Il parroco di Nuvòli al Riformista: «Non dipingetelo come il nuovo Welby»
Lug 27, 2007 il Riformista
«L’ultima volta che l’ho visto pienamente cosciente è stato una settimana fa. Ha voluto ricevere l’eucaristia e poi l’unzione degli infermi. La stessa unzione che per volere anche della moglie gli ho portato due giorni prima che morisse».
Mentre racconta al Riformista gli ultimi attimi di vita di Giovanni Nuvoli, don Potito Niolu, parroco di San Giuseppe ad Alghero (la parrocchia da sempre frequentata da Giovanni) trattiene a stento le lacrime. Quelle stesse lacrime che non è riuscito a fermare l’altro ieri, in chiesa, durante i funerali di Giovanni che per don Potito era più che un fratello. «Io - spiega don Potito - sono talmente vicino ai Nuvoli che sono sempre stato considerato come uno di casa, uno della famiglia».
Don Potito è prete dal 1957. Ordinato a Villanova, ha praticamente passato tutta la sua esistenza ad Alghero. Un parroco di vecchio stampo, radicato nel suo paese, sempre presente in chiesa e vicino alla sua gente. Un parroco che sa leggere la vita dei suoi fedeli con semplicità e schiettezza.
Così parla di Giovanni: «Lo ricordo come una persona di fede. Fino a poco prima della terribile malattia che lo ha portato alla morte, partecipava con devozione a tutte le funzioni liturgiche. Spesso leggeva in Chiesa. L’ultima volta che lesse si sentì male. Capimmo dopo che era il primo segnale della malattia. Giovanni era particolarmente affezionato ai riti della settimana santa e in particolare a quelli del venerdì santo, il giorno in cui Cristo sperimentò il buio e l’abbandono. Ogni anno indossava i guanti bianchi che prima di lui aveva indossato suo padre per trasportare in processione la bara vuota di Cristo morto e la croce. Oggi quegli stessi guanti bianchi riposano con lui nella sua tomba».
«Giovanni è stato schiodato dalla croce che ha portato per sette anni», ha detto don Potito durante l’omelia del funerale di Nuvoli. «E in effetti - racconta il parroco - per me la sua morte è da leggere alla luce di Cristo. Come Cristo, Giovanni, è morto tra sofferenze atroci. Come Cristo è stato deposto dalla croce e quindi sepolto».
Don Potito non vuole sentire parlare di suicidio. E se gli si dice che la morte di Giovanni è avvenuta per eutanasia passiva risponde cosi: «Eutanasia significa buona morte. La sua è stata una buona morte procurata dal fatto che negli ultimi giorni ha chiesto (così almeno mi hanno riferito perché di questa cosa con lui non ne ho parlato) di non ricevere più gli alimenti che gli venivano somministrati tramite un sondino. Ma lo ha chiesto come una persona anziana che non riesce più a deglutire chiede di non ricevere più cibo e si lascia di fatto morire. Poi ha chiesto dei sedativi per non soffrire troppo e dopo poco tempo che non riceveva più gli alimenti ha perso conoscenza e poi è morto».
Non vuole sentire parlare di suicidio, don Potito, e nemmeno vuole che la morte di Giovanni sia paragonata a quella di Piergiorgio Welby. «Ci hanno provato a dipingerlo come il nuovo Welby, ma lui a me non ha mai detto di sentirsi tale. Anzi mi ha detto di sentirsi pressato da alcune persone che lo volevano far diventare tale. So che sua moglie gli ha parlato più volte di Welby. Al funerale sua figlia Silvana ha ricordato anche Welby. Prima del funerale mi ha chiesto se poteva farlo e io gli ho detto che non c’erano problemi. Ma la vicenda di Giovanni a me appare differente. Giovanni era un uomo che soffriva come soffre tanta gente ammalata e che alla fine ha deciso di non ricevere più alimenti e quindi di andare incontro a una morte comunque in ultima analisi provocata da cause naturali».
L’ultima volta che don Potito ha visto Giovanni è stata la mattina del funerale. È andato a casa sua per recitare il rosario sulla sua salma assieme al vescovo di Alghero. Col vescovo, don Potito andò a trovare Giovanni anche subito dopo Pasqua. Gli portò una corona del Rosario donatagli dal papa. Giovanni, attraverso la lavagnetta con la quale comunicava, disse: «Sono contento». «Subito dopo Pasqua - dice don Potito -, oltre alla corona del Rosario, gli portai anche dell’acqua di Lourdes. Per me è Giovanni è stato un grande esempio. È stato un maestro di sofferenza. Insieme alla moglie ho pianto sulla sua bara. Come la moglie sono triste ma anche certo che oggi lui si trova innanzi a Dio. Ora non è più appeso alla croce. Per lui la terribile ora del venerdì santo, quell’ora che viveva con tanta devozione ancora prima di essere ammalato, è passata. Ora riposa in cielo».




















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