Il ritorno al rito antico e la fine del “cattolicesimo politico”

Domani non scrivo sul Riformista. Se l’avessi fatto avrei pubblicato un pezzo che più o meno sarebbe stato simile a questo.
Cosa ne pensate?

Il 7 luglio il motu proprio
È sabato 7 luglio, festa di sant’Apollonio vescovo e martire, il giorno nel quale Benedetto XVI ha deciso di rendere pubblico, pare senza conferenza stampa, il motu proprio dedicato alla liberalizzazione del Messale di san Pio V rivisto nel 1962 da papa Giovanni XXIII. I motivi, dunque, della decisione papale, potranno essere conosciuti soltanto leggendo la lettera di presentazione che il papa ha allegato allo stesso motu proprio. Liberalizzando l’antico rito il papa fa due cose: da una parte abbraccia tutti quei fedeli che sentono più propria la liturgia tridentina, dall’altra va direttamente al cuore del concilio Vaticano II e cioè alla riforma liturgica che esso ha inaugurato. Una riforma che non può essere letta in rottura con la tradizione passata ma piuttosto in piena continuità. E in questo senso l’attacco alle letture mondane del concilio restano forti quanto profonde.

La lettera ai cinesi
Ma rendendo pubblica la lettera ai cattolici cinesi, lo stesso Ratzinger salda i conti con un’altra visione esistente da tempo all’interno del cattolicesimo. Si tratta del modello che, con un’espressione di manzoniana memoria, si potrebbe definire del “cattolicesimo politico”, una visione tendente a ridurre la Chiesa a parte politica e a vedere negli “altri”, in chi cattolico non è, più il nemico da combattere che il “diverso” da amare.
Negli ultimi decenni, sotto l’influenza di questo modello, sovente il cattolicesimo è stato tentato di dividere il mondo in due parti: i buoni (cioè i cattolici) e i cattivi da combattere. Nella lettera ai cinesi Ratzinger abbatte questo muro e lo fa rispetto a quel mondo comunista per anni fronteggiato (con tanto di legittimi martiri a motivo di persecuzioni ingiuste) dalla Chiesa.
Ratzinger, per la prima volta, tende la mano a un regime comunista e lo fa per il bene del popolo e per provare a instaurare un cristianesimo che sappia tornare all’essenziale.
Nella lettera ai cinesi, infatti, pare che il pontefice abbia intenzione di mostrare una certa volontà di collaborazione con il governo di Pechino, chiedendo che Chiesa clandestina (quella storicamente fedele a Roma) e chiesa Patriottica (quella fedele al regime comunista di Pechino) inizino a “convivere”, magari prendendo spunto dal modello di convivenza inaugurato negli ultimi anni in Vietnam.
Insomma, la clandestinità della Chiesa cattolica nei Paesi a regime comunista potrebbe non esistere più, tanto che, per quanto riguarda le nomine dei vescovi, pare che Ratzinger sia intenzionato a lavorare assieme a Pechino pur mantenendo una propria autonomia.
Di qui il nuovo modello del cattolicesimo dell’era post wojtyliana, un modello che vuole un ritorno all’essenziale, che guarda alla tradizione passata come a una risorsa da non perdere ma che, insieme, si apre all’altro e al diverso in modo nuovo: non più proselitismo ma semmai collaborazione e rispetto pur nelle reciproche diversità.
È un modello già descritto nella Lettera a Diogneto del secondo secolo: i cristiani, pur non sentendosi totalmente in patria in questo mondo, non vivono contro di esso ma «partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri».

Nei prossimi giorni altre nomine
Dopo domani è prevista la partenza del papa per le vacanze estive in quel di Lorenzago di Cadore, in provincia di Belluno, dove il papa, assieme a don Georg Gaenswein e alle Memores Domini che sbrigano le faccende dell’appartamento papale, si dedicherà al riposo e alla stesura della parte del libro su Gesù ancora mancante, quella dedicata alla sua infanzia. C’è attesa per vedere quali saranno le fonti (oltre ai pochi passi del Vangelo) sulle quali Ratzinger riuscirà a descrivere il Gesù bambino e adolescente come il Gesù reale, storico.
Prima della partenza per le vacanze sono attese ancora delle nomine nella curia romana. A breve si dovrebbero sapere i nomi del successore di monsignor Claudio Maria Celli – nuovo presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali – al posto di segretario dell’amministrazione del Patrimonio della Sede apostolica. È attesa anche la nomina del nuovo segretario della congregazione per l’Educazione Cattolica, del successore di monsignor Franco Croci alla segreteria della Prefettura per gli Affari Economici e i nomi di nuovi sottosegretari presso alcuni dicasteri.


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Questa volta il Motu Proprio arriva davvero

Così oggi un comunicato della sala stampa vaticana: “Si è svolta ieri pomeriggio in Vaticano una riunione, presieduta dal Cardinale Segretario di Stato, in cui è stato illustrato ai rappresentanti di diverse conferenze episcopali il contenuto e lo spirito dell’annunciato “Motu proprio” del Santo Padre sull’uso del Messale promulgato da Giovanni XXIII nel 1962. Il Santo Padre si è recato a salutare i presenti e si è intrattenuto con loro in un’approfondita conversazione per circa un’ora. La pubblicazione del documento – che sarà accompagnato da un’ampia lettera personale del Santo Padre ai singoli Vescovi – è prevista entro alcuni giorni, quando il documento stesso sarà stato inviato a tutti i Vescovi con la indicazione della sua successiva entrata in vigore”.

Così ho scritto io oggi nel mio pezzo sotto riportato per il Riformista:
Titolo del capitoletto: “La prefazione del Motu Proprio sul messale di San Pio V”.
Testo: “L’altro ieri Ratzinger ha comunicato l’abolizione della regola (tramite Motu Proprio) della maggioranza assoluta per eleggere il pontefice in caso di tredici giorni di votazioni infruttuose. Ma un altro Motu Proprio è atteso a brevissimo. Riguarda la liberalizzazione del messale di San Pio V, quello della messa “in latino spalle al popolo”. Pare che il testo sia definitivamente pronto e che, in queste ore, si stia alacremente lavorando alla traduzione di una prefazione con la quale lo stesso pontefice intende spiegare ai vescovi il perché di una decisione che soprattutto una parte dell’episcopato francese, preoccupata dal proliferare delle comunità tradizionaliste d’oltralpe, aveva provato a bloccare”.


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Dio, pace o dominio

Sta andando in onda in questi giorni su Rai Uno (già ve ne avevo parlato) la trasmissione dell’amico regista e direttore di Fides, Luca De Mata, “Dio, pace o dominio”. Ecco il suo blog sul quale vi invito ad andare: target="_blank">Dio pace o dominio


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Ratzinger rinvia la riforma dei media

Ancora qualche colpo di assestamento alla curia romana papa Benedetto XVI dovrebbe darlo nei prossimi giorni, prima della partenza per le vacanze estive in quel di Lorenzago di Cadore (il paese natale di papa Luciani dove Giovanni Paolo II soggiornò per sei volte durante il suo pontificato), in provincia di Belluno e diocesi di Belluno-Feltre, ospite di una casa della diocesi di Treviso. Una vacanza dedicata al riposo e alla meditazione e, si dice, alla stesura della seconda parte del libro su Gesù di Nazaret dedicata alla sua infanzia.

I media non cambiano assetto.
Qualche colpo di assestamento, dunque, come l’ultimo, di ieri, che ha visto la nomina del nuovo presidente delle comunicazioni sociali al posto dell’uscente John Patrick Foley. Si tratta di Claudio Maria Celli, finora segretario dell’amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica. Una nomina che non dovrebbe cambiare il quadro dei media vaticani. Il “ministero” delle comunicazioni sociali, infatti, continuerà a svolgere una funzione secondaria nel panorama dei media d’oltre Tevere. Pare che non sia con Celli, insomma, che Benedetto XVI darò corpo a quella riforma generalizzata dei media vaticani (Radio Vaticana, Centro Televisivo Vaticano, sito web, Osservatore Romano) da più parti auspicata e che prevede che sia proprio il “ministero” delle Comunicazioni sociali a svolgere una funzione di raccordo e di direzione di tutti i media.

L’Osservatore cambia a settembre.
Qualche riga a parte, nel panorama dei media d’oltre Tevere, merita Osservatore Romano. Da tempo si parla (ma la cosa dovrebbe avvenire soltanto a settembre) dell’arrivo dello storico ed esperto di patrologia Gian Maria Vian alla direzione del giornale ufficioso della Santa Sede che l’altrettanto storico della Chiesa, Mario Agnes, dirige dal lontano 1982. Era, appunto, il primo settembre 1982 quando Agnes veniva nominato da Wojtyla alla guida dell’Osservatore. Il primo settembre 2007 sarà il suo venticinquesimo anno nella sede di via del Pellegrino, dentro le mura leonine.

La prefazione del Motu Proprio sul messale di San Pio V.
L’altro ieri Ratzinger ha comunicato l’abolizione della regola (tramite Motu Proprio) della maggioranza assoluta per eleggere il pontefice in caso di tredici giorni di votazioni infruttuose. Ma un altro Motu Proprio è atteso a brevissimo. Riguarda la liberalizzazione del messale di San Pio V, quello della messa “in latino spalle al popolo”. Pare che il testo sia definitivamente pronto e che, in queste ore, si stia alacremente lavorando alla traduzione di una prefazione con la quale lo stesso pontefice intende spiegare ai vescovi il perché di una decisione che soprattutto una parte dell’episcopato francese, preoccupata dal proliferare delle comunità tradizionaliste d’oltralpe, aveva provato a bloccare.

Pronta anche la lettera ai cinesi.
È pronta anche la lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi. Con essa – ha detto ieri Bertone – il papa esprime «una volontà di dialogo verso il grande continente cinese, il continente del futuro dell’umanità, ma anche della Chiesa cattolica».

Bagnasco cardinale.
Benedetto XVI consegnerà dopo domani, solennità degli apostoli Pietro e Paolo, il pallio all’arcivescovo di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco e ad altri 50 arcivescovi. Molti di questi, Bagnasco compreso, tra qualche mese (tra l’autunno e l’inverno) potrebbero ricevere, nel secondo concistoro dell’era Ratzinger, la berretta cardinalizia e in futuro partecipare al conclave.

Le parole sulle cellule staminali continuano la battaglia sui princípi non negoziabli.
Ieri, nell’udienza generale, il papa ne ha approfittato (rivolgendosi ai partecipanti al Convegno internazionale sulle cellule staminali adulte organizzato dell’Università La Sapienza) per tornare a ribadire la posizione della Chiesa in merito ai princípi non negoziabili con particolare riferimento alla ricerca sulle cellule staminali. Una posizione suffragata «dalla ragione e dalla scienza». La ricerca sulle cellule staminali – ha detto – «va giustamente incoraggiata e promossa, sempre che non avvenga a scapito di altri esseri umani la cui dignità è intangibile fin dai primi stadi dell’esistenza».

Veltroni e Mamma Rosa.
Ieri, nel giorno in cui Veltroni si è candidato segretario del Partito democratico, Silvio Berlusconi ha incontrato il papa a conclusione dell’udienza generale. Il leader dell’opposizione accompagnava la madre, la signora Rosa. L’incontro si è svolto in una saletta al riparo da sguardi indiscreti. Oltre il Tevere si segue con attenzione l’evolversi della situazione politica del paese. Ad oggi, la linea ruiniana della “distribuzione” dei politici cattolici in più partiti continua ad essere quella ritenuta migliore perché in ogni situazione e assetto politico si abbiano interlocutori affidabili con cui dialogare.


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Ratzinger torna all’antico conclave. Presto nuovi cardinali

Il prossimo autunno, con ogni probabilità, Benedetto XVI convocherà un concistoro (il secondo da quando è stato eletto papa) nel quale renderà pubblici i nomi dei nuovi cardinali che in caso di morte del pontefice parteciperanno al conclave.
Attualmente i porporati che possono parteciparvi (e cioè quelli che hanno meno di ottant’anni) sono 105, ma entro la fine dell’anno diverranno 103 per il compimento dell’ottantesimo anno di età di Edmund Casimir Szoka e Angelo Sodano.
E ieri con un Motu Proprio (un documento promosso per “propria iniziativa” da parte di chi ne ha la facoltà) datato 11 giugno, papa Ratzinger ha cambiato le regole previste dalla Chiesa per lo svolgimento del conclave. Più che un cambiamento è stato un ritorno all’antica: d’ora innanzi, per l’elezione del pontefice, occorrerà sempre la maggioranza dei due terzi dei votanti. Viene abolito, quindi, il ricorso alla maggioranza del 50 più uno – la maggioranza assoluta – alla quale si poteva ricorrere nel caso gli elettori non fossero riusciti a trovare un accordo ampio entro il tredicesimo giorno di votazioni infruttuose.
La modifica introdotta da Ratzinger ritocca dunque la costituzione apostolica “Universi dominici gregis”, promulgata da Giovanni Paolo II il 22 febbraio 1996. Secondo le nuove disposizioni, inoltre, diventa obbligatorio il ballottaggio dopo il tredicesimo giorno di votazioni senza esito (anche qui con una maggioranza dei due terzi). In questo caso i due cardinali rimasti in campo non potranno partecipare al voto ma rimarranno nella Capella Sistina.
L’uscita nel 1996 della “Universi Dominici Gregis” non fu accolta benissimo nei sacri palazzi perché si riteneva che abbassare il quorum alla metà più uno dei voti avrebbe potuto accrescere la possibilità che il nuovo papa venisse eletto con il conclave spaccato in due e quindi senza un ampio consenso.
Anche l’allora cardinale Ratzinger non mostrò (e lo si è visto bene con la decisione di ieri) particolare entusiasmo per le nuove disposizioni uscite grazie alla consulenza offerta a Giovanni Paolo II dal defunto cardinale esperto in diritto canonico Mario Francesco Pompedda.
Con le nuove norme torna dunque determinante per l’elezione del papa un ampio consenso dei cardinali.
Il futuro papa dovrà infatti avere un forte carisma capace di catalizzare attorno a sé le varie anime esistenti all’interno della Chiesa e in grado di aggregare più correnti possibili.
Quanto al prossimo concistoro, i presuli che dovrebbero ricevere la berretta cardinalizia sono: Sandri (che guida il “ministero” delle Chiese Orientali), Farina (appena nominato archivista e bibliotecario Vaticano), Romeo (arcivescovo di Palermo), Bagnasco (arcivescovo di Genova e presidente della Cei), João Bráz de Aviz (Brasilia), André Armand Vingt-Trois (Parigi), Vincent Concessao (New Delhi), Odilo Pedro Scherer (San Paolo), Csaba Ternyak (Eger in Ungheria).


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Intanto è uscito un altro Motu proprio. Riguarda l’elezione del papa in Conclave

Per eleggere il nuovo papa servirà da oggi la maggioranza dei due terzi degli elettori al Conclave, indipendentemente dal numero degli scrutini. Lo stabilisce Benedetto XVI che pubblica oggi un Motu Proprio per ripristinare la norma tradizionale sulla maggioranza richiesta nell’elezione del papa. “Secondo tale norma – si legge in un comunicato – perché il papa possa considerarsi validamente eletto, è sempre necessaria la maggioranza dei due terzi dei cardinali presenti”.


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Esce questo pomeriggio il Motu Proprio della messa col rito di San Pio V

Esce questo pomeriggio il Motu Proprio della messa col rito di San Pio V. Esce sulle colonne dell’Osservatore Romano.



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L’uomo di Ratzinger che non ama il dialogo stile “liberal”

Il dicastero vaticano che si occupa di dialogo interreligioso – e quindi del dialogo della Chiesa cattolica con tutte le religioni non cristiane, islam in testa – torna dopo circa un anno e mezzo a essere amministrato autonomamente da un singolo presidente.
Ieri, Benedetto XVI ha reso noto che, dal prossimo primo settembre, il 64enne cardinale francese Jean-Louis Tauran, finora archivista e bibliotecario del Vaticano (quella stessa biblioteca visitata ieri dal papa e nella quale lui stesso ha «confessato» che gli sarebbe piaciuto andare a studiare al compimento del suo 70esimo anno di età), prenderà in mano le redini del pontificio consiglio che nel marzo del 2006 era stato affidato pro tempore a un altro porporato francese: il quasi 77enne Paul Poupard che già conduceva (e conduce, anche se pare ancora per poco) il dicastero che si occupa di cultura.
Anche se il dicastero del dialogo interreligioso per diverse autorità del Vaticano dovrebbe dedicarsi maggiormente – in questo particolare momento storico – al dialogo interculturale, la nomina di Tauran a capo di un “ministero” specificatamente dedicato ai rapporti con le “altre” religioni resta significativa perché dice della volontà del pontefice di non lesinare ogni sforzo innanzitutto nei rapporti con il mondo islamico.
Tauran – già segretario per i rapporti con gli Stati nel 1990-1991 e alla fine del pontificato di Wojtyla – è diplomatico di razza, molto preparato soprattutto circa i risvolti sociali, politici e culturali del Medio Oriente.
Fu lui, tra l’altro, a definire l’intervento militare in Iraq guidato dagli Stati Uniti «un crimine contro la pace».
È lui, inoltre, uno dei porporati che conosce meglio la curia romana avendoci lavorato praticamente fin dai tempi in cui era un semplice sacerdote.
Con l’avvento di Tauran, Ratzinger conclude un percorso travagliato e iniziato nel febbraio del 2006 quando spostò in Egitto (come delegato presso l’Organizzazione della Lega degli Stati Arabi) l’allora responsabile del dicastero oggi occupato da Tuaran: monsignor Michael Fitzgerald, che fino a quel momento pareva destinato addirittura a ricevere la porpora cardinalizia. Probabilmente dietro lo spostamento di Fitzgerald pesò un giudizio negativo maturato dal papa circa il suo modo troppo “liberal” di condurre il dialogo interreligioso, troppo tendente ad annebbiare l’identità cattolica.
Fu Fitzgerald, infatti, a organizzare, non senza qualche mugugno oltre Tevere, un simposio in Qatar nel 2004 a cui presero parte esponenti del movimento estremista dei Fratelli Musulmani; a partecipare a un Festival delle Fedi svoltosi nello stesso anno nel Kentucky e organizzato dalla Cathedral Heritage Foundation la quale propugna un consesso tra le religioni disposte a mettere da parte ogni pretesa di verità in nome della pace; a proporre nel 2003 di trasformare il santuario di Fatima in un centro interreligioso.
Al posto di Tauran, come archivista e bibliotecario Vaticano, Ratzinger – su suggerimento del salesiano Bertone – ha nominato l’altro salesiano Raffaele Farina, finora prefetto della biblioteca apostolica vaticana. Farina, insignito anche della dignità arcivescovile, diviene in questo modo indiziato a ricevere la berretta cardinalizia nel prossimo concistoro che pare possa avere luogo tra l’autunno e l’inverno prossimi.
Al posto di Farina arriva, dalla biblioteca ambrosiana, Cesare Pasini. Con lui, si allarga la schiera dei responsabili della curia romana provenienti da Milano e dalla Lombardia: oltre a Pasini, vi sono Attilio Nicora (presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), Francesco Coccopalmerio (presidente del pontificio consiglio per i Testi Legislativi), monsignor Viganò (a capo del personale della Santa Sede), monsignor Vincenzo Di Mauro (numero tre dell’Apsa).
Un numero elevato, quello dei lombardi nella curia romana, che pare possa far cadere del tutto la nomina di un altro lombardo illustre, monsignor Gianfranco Ravasi, prefetto della Biblioteca Ambrosiana, alla guida del dicastero della cultura al posto del cardinale Poupard. Ravasi, nei mesi scorsi, era stato dato vicino a essere nominato a diversi incarichi (prima responsabile dei beni culturali della Chiesa, poi vescovo di Assisi e ancora vescovo di Loreto), ma non se ne è mai fatto nulla.


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Il Vaticano studia le mosse di Walter

Il Vaticano e le gerarchie ecclesiastiche stanno alla finestra e di lì osservano l’evolversi della situazione.
In particolare, osservano il sindaco di Roma, Walter Veltroni, che insieme al capogruppo dell’Ulivo, Dario Franceschini, trova nella figura di don Milani, prete-educatore e, insieme – secondo una storiografia non del tutto obiettiva e completa -, prete reazionario e ribelle nei confronti dell’autorità della Chiesa nel periodo post conciliare, le radici e le origini del “suo” Partito democratico: il senso della relazione con gli altri, la lotta contro le diseguaglianze e le ingiustizie sociali, l’aiuto agli ultimi, agli indifesi e ai poveri. Lo osservano, oltre il Tevere, e oggi, nel tempo di papa Benedetto XVI, ne sanno riconoscere pregi e difetti, punti di contatto (alcuni) e lontananze (altre, ma forse più significative).
In questi anni di mandato amministrativo Veltroni è riuscito, nel bene e nel male, ad aggregare un certo consenso oltre il Tevere laddove, le gerarchie della Chiesa, soprattutto quelle dell’era Wojtyla, hanno visto in lui un sindaco capace di prodigarsi per gli ultimi, per la solidarietà ai poveri e ai disagiati e, di qui, l’impegno “alto” per l’Africa, la lotta contro la pena di morte, la solidarietà sociale. Un impegno del quale, Walter, informava sovente per telefono (siamo sempre nell’era Wojtyla) le stanze vaticane e soprattutto, nella sua Roma, quel Rino Fisichella cappellano di Montecitorio e oggi rettore della pontificia università lateranense capace di ascoltare, forse più di altri (non per niente fu proprio Fisichella che Oriana Fallaci volle accanto a sé sul letto di morte), i pensieri e le parole di tutti, qualsiasi fosse il loro credo e la loro estrazione politica.
E poi l’amicizia con Sant’Egidio, il movimento ecclesiale che dell’impegno nel sociale ne ha fatto e ne fa una ragione di vita. Con loro, con i leader della piccola comunità di Trastevere, ogni Natale ecco Walter che, con tutta la sua famiglia e qualche collaboratore del Campidoglio, siede a pranzo attorniato dai poveri e dai barboni della città. E ancora, eccolo, Walter, impegnato a sostenere i lavori della Caritas romana perché ovunque c’è chi dà del suo per fare del bene a chi non ha, il sindaco di Roma c’era e c’è.
Dunque, Sant’Egidio e Caritas: le due associazioni cristiane romane a cui Veltroni si è legato maggiorente. E infine (siamo sempre nelle azioni ben viste oltre il Tevere), ecco l’impegno per favorire il dialogo interreligioso tra fedi e culture diverse. Anche qui, con l’aiuto di Sant’Egidio e di qualche porporato vaticano (tra questi, nei mesi post Ratisbona, monsignor Paul Poupard, del dicastero della cultura e del dialogo interreligioso): poche settimane dopo gli attentati del settembre 2001 tutti ricordano (ma non si sa con quali risultati) l’incontro romano for peace tra leader cristiani e islamici. E, ancora, tanti appuntamenti, fino all’ultimo del 2006: la presentazione della rivista tutta dialogante “Conoscersi e convivere” assieme a diversi esponenti di religione cristiana, musulmana ed ebraica.
Punti di contatto, dunque, ma altri di distanza. Questi ultimi si sono ben visti nelle ultime udienze che ogni anno il pontefice ha concesso alle autorità istituzionali di Roma e Lazio. Qui, di fronte al successore di Giovanni Paolo II, Veltroni si è sempre “comportato” in modo impeccabile. A differenza di molti dei suoi collaboratori, davanti al pontefice si è sempre inchinato (non proprio inginocchiato) fino quasi a baciare l’anello del pontefice. Un segno, l’inchino, letto nelle sacre stanze positivamente, perché non scontato (un segno simile a un altro molto apprezzato: il regalo di un calice all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e Maria Santissima del Carmine in Trastevere che è tradizione del Comune di Roma fare).
Eppure, proprio nelle ultime udienze papali, sono venuti fuori tutti quei punti che distanziano Walter da Joseph, il prossimo leader del Pd dalla guida della Chiesa.
Benedetto XVI, infatti, davanti ai responsabili delle tre amministrazioni romane e laziali (Regione, Provincia e Comune) ha riservato diverse bordate circa le mancate politiche pro vita e famiglia. Politiche che, anche nel Pd e insieme a tutti i temi “eticamente sensibili”, sono destinate a segnare profondamente la distanza tra i cattolici e i non cattolici. O meglio, tra una parte di cattolici più vicini alla Margherita e all’area teodem e quell’altra parte più su posizioni “bindiane”, “prodiane”, insomma, maggiormente “progressiste”.
È qui, sul difficile crinale dei temi etici, che il Vaticano annota i punti critici del politico Veltroni, punti che, in fondo, dividono profondamente anche lo stesso mondo cattolico al suo interno, e il mondo cattolico che intende muoversi all’interno del Pd.


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Attento Pezzotta un partito dividerebbe i cattolici

Il 12 maggio in piazza, quella del Family Day, c’erano anche loro, i focolarini (intesi come movimento ecclesiale) e, tra i focolarini, quelli del Mppu (inteso come movimento politico per l’unità), la “sezione” del movimento che, appunto, è alla politica che si dedica.
C’erano anche loro perché «aderire a un movimento di popolo che nasce dal basso e che difende certi valori – spiega Lucia Fronza Crepaz, ex parlamentare del Ppi e oggi incaricata da Chiara Lubich di “gestire” i focolarini in politica – è quello che intendiamo debba essere la nostra azione politica, un’azione che sia strumento per l’unità e al servizio dell’uomo, un’azione quindi “previa” ai partiti». «Certo – continua Fronza Crepaz – ciò non significa che molti focolarini non aderiscano oggi a un qualche partito preciso, ma lo scopo è sempre quello di mettere al centro della politica l’“io”, mettere al centro gli ideali che le diverse appartenenze politiche propongono».
Il Family Day, per loro, per i focolarini del Mppu, è stato un po’ questo, una forza di popolo che ha voluto innanzitutto proporre dei valori. «E per questo motivo Savino – spiega Fronza Crepaz parlando dell’amico Pezzotta – è persona da seguire e da valorizzare, ma nel caso egli scenda in campo direttamente proponendo un suo partito di cattolici no, come Mppu non aderiremmo. Perché noi “giochiamo” a un altro livello, pur ammettendo come legittima e anzi positiva ogni appartenenza in un dato partito. Del resto, ne abbiamo già tanti di focolarini amici nei vari partiti o impegnati in precise azioni politiche: da Letizia De Torre che lavora nel comitato dei 45 che il 14 ottobre darà il via alla nascita del Pd a Teresio Delfino dell’Udc, da Giuseppe Gambale assessore al comune di Napoli fino a Massimo Grillo che oggi sta a Marsala e si dedica ad altro. Ma potrei fare ancora tanti nomi».
Dunque, legittima anche l’eventuale scelta di Pezzotta di dar vita a una sua Cosa Bianca dai semi del suo movimento “parapolitico”? «Certo. Il rischio di Savino però oggi è che, se fonda un partito, dividerebbe la piazza del 12 maggio. Se passa dall’altra parte (se fonda un partito, ndr) difficilmente riuscirà a tenere assieme le tante tessere che hanno formato il Family Day. Del resto, glielo ha detto pure Andrea Riccardi di Sant’Egidio che un partito di cattolici non è ipotesi che lo aggrada». Dunque meglio non aderire a nessun partito? «Noi – spiega – non aderiamo non perché non vogliamo scegliere nessuno, ma perché intendiamo valorizzare coloro che difendono e lavorano per i valori in cui crediamo e lo vogliamo fare a prescindere dagli schieramenti. Tra l’altro, anche rispetto al Family Day, c’erano alcuni focolarini perplessi circa l’eventualità di andare in piazza. E infatti molti focolarini non sono andati. La stessa cosa capiterà il 4 luglio alla manifestazione contro la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente proposta da Magdi Allam: alcuni scenderanno in piazza mentre noi, come Mppu, abbiamo deciso di organizzare prima una tavola rotonda per discutere assieme dei problemi di convivenza nel mondo».
È nel dna del movimento fondato dalla Lubich che la ricerca dell’unità, della condivisione, venga prima degli schieramenti di parte. «Una ricerca – dice Fronza Crepaz – che ha sempre portato ottimi frutti. Ricordo quando ero in parlamento che tante battaglie le ho vinte con molte colleghe donne. Ed erano di diversi partiti: c’era Adriana Poli Bortone ex sindaco di Lecce ed ex ministro dell’agricoltura nel primo governo Berlusconi; c’era Anna Finocchiaro e c’era pure Emma Bonino».
L’azione dei focolarini in politica non è per nulla lontana da quella che la leadership della Chiesa italiana ha promosso negli anni posto Dc: presenzialismo sparso per raccogliere il massimo. Tra i vescovi italiani, quello più vicino oggi ai focolarini è senz’altro il cardinale arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli. «Recentemente – conclude Fronza Crepaz – siamo stati ricevuti da Bagnasco per presentargli il nostro movimento e il Mppu. La prolusione che lui ha fatto alla scorsa assemblea generale della Cei è stata bellissima a siamo grati alla Chiesa di averci dato una guida così. Lui continua, mettendoci del suo, quanto Ruini ha fatto negli anni passati. Il passaggio della prolusione circa la necessità della comunione nella conduzione della Chiesa ci è sembrato decisivo».


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