Costruttori dell’inferno

«La bellezza della natura ci ricorda che siamo stati posti da Dio a coltivare e custodire questo giardino che è la Terra. Se gli uomini vivessero in pace con Dio e tra di loro, la Terra assomiglierebbe veramente a un paradiso. Il peccato purtroppo ha rovinato questo progetto divino, generando divisioni e facendo entrare nel mondo la morte. Avviene così che gli uomini cedono alle tentazioni del Maligno e si fanno guerra gli uni gli altri. La conseguenza è che, in questo stupendo giardino che è il mondo, si aprono spazi di inferno».
Così Benedetto XVI ieri mattina prima della recita dell’Angelus da Lorenzago di Cadore.
Dunque il Maligno esiste eccome. È lui, Signore delle Tenebre, che tenta noi uomini fino a portarci a cedere e a vivere perché la terra sulla quale viviamo diventi il suo regno: il regno dell’inferno.



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Costruttori dell’inferno

«La bellezza della natura ci ricorda che siamo stati posti da Dio a coltivare e custodire questo giardino che è la Terra. Se gli uomini vivessero in pace con Dio e tra di loro, la Terra assomiglierebbe veramente a un paradiso. Il peccato purtroppo ha rovinato questo progetto divino, generando divisioni e facendo entrare nel mondo la morte. Avviene così che gli uomini cedono alle tentazioni del Maligno e si fanno guerra gli uni gli altri. La conseguenza è che, in questo stupendo giardino che è il mondo, si aprono spazi di inferno».
Così Benedetto XVI ieri mattina prima della recita dell’Angelus da Lorenzago di Cadore.
Dunque il Maligno esiste eccome. È lui, Signore delle Tenebre, che tenta noi uomini fino a portarci a cedere e a vivere perché la terra sulla quale viviamo diventi il suo regno: il regno dell’inferno.


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Ratzinger fa vescovo don Mietek il 29 settembre

Poco da dire in questi giorni in cui il papa riposa a Lorenzago di Cadore. Ho con me solo una piccola notizia, di nicchia direi, talmente di nicchia che forse non interessa nessuno. Ma ve la dò ugualmente: sarà il 29 settembre che nella basilica di san Pietro il papa ordinerà vescovo monsignor Mieczyslaw Mokrzycki, “don Mietek”, segretario personale in seconda di Wojtyla e poi di Ratzinger. “Don Mietek” una settimana fa era stato nominato arcivescovo coadiutore dell’arcidiocesi di Lviv dei Latini (Ucraina).
Al posto di “don Mietek” pare si faccia sempre più propabile la nomina del maltese Alfred Xuereb, segretario del prefetto della Casa pontificia.


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Ecco le quote rosa di papa Ratzinger

Può una donna diventare vescovo all’interno della Chiesa cattolica?Assolutamente no. Eppure, stando a quanto ha snocciolato l’altro ieri a Lorenzago di Cadore il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone (era lì per un incontro di lavoro col papa ma ne ha approfittato per un’intervista con i giornalisti presenti), alle donne il Vaticano guarda con sempre maggiore interesse, anche per dare loro ruoli di governo nella curia romana. Proprio così. «Stiamo disegnando – ha detto Bertone – le nuove nomine in Vaticano, tutti lo sanno, e nel quadro delle responsabilità, dei carismi, delle donne ci sono incarichi che assumeremo».
Parole che ricordano quelle rilasciate dal papa un anno fa alle tv tedesche: «Oggi (le donne, ndr) sono ben presenti nei dicasteri della Santa Sede. Ma c’è un problema giuridico: il fatto che secondo il diritto canonico il potere di prendere decisioni giuridicamente vincolanti è legato all’ordine sacro. Da questo punto di vista vi sono quindi dei limiti. Ma io credo che le stesse donne, con il loro slancio e la loro forza, con la loro, per così dire, preponderanza, con la loro “potenza spirituale”, sapranno farsi il loro spazio».
Dunque, spazio alle donne. Anche se non potranno ricoprire ruoli che la giurisdizione vuole vengano assunti da sacerdoti.
Ma in Vaticano sono tanti i posti “occupabili” da laici e laiche: la guida della Sala Stampa vaticana, ad esempio, o del pontificio consiglio delle Comunicazioni Sociali e poi tante responsabilità all’interno di altri “ministeri”.
Si tratta di ruoli che già oggi, in parte, sono in mano alle donne e alla loro particolare sensibilità.
L’americana Mary Ann Glendon, 68 anni, ad esempio, è sposata e divorziata. Ma su decisione di Wojtyla è presidente della pontificia accademia delle Scienze Sociali. Insegna diritto all’università di Harvard, sostiene il movimento Pro Life e non è una che la manda a dire. Tra le sue performance si ricorda l’uscita del 1995 alla conferenza di Pechino quando presentò A World Made New, “Un mondo fatto nuovo”, un libro uscito per i tipi di Random House: «La conferenza – disse – vuole contrastare le violenze patite dalle donne? Giusto. E allora prendiamone nota. Tra le violenze ci sono i programmi obbligatori di controllo delle nascite, le sterilizzazioni forzate, le pressioni ad abortire, la preselezione dei sessi e la conseguente distruzione dei feti femminili».
Insomma, un tipetto niente male, Mary Ann, che presiede ogni anno la sessione plenaria delle Scienze Sociali e dunque dirige i lavori dei suoi sottoposti, primo tra i quali il vescovo Marcalo Sànchez Sorondo. E non mancano tra i consultori dell’accademia altri personaggi importanti: da Rocco Buttiglione a Hans Tietmeyer.
Da un’americana a una norvegese: ecco Janne Haaland Matlary, membro del pontificio consiglio Iustitia et Pax. È stata viceministro degli Esteri di Norvegia tra il 1997 e il 2000, insegna politica internazionale all’università di Oslo e in Italia ha pubblicato un libro celebre per Mondadori: Il tempo della fioritura. Per un nuovo femminismo. Anche la Haaland, in merito all’aborto, ha usato parole niente male: «La sua legalizzazione – ha detto – è pura tirannia della maggioranza, l’inizio della fine della democrazia liberale». Non basta, sostiene, dire che spetta alle donne decidere del loro corpo: «Perché neppure con uno sforzo di fantasia questo può includere il corpo del nascituro».
È, invece, alla congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata che dal 24 aprile 2004 occupa il ruolo di sottosegretario (l’unico con poteri giurisdizionali affidati a una donna) suor Enrica Rosanna. Un vulcano del tipo “so tutto io” (talmente attiva che si dice che da qui agli anni a venire basti e avanzi lei come presenza femminile al di là del Tevere) e che già si fece apprezzare per competenza e dedizione al lavoro ai tempi in cui fece parte della Commissione dei saggi istituita nel 1996 dall’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer.
Ma è scendendo i gradini della gerarchia ecclesiastica che si arriva, inevitabilmente, a Ingrid Stampa. Lei, quando Ratzinger era cardinale, gli gestiva le faccende di casa e, insieme, gestiva quelle dell’appartamento di monsignor Paolo Sardi che ancora oggi lavora con diversi incarichi all’interno della Segreteria di Stato. Una volta salito Ratzinger al soglio di Pietro, ecco Sardi che assume Ingrid in segreteria di Stato, la fa addetta ai discorsi del papa e dunque le concede una certa possibilità di accesso all’“appartamento”. Insomma, in cima o ai piedi della gerarchia ecclesiastica le donne sono già una realtà oltre il Tevere e pare siano destinate a esserlo ancora in futuro.


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Ecco le quote rosa di papa Ratzinger

Può una donna diventare vescovo all’interno della Chiesa cattolica?Assolutamente no. Eppure, stando a quanto ha snocciolato l’altro ieri a Lorenzago di Cadore il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone (era lì per un incontro di lavoro col papa ma ne ha approfittato per un’intervista con i giornalisti presenti), alle donne il Vaticano guarda con sempre maggiore interesse, anche per dare loro ruoli di governo nella curia romana. Proprio così. «Stiamo disegnando – ha detto Bertone – le nuove nomine in Vaticano, tutti lo sanno, e nel quadro delle responsabilità, dei carismi, delle donne ci sono incarichi che assumeremo».
Parole che ricordano quelle rilasciate dal papa un anno fa alle tv tedesche: «Oggi (le donne, ndr) sono ben presenti nei dicasteri della Santa Sede. Ma c’è un problema giuridico: il fatto che secondo il diritto canonico il potere di prendere decisioni giuridicamente vincolanti è legato all’ordine sacro. Da questo punto di vista vi sono quindi dei limiti. Ma io credo che le stesse donne, con il loro slancio e la loro forza, con la loro, per così dire, preponderanza, con la loro “potenza spirituale”, sapranno farsi il loro spazio».
Dunque, spazio alle donne. Anche se non potranno ricoprire ruoli che la giurisdizione vuole vengano assunti da sacerdoti.
Ma in Vaticano sono tanti i posti “occupabili” da laici e laiche: la guida della Sala Stampa vaticana, ad esempio, o del pontificio consiglio delle Comunicazioni Sociali e poi tante responsabilità all’interno di altri “ministeri”.
Si tratta di ruoli che già oggi, in parte, sono in mano alle donne e alla loro particolare sensibilità.
L’americana Mary Ann Glendon, 68 anni, ad esempio, è sposata e divorziata. Ma su decisione di Wojtyla è presidente della pontificia accademia delle Scienze Sociali. Insegna diritto all’università di Harvard, sostiene il movimento Pro Life e non è una che la manda a dire. Tra le sue performance si ricorda l’uscita del 1995 alla conferenza di Pechino quando presentò A World Made New, “Un mondo fatto nuovo”, un libro uscito per i tipi di Random House: «La conferenza – disse – vuole contrastare le violenze patite dalle donne? Giusto. E allora prendiamone nota. Tra le violenze ci sono i programmi obbligatori di controllo delle nascite, le sterilizzazioni forzate, le pressioni ad abortire, la preselezione dei sessi e la conseguente distruzione dei feti femminili».
Insomma, un tipetto niente male, Mary Ann, che presiede ogni anno la sessione plenaria delle Scienze Sociali e dunque dirige i lavori dei suoi sottoposti, primo tra i quali il vescovo Marcalo Sànchez Sorondo. E non mancano tra i consultori dell’accademia altri personaggi importanti: da Rocco Buttiglione a Hans Tietmeyer.
Da un’americana a una norvegese: ecco Janne Haaland Matlary, membro del pontificio consiglio Iustitia et Pax. È stata viceministro degli Esteri di Norvegia tra il 1997 e il 2000, insegna politica internazionale all’università di Oslo e in Italia ha pubblicato un libro celebre per Mondadori: Il tempo della fioritura. Per un nuovo femminismo. Anche la Haaland, in merito all’aborto, ha usato parole niente male: «La sua legalizzazione – ha detto – è pura tirannia della maggioranza, l’inizio della fine della democrazia liberale». Non basta, sostiene, dire che spetta alle donne decidere del loro corpo: «Perché neppure con uno sforzo di fantasia questo può includere il corpo del nascituro».
È, invece, alla congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata che dal 24 aprile 2004 occupa il ruolo di sottosegretario (l’unico con poteri giurisdizionali affidati a una donna) suor Enrica Rosanna. Un vulcano del tipo “so tutto io” (talmente attiva che si dice che da qui agli anni a venire basti e avanzi lei come presenza femminile al di là del Tevere) e che già si fece apprezzare per competenza e dedizione al lavoro ai tempi in cui fece parte della Commissione dei saggi istituita nel 1996 dall’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer.
Ma è scendendo i gradini della gerarchia ecclesiastica che si arriva, inevitabilmente, a Ingrid Stampa. Lei, quando Ratzinger era cardinale, gli gestiva le faccende di casa e, insieme, gestiva quelle dell’appartamento di monsignor Paolo Sardi che ancora oggi lavora con diversi incarichi all’interno della Segreteria di Stato. Una volta salito Ratzinger al soglio di Pietro, ecco Sardi che assume Ingrid in segreteria di Stato, la fa addetta ai discorsi del papa e dunque le concede una certa possibilità di accesso all’“appartamento”. Insomma, in cima o ai piedi della gerarchia ecclesiastica le donne sono già una realtà oltre il Tevere e pare siano destinate a esserlo ancora in futuro.


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Andrea Tornielli entra nella comunità dei blogger

L’amico vaticanista del Giornale Andrea Tornielli esordisce sul web con un suo blog ricco di notizie. Vale la pena visitarlo.


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Bertone e quelle parole inusuali

Definirei quantomeno inusuale la scelta del segratario di Stato Tarcisio Bertone di recarsi a Lorenzago di Cadore e snoccialare di tutto e di più su questo e quello.
Alla ritrosia di un papa che rarissimamente si è concesso ai microfoni dei gionalisti, ecco il “suo secondo” che agisce in maniera diametralmente opposta.
Sinceramente mi sembrano due posizioni un po’ troppo estreme.
Dell’intervista di ieri registro il passaggio sui preti pedofili e queste parole di Bertone: “Statisticamente il fenomeno tocca percentauli molto basse…”. Probabilmente ha ragione lui. Però proprio non riesco a capire per quale motivo se il fenomeno è così basso la diocesi di Los Angeles ha deciso pochi giorni fa di sborsare quasi mezzo miliardo di euro per risarcire le vittime. I casi sono due: o il fenomeno non è così basso; oppure non si ha il coraggio di non pagare laddove c’è chi se ne approfitta per inventarsi abusi che non esistono.


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La Cei sta alla finestra ma su Rosy è fredda (e ancora su Letta)

Il breve e informale incontro Franceschini-Fioroni-Bagnasco della scorsa settimana (pare sia stato il capogruppo dell’Ulivo a chiederlo) è servito più che altro a comprendere i rispettivi punti di vista: da una parte il cattolico ministro dell’Istruzione e il numero due in pectore del Partito democratico; dall’altra il responsabile dei vescovi italiani.
Insomma, particolari commenti (nel bene o nel male) nei confronti del costituendo Pd non ne sono arrivati dal presidente della Cei anche perché Bagnasco, come un po’ tutto l’episcopato italiano, in questa fase altro non fa che stare alla finestra attendendo di vedere se davvero, come sembra, sarà Veltroni a raccogliere attorno a sé il massimo consenso.
Come Bagnasco, alla finestra stanno anche le tre personalità ecclesiastiche che maggiormente negli ultimi anni hanno potuto dire la loro all’interno del mondo politico italiano e cioè l’ex presidente della Cei, Camillo Ruini, l’attuale segretario della stessa Cei, Giuseppe Betori, e Rino Fisichella, rettore della Lateranense, il quale ha maturato rapporti col mondo politico anche in quanto cappellano del Parlamento.
Fisichella, cresciuto alla scuola di Ruini fin dagli anni in cui è stato nominato vescovo ausiliare di Roma, è tra l’altro uno dei candidati a succedergli dal prossimo anno al vicariato di Roma.
La finestra romana di Ruini, Betori e Fisichella, a differenza di quella di Bagnasco e di tanti altri vescovi del paese, è particolarmente privilegiata perché si affaccia direttamente sulla capitale e sui personaggi che in questa si muovono e lavorano.
Tra questi, oltre al sindaco della città, c’è il ministro della Famiglia Rosy Bindi la quale, giusto ieri, dopo essersi candidata ufficialmente alla segreteria del Pd, ha raccolto il consenso di una buona fetta dell’Ulivo e, significativamente, della Binetti: «Mi auguro – ha detto la senatrice dell’Ulivo – che questa candidatura serva a ribadire il ruolo centrale della famiglia nell’organizzazione sociale».
Un augurio legittimo, probabilmente condiviso da una parte dell’episcopato italiano. Già, perché avere come leader del Pd una personalità dichiaratemene cattolica è cosa buona e gradita. Eppure non tutti nell’episcopato del paese sembrano disposti a fare lo stesso ragionamento. In molti non dimenticano la “macchia” che prende il nome di Dico e sono convinti che, nonostante le buone intenzioni, all’interno del Pd un cattolico non possa fino in fondo proporre il proprio pensiero compiutamente. Tra l’altro, se Veltroni ha in una certa parte dell’associazionismo cattolico un suo fascino (vedi alla voce Sant’Egidio), alla Bindi questo stesso appeal sembra mancare.
La leadership della Cei, dunque, preferisce non interferire nella costituzione del futuro Pd ma, viste le premesse sopra elencate, non è azzardato affermare che, in linea di principio, a Veltroni e soprattutto alla Bindi preferirebbe Enrico Letta. Con lui, i rischi di tradire i principi “non negoziabili” dell’ortodossia ratzingeriana potrebbero essere meno reali.
Comunque una cosa pare certa: al di là delle personali simpatie o meno dell’episcopato italiano per questo o quel candidato alla segreteria del Pd, a prevalere nei prossimi mesi sarà la linea di sempre, quella del non cedimento sui princípi. Quella stessa linea, insomma, che con una veemenza non passata di certo inosservata negli ambienti ecclesiastici, Bindi e Castagnetti dal monastero di Bose avevano auspicato fosse stata accantonata per sempre. Per loro, infatti, sarebbe oggi arrivato il tempo di un nuovo «impegno» in linea con quanto auspicato dai padri conciliari già dalla metà dello scorso secolo. Ma contrapporre la linea di un nuovo «impegno» desunta dal Vaticano II a quella del cosiddetto “ruinismo”, giudicato come una brutta parentesi, viene considerato, di fatto, una contestazione agli orientamenti di Ratzinger. Secondo il quale, il Concilio non ha certo significato l’inizio di un «impegno» sganciato dalla difesa senza compromessi di ciò in cui si crede.
È proprio sul modo di intendere la presenza dei cattolici in politica che le gerarchie della Cei (i vescovi del paese è alle gerarchie che dovranno accodarsi) giudicheranno nei prossimi mesi i lavori del Pd.


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Labate (illustre collega) su Ruini e il Pd

In questi giorni le candidature alla segreteria del Partito Democratico si sprecano.
Il 10 luglio Tommaso Labate (illustre collega al Riformista) ha scritto queste righe che credo sia opportuno annotare:
«Quelli che ne parlano, e non son pochi, lo fanno sottovoce. Sembrerebbe infatti che dalle parti del vicariato di Roma, e per la precisione da quelle di Camillo Ruini, si guardi con sempre maggior attenzione alle mosse di Enrico Letta. Quella parte di cattolicesimo che sta nel Pd ed è vicina all’ex presidente della Cei non si rispecchia in Veltroni né, tantomeno, in Dario Franceschini. Basta leggere la stroncatura del ticket apparsa il 3 luglio su “Avvenire” a firma di Marco Tarquinio (“I nodi irrisolti del documento dei sessanta”). La risposta del fronte veltronian-franceschiniano è arrivata dal fondo che il deputato dl Francesco Saverio Garofani ha firmato su “Europa” tre giorni dopo (“Cattolici nel Pd, non una lobby”). Morale della favola? Nei teodem giurano che non è vero, ma l’eventuale corsa del giovane Enrico potrebbe piacere a Ruini. Tra le altre cose, poi, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha nel suo palmares anche l’astensione al referendum sulla legge 40».


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Un papa a ciel sereno colpisce due caramba

Lorenzago di Cadore. Sfighe o miracoli? Difficile rispondere. Certo è che a Lorenzago, da quando è arrivato Benedetto XVI, è successo di tutto. Per carità, non che il papa c’entri niente, ma gli avvenimenti succedutisi dal giorno dell’arrivo del pontefice hanno scatenato l’immaginario popolare più del dovuto: una parte del paese (quella più devota) grida al miracolo, l’altra (quella più scaramantica) fa gli scongiuri e attende dalle stelle tempi migliori.
Fino a dieci giorni fa Lorenzago era un accumulo di casupole ai piedi di montagne verdi di tanti abeti e, più su, grigie di rocce dolomitiche. Poche casupole tra viottoli tranquilli, una piazzetta lastricata in pietra con una chiesa nel mezzo, un municipio poco più su. Qualche bar, due ostelli, un alimentari e una banca. E poi la mitica baita dove tempo addietro (era l’agosto del 2003) le menti (saggi li hanno chiamati) di Pastore (Fi), D’Onofrio (Udc), Calderoli (Lega) e Nania (An) gettarono le basi della riforma della Costituzione varata dal centrodestra e poi bocciata nel referendum.
Niente di particolare, insomma, niente di eccezionale. Anzi, tanta tranquillità e parecchia noia. Ma oggi le cose non sono più così. Anche se non è il caso di impressionarsi più del dovuto, è un dato di fatto che a ogni angolo di strada succedano cose strane. Il tutto mentre il papa, il suo segretario don Georg e le Memores Domini incaricate delle faccende di casa del pontefice se ne stanno, incuranti, rinchiusi ai confini del paese in un podere di proprietà della diocesi di Treviso: rete metallica presidiata da carabinieri, guardie forestali e uomini della sicurezza.

Fulmini e tempeste
La prima avvisaglia si è avuta nella notte tra lunedì e martedì della scorsa settimana. D’un tratto un temporale che più che un temporale era una tempesta venuta chissà da dove ha squarciato il cielo lasciando cadere sul paese vagonate d’acqua. E poi fulmini, tanti fulmini, così tanti che un carabiniere in servizio attorno alla villa in cui risiede il papa è stato colpito in pieno. Una botta pazzesca. Come trapassato dalla testa ai piedi eppure, per una fortunata casualità, rimasto illeso. La saetta è caduta vicina alla rete metallica di protezione che circonda il “castello” papale, ha preso in pieno il povero “caramba” che dopo un giorno di ricovero è stato dimesso senza particolari problemi. Lui, conscio della fortuna ricevuta, ha voluto rimanere nell’anonimato ma già nel paese c’è chi dice di saper leggere i segni del cielo: si è trattato di un miracolo.

Sciame d’api
Il giorno dopo, ecco la seconda avvisaglia. Protagonista un altro carabiniere. Anch’egli, come il suo collega, presidiava il “castello” papale. Sopra di lui, un cielo azzurro sgombro di nubi. Ma la minaccia non sempre viene dall’alto. Questa volta è venuta da un po’ più in basso: è stata una piccola ape che passava di lì per caso a prendersela col carabiniere il quale, cercando di scacciarla, ha provocato la solidarietà di altre api che in poco tempo si sono unite alla loro compagna e lo hanno aggredito spedendolo, lui pure, diritto in ospedale. Il Tg2 pare avesse pure una foto dell’uomo attaccato dalle api e ricoverato con la faccia gonfia di punture, ma lui, con onore, ha chiesto che non si rivelasse la propria identità. Dunque, niente immagini del “caramba” con bubboni: nemmeno il secondo “miracolato” ha voluto apparire in video.

Brucia l’asilo
Tre indizi fanno una prova. Anche se, lo ripetiamo, il papa non c’entra un fico secco, è un dato di fatto che cose di questo genere in così pochi giorni a Lorenzago non erano mai accadute. Non bastava, insomma, l’arrivo del papa, il dispiegamento di forze dell’ordine e la masnada di turisti a intasare le strade. La terza disavventura è capitata non più a un carabiniere bensì a un vecchio edificio usato negli anni addietro come asilo. D’un tratto, forse a causa di un corto circuito, un violento incendio l’ha dilaniato dal soffitto al pavimento. Due camion dei vigili del fuoco (il comando è in centro al paese, poco dietro il municipio) sono intervenuti per spegnere le fiamme ma metà edificio è andata a farsi benedire. A differenza dei due carabinieri, il vecchio asilo non ha potuto rimanere nell’anonimato.

Liszt e Tremonti
Benedetto XVI, nel suo podere, si riposa dedicandosi a ciò che maggiormente gli piace fare: scrivere e studiare. Scrivere la seconda parte del libro su Gesù e l’enciclica dedicata ai temi sociali e alla globalizzazione. Nei tempi morti, eccolo al piano. Gli spartiti di Mozart, Chopin e Liszt se li è scelti personalmente tra gli scaffali del suo appartamento nel palazzo apostolico e adesso se li suona come e quando vuole.
La musica non è stata interrotta dall’ennesimo putiferio scoppiato pochi giorni fa in paese: l’ex cinema era pieno di gente per la presentazione di un libro fotografico dedicato alle vacanze che Wojtyla per sei anni trascorse in Cadore. A un certo punto Mario Tremonti (primo cittadino del paese dall’85 al ’95 e poi tornato in carica nel 2004) ha preso la parola e si è detto arrabbiato perché nel libro non compaiono le sue foto con Wojtyla ma quelle del sindaco che ha governato dal ’95 al 2004: si tratta di Nizzardo Tremonti, omonimo di Mario. E per dimostrare tutto il suo disappunto, Mario ha abbandonato la sala. Fin qui la cronaca: tanta tensione ma nessun miracolo. Due giorni dopo, però, ecco ancora Mario che sale verso la residenza del papa per un’udienza assieme alla giunta comunale e qui sì che un piccolo miracolo accade: Mario regala al papa due libri e (miracolo!) rimane fino alla fine dell’udienza senza prendere le sue cose e andarsene.


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