passeggiata. Anche questa sera, mi guarderò bene dal rincorrerlo per sentieri e valli.
Il sindaco del paese continua a entrare e uscire dalla sala stampa ma oramai nessuno lo sta più ad ascoltare. Le cartucce, insomma, pare le abbia sparate tutte.
Fuori dalla sala stampa, allestita all’ultimo piano del municipio, il paese sonnecchia. Le due strade che portano alla casa del papa sono presidiate dalla polizia e nessuno può passare.
Sotto il municipio c’è un bar. Oggi, mentre mangiavo un panino, una coppia di cinquantenni di passaggio mi chiedeva se domani il papa avesse celebrato la messa in paese. «No – ho risposto loro – soltanto l’Angelus al castello Mirabello». «Ma insomma – mi hanno detto – è possibile che non si faccia mai vedere?». «Beh – ho detto io -, è in vacanza. Credo che per riposarsi abbia voluto ridurre al minimo gli appuntamenti pubblici». «Ma anche noi siamo in vacanza! – mi hanno risposto stizziti -. E nonostante ciò siamo venuti fin qui per vederlo».


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Colpo di scena. Ancora il sindaco.

Colpo di scena a Lorenzago. Il sindaco Tremonti torna a far parlare di sé. Quesa sera alle 18.00 sarà ricevutgo dal papa. A seguire una breve conferenza stampa. Non vedo l’ora di ascoltarlo.
PS: Sono aperte le scommesse: dopo quanti minuti il sindaco si alzerà e se ne andrà lasciando di stucco papa e suo seguito?


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Un bel casino a Lorenzago. Ma io c’ero.

Ieri sera è successo un bel casino a Lorenzago, un casino tutto in “salsa italiana”. Un casino talmente grande che non capisco per quale motivo il Corriere della Sera non ci abbia aperto il giornale questa mattina. Ma forse si rifarà domani.
Le cose (stando a quanto mi hanno raccontato, io non ero ancora arrivato) sono andate così: nell’ex cinema del paese è stato presentato un libro fotografico su Wojtyla che a Lorenzago passò parecchie vacanze estive.
A un certo punto il sindaco Mario Tremonti (lista civica di Forza Italia, sindaco dal 1985 al 1995 e poi tornato in carica nel 2004) ha preso la parola e ha spiegato il suo sconcerto per il fatto che nel libro non comparisse neanche una sua foto col papa mentre ne comparivano alcune del sindaco che è stato in carica al suo posto dal 1995 al 2004. Si tratta di Nizzardo Tremonti (omonimo di Mario).
Dopo aver manifestato il suo sconcerto, Mario si è alzato e insieme alla giunta è uscito dall’ex cinema in segno di protesta.
L’”increscioso” episodio, ovviamente, non è stato comunicato al più famoso dei Tremonti (Giulio) il quale non è parente dei due Tremonti ma, pare, sia di origini di questi posti (del resto, qui, si chiamano tutti Tremonti) e pare sia pure parecchio interessato alla vicenda.
Questo pomeriggio il “nostro” Mario (il sindaco attuale) è entrato nella sala stampa e ha voluto puntualizzare a noi giornalisti (eravamo tutti con le orecchie drizzate vista la personalità dell’individuo e quando dico tutti intendo io più altri tre colleghi) che l’Ansa aveva sbagliato a scrivere il numero di volte che lui aveva incontrato Wojyla: non erano cinque ma ADDIRITTURA sei. Addirittura.
Comunque lo voglio dire chiaro e tondo: mi auguro vivamente che la cosa si risolva al più presto e che a Mario venga dato quel che è di Mario e a Nizzardo pure.
Per dovere di cronaca comunico infine che alla casa del papa non ci si può avvicinare nemmeno col binocolo… Oggi c’era chi lo dava a passeggiare tra i boschi e chi in gita oltre il paese, verso una chiesetta dove qualche giorno fa si è recato con don Georg a dire il rosario. Alcune macchine di curiosi e di qualche collega sfrecciavano a destra e sinistra sulle sue tracce. Io me ne sono rimasto in sala stampa: chissà mai che al signor sindaco non fosse venuta voglia di aggiungere qualche altra imperdibile puntualizzazione. Nel caso io avrei potuto dire che c’ero.


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Da Belfiore del Chienti a Lorenzago di Cadore

Ieri sono stato a Belfiore del Chienti a parlare del Motu Proprio dedicato all’antico Messale. Ho parlato in una chiesetta del 1218 ristrutturata in stile neoclassico nel 1748.
Prima che io parlassi ha cantato il gregoriano il gruppo “Verba manent”. Il maestro del coro ha detto che il gregoriano è la “parola cantata che rimane”.
Oggi vado 550 km più a nord, a Lorenzago di Cadore. Rimango un paio di giorni per fare un servizio per il Riformista sulle vacanze del papa.


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“La Chiesa di Cristo è solo quella cattolica”. Protestanti e ortodossi reagiscono male

Dopo la liturgia, l’ecclesiologia, il tutto nel segno della corretta interpretazione dei risultati del concilio Vaticano II, una corretta esegesi nella quale il papa crede fermamente nonostante, fuori e dentro la Chiesa, non manchi la manifestazione esplicita di qualche malumore.
Se contro il “ritorno” del Messale preconciliare (il Messale di San Pio V rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII) voluto, tramite Motu Proprio, da Benedetto XVI, è stata una parte dell’episcopato a reagire con qualche manifesta espressione di disapprovazione, contro l’uscita di ieri di un documento della dottrina della fede (approvato dal papa) il cui scopo è fare il punto sulla corretta interpretazione dell’ecclesiologia del Vaticano II sono stati soprattutto i protestanti e gli ortodossi a prendersela a male. Ma del resto, che piaccia o no, è dal famoso discorso del 22 dicembre 2005 che Ratzinger si adopera per una lettura dei lavori conciliari non in rottura con la tradizione passata bensì sulla scia di un rinnovamento nella continuità, una lettura che, critiche a parte, suona oggi più che mai come il let motiv di tutto il suo pontificato.
Il documento “Risposte e quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa” uscito ieri e firmato dal successore di Ratzinger alla congregazione per la dottrina della fede (il cardinale statunitense William Levada) era interamente dedicato a una corretta esegesi del testo conciliare Lumen Gentium e, in particolare, a un passaggio di questo testo in cui si afferma testualmente che la Chiesa di Cristo «sussiste nella Chiesa cattolica».
Un passaggio delicato soprattutto perché s’intreccia con le problematiche del dialogo ecumenico con gli ortodossi e soprattutto con i protestanti i quali, non a caso, a documento uscito hanno voluto far sapere per voce di Thomas Wipf, presidente della Comunità delle chiese protestanti in Europa, che il testo della dottrina per la fede manda «segnali sbagliati». «Le sfide di questo mondo – ha detto Wipf – chiedono a gran voce che le chiese lavorino insieme. La comunione non è un obiettivo ideale, ma il nostro compito. Le vedute dottrinali sono molto importanti, ma non devono spaccare la chiesa».
Perché la reazione dei protestanti?
Perché con il documento di ieri (formulato in cinque domande e cinque risposte) la congregazione della dottrina per la fede tramite il papa ha inteso fugare «errori e ambiguità» che alcuni studiosi e teologi (anche cattolici) hanno dato leggendo la Lumen Gentium, «errori e ambiguità» che riguardano direttamente la dottrina della Chiesa cattolica e quindi la concezione che la stessa Chiesa ha delle Chiese ortodosse e delle comunità protestanti.
Nelle prime tre risposte il documento spiega come la Chiesa cattolica governata dal papa e dai vescovi in comunione con lui sia l’unica che si identifica pienamente con la Chiesa istituita da Gesù Cristo. Nelle ultime due si spiega come, di conseguenza, le Chiese ortodosse e le comunità protestanti manchino di «elementi costitutivi essenziali» della Chiesa voluta da Cristo. La Chiesa ortodossa (nonostante non riconosca il primato del papa) è Chiesa sorella perché assieme alla Chiesa cattolica riconosce il sacerdozio e l’eucaristia. Le comunità protestanti, nate dalla forma luterana del sedicesimo secolo, non possono essere considerate, dalla dottrina cattolica, «Chiese in senso proprio», in quanto non contemplano il sacerdozio e non conservano più in modo sostanziale il sacramento dell’eucaristia.
Che il documento riguardi primariamente quale interpretazione si vuole dare al concilio Vaticano II è fuori di dubbio. Il papa, a una lettura intramondana del Concilio ne predilige una più rispettosa della tradizione passata e, in questo senso, sostenere come fa la Lumen Genitum che la Chiesa di Cristo «sussiste nella Chiesa cattolica» ha un significato esclusivo che non può essere riferito alla stessa maniera a ortodossi e protestanti. Certo, fuori dalla Chiesa cattolica esistono «numerosi elementi di santificazione e di verità» ma non è corretto leggere la Lumen Gentium – come hanno fatto anche alcuni studiosi cattolici – in altro modo se non in quello notificato ieri.
La discussione che ha portato alla stesura del documento della dottrina per la fede non è stata semplice. Pare, anzi, che all’ultimo il cardinale Levada e il segretario della stessa congregazione Angelo Amato, abbiano dovuto in qualche modo portare al papa un testo ammorbidito rispetto a quello che inizialmente si pensava di far uscire. Diversi teologi chiamati infatti a esprimere il loro parere sul documento, pare abbiano chiesto di smussare alcune dichiarazioni ritenute troppo forti. Ma il senso generale del testo è rimasto, tant’è che oltre ai protestanti anche dal mondo ortodosso si sono levate richieste di chiarimento: in particolare è stato il patriarcato di Mosca a mostrarsi contrariato. Del resto, la stessa reazione la provocò l’uscita nel 2000 della Dominus Iesus incentrata sulle stesse problematiche. Il papa è consapevole delle reazioni, ma la necessità di correggere interpretazioni che egli ritiene sbagliate viene evidentemente prima di tutto.

E a proposito del Vaticano II e sue interpretazioni, sempre oggi ho fatto pubblicare un testo di Joseph Ratzinger del 1965. E’ tratto da “Problemi e questioni non risolte del concilio vaticano II” (Queriniana):
“Abbiamo avuto bisogno di rinnovarci. Ma sempre rimanendo fedeli a noi stessi”.

Fare un bilancio del concilio esigerebbe un vero e proprio volume; del resto sarebbe ancora un po’ prematuro il tentarlo.
Esso, dovrebbe riflettere sui risultati scritti e non scritti del concilio e confrontarli con le aspettative e le speranze, nonché con le effettive mete, possibilità e compiti del concilio e della Chiesa del nostro tempo. Dovrebbe soprattutto riflettere che sostanzialmente il concilio ha solo voluto porre la grande cornice, mentre le applicazioni pratiche saranno fatte soltanto in “direttorii” ed in parte son riservate alle conferenze episcopali: questo è il motivo per cui, per quel che riguarda le singole questioni concrete, i risultati del concilio sovente appaiono ancora un po’ miseri.
Ma per quel che riguarda il risultato generale può essere sufficiente rimandare alla somma che ha tirato l’esegeta di Basilea, Oscar Cullmann, il 2 dicembre 1965 nella conferenza stampa tedesca per il concilio.
Dopo un’analisi accurata dei dati egli ha dichiarato che, per conto suo, guardando indietro si deve dire «che in complesso le aspettative, in quanto non erano illusioni, e prescindendo da singoli punti, sono soddisfatte ed in molte cose persino superate».
Una piccola osservazione sulla presente situazione della Chiesa e del cristiano può concludere queste considerazioni.
Dovunque il concilio viene valutato positivamente e se ne accoglie con gioia l’impulso, quasi ogni volta si manifesta inavvertitamente anche una certa ingiustizia. Qui non penso neppure in primo luogo al fatto che qua e là (e forse neanche tanto raramente) rinnovamento viene scambiato con diluizione e riduzione dell’insieme; e neppure al fatto che qua e là ci si rifugia nella letizia di una cornice liturgica, scansando l’esigenza profonda della liturgia e quindi rimpicciolendo e screditando il grande postulato di una vera riforma: e neppure al fatto che qua e là sembra che non si ricerchi tanto la verità quanto piuttosto la modernità e la si consideri come norma sufficiente di ogni azione.
Tutti questi sono pericoli reali, e l’opporsi ad essi non dev’essere lasciato agli integralisti ed agli avversari di ogni rinnovamento, come giustamente ha notato Cullmann nella conferenza stampa dianzi citata. Tuttavia con quanto ho detto precedentemente io penso ad una cosa molto meno appariscente: a quella pittura in bianco e nero, a cui porta quasi inevitabilmente un bilancio positivo del concilio, in quanto fa vedere il progresso del concilio mettendo le nuove conquiste in contrasto con lo stato tanto meno soddisfacente della Chiesa preconciliare.
Talora si possono già sentire le lagnanze dei fedeli, che dichiarano di essere stufi di ascoltare prediche che si svolgono sul modello stereotipato: «Vi è stato detto – ma io vi dico».
Credo sia importante, nonostante la gioia per l’opera di rinnovamento del concilio, evitare quella certa dose di ingiustizia e quella traccia di fariseismo che facilmente vi si fa sentire.
Certamente il concilio ci ha dato coscienza di quanto effettivamente la Chiesa in una nuova situazione avesse bisogno di rinnovamento dall’interno. Ma non bisogna inoltre dimenticare che la Chiesa è sempre rimasta Chiesa e che in essa si è sempre potuto trovare e si è trovata la via del Vangelo. Mi sia permessa un’osservazione del tutto personale, che può servire a chiarire il mio pensiero. Nell’autunno del 1959, nell’opera in collaborazione edita da Friedrich Heiler sulle religioni del mondo, leggevo anche l’apprezzamento sulla Chiesa cattolica fatto dal direttore dell’opera. Esso termina con l’osservazione dell’autore, una volta anch’egli cattolico, che, nonostante il peso del passato e nonostante l’impugnabilità di dogmi e metodi di questa Chiesa (quale la vede Heiler), si deve dire che «molti milioni di uomini considerano la Chiesa romana come una madre spirituale, nel cui seno sanno di essere al sicuro in vita e in morte».
Questa osservazione allora mi colpì cosi profondamente, perché poco prima avevo potuto e dovuto essere testimone di una morte cristiana ed avevo esperimentato personalmente quale verità essa esprima; quanto grande e pura fosse anche allora la sicurezza che la Chiesa poteva dare in vita ed in morte. Non dimenticare questo fatto mi sembra che sia decisivo proprio anche nel periodo post-conciliare. In definitiva la Chiesa in tempi torbidi ed in tempi grandi vive nel più intimo della fede di coloro che sono di cuore semplice, come ne è vissuto Israele anche nei tempi in cui legalismo farisaico e liberalismo sadduceo sfiguravano il volto del popolo eletto.
Essa rimaneva viva in coloro che erano di cuore semplice: furono questi a trasmettere al Nuovo Testamento la fiaccola della speranza; i loro nomi sono gli ultimi dell’antico popolo di Dio ed insieme i primi del nuovo: Zaccaria, Elisabetta, Giuseppe, Maria. La fede di coloro che sono di cuore semplice è il tesoro più prezioso della Chiesa; servire ad essa e viverla è il compito più alto di un rinnovamento ecclesiale.


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Ecco il Motu Proprio in italiano

Di seguito riporto la traduzione non ufficiale (dal latino in italiano), distribuita dal VIS (Vatican Information Service), della Lettera Apostolica “Motu proprio data”, “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI, sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma compiuta nel 1970. Il papa aveva accompagnato il Motu Proprio con una lettera introduttiva. Qui io riporto solo il testo del Motu Proprio che sul sito del Vaticano è ancora in latino.

LETTERA APOSTOLICA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI MOTU PROPRIO DATA SUMMORUM PONTIFICUM
I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” ed “ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa”. Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”[1].
Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l’Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell’Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di san Benedetto, dovunque unitamente all’annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: “Nulla venga preposto all’opera di Dio” (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l’uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.
Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca s. Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell’esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l’edizione dei libri liturgici, emendati e “rinnovati secondo la norma dei Padri” e li diede in uso alla Chiesa latina.
Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.
“Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l’aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all’inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale”[2].
Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, san Pio X[3], Benedetto XV, Pio XII e il B. Giovanni XXIII.
Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato “perché questa sorta di edificio liturgico [...] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia”[4].
Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B. Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.
A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:
Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.
Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:
Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.
Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.
Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi – osservate le norme del diritto – anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.
Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.
§ 2. La celebrazione secondo il Messale del B. Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere.
§ 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi.
§ 4. I sacerdoti che usano il Messale del B. Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti.
§ 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.
Art. 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del B. Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua vernacola, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.
Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei”.
Art. 8. Il Vescovo, che desidera rispondere a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause è impedito di farlo, può riferire la questione alla Commissione “Ecclesia Dei”, perché gli offra consiglio e aiuto.
Art. 9 § 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell’Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime.
§ 2. Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando il precedente antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime.
§ 3. Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962.
Art. 10. L’Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del can. 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un cappellano, osservate le norme del diritto.
Art. 11. La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988[5], continua ad esercitare il suo compito.
Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.
Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni.
Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data a modo di Motu proprio, ordiniamo che sia considerato come “stabilito e decretato” e da osservare dal giorno 14 settembre di quest’anno, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio 2007, anno terzo del nostro Pontificato.
BENEDICTUS PP. XVI
[1] Ordinamento generale del Messale Romano, 3a ed., 2002, n. 397.
[2] Giovanni Paolo II, Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 4 dicembre 1988, 3: AAS 81 (1989), 899.
[3] Ibid.
[4] S. Pio X, Lett. ap. Motu propio data, Abhinc duos annos, 23 ottobre 1913: AAS 5 (1913), 449-450; cfr Giovanni Paolo II, lett. ap. Vicesimus quintus annus, n. 3: AAS 81 (1989), 899.
[5] Cfr Ioannes Paulus II, Lett. ap. Motu proprio data Ecclesia Dei, 2 luglio 1988, 6: AAS 80 (1988), 1498.


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Melloni gira le spalle a papa Ratzinger

«Ho letto con attenzione le motivazioni che Benedetto XVI dà ai vescovi circa la pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum” che liberalizza l’antico rito – la messa in latino “spalle al popolo” – rivisto da Giovanni XXIII nel 1962 e nonostante non abbia motivo di dubitare delle sane intenzioni del papa, queste stesse non mi convincono. Il papa sostiene che liberalizzare l’antico rito va nella direzione di unire la Chiesa perché in questo modo si risponde a quei fedeli che hanno vissuto come una ferita l’accantonamento dell’antica liturgia: fedeli che prendono il nome di lefebvriani ma anche più semplicemente di “tradizionalisti”. Ma ciò che a mio avviso il papa non riesce a vedere è che col Motu Proprio è gran parte dell’episcopato che viene scontentato, il tutto nel nome di un compromesso (quello coi cosiddetti “tradizionalisti”) che non posso che definire “mal riuscito”».
Pungente fino a fare male. Capace di una critica decisa anche quando l’oggetto del suo criticare è nientepopodimeno che il capo supremo della Chiesa cattolica, Alberto Melloni non smentisce la sua indole – oltre che di storico – di watchdog (ovviamente secondo il suo punto di vista) della Chiesa cattolica quando accetta di parlare con “il Riformista” della decisione di Ratzinger di lasciare piena libertà ai fedeli di chiedere ai propri parroci (e non ai vescovi) la possibilità di avere in parrocchia la celebrazione in latino “spalle al popolo”, quella che si avvale del Messale di san Pio V rivisto nel ’62.
Dalla Bologna teatro di quel movimento cultural-religioso che mosse i suoi primi passi grazie al lavoro di Giuseppe Dossetti e poi di Giuseppe Alberigo, Melloni è completamente se stesso quando deve commentare una delle decisioni del pontificato di Benedetto XVI tra le più difficili quanto a gestazione.
«Il papa – dice – sapeva bene delle riserve che avevano molti vescovi, anche francesi. Sapeva e sa bene che i cosiddetti lefebvriani, assieme a tutti tradizionalisti che celebrano l’antico rito, rappresentano lo 0,001 per cento del numero totale dei cattolici. Sapeva bene che su 5000 vescovi, soltanto due o tre oggi usano il Messale di san Pio V. Eppure, nonostante i numeri insignificanti, ha voluto mettere in campo un’azione che neppure Giovanni Paolo II ha mai fatto».
E ancora, ecco servito il “mellonian-pensiero”: «Secondo me il papa ha agito come uno di quei professori del liceo che quando ha di fronte dei casi “disperati”, decide di dare loro un 6 politico per promuoverli nonostante non se lo meritino. Ecco, il papa col Motu Proprio dell’altro giorno ha voluto dare ai lefebvriani un 6 politico in liturgia: promossi nonostante tutto».
La critica di Melloni entra prima nel cuore del concilio di Trento, poi in quello del Vaticano II, senza sconti di alcun tipo: «Il concilio di Trento volle andare contro il soggettivismo e il relativismo propri del protestantesimo ma oggi, tornando al rito tridentino, è proprio il relativismo (il fatto che ognuno possa partecipare alla messa che vuole) che viene messo in campo. Quanto al Vaticano II, poi, credo che Ratzinger contraddica in questo modo la lettura che egli diede nel famoso discorso del 22 dicembre 2005. Qui parlò della necessità di leggere il Vaticano II in continuità con la tradizione passata e non come una rottura, ma chi ha tradito la Chiesa e quindi ha creato una frattura sono stati proprio gli scismatici lefebvriani, mica altri».
È sul Vaticano II (sua esegesi, sue conquiste e suoi risultati) che Melloni spazia con più ironia: «Diciamolo chiaramente – spiega -: è grazie al Vaticano II che la fede ha potuto continuare a essere trasmessa. È grazie alle messe celebrate magari con tanto di “schitarrate” strampalate, con le chiese illuminate da neon “da Ipercoop” e in luoghi dall’architettura forse non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata. Cosa hanno fatto, invece, gli scismatici lefevbriani per la fede della Chiesa? Poco o niente. E adesso che il papa concede loro questo Motu Proprio ecco che rispondono con un comunicato come se avessero ottenuto una vittoria dopo anni di resistenza e di lotta».
E ancora: «D’altronde, al di là dei lefebvriani, questo Motu Proprio è un gesto tutto ratzingeriano: è lui che, come ha ben testimoniato un video girato da Rai Uno all’interno del suo appartamento, celebra la messa “spalle al popolo”. Cosa che fa anche suo fratello, don Georg. Comunque, fra tre anni, quando i vescovi saranno chiamati a scrivere le loro impressioni circa la messa in pratica del Motu Proprio, tireremo le fila di questa decisione. Del resto, questo è un po’ il pontificato delle decisioni e delle contro decisioni: si critica Assisi e poi si va ad Assisi; si va a Ratisbona e poi si ripara in Turchia».


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