Ratzinger: continua l’accerchiamento
Lug 31, 2007 Pensieri sparsi
Dopo Martini, altri vescovi prendono la parola per criticare il motu proprio Summorum Pontificum.
Oggi su La Stampa è la volta di Sebastiano Dho, vescovo di Alba: “La messa in latino - ha detto - rischia di creare Chiese parallale”.
E poi altre parole che non aggiungo perché in fondo, dopo un po’, tutte queste critiche altro non fanno che venire a noia.
Ma, noia a parte, una considerazione va fatta: Ratzinger mi sembra parecchio accerchiato.
Cattolici, della Fuci, veltroniani: i dossettiani che scelgono il laico
Lug 31, 2007 il Riformista
La Fuci non muore mai.
Oggi continua a fare scuola a sinistra e a dire la sua in quella parte di politica che, proprio perché progressista, ha al suo interno diversi esponenti di spicco di quel cattolicesimo italiano per nulla incline a cedere a quella fetta di Chiesa che ritiene sia impossibile attuare, stando a sinistra, politiche in linea con il pensiero e il credo cristiano.
Ogni anno, dal “buen retiro” estivo del monastero di Camaldoli (“settimane teologiche” vengono chiamate), gli ex studenti della Fuci si ritrovano per ritemprare lo spirito e approfondire tematiche inerenti la teologia.
Ma non solo. Mentre i nuovi aderenti continuano a ritrovarsi ogni anno solo per quelle finalità e anzi sono riuniti proprio in questi giorni, a Camaldoli talora alcuni ex ritornano per fare il punto su aspetti di più stringente attualità.
E così ecco che due settimane fa, proprio nella verde vallata casentinese tra Arezzo e Bibbiena, è maturata la decisione - resa nota ieri - di alcune personalità che negli anni ’80 ricoprivano ruoli di primo piano nella Fuci di sostenere pubblicamente la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico.
Certo, non si tratta assolutamente di una presa di posizione ufficiale della Fuci (difficilmente la federazione si schiera in modo pubblico e comunque mai su opzioni politiche in senso stretto) ma comunque di una decisione avanzata, pur a titolo personale, da esponenti del panorama politico e culturale che in quegli ambienti si sono formati.
Tra questi, gran parte della covata fucina degli anni ’80 che, dopo una lunga stagione di tensioni in particolare con Comunione e Liberazione, ebbe una boccata di ossigeno e, insieme, la certezza che niente era andato perso ma che anzi tutto poteva ricominciare.
E in effetti, la capacità di ricominciare sempre e al di là del parere positivo o negativo di altre aggregazioni ecclesiali o delle stesse gerarchie ecclesiastiche è una caratteristica propria della Fuci.
Ricominciare anche a costo di spiazzare chi si aspetta dai suoi aderenti scelte scontate come poteva essere, in questi giorni, il sostegno alla candidatura alla guida del Pd di uno tra i due cattolici “doc” Rosy Bindi ed Enrico Letta, entrambi con un passato nell’Azione Cattolica.
E invece no, alcuni ex fucini di rilievo e aderenti all’Azione Cattolica - tra loro il costituzionalista Stefano Ceccanti, il deputato Giuseppe Lumia, il professore Salvatore Vassallo e il senatore Giorgio Tonini - hanno optato pubblicamente per Veltroni «in quanto persona che meglio di ogni altra esprime in sé la fusione di culture politiche riformiste originariamente minoritarie perché separate e un assetto delle liste di sostegno tali da dare al segretario neo-eletto una effettiva primazia, senza una balcanizzazione del Partito Democratico».
Insomma, al cattolicesimo di Letta e a quello della Bindi i cattolicissimi della Fuci hanno preferito la laicità di Veltroni il quale, a ben vedere, è fino a oggi riuscito a integrarsi piuttosto bene con le istanze della Chiesa grazie soprattutto a una politica accorta in merito alle tematiche etiche e, insieme, a importanti iniziative quando in ballo ci sono state questioni inerenti la solidarietà, il dialogo tra fedi e culture differenti, la pace nel mondo.
Certo, temi etici e temi solidaristici non sono sullo stesso piano e anzi di per sé i secondi difficilmente possono esistere senza i primi ma per il momento la promozione dei secondi da parte di Veltroni assicura comunque un certo margine di sicurezza.
«Veltroni - spiega Ceccanti - è candidato ideale per noi perché in un partito a vocazione maggioritaria scegliamo chi “a regime” sarà premier».
Insomma, vince la necessità di fare squadra e, nel contempo, vince il miraggio di un leader che, proprio perché non cattolico, è più libero di altri quando si tratta di avanzare politiche laiche.
Del resto, per chi è cresciuto alla scuola fucina, l’impegno in politica più che basato sulla non negoziabilità rispetto ai princìpi etici è caratterizzato da una certa volontà di compromesso, dalla ricerca insomma di una sintesi che non esasperi le differenti tensioni ma trovi, con equilibrio, punti di accordo fino a dove è possibile.
Una volontà di compromesso maturata a dovere nel corso del secolo scorso, in scia a una interpretazione dei lavori del Concilio Vaticano II più aperta al mondo e anche grazie all’influenza di due fedeli amicizie come sono state quelle di Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati.
Amo il latino, però…
Lug 29, 2007 Pensieri sparsi
“Amo il latino, però…”: è questo il titolo di un articolo del cardinale Carlo Maria Martini uscito oggi in prima pagina sul domenicale del Sole24Ore.
Un articolo in cui l’ex arcivescovo della mia città natale spiega come nonostante egli ami il latino, nonostante stimi profondamente il papa e apprezzi lo “spirito ecumenico” del motu proprio Summorum Pontificum, lui l’antica messa non la celebra e non lo fa per 3 motivi.
Primo: col passo avanti fatto dal CVII in materia liturgica non ritiene utile tornare indietro (in questo senso per lui l’antico rito è un passo indietro, ndr).
Secondo: con la liberalizzazione dell’antico rito torna quel «senso di chiuso» («odore di chiuso» lo avrebbe chiamato il grande Enrico Ruggeri e scusate la banale divagazione, ndr) che “emenava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva…”
Terzo: Col nuovo rito la preghiera è più comunionale e quindi lui la preferisce e poi la gente - spiega Martini - comprenderà come «il vescovo fa già fatica a provvedere a tutti l’Eucaristia e non può facilmente moltiplicare le celebrazioni né suscitare dal nulla ministri ordinati capaci di venire incontro a tutte le esigenze dei singoli».
Ora io dico quanto segue: che il mio amato ex arcivescovo non voglia celebrare con l’antico rito non mi fa nessun problema.
Anche sul fatto che egli ritenga la liturgia post conciliare migliore di quella pre conciliare ho poco da dire: ognuno ha le sue convinzioni e anche secondo me nella riforma liturgica post CVII c’è molto di buono da non sprecare.
In merito al «senso di chiuso» del rito pre CVII ho le mie riserve (a mio avviso lo sguardo comune verso Oriente apre il cuore e innalza lo Spirito), ma anche su questo punto credo di poter tendere la mani al mio ex arcivescovo.
Circa poi la comunionalità della preghiera, anche se non credo che il rito nuovo la assicuri (anzi, a mio avviso nel vecchio c’è più comunionalità perché nessuno è protagonista in modo evidente se non Cristo) non mi vengono particolari obiezioni da muovere. Così come obiezioni particolari non ne voglio muovere circa il fatto che i vescovi hanno tanto da fare e non possono certo stare lì a suscitare dal nulla ministri… stia tranquillo, eminenza, i fedeli se li susciteranno da soli questi ministri. I vescovi, infatti, secondo lo stesso motu proprio hanno ben poche carte da giocare.
Comunque, al di là dei motivi per il quale il cardinale Martini non intende celebrare con l’antico rito, è in merito alla chiusura del suo pezzo che - non me ne abbia a male sua eminenza - ho da obiettare.
Dice Martini: «Ricavo come valido contributo del motu proprio la disponibilità ecumenica a venire incontro a tutti, che fa ben sperare per un avvenire di dialogo tra tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero».
Ecco, leggendo queste parole mi domando: forse che sua eminenza pensa che il motu proprio il papa l’abbia fatto uscire soltanto per dei cristiani non in piena comunione con Roma? Forse egli ritiene che quei cattolici che intendono celebrare la messa con l’antico rito non siano fino i fondo cattolici ma siano in qualche modo separati da Roma e dal suo vescovo? No, perché altrimenti non capisco per quale motivo sua eminenza abbia voluto definire l’uscita del motu come una «disponibilita ecumenica» del papa. Ecumenica verso chi? Chi sono questi cattolici non in comunione con Roma ai quali il papa si è rivolto? Sono forse quei pochi cattolici (secondo me sono tanti, ma per una volta posso anche sposare la tesi di “enzobianchiana memoria” che siano pochi) che mai sono usciti dalla comunione con Roma e che oggi intendono avvalersi del motu proprio firmato dal pontefice due settimane fa? Se si riferisce a loro forse sua eminenza ha sbagliato termine. Dialogo e disponibilità ecumenica sono termini che si usano tra cristiani di differenti chiese e comunità e non tra cattolici.
Papa: mare o montagna?
Lug 27, 2007 Pensieri sparsi
Scrive sul suo blog il collega del Riformista Fabrizio d’Esposito(http://uqbar.ilcannocchiale.it/): «In questo momento nella stanza del Trio Paladoro (così chiamiamo la stanza nella quale lavoriamo, ndr) c’è un’accesa discussione sul tema: “Perché il papa non va al mare?”. Secondo me e Tommaso (Tommaso Labate, altro esimio collega, ndr), infatti, la scelta dei pontefici, buon ultimo Benedetto XVI, di andare solo in montagna rappresenta una grave discriminazione nei confronti della comunità marine, senza contare che in Italia ci sono ottomila chilometri di coste. L’esimio vaticanista Paolo Rodari sostiene invece che è giusto così. Perché la montagna è il silenzio. Perché la vacanza del papa deve ricordare i ritiri spirituali di Gesù. Perché un papa al mare perderebbe di credibilità. Certo, uno non pretende di vedere Ratzinger in canottiera, zoccoli e asciugamano sulla spalla oppure steso sul lettino di uno stabilimento. E nemmeno su uno yacht tipo Lele Mora. Solo un tuffetto. Un tuffetto ogni tanto in memoria di Pietro il pescatore, primo papa. Per affermare che la Chiesa è montagna. Ma anche mare».
Io ho commentato così: «Caro Fabrizio, non ho detto però che la vacanza in montagna DEVE ricordare i ritiri di Gesù. Ma ho detto che come Gesù si ritirava in silenzio e in solitudine a pregare il Padre, così credo sia quello stesso silenzio che il papa cerchi andando in montagna. Al mare, quel silenzio, sarebbe impossibile da trovare, almeno in estate».
E voi, palazzi apostolici, cosa ne pensate?
Il parroco di Nuvòli al Riformista: «Non dipingetelo come il nuovo Welby»
Lug 27, 2007 il Riformista
«L’ultima volta che l’ho visto pienamente cosciente è stato una settimana fa. Ha voluto ricevere l’eucaristia e poi l’unzione degli infermi. La stessa unzione che per volere anche della moglie gli ho portato due giorni prima che morisse».
Mentre racconta al Riformista gli ultimi attimi di vita di Giovanni Nuvoli, don Potito Niolu, parroco di San Giuseppe ad Alghero (la parrocchia da sempre frequentata da Giovanni) trattiene a stento le lacrime. Quelle stesse lacrime che non è riuscito a fermare l’altro ieri, in chiesa, durante i funerali di Giovanni che per don Potito era più che un fratello. «Io - spiega don Potito - sono talmente vicino ai Nuvoli che sono sempre stato considerato come uno di casa, uno della famiglia».
Don Potito è prete dal 1957. Ordinato a Villanova, ha praticamente passato tutta la sua esistenza ad Alghero. Un parroco di vecchio stampo, radicato nel suo paese, sempre presente in chiesa e vicino alla sua gente. Un parroco che sa leggere la vita dei suoi fedeli con semplicità e schiettezza.
Così parla di Giovanni: «Lo ricordo come una persona di fede. Fino a poco prima della terribile malattia che lo ha portato alla morte, partecipava con devozione a tutte le funzioni liturgiche. Spesso leggeva in Chiesa. L’ultima volta che lesse si sentì male. Capimmo dopo che era il primo segnale della malattia. Giovanni era particolarmente affezionato ai riti della settimana santa e in particolare a quelli del venerdì santo, il giorno in cui Cristo sperimentò il buio e l’abbandono. Ogni anno indossava i guanti bianchi che prima di lui aveva indossato suo padre per trasportare in processione la bara vuota di Cristo morto e la croce. Oggi quegli stessi guanti bianchi riposano con lui nella sua tomba».
«Giovanni è stato schiodato dalla croce che ha portato per sette anni», ha detto don Potito durante l’omelia del funerale di Nuvoli. «E in effetti - racconta il parroco - per me la sua morte è da leggere alla luce di Cristo. Come Cristo, Giovanni, è morto tra sofferenze atroci. Come Cristo è stato deposto dalla croce e quindi sepolto».
Don Potito non vuole sentire parlare di suicidio. E se gli si dice che la morte di Giovanni è avvenuta per eutanasia passiva risponde cosi: «Eutanasia significa buona morte. La sua è stata una buona morte procurata dal fatto che negli ultimi giorni ha chiesto (così almeno mi hanno riferito perché di questa cosa con lui non ne ho parlato) di non ricevere più gli alimenti che gli venivano somministrati tramite un sondino. Ma lo ha chiesto come una persona anziana che non riesce più a deglutire chiede di non ricevere più cibo e si lascia di fatto morire. Poi ha chiesto dei sedativi per non soffrire troppo e dopo poco tempo che non riceveva più gli alimenti ha perso conoscenza e poi è morto».
Non vuole sentire parlare di suicidio, don Potito, e nemmeno vuole che la morte di Giovanni sia paragonata a quella di Piergiorgio Welby. «Ci hanno provato a dipingerlo come il nuovo Welby, ma lui a me non ha mai detto di sentirsi tale. Anzi mi ha detto di sentirsi pressato da alcune persone che lo volevano far diventare tale. So che sua moglie gli ha parlato più volte di Welby. Al funerale sua figlia Silvana ha ricordato anche Welby. Prima del funerale mi ha chiesto se poteva farlo e io gli ho detto che non c’erano problemi. Ma la vicenda di Giovanni a me appare differente. Giovanni era un uomo che soffriva come soffre tanta gente ammalata e che alla fine ha deciso di non ricevere più alimenti e quindi di andare incontro a una morte comunque in ultima analisi provocata da cause naturali».
L’ultima volta che don Potito ha visto Giovanni è stata la mattina del funerale. È andato a casa sua per recitare il rosario sulla sua salma assieme al vescovo di Alghero. Col vescovo, don Potito andò a trovare Giovanni anche subito dopo Pasqua. Gli portò una corona del Rosario donatagli dal papa. Giovanni, attraverso la lavagnetta con la quale comunicava, disse: «Sono contento». «Subito dopo Pasqua - dice don Potito -, oltre alla corona del Rosario, gli portai anche dell’acqua di Lourdes. Per me è Giovanni è stato un grande esempio. È stato un maestro di sofferenza. Insieme alla moglie ho pianto sulla sua bara. Come la moglie sono triste ma anche certo che oggi lui si trova innanzi a Dio. Ora non è più appeso alla croce. Per lui la terribile ora del venerdì santo, quell’ora che viveva con tanta devozione ancora prima di essere ammalato, è passata. Ora riposa in cielo».
Darwin entra ancora a Castelgandolfo
Lug 27, 2007 il Riformista
Un anno dopo il tema è ancora lo stesso: Darwin e creazione, con un focus particolare sugli aspetti teologici e filosofici del problema. Il tutto a partire dal pensiero di san Tommaso d’Aquino.<br>Papa Ratzinger, dopo il soggiorno in Veneto, continuerà le vacanze estive sui colli albani fino alla fine di settembre. E nella residenza estiva di Castel Gandolfo - riferisce Apcom - trascorrerà il week end del 15 e del 16 circondato dagli allievi dell’epoca in cui insegnava teologia nelle università tedesche.<br>Si tratta di un rito che si ripete ogni anno da molto tempo e che non è andato perso con l’elezione al soglio pontificio: una quarantina di persone si raduneranno attorno al professor Ratzinger per una rimpatriata di discussioni e studio dedicata, proprio come fu un anno fa, alla creazione e all’evoluzione.<br>Ad aprire il seminario sono stati chiamati Ulrich Lueke, scienziato e teologo dell’univeristà di Acquisgrana, e Rolf Schoenberger, filosofo dell’università di Ratisbona. Sarà presente anche il cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna.<br>L’anno scorso furono quattro le relazioni introduttive. Fu presto chiaro che rimaneva troppo poco tempo per le discussioni. Non solo. Il papa, preso da mille impegni, poté partecipare solo all’ultima giornata di discussione e i relatori ripeterono per lui le quattro relazioni, togliendo altro tempo al dibattito. Per evitare questo problema, quest’anno è stato lasciato più spazio alla discussione.<br>I lavori che lo scorso anno affrontò il “Ratzinger Schuelerkreis” (così si chiama il circolo degli ex allievi del pontefice) sono stati raccolti in un volume pubblicato in Germania dalla casa editrice Sankt Ulrich (ma sono in preparazione anche le edizioni in altre lingue, tra cui l’italiano), che ha riproposto per intero anche gli interventi del papa.<br>Tale dunque è l’interesse che Benedetto XVI attribuisce all’argomento, che anche quest’anno - a un anno esatto dalla lezione di Ratisbona dedicata al rapporto tra fede e ragione - gli studenti che con lui ottennero il dottorato o l’abilitazione nelle università di Bonn, Muenster, Tubinga e Ratisbona torneranno ad interrogarsi sullo stesso tema.<br>L’anno scorso il papa caldeggiò un dialogo tra scienza e fede improntato alla ragione. In particolare, sottolineò che la teoria dell’evoluzione non spiega tutto e manifesta alcune “lacune”. “Non è che io voglia stipare il buon Dio in queste lacune: è troppo grande per potervi trovare posto”, disse. Benedetto XVI ha citato l’idea che ci sia una “doppia razionalità” - quella della materia e quella del processo evolutivo - per poi domandarsi: “C’è una razionalità originaria che si rispecchia in queste due zone e dimensioni della razionalità?”.<br>E ancora ieri, incontrando un gruppo di 400 sacerdoti ad Auronzo (Belluno), poco lontano da Lorenzago di Cadore dove sta trascorrendo le sue vacanze, è tornato sull’argomento. “Non vi è un’assoluta alternativa tra l’evoluzione e l’opera del Dio creatore”, ha detto. “L’evoluzione c’è, ma non basta una visione puramente evoluzionistica per rispondere alle grandi domande”. Per il papa, è necessario “riconoscere la ragione creatrice” per “ritrovare il senso della vita” e concepire la “dignità umana”.<br>Il papa segue da vicino un tema che ormai da anni contrappone, specialmente negli Stati Uniti, i sostenitori di Charles Darwin, da un lato, e i fautori della teoria del “disegno intelligente”, dall’altro. Un dibattito che prevedibilmente raggiungerà un picco quando, nel 2009, cadrà il bicentenario della nascita dell’autore della “Evoluzione della specie”.<br>Gli ex alunni raggiungeranno il papa solo a metà settembre. I fine settimana precedenti, infatti, l’agenda di Benedetto XVI è già piena. L’1 e il 2 del mese sarà a Loreto per incontrare i giovani della “Agorà”. Dal 7 al 9 settembre, poi, compirà una visita apostolica in Austria.
Enzo Bianchi e l’”infima minoranza”
Lug 26, 2007 Pensieri sparsi
Enco Bianchi oggi su Repubblica torna a parlare del Concilio Vaticano II.
Dice che negli anni Ottanta c’erano coloro che sottolineavano la rottura tra la Chiesa precedente e il Vaticano II. Questi volevano aprire cammini inediti svincolati dalla tradizione, oppure lo facevano in vista di un declassamento del concilio o di un suo oblio per un ritorno alla stagione precedente. «Sì - dice Bianchi - con ogni probabilità quelli che volevano spingersi troppo oltre il concilio erano già scomparsi negli anni Ottanta, ma quelli che lo volevano cancellare sono oggi più che mai presenti, anche se come infima minoranza».
Mi ha colpito l’articolo di Bianchi perché a suo dire chi è critico sulla riforma conciliare lo è solo per superare lo stesso concilio o per cancellarlo del tutto. Mi sembra una lettura un po’ approssimativa. Esiste anche chi è critico con parte del concilio ma non per questo intende superarlo del tutto o del tutto cancellarlo. In particolare, tra i molti contenti del motu proprio Summorum Pontificum (perché è anche il motu proprio che Bianchi vuole attaccare) ce ne sono parecchi che lo sono non perché ritengono che sia un passo per cancellare il concilio, ma lo sono perché ritengono che l’antico rito non è mai stato abolito e dunque può essere celebrato accanto al rito della riforma post conciliare.
E la stessa cosa vale per tutto lo sguardo che si ha sul concilio. Essere critici verso il concilio non significa necessariamente rigettarlo o volerlo del tutto superare ma significa anche saperlo accettare pur volendo attuare una giusta ermeneutica. E a voler fare questo non è soltanto “un’infima minoranza”.
«Dio benedice chi si ribella all’ingiustizia»
Lug 26, 2007 il Riformista
A seguito dell’intervista di ieri del cardinale Martino sul Corriere, abbiamo fatto oggi sul Riformista uno speciale sulla Salerno-Reggio. Io ho intervistato il cardinale Saraiva Martins a proposito della “ribellione alle ingiustizie”. Ecco il pezzo.
«Non possiamo dirci veri cristiani se non abbiamo nel nostro dna una sana ribellione contro tutte le ingiustizie. Dio la vuole, Dio è con quegli uomini che si tirano su le maniche della camicia e dicono “no” con forza e coraggio a tutti i soprusi. È un’azione nobile che può portare anche al dono totale della propria vita, e, se necessaria, all’effusione del sangue. La ribellione a Dio è odiata dal Creatore, ma quella contro le ingiustizie è da lui benedetta».
Così uno dei porporati più in alto nella gerarchia ecclesiastica di Santa Romana Chiesa: il cardinale portoghese José Saraiva Martins che nella Santa Sede dirige quel delicatissimo dicastero che segue direttamente le cause dei santi. Perché un semplice fedele, insomma, venga canonizzato con tutti gli onori degli altari, è il processo condotto da Saraiva Martins che deve superare.
A sentirlo parlare della vita dei santi sembra di sfogliare pagine di romanzi epici e agiografici, come quelle dei “Tre frati ribelli” del monaco trappista Marcel Raymond: «C’è un solo errore nella vita: quello di non essere santo», scrisse Raymond. Parole che bene vestivano le esistenze dei tre protagonisti del suo romanzo, uomini un giorno divenuti santi anche e soprattutto grazie alla loro indomita volontà di ribellione da un’esistenza sciatta e superficiale: San Roberto il ribelle, sant’Alberico il radicale e Santo Stefano Harding erano uomini veri, colti ma umili, lavoratori e insieme mistici, sempre spronati dal motto “viriliter age”, siate virili, siate uomini. In poco tempo, aggregarono intorno a sé altri uomini decisi a dare tutto pur di seguire con radicalità la regola benedettina.
«La caratteristica di ogni santo - continua Saraiva Martins - credo sia proprio questa indomita volontà di ribellarsi alle ingiustizie. Non c’è santo che non sia in questo senso anche un ribelle. Quando ho letto lo sprone del cardinale Martino sul Corriere a non restare sottomessi di fronte all’ingiustizia di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria da troppo tempo in balia di promesse ancora non realizzate, mi è venuto in mente che ogni santo ritiene che ogni ambito della vita meriti impegno e lotta contro l’ingiustizia, anche la viabilità. Certo, occorre molta pazienza e accettazione della sofferenza. Le ingiustizie non si combattono e non si vincono senza sofferenza. Ma ne vale sempre la pena. Tutti gli uomini dovrebbero sentirsi coinvolti dai soprusi che patiscono altri uomini. La mobilitazione, insomma, dovrebbe essere generale».
Mobilitazione generale, lotta contro le ingiustizie, coraggio e sofferenza. Insomma, una vita da eroi o anche da santi. «Ma la santità - dice Saraiva Martins - è per tutti. Ogni cristiano può essere santo. E essere santo significa essere fino in fondo uomo. Santo perché uomo o uomo perché santo: questo è il motto. La santità è la pienezza dell’umanità, mica altro. Diceva Wojtyla: “L’uomo è il cammino della Chiesa”. E, infatti, tutto ciò che è umano è anche cristiano. E dunque essere uomini tra gli uomini, uomini con gli uomini, è davvero ciò che deve accomunare ogni esistenza cristiana».
Qualche settimana fa il cardinale Martino, nella sua veste di responsabile del pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, aveva curato la stesura di un documento in cui tra le altre cose venivano elencate alcune attenzioni che il “buon guidatore” deve tenere quando si trova a viaggiare in macchina. Poi, dopo un viaggio odissea sulla Salerno-Reggio Calabria, lui, salernitano di nascita, si è reso conto di quanto sia difficile mantenere la calma percorrendo il delirio dell’autostrada che collega Reggio alla sua città natale. «È positivo - dice in proposito Saraiva Martins - che alle parole e ai fiumi di inchiostro che sovente la Santa Sede fa uscire dai propri uffici corrisponda ogni tanto un bagno di realismo sul campo. Parlare per esperienza diretta è più convincente che parlare da un pulpito».
Dicevamo prima della ribellione alle ingiustizie. Ma spesso questa ribellione è verso chi ha il potere e magari non fa nulla, come molti politici nel nostro paese: «Se la ribellione serve per portare giustizia laddove non ce n’è - dice lapidario Saraiva Martins -, ben venga la ribellione ai politici».
Il cardinale Martino torna sulla terra
Lug 25, 2007 il Riformista
Così oggi il cardinale Martino (Giustizia e Pace + Migranti ed Itineranti) sul Corriere racconta l’esperienza di una giornata passata sulla Salerno-Reggio Calabria: “Abbiamo appena pubblicato un documento sulla pastorale della strada che sollecita a umanizzare i rapporti tra i viaggiatori improntati alla carità, ma in quell’autostrada non è possibile il rispetto di nessuna norma di umanizzazione. Lì tutti sono posti nella stessa situazione di sofferenza che accentua l’aggressività”.
Alleluia. Finalmente all’assurdità di un documento che vuole dire ai fedeli come comportarsi in autostrada (io, milanese abituato alle 4 corsie della Milano-Laghi, che spesso percorro la Salerno-Reggio Calabria essendo che la mia futura e amata moglie è di Padula, quando lessi quel docuemento non potei fare altro che ridere a crepapelle) parole più pragmatiche, più umane, più vicine a noi poveri naviganti su 4 ruote che tutto vogliamo sentire tranne che regole di buon comportamento da mantenere su una striscia di asfalto che a tutto assomiglia tranne che a un’autostrada.



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