Palatucci, il questore di Fiume che salvò 5000 ebrei
21 giugno 2007 -
Chi è Giuseppe Veneroso? Il nome ai più non dice nulla. Eppure, se si legge con attenzione il lavoro di Angelo Picariello dedicato al penultimo questore di Fiume di cui è oggi in corso la causa di canonizzazione – “Capuozzo accontenta questo ragazzo. La vita di Giovanni Palatucci”. San Paolo, 304 pagine, 16 euro – è lui uno dei principali testimoni viventi capaci di raccontare come, davvero, «almeno cinquemila» (ma altri tremila ne attesta l’agente di polizia Alberino Palombo e altre migliaia potrebbero essere passati sfuggendo a ogni controllo) sono stati gli ebrei salvati da Palatucci prima dell’armistizio del settembre del 1943, gli ebrei cioè fatti passare al confine e provenienti dalla Serbia governata dagli ustascia filo nazisti, o dall’Est europeo: in sostanza il cosiddetto canale fiumano.
Giuseppe Veneroso, che oggi vive a Prato ma è originario di Pisciotta, nel Salernitano, attesta infatti l’esistenza di ben cinquemila passaporti falsi gestiti segretamente (in soli due anni) per conto di Palatucci, insieme ad altri due giovani colleghi deceduti, con lui in servizio alla frontiera di Buccari.
Veneroso ha oggi ottantacinque anni e vive a Prato. È originario di Pisciotta, nel salernitano, non lontano da Campagna, dov’era vescovo al tempo lo zio di Palatucci: «Infatti – racconta Veneroso – quelli che accompagnavano questi ebrei al confine di Stato, sentendo da dove provenivo, spesso dicevano: “Questi vanno dalle parti tue”». Alcuni erano destinati ai campi di internamento italiani dove, soprattutto in quello gestito dallo zio vescovo, il commissario li considerava al sicuro. «Ma – scrive Picariello – man mano che la situazione peggiorava anche in Italia, l’unica via di scampo divenne per loro la fuga per mare. E per raggiungerlo c’era bisogno di quel prezioso foglio di carta provvisorio, il più delle volte falso, rilasciato dalla questura di Fiume e accettato alla frontiera da controllori compiacenti e fidati, come Veneroso».
Forse Veneroso è oggi il testimone più prezioso della eroicità di Palatucci perché, come il questore di Fiume, anche lui collaborò a salvare migliaia di ebrei, senza paura e timori. Racconta lo stesso Veneroso: «Donne e bambine entravano in Italia davanti a noi, gli uomini, invece, per lo più passavano il confine clandestinamente, lungo le montagne, di notte, percorrendo i sentieri nascosti dai pini che venivano usati dai contrabbandieri slavi. Noi li vedevamo, ma se capivamo che erano ebrei facevamo finta di niente».
Con Palatucci c’era molto di più di una tacita intesa. Dice ancora Veneroso: «Il commissario chiese ai miei superiori, il maggiore Fortunato e il capitano Tatonetti, un elenco di finanzieri, “di quelli buoni, fidati. Che non parlano e che non bevono”. Perché se uno si ubriacava e si lasciava scappare qualche cosa, era la fine, per tutti». Alcuni furono in tal modo praticamente reclutati da Palatucci, lui sapeva di potersi fidare di loro. E anche gli ebrei sapevano, venivano rassicurati dai loro accompagnatori, o dallo stesso Palatucci, che ai controlli per l’espatrio avrebbero trovate persone “amiche”. Entravano quasi sempre senza autorizzazione, o con falsi permessi. Un po’ come succede per i clandestini oggi. Ma i finanzieri al confine avrebbero dovuto respingere delle persone prive di qualsiasi permesso per l’espatrio. Chi dava loro, invece, l’ordine di lasciarli entrare? I superiori? «No – dice Veneroso -, quelli poco ne volevano sapere, era troppo rischioso per loro. Era Palatucci a dirci di lasciarli entrare».
Insomma, gli ufficiali della Finanza al massimo tolleravano, facendo finta di niente, ma chi si sporcava le mani organizzando tutto, e rischiando di persona, era sempre lui: Giovanni Palatucci. Un’opera coraggiosa, dunque, andata avanti per anni. Fino al giorno dell’arresto da parte dei tedeschi. L’ultimo a parlare con Palatucci, alla stazione di Trieste, già chiuso con altri mille deportati in un vagone piombato fu il brigadiere Pietro Capuozzo, padre dell’inviato del Tg5 Toni, autore della prefazione del libro. Al fidato brigadiere Palatucci raccomanda non se stesso, ma un ragazzo di Trieste che veniva deportato con lui a Dechau, gli fa scivolare tra le mani un biglietto, “Capuozzo, accontenta questo ragazzo”.
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Blair va da Ratzinger a parlare di fede e di Foundation
20 giugno 2007 -
La notizia l’aveva paventata qualche tempo addietro il Daily Telegraph: nel futuro post Downing Street di Tony Blair c’è una Foundation, la Blair Foundation, tutta dedicata all’Africa, al Medio Oriente, al dialogo interreligioso e alla pace nel mondo.
E oltre il Tevere, nelle sacre stanze che attendono sabato prossimo l’arrivo di Tony and Cherie Blair per incontrare prima il papa e poi la leadership della segreteria di Stato – anche la presenza di Cherie è stata ufficialmente confermata -, è arrivata voce che, oltre ai saluti di congedo dall’incarico di premier, a qualche affondo sulla politica interna ed estera, è anche di questa Foundation che il premier inglese intende accennare.
Per chi dai sacri palazzi si occupa di questioni internazionali, quindi, il futuro di Blair sembra avere più i colori di un impegno stile Bill Clinton post Casa Bianca che quelli ipotizzati, sempre recentemente, dal Financial Times e che vedrebbero Nicolas Sarkozy impegnato a lavorare per far divenire Blair presidente «a tempo pieno» dell’Unione europea.
Dunque, l’Africa e il Medio Oriente, il dialogo tra fedi e culture diverse e la ricerca della pace nel mondo sarebbero i campi di lavoro futuri che Blair, insieme alla cattolica Cherie, metterà sul piatto dell’udienza papale. Un impegno importante, alto, e che potrebbe giovare all’ormai ex premier inglese per riscattare quell’immagine guerrafondaia che gli si è appiccicata addosso a causa dell’intervento in Iraq.
Se oltre la Manica, l’appoggio del New Labour al Blair versione ultimo Clinton è scontato – pare che sia dall’inizio del 2007 che il premier inglese sta organizzando la sua Foundation insieme alla squadra dei suoi più fidati consiglieri, la cosiddetta “Banda dei quattro” guidata dalla baronessa Sally Morgan -, e se sia nel Regno Unito come un po’ in tutto il mondo amici e filantropi danarosi sono disposti a versare nelle casse della Foundation importanti quattrini per sostenerne lavori e impegni, l’appoggio vaticano – ovviamente – è di là da venire.
Per la Santa Sede, infatti, il dialogo tra le fedi è e deve rimanere prerogativa delle diverse religioni e non sempre è visto di buon occhio chi, a carriera politica finita, della pace e della convivenza tra i popoli vuole divenirne paladino.
In chiave europea, la futura Foundation di Blair si potrebbe contrapporre all’“Alleanza di civiltà” di Spagna e Turchia, alleanza che Blair vede troppo filo islamica e quindi anti occidentale. Zapatero ha investito molto nei rapporti con Erdogan. Il suo è un appoggio incondizionato all’entrata della Turchia nella Ue, appoggio che discende anche da una politica di scambi commerciali favorevole e già in atto sull’asse Madrid-Ankara. Anche la Santa Sede – stando a quanto ha dichiarato il cardinale Bertone recentemente – è favorevole all’entrata della Turchia nella Ue ma in tema di dialogo interreligioso preferisce giocare senza implicarsi con quella o quell’altra parte, con quella o quell’altra Foundation.
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Lo Ior cambia direttore
20 giugno 2007 -
Non è stato uno scossone, eppure qualcosa si è mosso oltre il Tevere.
A partire dal prossimo ottobre, infatti, Paolo Cipriani sarà il nuovo direttore generale – al posto di Lelio Scaletti – dello Ior, la banca vaticana nella quale fino a oggi egli ha ricoperto il ruolo di vice direttore generale.
Ratzinger ha preso atto della nomina uscita dalla mente della commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior presieduta del cardinale Angelo Sodano.
Cipriani dovrà rendere conto del proprio lavoro al presidente della banca, il professor Angelo Caloia. Quest’ultimo dovrebbe rimanere al suo posto almeno fino al prossimo 23 novembre, quando Sodano compirà ottant’anni e non presiederà più la commissione di vigilanza. Solo da quel momento si potrà anche sapere se il segretario personale di Sodano, monsignor Pioppo, nominato prelato dello Ior pochi mesi addietro dalla stessa commissione (la carica non esisteva più dal 1993 e da sei anni era stata cancellata dall’annuario pontifico) manterrà il suo incarico o meno.
Nei prossimi giorni, invece, dovrebbe avvenire la nomina del nuovo presidente del dicastero vaticano che si occupa di comunicazioni sociali. Al posto dell’americano John Patrick Foley pare che il papa abbia deciso di nominare l’arcivescovo Claudio Celli, segretario dell’Apsa (amministrazione del patrimonio della Sede apostolica).
Con lui, però, non dovrebbe avvenire quella completa riorganizzazione di tutti i media vaticani che nei mesi addietro si era paventata come possibile.
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C’è sempre un Campbell nella vita di Blair. Chi è Francis, cattolico d’Irlanda in Vaticano
19 giugno 2007 -
Sabato prossimo Benedetto XVI riceverà in Vaticano Tony Blair accompagnato, pare, da sua moglie Cherie.
Grande organizzatore dell’incontro è stato l’ambasciatore inglese presso la Santa Sede, Francis Campbell, primo diplomatico britannico di fede cattolica in Vaticano da quando Enrico VIII ha rotto i rapporti con Roma nel 1534: tempi della dinastia Tudor, delle sei mogli del Re che portarono scomuniche, turbolenze, divisioni.
È stato lui, il 37enne Campbell, grandi orecchie a sventola alla principe Carlo, occhialini quadrati da businessman della City e mento largo alla Terry Butcher (centrale difensivo della nazionale inglese, famoso per grinta e svarioni linguistici: «Questi nigeriani – disse un giorno – ci stanno violentando a centrocampo») a insistere affinché, prima di lasciare Downing Street, Blair incontrasse il papa. Del resto, pare che la stessa moglie del premier inglese, Cherie, cattolica convinta, ci tenga parecchio ad “approfittare”, per l’ultima volta, dell’incarico del marito per vedere il pontefice.
Campbell, dopo aver lavorato come segretario personale di Blair, è stato messo a capo della diplomazia britannica presso la Santa Sede al posto di Kathryn Colvin per riparare in qualche modo – così almeno si dice oltre Tevere – alla “figuraccia” del governo londinese che prima della sua nomina aveva paventato la definitiva chiusura dell’ambasciata perché giudicata inutile.
Poco prima che nel dicembre del 2005 Campbell divenisse ambassador to the Holy See, anche i giornali d’oltre Manica avevano “sponsorizzato” la chiusura dell’ambasciata ma, quando si accorsero che Blair aveva deciso di tornare sui suoi passi decidendosi a inviare Campbell a Roma, avevano provato a pubblicare degli advertisement in cui chiedevano agli inglesi chi avessero voluto come nuovo ambasciatore, se un protestante o un cattolico.
Quesito non da poco se si pensa che, nel 1917, era stato addirittura il Foreign Office a spiegare come il rappresentante in Vaticano non avrebbe dovuto avere «un’irragionevole soggezione del papa». Insomma: sarebbe stato meglio che non fosse un cattolico.
Blair, comunque, forse consigliato dalla moglie la quale è da sempre ben introdotta negli ambienti dell’abbazia di Westminster dove risiede l’arcivescovo e presidente della conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles, Cormac Murphy-O’Connor (fu Murphy-O’Connor a definire Campbell «un diplomatico esperto che ha lavorato con il primo ministro» e per il quale «il linguaggio e l’operato della Chiesa cattolica sono familiari»), non ascoltò i giornali e senza pensarci su troppo si decise per lasciare aperta l’ambasciata e per inviarci il suo ex segretario personale.
E oggi Campbell lavora fedelmente per lui, fino all’ultimo. Per lui e per Cherie, la quale, spesso, anche senza il marito, è ospite del giovane ambasciatore inglese per qualche giorno “far from England”, qualche giorno tutto spirito e fede, preghiera e silenzio. E non solo. Roma, infatti, è sì la città che Cherie ama per il forte appeal religioso, ma è anche altro: nella capitale, Cherie trova diversi salotti disponibili ad accoglierla, diverse “dame” – così vengono definite nei sacri palazzi – della altolocata borghesia felici e onorate di poterla avere ospite per qualche serata mondana.
Francis Campbell ha sempre assecondato la voglia di Roma della moglie di Tony e quando, come nell’aprile dello scorso anno, Cherie gli ha chiesto ancora di più – e cioè di poter incontrare il papa privatamente (senza il marito) -, lui, il giovane Francis, ci ha messo un attimo a chiamare il palazzo apostolico e ottenere per lei un’udienza privata. Un incontro, quello tra Cherie e il papa, del tutto diverso da quello del prossimo sabato.
Tony – probabilmente con Cherie – sarà ricevutò da Ratzinger e poi dalla leadership della segretaria di Stato in forma ufficiale. Per Blair lo spunto per un ultimo saluto prima delle dimissioni. Per la Santa Sede l’occasione per affrontare alcuni temi di politica estera e interna utili per il prossimo futuro.
Le ultime volte che i due vennero in Vaticano insieme (la penultima volta nel febbraio del 2003, in piena crisi irachena, con papa Wojtyla, l’ultima volta un anno fa con papa Ratzinger), le Sexual Orientation Regulations, secondo le quali anche le agenzie di adozione cattoliche devono affidare i propri bambini alle coppie omosessuali oltre che etero, non erano ancora una realtà nel Regno Unito. Oggi lo sono e oltre ai temi di politica estera (intervento in Iraq, aiuti ai paesi del terzo mondo) sono soprattutto i temi etici (Sexual Orientation Regulations in testa) a rendere l’incontro di sabato per nulla facile. Oltre il Tevere, più che le voci di una possibile conversione al cattolicesimo del premier inglese, più che la fede cattolica di Cherie, le sue entrature nell’abbazia di Westminster e la sponda romana con Campbell, è la politica tenuta da Blair su quei principi ritenuti “non negoziabili” a interessare. La politica passata e gli scenari futuri, quelli che si aprono d’ora in avanti nel partito laburista come a Downing Street.
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Il papa ad Assisi nel nome di Francesco. Quello vero
16 giugno 2007 -
Domani Benedetto XVI sarà ad Assisi per una visita lampo sulle orme di san Francesco, nell’ottavo centenario della sua conversione.
Ad accoglierlo il vescovo della città, Domenico Sorrentino, insieme a Romano Prodi e donna Flavia.
Alla curia, al premier e consorte, alle istituzioni del paese come pure al popolo, Ratzinger snocciolerà il vero volto di Francesco, l’alter Christus, uomo di spontanea ecclesialità, amante del creato ma lontano da quell’ecologismo proprio dei tempi odierni, povero perché vicino all’essenziale – e dunque non paupertista tout court -, frate della pace (quella legata alla conversione del cuore e non a un indistinto pacifismo), fedele al pontefice riconosciuto né più né meno – e fino alla morte – come il vicario di Cristo in terra.
Accadde circa un anno e mezzo fa che Sorrentino lasciò, per volere del papa, la segreteria del “ministero” vaticano che si occupa di liturgia per la sede vescovile di Assisi. Una nomina accompagnata da nuove disposizioni circa le basiliche di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli che divennero soggette alla giurisdizione diretta vescovile e non più a quella dei francescani: il motivo risiedeva nella volontà di razionalizzare le attività dei centri religiosi che, per storia e per fascino, hanno una certa importanza nel panorama italiano. Razionalizzare, dunque, e cioè affidare la gestione di questi centri a persone fidate che rispondessero del loro operato direttamente al papa. Ad Assisi, in particolare, la situazione non era delle migliori se è vero che, poco prima di lasciare il posto a Sorrentino, il suo predecessore, Sergio Goretti, aveva dichiarato, riferendosi all’autonoma gestione delle basiliche operata dal 1969 dai frati francescani, che «era assurdo che esistessero vere e proprie enclave autonome sulle quali proprio il vescovo non aveva alcun potere». Enclave promotrici, nei fatti, di un francescanesimo “peace and love”, marce della pace e bandiere arcobaleno, solidarismo e umanesimo di parecchio lontani dall’idea di “perdersi” per gli ultimi propria di san Francesco. Un francescanesimo – quello dei frati assisani – tendente a interpretare i vari incontri pro dialogo tra i diversi leader religiosi promossi nella città da papa Wojtyla in chiave sincretistica, come se la ricerca di un consenso religioso che andasse al di là delle differenze esistenti tra le diverse religioni dovesse avere la meglio su quel dialogo che avviene nel rispetto delle differenti identità, sul dialogo che non vuole tradire le fondamenta delle rispettive fedi. È anche rispetto e in un certo qual modo contro la continua sottolineatura dell’importanza di un dialogo sincretistico in nome del cosidetto “spirito di Assisi” che la visita del pontefice di domani potrà risultare significativa.
Tornando allo spostamento di Sorrentino ad Assisi, resta da sottolineare come esso suonò importante non soltanto rispetto ai francescani a motivo delle nuove disposizioni sulle basiliche, ma anche per il segnale che il pontefice diede direttamente alla curia romana. Al posto di Sorrentino, infatti, il pontefice portò a Roma – fu una delle sue prime nomine – il cingalese Malcolm Ranjith, suo amico personale, incaricato di portare il “ministero” della liturgia verso una attuazione della vera riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II, un’attuazione, dunque, migliore di quanto fino a quel momento non fosse stata messa in atto. A Ranjith, il compito anche di lavorare in favore dell’approvazione del Motu Proprio sull’antico rito di san Pio V, approvazione che – pare – venga formalizzata a breve, probabilmente prima della partenza per le vacanze estive di Ratzinger.
Sorrentino, liturgicamente parlando, interpretava all’interno della Santa Sede la linea che fu dopo il Vaticano II di monsignor Annibale Bugnini, allora segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia e successivamente “esiliato” in Iran da Paolo VI proprio perché reo di proporre una riforma liturgica troppo nostalgica dei tempi precedenti il concilio di Trento, e cioè tendente, di fatto, a non considerare l’eucaristia come il mistero rilevante e preminente della stessa azione liturgica. Da qui la cosiddetta scuola del “bugninismo”, secondo la quale un posto centrale nella liturgia non è da riservare tanto alla celebrazione eucaristica, quanto alla celebrazione della parola.
Mettendo Ratzinger al centro della sua visita nella cittadina umbra un momento di adorazione del santissimo e la venerazione del crocifisso di san Damiano nella basilica di Santa Chiara, è anche la necessità di adoperarsi per una corretta azione liturgica che il pontefice cercherà di trasmettere.
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Fratello, clicca e ti sarà dato. Pure il breviario naviga on line
13 giugno 2007 -
Uno dei più frequentati è maranatha.it. Qui i cattolici, soprattutto religiosi, preti e suore ma addirittura anche parecchi vescovi e cardinali, entrano da tutto il mondo a migliaia – letteralmente a migliaia: 305 mila accessi solo nell’ultimo mese, più di 3 milioni nel 2006 – per scaricare sul palmare (grazie ad AvantGo o a un semplice download) le preghiere del breviario del giorno.
Già, perché nel ventunesimo secolo Lodi, Ora Media e Vespri si possono recitare sul treno, sull’autobus o mentre si fa la fila da qualche parte, senza necessariamente portarsi dietro il voluminoso tomo del breviario.
Basta accendere il proprio palmare dopo aver visitato maranatha.it e l’obbligo (per i preti) della recita delle Ore non viene disatteso.
Addirittura, c’è chi scarica da maranatha.it il messale del giorno, quello usato per dire messa: chissà mai che non ci sia bisogno di una “messa volante”, on the road.
Maranatha.it è soltanto una nicchia dell’enorme cyberspazio che viene frequentato quotidianamente dai cattolici: dai più tradizionalisti ai più modernisti, quelli con la fede annacquata e quelli che invece la fede ce l’hanno salda, tosta e consolidata.
Oltre ai siti ufficiali dei vari movimenti, associazioni cattoliche, istituzioni ecclesiastiche, parrocchie e curie – spesso troppo pesanti, monolitici e poco interessanti -, c’è un mondo di portali cattolici, blog di fedeli, e forum religiosi per ogni gusto e categoria, per ogni curiosità o problematica inerente la fede. Siti web che vantano una cifra impressionante di accessi e di frequentatori più o meno assidui. Un mondo in continua ascesa e che, sia detto, non intende sostituirsi alla Chiesa terrena fatta di comunità, incontri e rapporti umani, ma vuole piuttosto essere un di più, magari l’occasione per un approfondimento altrimenti impossibile su un dato tema o, perché no, per un ritorno alla fede dopo anni di lontananza.
Ieri, tra l’altro, era il decimo anniversario di siticattolici.it, uno dei primi portali italiani ad affermarsi e che ha avuto successo semplicemente perché ha voluto catalogare il maggior numero possibile di siti web italiani del settore: non tutti indiscriminatamente però, ma soltanto quelli che un gruppo scelto di teologi ritiene validi, ossia ortodossi.
Oltre a siticattolici.it, un altro network “stra-linkato” è totustuus.it, la cui mailinglist è lunga tanto quanto il numero dei link dei siti “amici” riportati. Tra questi siti “amici”, fattisentire.net: una sorta di tam tam sul web che consente, tramite una raccolta di sottoscrizioni on-line, di picchiare giù duro laddove si ritiene i cattolici debbano far sentire alta la propria voce. L’ultimo tam tam – tanto per fare un esempio – riguarda la famiglia: “Famiglia non PACSate”, è il titolo della campagna il cui obiettivo è fin troppo chiaro.
Sul web si cerca di tutto e soprattutto si chiede di tutto. C’è chi vuole sapere perché quella data domenica il prete in chiesa aveva la veste viola e non bianca, chi vuol sapere cosa significa battezzarsi e cosa cresimarsi, chi vuole un santino di san Gaspare del Bufalo, chi quello di san Paolina del Cuore Agonizzante di Gesù, e chi, come è il caso di un numero sempre maggiore di coppie, vuole provare a seguire un corso per fidanzati on-line, così, perché prima di frequentarlo sul campo (e cioè nella propria parrocchia) ci si vuole fare un’idea di cosa si tratti. Su sposisubito.it ogni curiosità è soddisfatta. Il blog, curato dal viceparroco di Sant’Anna di Piove di Sacco (Padova), don Marco Sanavio, risponde all’uopo: «Quando c’è un po’ di nebbia – si legge nel blog – qualsiasi aiuto va bene pur di riprendere l’orientamento, così anche un blog può essere un ago di bussola se aiuta a far circolare e condividere idee coraggiose».
Qualsiasi aiuto va bene, dunque, e, su sposubito.it c’è forse il consiglio migliore: come sposarsi con soli 5.000 euro, abito della sposa, pranzo e bomboniere comprese.
Altra storia è il sito pretionline.it. «Stai cercando un prete per dialogare o chiedere qualcosa? – si legge nella home -. Qui ne potrai trovare 884! E poi vescovi, diaconi, seminaristi…». Ma attenzione, non si tratta di una confessione vera e propria ma solo di consigli snocciolati on-line da preti validamente ordinati. Nella sezione messaggi si può chiedere ogni cosa: consigli circa i rapporti preliminari, l’astinenza, la castità e la masturbazione (leggere per credere). E ancora, spazio a qualche sfogo, come questo che porta la data del 10 giugno: «Ho una lamentela da farvi: Gesù, per quell’unica pecorella che si era smarrita, corse a cercarla lasciando sole solette le altre 99. Invece, oggi, tutti voi sacerdoti, preferite abbandonarle tutte e 100 le pecore, convinti che in qualche modo ce la faranno da sole. Perché?».
Oltre al popolo, anche i prelati (alcuni, non tutti) hanno la loro pagina web. C’è l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra che su caffarra.it (con versione anche in english) mette on-line tutti i suoi testi, discorsi, omelie. C’è il cardinale arcivescovo di Boston Seán Patrick O’Malley che su cardinalseansblog.org da del tu ai bloggers e racconta le sue giornate di pastorale diocesana. All’insegna, insomma, della trasparenza in una diocesi che negli anni passati ha patito non poco il problema dei sacerdoti accusati di pedofilia.
Una sezione a parte meritano i cattolici devoti di santi e beati. Molti santi si sono visti (ovviamente post mortem e quindi senza essere consultati) la costruzione di un sito loro dedicato. Su padrepio.it si può addirittura sentire la voce del santo di Pietrelcina e accedere a un e-store: bracciale missionario (4 euro), portachiavi in pelle (3,50 euro), candela ricordo (2,50 euro).
Insomma, il tempo della e-vangelization è ufficialmente arrivato. Del resto, lo aveva capito bene anche Giovanni Paolo II. Dopo che nel 1997 la Santa Sede gli aprì una casella e-mail (poi chiusa per eccesso di posta), fu il 15 agosto 1998 che un suo messaggio domenicale venne pubblicato per la prima volta sulla rete. Mentre nel novembre del 2001, egli affidò esclusivamente ad internet il documento ufficiale relativo all’esortazione apostolica Ecclesia in Oceania. Nei sacri palazzi si narra che fu proprio Wojtyla, prima del ’97, a domandare: «Perché la Santa Sede non è ancora su internet? Chi deve decidere questo?». «Spetta a lei», gli dissero. «E allora si faccia!», rispose lui.
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Biennale, i cattolici contro l’ultima cena versione orgiastica
12 giugno 2007 -
Blasfemo e anticristiano. Né più né meno. Lo denuncia, con una sottoscrizione di firme che ha già superato le diverse migliaia, la Catholic Anti-Defamation League (www.cadl.it), associazione di «cattolici militanti» che si propone, via web, di opporsi con tutti i mezzi leciti e possibili a ogni episodio di vilipendio della religione e, insieme, di intolleranza verso i cattolici. E lo dice, sentito dal Riformista, anche il cardinale Ersilio Tonini: «Provo orrore e resto stupefatto».
Quale l’oggetto del pubblico scandalo? Si tratta dello spettacolo Messiah Game del coreografo tedesco Felix Ruckert che, a meno di ripensamenti dell’ultima ora, verrà messo in scena il 27 e 28 giugno alla Biennale di Venezia nell’ambito della programmazione “Biennale danza” che quest’anno è dedicata al tema “Body & Eros”.
Uno spettacolo, quello di Ruckert, in cui si propone una versione masochistica e orgiastica della passione di Gesù Cristo, dall’ultima cena fino alla crocifissione letta in chiave autolesionistica e pornografica.
Sul sito web di Ruckert (www. felixruckert.de) si possono vedere in anteprima alcune immagini dello spettacolo: corpi nudi e seminudi mimano amplessi davanti a una tavola bianca. La crocifissione di Gesù è un rituale sadomaso dove qualcuno maltratta e frusta qualcun altro in un gioco di solitudine, alienazione, abbandono. Mentre, tanto per entrare nel dettaglio, l’ultima cena è un continuo andirivieni di uomini e donne che partecipano a una grande orgia. Per rappresentare la tentazione, viene mostrata una danza di ballerini nudi.
«Sono stupefatto – continua Tonini – ma non preoccupato. Lo spettacolo credo sia talmente grottesco che, da solo, per il sol fatto di essere messo in scena, provocherà sdegno nel cuore di molte persone. Tra queste, non soltanto i cattolici e i cristiani, ma anche tanti atei che sanno usare la testa e non ragionano in modo preconcetto. Del resto, la trovata della Biennale è l’ultima di una lunga serie di spettacoli indecenti che altro non fanno che scuotere le coscienze della gente comune che è molto meno stupida di quanto si pensi. Che si tratta di un’aberrazione, insomma, credo possa essere sotto gli occhi di tutti».
Più duro Pietro Siffi, presidente e fondatore, insieme a Simone Ortolani, della Cadl: «Immaginiamo cosa sarebbe successo se la stessa cosa l’avessero fatta contro l’Islam o la religione ebraica. Sarebbe successo di tutto. Beninteso, ogni atto offensivo verso Islam ed ebrei è da noi condannato e, anzi, ci auguriamo che nessuno si permetta di offendere questi nostri fratelli, ma è ora che anche i cattolici alzino la testa e rispondano nei modi più opportuni laddove venga offesa la loro sensibilità. Insomma, adesso basta. È il momento di reagire. Come? Innanzitutto intendiamo querelare la Biennale per vilipendio di religione. Poi chiediamo alle istituzioni pubbliche di stigmatizzare senza esitazione questo spettacolo blasfemo, ritirando ogni forma di sostegno, patrocinio e finanziamento alla “Biennale danza”. In terzo luogo, chiediamo a tutti gli avvocati del Veneto che lo desiderano di aiutarci perché, come cattolici, vogliamo costituirci parte civile in una causa contro la Biennale e Ruckert in quanto hanno voluto bestemmiare il nome di Dio. È un’offesa gravissima e non può scivolare via senza che nessuno dica niente».
E ancora: «Abbiamo già raccolto diverse adesioni e ci auguriamo che anche esponenti delle gerarchie ecclesiastiche e, insieme, la curia di Venezia, si mobilitino e non restino in silenzio di fronte a un fatto così grave».
Per il momento, però, a parte le dichiarazioni del cardinale Tonini, il Vaticano preferisce stare alla finestra e non dare spago a polemiche. Stessa linea seguita, per ora, dalla curia di Venezia e dal patriarca Angelo Scola. Non si vuole, infatti, dare troppa pubblicità a uno spettacolo che non si ritiene opportuno ne abbia.
«Intanto – spiega Siffi – siamo contenti di come il popolo dei cattolici ha reagito. Il nostro sito è sommerso di mail di protesta e siamo convinti che la Biennale non potrà far finta di niente».
Felix Ruckert non è nuovo a provocazioni del genere. Non per niente sono stati rispettivamente i media tedeschi Sueddeutsche Zeitung, Die Welt e Tagesspiegel a descriverlo come «sovversivo», «irritante» e «offensivo». Aggettivi che, probabilmente, si potrebbero in qualche modo riferire anche al festival annuale berlinese fondato dallo stesso Ruckert e dedicato – come poteva essere altrimenti? – alla sessualità creativa.
Oltre il Tevere, dunque, nessuna reazione ufficiale a Messiah Game. Per il momento, sono altri gli spettacoli che interessano i porporati. Tra questi, il più edificante Dio: pace o dominio, in onda questa sera su Rai Uno in seconda serata al posto di Porta a Porta. Un programma di Luca De Mata, direttore dell’agenzia vaticana “Fides” il quale, in cinque puntate, è il meglio di ogni religione che cerca di mostrare, rispettandone – lui sì – le diverse sensibilità. «È Dio il carnefice dell’uomo o l’uomo del creato? – si è chiesto De Mata – Dio è Amore o fonte di odio, sofferenza, contraddizione?». Sono alcuni degli interrogativi a cui De Mata prova a rispondere in un lungo viaggio durato tre anni in giro per il mondo: tre anni per documentare la convivenza tra le religioni e le culture dei popoli attraverso situazioni, ambienti, opinioni e realtà irraggiungibili, sconosciute o a volte manipolate le une contro le altre, spesso a loro insaputa. Per la prima volta sono state raccolte 88 testimonianze delle maggiori tradizioni religiose: Cristiana, Musulmana, Induista, Animista, Buddista, Taoista, Jiani, Bahay. Testimonianze, dunque, più “morbide” ed edificanti della rappresentazione di Felix Ruckert.
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La strategia di Ratzinger per la campagna di Russia
11 giugno 2007 -
Adesso, nei rapporti tra Vaticano e Patriarcato ortodosso di Mosca, c’è un mediatore, un intermediario che – se lo augurano Oltre il Tevere – potrebbe giocare in futuro un ruolo decisivo in vista del possibile storico incontro tra il papa e Alessio II, leader della Chiesa ortodossa russa, una delle più importanti tra le Chiese ortodosse del mondo tanto che – si dice -, se Mosca farà dei passi verso l’unità con Roma, tutte le altre Chiese ortodosse potrebbero seguire a ruota.
Il mediatore è l’arcivescovo ortodosso di Cipro, sua Beatitudine Crisostomo II. Grande amico di Alessio II, Crisostomo II sarà a Mosca dal 18 giungo dopo che, sabato prossimo, avrà incontrato in udienza privata il papa in Vaticano. A Mosca, Crisostomo II, racconterà quanto dettosi con Ratzinger a Roma e chissà che qualche cosa non si possa muovere nei rapporti ecumenici tra le due Chiese.
Per Crisostomo II, nei giorni che precedono l’incontro col papa, anche dei faccia a faccia con il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, e i cardinali Kasper (del dicastero che si occupa dell’unità tra i cristiani), Martino (di Giustizia e Pace e Pastorale dei Migranti e degli Itineranti), Poupard (Cultura e Dialogo Interreligioso) e il segretario di Stato Tarcisio Bertone.
Quanto non riuscì ad avvenire con Giovanni Paolo II potrebbe riuscire oggi con Benedetto XVI grazie al lavoro di Crisostomo II? Difficile dirlo. Certo è che col cambio di pontefice i rapporti tra le due Chiese (Roma e Mosca) sono in qualche modo migliorati.
Il merito, probabilmente, è in parte anche di Ratzinger che non ha mai insistito per un suo viaggio apostolico in Russia. Mentre Giovanni Paolo II spingeva parecchio per un suo arrivo a Mosca, Ratzinger ritiene che segnali di pace e di unità con l’ortodossia moscovita si possano giocare anche in campi neutri e che, anzi, è proprio il mostrare di non volere andare a tutti i costi a Mosca (dove gli ortodossi accusano i pochi cattolici presenti di proselitismo) che potrebbe portare Alessio II a fare eventuali passi verso l’unità.
Soltanto lo scorso marzo era stato il presidente russo Valdimir Putin a mettere piede in Vaticano per un colloquio col papa. Poi, la partenza per Bari per un vertice con cinque ministri russi e sette italiani. L’arrivo a Bari era stato ritenuto significativo soprattutto in chiave ecumenica perché, in qualche modo, poteva essere letto come un segnale circa la necessità di un riavvicinamento tra ortodossi e cattolici. Bari, infatti, è città ponte tra cultura cattolica e ortodossa. E anche se i temi religiosi non erano stati esplicitamente a tema nel colloquio Putin-Ratzinger – come anche nell’incontro barese -, la presenza del presidente russo nella città considerata una capitale dell’ortodossia – poiché lì si trova la basilica san Nicola di Myra che gli ortodossi venerano come loro protettore -, non è passata inosservata soprattutto nelle stanze del Patriarcato moscovita.
Dopo Putin, dunque, sulla strada dell’unità tra Roma e Mosca ecco Crisostomo II, leader di una Chiesa che, geograficamente parlando, è anch’essa a mezza strada tra oriente ortodosso e occidente cattolico. «Ho chiesto io – ha detto nei giorni scorso a L’Espresso Crisostomo II – di poter vedere il papa e lo ringrazio per l’opportunità. Noi vogliamo aiutarlo in ogni modo per migliorare la relazione tra le due Chiese perché siamo figli dello stesso Padre. Sarei felice se accettasse l’offerta». E ancora, in merito all’incontro tra il papa e Alessio II: «Ogni momento è un buon momento, perché lo scopo è quello di fare ciò che è meglio per entrambe le Chiese. È chiaro che si tratta di un incontro che non si organizza in 24 ore. Prima bisogna scambiarsi i delegati, mettere al lavoro i teologi. Insomma, bisogna preparare l’evento perché sia un successo. Io sono pronto a fornire il mio contributo. Farò il possibile per farli incontrare. Loro e le Chiese».
E dopo Crisostomo II, il summit della Commissione mista di Ravenna previsto per il prossimo ottobre. Di Ravenna se ne parla dai giorni del viaggio del papa in Turchia dello scorso fine novembre. Un viaggio che portò alla ribalta un altro leader ortodosso, Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli. Fu proprio Bartolomeo I a invitare il papa al summit tra cattolici e ortodossi di Ravenna. Un invito che ha indispettito non poco Alessio II il quale ritiene di dover condurre lui i tempi e i modi del riavvicinamento delle Chiese ortodosse con Roma. E in effetti, non ha tutti torti Alessio II: fino a quando non sarà Mosca a tornare alla piena unità con Roma, non si potrà parlare di piena unità tra cattolici e ortodossi. A Ravenna, con ogni probabilità, Alessio II non sarà presente di persona ma manderà un suo uomo di fiducia: Hilarion Alfeyev, vescovo di Vienna e dell’Austria e rappresentante della chiesa russo-ortodossa di Mosca presso le Istituzioni europee.
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Blog “Dio pace o dominio”
9 giugno 2007 -
Cari “palazzi apostolici”,
va in onda settimana prossima su Rai Uno (ogni martedì, dal 12 giugno in seconda serata) un bellissimo programma televisivo di Luca De Mata, direttore di “Fides” e grande amico. Si chiama “Dio: pace o dominio”. Un viaggio lungo cinque puntate attraverso le grandi religioni e il loro Dio. Per l’occasione, in alcuni blog, già si comincia a parlare del programma. Tra questi segnalo quello di Andrea Annunziata: Dio: pace o dominio. (Erroneamente avevo precedentemente scritto che il Blog era stato aperto direttamente da Luca De Mata).
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Mastella e Casini osservano Pezzotta. Al Vaticano piace la parola movimento
9 giugno 2007 -
Santa Sede e Conferenza episcopale italiana continuano a stare alla finestra.
E per il momento si limitano a guardare, con un certo favore, alla candidatura di Pezzotta quale leader di un movimento cattolico che riunisca assieme le anime dell’associazionismo che hanno aderito al Family Day (un mondo che già aveva dato buona prova di sé due anni fa in occasione del referendum sulla fecondazione assistita).
Certo, qualche perplessità in più, soprattutto in una certa parte dell’episcopato italiano, viene dall’eventuale costituzione di un vero e proprio partito pronto – in teoria – a confrontarsi con le urne alle europee del 2009.
Qualche perplessità in più perché non a tutti sta bene che una parte del cattolicesimo italiano – quello per intenderci a cui fanno riferimento il premier Romano Prodi e il ministro Rosy Bindi – venga confinata e isolata nel Pd, manco fosse cattolicesimo di serie B.
Sta alla finestra, il Vaticano, seppure qualche contatto “trasversale” – nel senso di non ufficiale – soprattutto la “stella” d’Oltretevere Mastella e il “fidato” Casini li stanno intavolando con persone di fiducia all’interno delle sacre mura.
Mastella, fin da quando abbandonò il consiglio dei ministri il giorno in cui si votò il ddl sui Dico, mantiene un feeling particolare con i vertici della segreteria di Stato vaticana e, nel suo Mezzogiorno, con il cardinale arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe.
Casini, oltre a un’amicizia coltivata da tempo con il rettore della Lateranense Rino Fisichella, in questi giorni potrebbe incontrare riservatamente alcune personalità ecclesiastiche di sua fiducia per esporre, a amministrative concluse, il suo punto di vista sulla presenza dei cattolici in politica, da qui fino al 2009.
Oltretevere c’è chi è convinto che Casini, e così Mastella, difficilmente accetterebbero di aderire a un partito strutturato e guidato da Pezzotta. A meno che lo scenario politico non cambi, Casini non riesca a ottenere qualche incarico istituzionale importante e allora, da una posizione privilegiata, la cosa si potrebbe fare. E Mastella? Anche lui, ovviamente, fa il suo gioco: se il futuro gli riservasse ancora un incarico di ministro, la cosa potrebbe andargli giù.
Per il momento, comunque, è la parola “movimento” che più piace ai prelati vaticani. Movimento nel quale tutto il mondo dell’associazionismo cattolico non avrebbe difficoltà ad aderire.
Le “pressioni” da esercitare sulla politica nell’immediato futuro sono molteplici e tutte attengono ai temi etici: famiglia, difesa della vita e quindi aborto, eutanasia e testamento biologico, ricerca scientifica.
Temi importanti e sui quali, proprio oggi, anche George W. Bush potrebbe trovare una particolare affinità con il papa e la leadership della segreteria di Stato. Tra l’altro, pare confermata la richiesta venuta dallo stesso entourage di Bush di parlare col papa della sua lectio di Ratisbona.
Sul piatto del colloquio anche le sofferenze dei cristiani nei paesi a maggioranza islamica.
Su temi, invece, più sociali verterà l’incontro di Bush con i leader della Comunità di Sant’Egidio, non più a Trastevere ma all’Ambasciata. Quella che, forse con un po’ di invidia, viene definita “la seconda segreteria di Stato, sezione degli affari esteri” per i suoi innumerevoli rapporti portati avanti autonomamente ad altissimi livelli diplomatici, si gode la sorpresa di un presidente Usa che approda a Roma e chiede espressamente un incontro.
Oggi, per la Santa Sede, dovrebbe essere anche il giorno della nomina di monsignor Filoni in segreteria di Stato al posto occupato da monsignor Sandri. Per quest’ultimo si aprono le porte della guida della congregazione per le Chiese Orientali. Più problematica, invece, la nomina del nuovo segretario della congregazione per l’Educazione Cattolica. Si era fatto il nome di un monsignore francese, ma i giochi sono oggi ancora aperti.
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