Quel malcontento attorno al motu proprio di Ratzinger
24 luglio 2007 -
Prima era stata una parte dell’ episcopato (soprattutto francese e nordamericano) a cercare di creare un movimento di opinione anti motu proprio papale volto a “liberalizzare” l’antico Messale, quello tridentino rivisto nel 1962 da Giovanni XXIII che prevede la celebrazione della messa “in latino” e “spalle al popolo”. Con quel Messale, dicevano, si dà troppo spago alle comunità tradizionaliste, una delle quali, degna di riprovazione, prende il nome di Fraternità San Pio X: la comunità degli scismatici lefebvriani.
Oggi che il motu proprio è uscito sotto il nome di Summorum Pontificum è un insieme di intellettuali e personalità ecclesiastiche a giudicarlo pubblicamente (ma anche tramite un passaparola silenzioso) inopportuno in quanto – a loro dire – l’antico rito altro non è che un’usanza “fuori catalogo” la cui re-introduzione è destinata a provocare la cancellazione delle conquiste fatte dalla Chiesa in campo liturgico negli ultimi trent’anni.
Il papa, ovviamente, è convinto di quanto ha fatto, e la sua linea in merito è quella di sempre. Come sostiene nel libro “La mia vita: ricordi 1927-1977”, contrapporre il nuovo Messale (quello di Paolo VI) al vecchio (quello tridentino) crea «danni estremamente gravi» perché si dà l’impressione che «la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni».
Tra le personalità più scettiche intorno al motu proprio ratzingeriano, alcune hanno parlato in modo esplicito: monsignor Brandolini, vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo; il priore di Bose, Enzo Bianchi; lo studioso Alberto Melloni e il professor Manlio Sodi che alla pontificia università salesiana è ordinario di liturgia, sacramentaria e omiletica.
E, in effetti, non può che far parlare di sé un motu proprio che entra direttamente nel cuore della vita della Chiesa: la liturgia, e dunque la modalità con la quale vengono celebrati i sacramenti, ha direttamente a che fare con la vita ecclesiale se è vero che ancora oggi l’antico adagio “lex orandi, lex credendi” resta attuale.
Tra gli scontenti del motu proprio c’è tutto quel movimento liturgico che ebbe come suo capofila lo scomparso monsignor Annibale Bugnini che tanto si adoperò nel periodo pre e post Vaticano II per modificare l’antico rito fino di fatto a farlo scomparire.
Un movimento ancora oggi ben impiantato in seno alla curia romana e al quale fanno riferimento, tra gli altri, il capo delle cerimonie pontificie Piero Marini e quel Domenico Sorrentino che prima di esser stato mandato da Ratzinger alla guida della diocesi di Assisi era segretario al Culto Divino.
Lo scopo dell’azione di Bugnini fu quella di far sì che, tramite una diversa celebrazione liturgica, la Chiesa si aprisse maggiormente al mondo (il prete non guarda più insieme a tutti i fedeli verso Oriente, verso Colui che viene, ma è rivolto direttamente al popolo), all’insegna di una democratizzazione della liturgia e quindi della stessa struttura ecclesiastica ritenuta eccessivamente gerarchicizzata.
Bugnini – dopo il Vaticano II fu segretario della congregazione per il Culto Divino – si adoperò con forza per mettere in campo (e ci riuscì) l’idea di liturgia che riteneva dettata dal volere dei padri conciliari ma poi, forse anche in nome delle sue idee, venne allontanato dalla curia romana da Paolo VI e inviato, come pro-nunzio, a Tehran.
Dai giorni del suo “esilio” in terra iraniana, Bugnini è rimasto nel cuore dei suoi fedelissimi fino a rappresentare, ancora oggi, il “vate” a cui gli avversari del Summorum Pontificum guardano con nostalgia: «L’anello episcopale che porto al dito – ha detto recentemente monsignor Brandolini – era dell’arcivescovo Bugnini, il padre della riforma liturgica conciliare. Io, al tempo del concilio, ero un suo discepolo e stretto collaboratore. Gli ero vicino quando lavorò a quella riforma e ricordo sempre con quanta passione operò per il rinnovamento liturgico. Ora il suo lavoro è stato vanificato».
Parole che ricalcano più o meno quelle che un certo movimento intra-ecclesiale porta avanti anche nei sacri palazzi, nel tentativo di individuare nell’antico rito contraddizioni e problemi così da far emergere l’inopportunità della decisione del papa. Ma dal prossimo 14 settembre (è la data in cui il motu proprio entrerà in vigore), il Summorum Pontificum diventerà il tassello liturgico di una generalizzata ri-comprensione del concilio Vaticano II promossa da Benedetto XVI. Secondo il quale, anche per quanto attiene la liturgia, il concilio non fu una rottura col passato ma una riforma nella continuità.
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