Enzo Bianchi e l’”infima minoranza”
Lug 26, 2007 Pensieri sparsi
Enco Bianchi oggi su Repubblica torna a parlare del Concilio Vaticano II.
Dice che negli anni Ottanta c’erano coloro che sottolineavano la rottura tra la Chiesa precedente e il Vaticano II. Questi volevano aprire cammini inediti svincolati dalla tradizione, oppure lo facevano in vista di un declassamento del concilio o di un suo oblio per un ritorno alla stagione precedente. «Sì - dice Bianchi - con ogni probabilità quelli che volevano spingersi troppo oltre il concilio erano già scomparsi negli anni Ottanta, ma quelli che lo volevano cancellare sono oggi più che mai presenti, anche se come infima minoranza».
Mi ha colpito l’articolo di Bianchi perché a suo dire chi è critico sulla riforma conciliare lo è solo per superare lo stesso concilio o per cancellarlo del tutto. Mi sembra una lettura un po’ approssimativa. Esiste anche chi è critico con parte del concilio ma non per questo intende superarlo del tutto o del tutto cancellarlo. In particolare, tra i molti contenti del motu proprio Summorum Pontificum (perché è anche il motu proprio che Bianchi vuole attaccare) ce ne sono parecchi che lo sono non perché ritengono che sia un passo per cancellare il concilio, ma lo sono perché ritengono che l’antico rito non è mai stato abolito e dunque può essere celebrato accanto al rito della riforma post conciliare.
E la stessa cosa vale per tutto lo sguardo che si ha sul concilio. Essere critici verso il concilio non significa necessariamente rigettarlo o volerlo del tutto superare ma significa anche saperlo accettare pur volendo attuare una giusta ermeneutica. E a voler fare questo non è soltanto “un’infima minoranza”.




















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