“A Bush parleremo di vita e di pace”
7 giugno 2007 -
Roma. Quartiere Trastevere. Due bandiere della pace sventolano nel palazzo di fronte la sede della Comunità di Sant’Egidio, nell’omonima piazza.
Due bandiere che significano molto, soprattutto in questi giorni di attesa per l’arrivo nella sede della Comunità di George W. Bush. Uno che coi movimenti pacifisti cattolici (come è la Comunità di Sant’Egidio) e con quelli di altre ispirazioni non ha mai avuto un particolare feeling, per ovvi motivi.
Eppure, i leader della comunità sono raggianti per l’arrivo del presidente Usa che, politicamente parlando, è lontanissimo dalla loro sensibilità.
Sono raggianti perché, a conti fatti, significa che il quotidiano lavoro speso soprattutto nel sociale ma anche nella diplomazia internazionale è rispettato e conosciuto.
Anche perché – diciamolo subito – sono tanti i governi dei paesi del mondo coi quali la comunità tesse rapporti di amicizia alla faccia di chi, come lo stesso Bush, con questi governi non riesce nemmeno a sentirsi per telefono.
Di fronte alla sede della comunità, l’aria è tranquilla. Solo una pattuglia della polizia presidia la zona. In fondo alla piazza, in via della Paglia – Paglia come monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e padre spirituale della comunità – pochi turisti passeggiano verso piazza di Santa Maria in Trastevere, dove c’è la chiesa più antica di Roma dedicata alla Vergine, chiesa che la comunità ha eretto a suo santuario.
A Bush interessano le iniziative sociali di Sant’Egidio e pare che il suo arrivo a Trastevere non abbia altre finalità. Almeno così assicurano da piazza Sant’Egidio. Niente di diplomatico, niente richieste di intercessione da fare presso governi nemici, almeno a quanto ad oggi, agli stessi leader della comunità, è dato sapere.
E non c’è motivo per non crederci, soprattutto se si pensa a colui che è stato l’artefice dell’inatteso incontro: Jim Nicholson, ministro dei Veteran’s Affairs nell’amministrazione Bush ed ex ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Lui, ai tempi in cui risiedeva a Roma, bazzicava parecchio la comunità e tutte le festività natalizie non si dimenticava mai, insieme a tutta la sua famiglia, di vestire i panni di cameriere e, con tanto di grembiule al collo, servire la cena ai barboni e agli zingari di Roma.
È stato lui, una volta saputo che il tour europeo di Bush avrebbe toccato anche Roma, a suggerire al presidente Usa di recarsi in visita dai suoi amici di Trastevere.
Oltre ai diversi progetti sociali, non si sa se sul piatto dell’incontro ci sarà anche la campagna contro la pena di morte che Sant’Egidio promuove in Italia assieme ai cattolici del Gruppo Abele e ai radicali.
Del resto, di per sé, sono parecchie le iniziative che in qualche modo potrebbero imbarazzare il presidente Usa. Ma alla comunità non interessa. Loro non lavorano contro nessuno, non hanno fini politici o di parte.
Tra l’altro, non si sentono né di destra né di sinistra nonostante, soprattutto in Italia, c’è chi li etichetta come movimento cattolico di stampo progressista. «È una semplificazione – spiega Marco Impagliazzo, presidente della comunità, mentre cammina fuori dalla sede “monitorando” la situazione pre-visita di Bush – che non ci corrisponde».
E ancora: «Noi difendiamo quello in cui crediamo, la vita, la pace nel mondo, i valori che riteniamo giusti per la società, ma non vogliamo dirci di sinistra, di destra o di centro».
Cosa allora? Forse occorre tornare a quando la comunità è nata, più di venticinque anni fa. Erano gli anni Settanta. Ovunque si parlava di rivoluzione sociale, di scalzare i potenti per far girare il mondo nel verso giusto, quello del popolo, degli ultimi, di chi non aveva voce. Sant’Egidio prese su di sé questo movimento sociale e provò a interpretarlo in chiave cristiana. Parlavano – allora – della necessità di accendere il motore di una pacifica rivoluzione sociale, immettendo nel centro delle borgate romane una nuova linfa di solidarietà prendendo spunto da quanto la Chiesa aveva maturato nel Concilio Vaticano II. Un cristianesimo vicino alla gente e, dunque, difficile da decifrare se letto con categorie politiche. È quanto la comunità, sabato prossimo, proverà a comunicare a George W. Bush. Per lui, è pronto anche un regalo: «Ci è costato meno di 100 dollari – spiega Impagliazzo – Così, del resto, impone il protocollo Usa».
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Attento Pezzotta, la Cei ti osserva
6 giugno 2007 -
La discussione è aperta, nell’episcopato italiano, intorno alla possibiltà che i cattolici riunitisi il 12 maggio in piazza San Giovanni per il Family Day diventino o meno un partito politico.
Alcuni vescovi, più vicini all’ex presidente della Cei Ruini e al suo successore Angelo Bagnasco, non vedono negativamente, almeno sulla carta, l’eventualità di una nuova aggregazione politica. Altri i vescovi, invece, vedono in questa possibilità un’ipotesi da non perseguire.
Per questi ultimi, infatti, se Savino Pezzotta mettesse assieme una sorta di movimento d’opinione (in difesa dei princípi etici) tutto sarebbe ok. In fondo, è quanto già si è visto in occasione del referendum sulla fecondazione, con la sola aggiunta che oggi quello stesso movimento avrebbe nell’ex leader della Cisl una guida precisa, stimata negli ambienti delle gerarchie ecclesiastiche come nella base. Ma se lo stesso movimento prendesse i connotati di un partito capace di aggregare in un sol colpo Udc, Udeur, l’ala teodem della Margherita, il giudizio cambierebbe radicalmente.
Già, perché un conto è continuare con un movimento di popolo la difesa di certi valori seguendo la linea post-dc – suggerita dietro le quinte negli ultimi anni dal cardinale Camillo Ruini – del presenzialismo cattolico in più partiti possibili. Un altro è abbandonare questa linea e chiedere ai cattolici di entrare in un unico partito deciso a confrontarsi col voto elettorale.
In questo secondo caso, è evidente, una parte dell’episcopato italiano storcerebbe il naso e lo farebbe per due motivi.
Da una parte verrebbe fuori (con tanto di numeri) la reale forza della Chiesa (cosa che di fatto è stata possibile decifrare non completamente ma soltanto in parte sia in occasione del referendum sulla fecondazione assistita sia durante il Family Day) e non è detto che i numeri (quelli elettorali) siano carta alla mano migliori di quanto un movimento d’opinione stile Family Day potrebbe far pensare. Dall’altra, la partita politica che giocherebbero i vari Mastella, Casini, Pezzotta, i teodem Carra, Binetti e Bobba fino (perché no) a Rutelli – quando i compiti di vicepremier e ministro dovessero tramontare – sarebbe interpretata come una sorta di epurazione intra-cattolica rivolta a quell’ala del cattolicesimo sempre viva, vivace e mai doma: il cosiddetto cattolicesimo “democratico” che con il ddl sui Dico firmato dal ministro Rosy Bindi vive oggi – politicamente parlando – un momento parecchio difficile.
L’episcopato italiano non è un’aggregazione facilmente decifrabile.
In ogni regione vi sono sia vescovi maggiormente vicini a idee più “progressiste”, sia vescovi più distanti da questa impostazione ecclesiale.
I primi si trovano (geograficamente parlando e la cosa è singolare) più nel nord del paese e in particolare nel Piemonte, nella Lombardia e nel Veneto, mentre i secondi, seppure di numero non superiore ai primi, sono oggi sparsi un po’ ovunque.
Il cattolicesimo di riferimento dei politici di stampo “democratico” ha come spalla proprio l’episcopato del nord, mentre il cattolicesimo più intenzionato alla “battaglia” pubblica e politica gioca le proprie carte con presuli titolari di diocesi sparse a macchia di leopardo. Mastella, ad esempio, oltre a una certa stima guadagnata recentemente in Vaticano, tesse il filo nel Mezzogiorno con il cardinale arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, mentre Casini è più vicino al romano d’adozione, ma lodigiano di nascita, Rino Fisichella. Ma anche in questa parte di episcopato, più intransigente sui principi, la possibilità di vedere in futuro un nuovo partito cattolico non è ritenuta da tutti opportuna.
La stessa cosa, in linea di principio, vale anche per quelle associazioni che il 12 maggio hanno aderito al Family Day. Queste potrebbero sì seguire Pezzotta e gli altri anche dentro un partito, ma non tutte. È difficile, infatti, che movimenti e associazioni storicamente più vicine alla sinistra che alla destra (Sant’Egidio, Acli, Azione Cattolica) possano vedere di buon occhio l’istituzione di un partito che come primo risultato vedrebbe l’epurazione del cattolicesimo di stampo democratico. A meno che non si ritenga che questo cattolicesimo non abbia più diritto di esistere. Ma questa ipotesi, oltre che bizzarra, non conviene a nessuno.
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Bush va dal papa a chieder lumi su Ratisbona
5 giugno 2007 -
La doppia richiesta è stata avanzata, tramite l’ambasciata degli Stati Uniti in Italia, direttamente dall’entourage del presidente George W. Bush.
E così, sabato prossimo, durante la tappa romana del suo tour europeo, il presidente degli Usa incontrerà prima il papa e poi, a meno di cambiamenti dell’ultima ora (l’appuntamento pare sia ancora in bilico), i vertici della comunità di Sant’Egidio, a Trastevere.
Secondo autorevoli fonti, sul piatto dell’incontro a porte chiuse col papa dovrebbe esserci innanzitutto la lectio che Benedetto XVI tenne lo scorso settembre a Ratisbona durante il viaggio apostolico in terra di Baviera.
Proprio quella. Proprio l’ampio discorso del 12 settembre 2006 dedicato al rapporto tra fede e ragione e nel quale il papa, per mostrare l’irragionevolezza della diffusione della fede mediante la violenza, prese spunto da un dialogo intercorso nel 1391 tra l’allora imperatore di Costantinopoli, Manuele II Paleologo, e un dotto musulmano della Persia.
Un dialogo in cui Manuele II si chiedeva cosa di buono avesse mai portato Maometto se non «cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava».
Parole, queste ultime, che scatenarono violente reazione in gran parte del mondo islamico connesse a esplicite minacce di morte rivolte allo stesso pontefice.
Benedetto XVI più volte, dopo il bailamme seguito a Ratisbona, ha spiegato quello che lui ha definito «il senso autentico» del discorso ratisboniano.
Un «senso» che, evidentemente, Bush intende approfondire meglio se è vero che è anche – e soprattutto – sul confronto-scontro col mondo islamico che egli ha caratterizzato il suo doppio mandato alla casa Bianca.
Certo, la politica nei confronti dell’islam tenuta da Bush e dal Vaticano (Wojtyla prima, Ratzinger oggi) è corsa – e corre – su due binari dissimili. La Santa Sede ha da sempre tenuto un atteggiamento di distanza dal piano di lotta al terrorismo di Bush e, di conseguenza, dall’intervento americano in Iraq. La distanza è sostanziale e, probabilmente, Benedetto XVI approfitterà del vis a vis col presidente per sottolinearla e, insieme, per rimarcare come, a conti fatti, chi oggi sta uscendo più malconcio dal conflitto sia il popolo iracheno, cristiani compresi.
Tra l’altro, se c’è una cosa che Ratisbona insegna a tutti – anche a Bush -, è che per Benedetto XVI la pace si ottiene sì senza rinunciare alla propria identità ma pur dentro un’ottica di dialogo e di confronto che deve avere sempre la meglio sulla violenza e su ogni giustificazione all’uso della violenza.
All’incontro col papa seguirà, per Bush, quello con i responsabili diretti della diplomazia vaticana: il segretario di Stato Tarcisio Bertone e il “ministro degli esteri” della Santa Sede, monsignor Dominique Mamberti. Quest’ultimo è stato portato da Ratzinger in segreteria di Stato proprio pochi giorni dopo la lectio di Ratisbona.
Navigato diplomatico esperto di islam e di rapporti multilaterali e, per un periodo inviato per il Vaticano a New York alla sede dell’Onu, a Mamberti il pontefice ha chiesto di avere un particolare occhio di riguardo nei rapporti diplomatici col mondo islamico. Rapporti che oggi il papa vuole intensi e continuativi se è vero – come pare sia vero – che le sue prossime mosse saranno quelle di far rivivere quale dicastero autonomo il pontificio consiglio per il Dialogo Interreligioso (era stato unito al dicastero della Cultura) e, insieme, di portare in segreteria di Stato a fianco di Bertone e di Mamberti, monsignor Ferdinando Filoni, al posto attualmente occupato da monsignor Leonardo Sandri.
Filoni, oggi nunzio apostolico nelle Filippine, era dal 2001 nunzio in Medio Oriente e precisamente – guarda caso – in Iraq e in Giordania.
Ovviamente, al centro del colloquio privato Ratzinger-Bush vi saranno anche altri temi che segnano ulteriori distanze, ma anche vicinanze, tra i due. Tra le vicinanze, soprattutto le iniziative di Bush in difesa della vita, in particolare nella lotta all’aborto.
Quanto all’incontro con la comunità di Sant’Egidio, i dettagli restano tutti da decifrare. Dalla sede trasteverina della comunità nulla trapela. Anche perché, la visita a Trastevere resta complicata sotto il profilo della sicurezza, a causa dei diversi cortei anti Bush. La comunità di Sant’Egidio è conosciuta negli ambienti della Casa Bianca per il notevole impegno nel sociale. Un impegno noto anche all’ambasciata statunitense in Italia, che per prima si è mossa per organizzare l’incontro romano. Certo, anche nei confronti della comunità di Sant’Egidio l’amministrazione Bush sconta differenze rilevanti dal punto di vista politico e diplomatico. Ma, forse, sul piano della lotta globale all’aids – Sant’Egidio vi lavora da anni soprattutto grazie al progetto “Dream” – e alle malattie e alle povertà nel Sud del mondo i punti di contatto possono essere diversi. E poi, un incontro non si nega a nessuno, soprattutto se a chiederlo è direttamente il presidente degli Stati Uniti.
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Bertone conferma l’arrivo della liberalizzazione dell’antico rito
3 giugno 2007 -
In un articolo scritto per il Riformista lo scorso 29 maggio (l’ho riportato poco sotto in questo sito) avevo detto della volontà del papa di liberalizzare l’antico rito. Oggi, su Avvenire, è arrivata un’autorevole conferma direttamente dal segretario di Stato Tarcisio Bertone.
«Credo non si dovrà aspettare molto per vederlo pubblicato – ha detto Bertone in proposito -. Il papa è personalmente interessato affinché questo avvenga. Lo spiegherà in una sua lettera di accompagnamento, sperando in una serena recezione».
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Con quei vestiti un po’ così all’assemblea della Cei
2 giugno 2007 -
Un giorno in talare, l’altro no. Dipende da chi viene a parlare.
Questo hanno forse pensato i vescovi italiani la scorsa settimana quando hanno dovuto decidere con quale abito presentarsi ai lavori della cinquantasettesima assemblea della Cei in Vaticano.
I primi due giorni erano tutti in clergyman. Il terzo, quello in cui il papa ha tenuto un suo discorso, erano tutti in talare, quella nera filettata di rosso. E il giorno dopo, di nuovo tutti in clergyman e altri, addirittura, con una semplice camicia nera e niente più.
Che l’abito non fa il monaco, si sa. Ma che il monaco difficilmente resta tale se non indossa più il proprio abito, è cosa che in molti sembrano non sapere o quantomeno dimenticare.
Certo di per sé il clergyman può benissimo sostituire la talare (e dunque i vescovi che hanno partecipato all’assemblea generale nei giorni scorsi non hanno fatto male a indossarlo), ma se ciò diventa consuetudine, c’è qualcosa che non va. O meglio, se la talare nemmeno a Roma e nelle stanze d’oltre Tevere è più cosa normale averla addosso, c’è da preoccuparsi.
Anche perché, la talare, non è mai stata abolita. Essa è e resta l’abito per antonomasia. Non soltanto dei vescovi e dei cardinali, ma pure dei preti. E poi c’è clergyman e clergyman. Ossia, per essere davvero abito sacro, deve essere fatto in un certo modo, deve essere di un certo colore e non di un altro, altrimenti non si è in regola.
Ed è proprio qui che i membri dell’episcopato italiano, durante l’assemblea generale, non sempre sono stati impeccabili.
Poca cosa, direbbero i più. Cosa gravissima, occorrerebbe rispondere loro. Perché quando si parla dell’abito, i cardinali, vescovi, clerici, fratini e suorine dovrebbero sapere che non si scherza.
L’abito non è semplicemente un abito, ma è una divisa che deve essere custodita gelosamente, ovunque ci si trovi, figurarsi se si ha il privilegio di entrare in Vaticano («sacre mura» le chiamano) con al petto la croce pettorale e al dito l’anello, segni di dignità vescovile. Ma si potrebbe mai vedere un carabiniere che indossa dei pantaloni con la fascia arancione e non rossa? No, e la stessa cosa la dovrebbero avere presente i vari ecclesiastici quando si apprestano a indossare la propria divisa.
A parte la considerazione che mai nessuno ha abolito l’uso della talare, c’è da dire che questa dovrebbe essere sempre portata, almeno in chiesa, nelle curie e nei conventi. Tra l’altro, esiste una norma della Cei relativa al deferimento della talare sul territorio parrocchiale.
Insomma, il clergyman si può indossare, ma soltanto fuori dalle chiese, fuori dalle azioni sacre e dalle celebrazioni liturgiche, fuori dalle curie e dai conventi. Ovvero? Ovvero quando si è in viaggio o a passeggio. E poi, come detto, il clergyman è uno solo: quello nero, grigio scuro o blu, con pettorina nera e colletto romano, calze e accessori neri. Mica altro.
Quanto all’uso della talare, esiste un direttorio dei vescovi che dice che è lei l’abito ufficiale. Deve essere, per i vescovi, nera e filettata di rosso, completata dalla croce pettorale e dall’anello. Se un vescovo esce dalla curia o dagli uffici in cui lavora, è buona cosa che indossi un soprabito lungo, anche se leggerissimo, grande vanto dei sarti ecclesiastici che amano chiamarlo «greca».
Fantascienza? Forse sì, almeno stando a come usano vestirsi spesso non soltanto i preti, ma addirittura i vescovi e i cardinali.
Passeggiando fuori le mura vaticane, nei dintorni di piazza San Pietro, il primo pomeriggio, se ne possono vedere parecchi di presuli e porporati impegnati in passeggiate post-prandiali del tutto singolari. Ci sono monsignori che camminano coi sandali ai piedi come fossero in spiaggia. Altri (ex nunzi in pensione, capi dicastero e pure qualche porporato d’Oltralpe) camminano con calzoni beige e camicie a maniche corte bianche o a quadretti azzurri, ovviamente con tanto di sandali ai piedi. E ancora, tra quei pochi che portano la talare, ve ne sono alcuni coi calzoni che spuntano di qualche spanna e con calze di colori improponibili.
Eppure, l’obbligo di indossare sempre l’abito ecclesiastico era stato ben spiegato nel Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri uscito dalla congregazione per il clero: «Il presbitero – si legge al paragrafo 66 – dev’essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile a ogni fedele, anzi a ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa». E ancora: «Fatte salve situazioni del tutto eccezionali, il non uso dell’abito ecclesiastico da parte del chierico può manifestare un debole senso della propria identità di pastore interamente dedicato al servizio della Chiesa». Più chiaro di così.
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Su Santoro e tutto il resto
1 giugno 2007 -
Cari “palazzi apostolici”, non so cosa ne pensiate. Ma io ho preferito in questi giorni non scrivere nulla su Santoro e il video della Bbc.
Per due motivi. Primo: Ritengo che il video voglia pretestuosamente accusare la Chiesa di un problema – quello della pedofilia – che in realtà è ben più ampio e diffuso. E la stessa cosa abbia voluto fare Santoro mandandolo in onda. E in questo senso, a mio avviso, monsignor Fisichella poteva anche non andare ad “Annozero” e lasciare che Santoro ne parlasse da solo, senza contradditorio. In questo modo, infatti, credo si sia data troppa importanza a una trasmissione faziosa e ideologica.
Secondo. La pedofilia è un problema di tutta la società e come tale riguarda anche la Chiesa. Ma, mi domando: perché i vari laicisti d’oggi continuano a proporre un modello di società pansessuale e libertario (dove vale tutto sempre e comunque) senza domandarsi mai cosa poi questo modello produca? Possibile che non ci sia nessuno che si domandi le consueguenze di questo modello su tutta la società, le incidenze che esso ha sulla sfera sessuale dei singoli individui? La Chiesa vive nel mondo e come tale anch’essa subisce le conseguenze di un modello che lei – nonostante i deprecabili errori di alcuni suoi membri (molto pochi rispetto alle tantissime denuncie che arrivano in Vaticano) – combatte con tutte le sue forze.
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Marini “battezza” il Dio che sta tra Pace e Dominio
1 giugno 2007 -
A fare gli onori di casa è stata direttamente la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Franco Marini.
Del resto, visto il parterre, non poteva essere altrimenti.
E poi, di questi tempi, dopo le settimane piuttosto difficili per una parte dei cattolici che risiedono nel centro sinistra (vedi il putiferio prettamente intra cattolico sui Dico con il successivo Family Day di piazza San Giovanni e il codazzo di polemiche intorno alle accuse di ingerenza negli affari dello Stato mosse alla Chiesa) e viste le polemiche seguite alla decisione di Michele Santoro di mandare in onda nella trasmissione “Annozero” il documentario della Bbc “Sex crimes and the Vatican”, serviva un’iniezione disintossicante, un appuntamento insomma diverso e non inquinato da polemiche.
E così, ieri sera, il cattolico Marini – lo stesso che pochi giorni fa aveva difeso il ddl governativo sui Dico spiegando che non mette in discussione «la visione della famiglia così come è prevista dalla Costituzione» – ha aperto le porte del Senato, o meglio, della Sala Capitolare del Convento di Santa Maria Sopra Minerva, a un nugolo di esponenti della curia romana, dei movimenti ecclesiali e delle realtà religiose, per la proiezione in anteprima della prima puntata del programma “Dio: Pace o Dominio” in onda su Rai Uno in seconda serata con cadenza settimanale per cinque puntate dal prossimo 12 giugno.
Un programma realizzato da un insieme di personalità di prim’ordine del Vaticano.
C’era Luca De Mata, direttore dell’agenzia vaticana Fides, che ha curato anche i testi e la regia.
C’erano don Nicola Bux (consultore della congregazione per la dottrina delle fede, esperto di ecumenismo e teologo molto stimato oltre Tevere) – ha collaborato alla realizzazione editoriale – Massimo Cenci (sotto-segretario di Propaganda Fide) e don Salvatore Vitiello.
E poi l’arcivescovo Mauro Piacenza – ha supervisionato il tutto -, presidente della pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa e l’archeologia sacra, nonché segretario della congregazione per il Clero.
Dunque, proprio nel giorno in cui “La Civiltà Cattolica” – la rivista dei gesuiti “controllata” dalla segreteria di Stato – dava voce al timore che i cattolici della Margherita non riescano a far valere i propri princípi nel Partito democratico – gli «antichi Popolari», ha scritto padre Michele Simone sul quindicinale dei gesuiti, «rischiano di perdere, col tempo, ogni legame con la loro tradizione, perché, nonostante le tante fondazioni esistenti sulla carta, non si sono dotati di un nucleo di persone che metta la propria intelligenza al servizio della riflessione e dell’attualizzazione dei loro princípi ispiratori» – è stato un margheritino doc a gettare un ponte significativo verso i sacri palazzi.
Oltre a lui, varie personalità del mondo dell’associazionismo cattolico e dei movimenti ecclesiali.
A pochi mesi dalle polemiche seguite dopo la lectio del papa in quel di Ratisbona, le ottantotto testimonianze raccolte in giro per il mondo da Luca De Mata – direttamente nel cuore delle maggiori tradizioni religiose: cristiana, musulmana, induista, animista, buddista, taoista, jiani, bahay – restano un tassello importante grazie al quale la Santa Sede vuole provare, al di là delle polemiche, a costruire una cultura della pace e della solidarietà non demagogica.
Il programma, infatti, altro non è che un lungo e intenso viaggio durato tre anni nei cinque continenti per documentare la convivenza tra le religioni e le culture dei popoli attraverso situazioni, ambienti, opinioni e realtà irraggiungibili, sconosciute o a volte manipolate le une contro le altre, spesso a loro insaputa.
«Un programma costruito per cogliere il vero e il buono di ogni cultura e per provare a superare quella demagogica che sovente si trova sulla bocca di molte persone», ha detto Piacenza ieri sera.
«Forse e per la prima volta – si è letto nei giorni scorsi in un dispaccio dell’agenzia Fides -, una teologia inaccessibile ai più è diventata immagine: visibile, udibile, quasi toccabile per i molti che, guardando “Dio: Pace o Dominio”, non potranno non porsi la domanda sulla Verità.
E tra questi c’era ieri sera anche uno degli opinion leader palestinesi più in voga: Samir al Qariuti che un giorno sì, l’altro pure, firma servizi direttamente per Al Jazeera.
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