Amo il latino, però…
Lug 29, 2007 Pensieri sparsi
“Amo il latino, però…”: è questo il titolo di un articolo del cardinale Carlo Maria Martini uscito oggi in prima pagina sul domenicale del Sole24Ore.
Un articolo in cui l’ex arcivescovo della mia città natale spiega come nonostante egli ami il latino, nonostante stimi profondamente il papa e apprezzi lo “spirito ecumenico” del motu proprio Summorum Pontificum, lui l’antica messa non la celebra e non lo fa per 3 motivi.
Primo: col passo avanti fatto dal CVII in materia liturgica non ritiene utile tornare indietro (in questo senso per lui l’antico rito è un passo indietro, ndr).
Secondo: con la liberalizzazione dell’antico rito torna quel «senso di chiuso» («odore di chiuso» lo avrebbe chiamato il grande Enrico Ruggeri e scusate la banale divagazione, ndr) che “emenava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva…”
Terzo: Col nuovo rito la preghiera è più comunionale e quindi lui la preferisce e poi la gente - spiega Martini - comprenderà come «il vescovo fa già fatica a provvedere a tutti l’Eucaristia e non può facilmente moltiplicare le celebrazioni né suscitare dal nulla ministri ordinati capaci di venire incontro a tutte le esigenze dei singoli».
Ora io dico quanto segue: che il mio amato ex arcivescovo non voglia celebrare con l’antico rito non mi fa nessun problema.
Anche sul fatto che egli ritenga la liturgia post conciliare migliore di quella pre conciliare ho poco da dire: ognuno ha le sue convinzioni e anche secondo me nella riforma liturgica post CVII c’è molto di buono da non sprecare.
In merito al «senso di chiuso» del rito pre CVII ho le mie riserve (a mio avviso lo sguardo comune verso Oriente apre il cuore e innalza lo Spirito), ma anche su questo punto credo di poter tendere la mani al mio ex arcivescovo.
Circa poi la comunionalità della preghiera, anche se non credo che il rito nuovo la assicuri (anzi, a mio avviso nel vecchio c’è più comunionalità perché nessuno è protagonista in modo evidente se non Cristo) non mi vengono particolari obiezioni da muovere. Così come obiezioni particolari non ne voglio muovere circa il fatto che i vescovi hanno tanto da fare e non possono certo stare lì a suscitare dal nulla ministri… stia tranquillo, eminenza, i fedeli se li susciteranno da soli questi ministri. I vescovi, infatti, secondo lo stesso motu proprio hanno ben poche carte da giocare.
Comunque, al di là dei motivi per il quale il cardinale Martini non intende celebrare con l’antico rito, è in merito alla chiusura del suo pezzo che - non me ne abbia a male sua eminenza - ho da obiettare.
Dice Martini: «Ricavo come valido contributo del motu proprio la disponibilità ecumenica a venire incontro a tutti, che fa ben sperare per un avvenire di dialogo tra tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero».
Ecco, leggendo queste parole mi domando: forse che sua eminenza pensa che il motu proprio il papa l’abbia fatto uscire soltanto per dei cristiani non in piena comunione con Roma? Forse egli ritiene che quei cattolici che intendono celebrare la messa con l’antico rito non siano fino i fondo cattolici ma siano in qualche modo separati da Roma e dal suo vescovo? No, perché altrimenti non capisco per quale motivo sua eminenza abbia voluto definire l’uscita del motu come una «disponibilita ecumenica» del papa. Ecumenica verso chi? Chi sono questi cattolici non in comunione con Roma ai quali il papa si è rivolto? Sono forse quei pochi cattolici (secondo me sono tanti, ma per una volta posso anche sposare la tesi di “enzobianchiana memoria” che siano pochi) che mai sono usciti dalla comunione con Roma e che oggi intendono avvalersi del motu proprio firmato dal pontefice due settimane fa? Se si riferisce a loro forse sua eminenza ha sbagliato termine. Dialogo e disponibilità ecumenica sono termini che si usano tra cristiani di differenti chiese e comunità e non tra cattolici.




















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