Nomine vaticane
9 maggio 2007 -
Nomine vaticane. Benedetto XVI ha dato inizio al puntellamento della curia romana con una serie di nomine a pioggia.
Nomine che continueranno anche dopo il suo ritorno dall’America latina e probabilmente per tutta la primavera.
Ieri la pontificia commissione per i Beni Culturali della Chiesa e l’Archeologia Sacra ha avuto la nomina di un vice presidente incaricato di affiancare monsignor Mauro Piacenza il quale, oltre a mantenere la presidenza della commissione, è divenuto arcivescovo segretario della congregazione per il Clero retta dal cardinale Brasiliano Claudio Hummes.
Vicepresidente della pontificia commissione per i Beni Culturali e l’Archeologia Sacra è stato nominato il 53enne statunitense padre Michael John Zielinski, olivetano, abate dell’abbazia di Our Lady of Guadalupe in Pecos (Usa).
Insieme, alla pontificia commissione, è arrivato un nuovo sotto-segretario, monsignor José Manuel Del Río Carrasco. Due nomine che garantiscono il buon funzionamento del dicastero.
Sabato scorso, invece, è arrivata la nomina del segretario della congregazione per le Cause dei Santi. Si tratta del 73enne monsignor Michele Di Ruberto.
Fuori dalla curia romana, significativa la nomina del nuovo vescovo di Verona. Al posto di Flavio Carraro è arrivato Giuseppe Zenti, fino a ieri vescovo di Vittorio Veneto. Verona è diocesi con non pochi problemi interni. Zenti è persona in linea con il magistero del papa, uomo forse non di eccessivo polso ma comunque ricco di idee e tenace.
Per la sede di Vittorio Veneto, si fa il nome di don Angelo Busetto del clero di Chioggia, noto per essere brillante in campo pastorale e persona carismatica.
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Le due sfide del papa in Sudamerica
9 maggio 2007 -
Due sfide attendono il papa durante il viaggio in Brasile (da oggi al 14 maggio).Una religiosa, l’altra politica.
Quanto alla sfida religiosa, l’intervento più significativo del papa è previsto per domenica, nell’omelia di apertura della V conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi, nel santuario mariano della Aparecida. Qui, il papa, come fece Paolo VI al raduno di Medellin (1968) e soprattutto Giovanni Paolo II a quello di Puebla (1979) insisterà perché la Chiesa viaggi diritta sui binari della “giusta cattolicità”, compresa quella parte di Chiesa (minoritaria ma comunque esistente nel Sud America) più incline al compromesso con le ragioni dei liberal.
Fu soprattutto Puebla a rappresentare una svolta in questo senso. Di fronte a una parte dell’episcopato e soprattutto a insigni teologi vicini ad ambienti favorevoli alla teologia della liberazione, Wojtyla valorizzò due vescovi emergenti (oggi cardinali): i colombiani Alfonso López Trujillo che oggi guida il dicastero vaticano della famiglia e Darío Castrillón Hoyos che oggi, sempre in curia, è cardinale a capo della pontifica commissione “Ecclesia Dei”.
Con loro spinse perché la pastorale della Chiesa fosse indirizzata sì ai poveri ma senza “derive” marxiste e sinistrorse.
Oggi, figure dello stesso calibro sono più difficili da trovare, eppure la Chiesa Sudamericana (una delle più numerose per numero di fedeli), è riuscita a essere presente in modo significativo all’ultimo conclave, se è vero che il cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, a seguire lo stesso Castrillón Hoyos e più staccato il prefetto del Clero Claudio Hummes, hanno ottenuto un numero di voti non secondari.
Oltre a loro (e forse più di loro), le personalità più promettenti del continente sono gli arcivescovi di Lima, Caracas e Città del Messico.
Come ha ben mostrato l’intervento anti-Ratzinger di ieri di Leonardo Boff, teologo francescano simbolo della teologia della liberazione in america latina, le “derive” di Puebla restano attuali oggi: «Benedetto XVI – ha detto Boff – è un papa difficile da amare, se lo guardiamo dal punto di vista dei divorziati, degli omosessuali e di coloro che vorrebbero rendere più agile la liturgia della Chiesa».
Quanto alla sfida più politica, Ratzinger pare sia intenzionato a usare parole forti in difesa del diritto alla vita, contro la depenalizzazione dell’aborto e in difesa della famiglia.
E in questo senso altro non potrà fare che mettersi contro gli orientamenti dei maggiori leader dei paesi del continente, da Lula fino a Chavez.
Ma la sua azione toccherà anche una certa politica degli Stati Uniti che ai tempi in cui la teologia della liberazione era più affermata nel continente, favorì il dilagare delle sette “evangelicali” usate come cavallo di Troia per infiltrarsi laddove non riusciva.
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La Chiesa difende il diritto alla piazza
7 maggio 2007 -
Sono «stupiti» e «sconcertati», gli organizzatori del Family day, per l’entrata in campo nei giorni scorsi di «pseudo-fini letterati» che pensano di appiccicare sulla Woodstock cattolica pro famiglia prevista per sabato prossimo in piazza San Giovanni il marchio di evento «provocatorio», evento di «destra» e addirittura illegittimo perché i cattolici, se c’è un posto in cui dovrebbero stare, è nelle chiese e nelle sagrestie, mica nella piazze a “rompere le scatole” con le loro battaglie.
«Ma quale manifestazione provocatoria?» si è domandato ieri dialogando con il Riformista Mimmo Delle Foglie, uomo Cei incaricato di organizzare l’ambaradan pro famiglia. «Provocatorie, casomai, sono le parole scritte su Europa dal direttore Stefano Menichini che addirittura arriva a criticare la scelta della data (12 maggio) perché cade nel giorno della vittoria del «sì» al referendum sul divorzio. Abbiamo detto più volte che la scelta della data è stata obbligata. Questo weekend (5 e 6 maggio) Cl aveva un mega raduno a Rimini e avremmo “perso” almeno venti-trentamila presenze. Lo scorso weekend a Rimini c’era il Rinnovamento nello Spirito: erano in cinquantamila. Il 12 maggio, è vero, c’è la manifestazione di Stoccarda alla quale, oltre a Sant’Egidio, parteciperanno molti focolarini ma sono stati gli stessi focolarini a dirci che comunque almeno in cinquemila sarebbero venuti in piazza San Giovanni. E questo è tutto».
Ne ha per tutti, Delle Foglie: «Ho letto – dice – anche quanto ha scritto Antonio Socci su Libero. Non capisco che problema ci sia ad andare in piazza in nome del bene. I cattolici hanno legittimità a stare in un bipolarismo dove i propri valori possono essere espressi liberamente. Non capisco dove stia il problema se in tanti si vuole scendere in piazza. Dovrebbero valorizzarci perché ci spendiamo in nome del bene e non criticarci».
Quanto poi, alla contro manifestazione, quella di piazza Navona, Delle Foglie ritiene che sia «pienamente legittima». Ma ciò che non gli va giù è che si vuole far passare il Family day per un evento contro qualcuno e qualcosa. «Noi – spiega – abbiamo sempre detto che gli omosessuali come coloro che convivono e formano coppie di fatto hanno i loro diritti ed è giusto che lo Stato glieli riconosca. Ma noi abbiamo i nostri e vogliamo soltanto farlo sapere a tutti».
E proprio per far sentire la propria voce forte e chiara, è prevista per sabato, a fine manifestazione, una mega sorpresa sulla quale tuttavia gli organizzatori preferiscono non rivelare nulla. Si parla di un collegamento con qualche “ateo devoto” di grido, ma di più non è lecito sapere.
Intanto, da piazza San Pietro, è ieri arrivato un implicito incoraggiamento da parte del papa: maggio, ha spiegato ieri Benedetto XVI prima dell’Angelus, è mese per annunciare e testimoniare con coraggio il Vangelo. Chiaro il riferimento anche al suo imminente viaggio in Brasile (dal mercoledì di questa settimana al prossimo 14 maggio) per presiedere l’apertura della quinta assemblea generale dell’episcopato del sud america. E sempre dal Vaticano è arrivato un importante placet al Family day dall’ex segretario di Stato vaticano il cardinale Angelo Sodano: «Dobbiamo essere lieti – ha detto – che gli italiani esercitino il dono della libertà».
Certo, ha detto, «c’è un brutto clima, un clima incattivito, mai si era toccato il papa» ma «Chiesa e Stato non sono come le rotaie del treno che non si incontrano mai. Nella nostra bella Italia abbiamo una tradizione di collaborazione meravigliosa che dobbiamo coltivare e continuare».
Sul fronte politico il ministro Clemente Mastella continua a muoversi in linea con le idee d’oltre Tevere. Lui, infatti, non solo non ha votato il ddl sui Dico, ma nonostante le parole che gli ha riservato Rosy Bindi, in piazza ci sarà. Non nel “recinto” destinato ai politici, ma ci sarà. Non come invece ha deciso di fare Romano Prodi: assente da Roma per partecipare all’assemblea dei Focolarini di Stoccarda.
Sono parecchi gli esponenti del mondo politico che ci tengono a salire sul carro di quelli che difendono la famiglia. Le ultime vengono dalla Lombardia: la regione sta per mettere in campo una serie di nuove politiche in favore della famiglia, mentre il comune sta per far partire un osservatorio ad essa dedicato.
Infine ecco una nuova proposta di legge, sempre ovviamente per la valorizzazione della famiglia: è un’iniziativa che Alleanza nazionale, con il presidente Gianfranco Fini, presenterà l’8 maggio a Roma nell’ambito del convegno “Più Forza alla Famiglia, più Forte la Società”.
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Khatami vede Ratzinger e presenta l’altro volto dell’Iran
5 maggio 2007 -
Il tentativo di Khatami è stato quello di mostrare un’immagine dialogante del suo paese.<br>Nell’incontro di ieri in Vaticano con Benedetto XVI, l’ex presidente della Repubblica Islamica ha voluto dirsi capace di creare (almeno a parole) un’alleanza tra le civiltà, un’alleanza nel nome del dialogo.<br>Lo ha fatto nonostante, proprio ieri, Mahmoud Ahmadinejad abbia mostrato un volto totalmente differente, quello di chi minaccia di «rompere le gambe» al nemico, in una nuova sfida contro l’Occidente.<br>Benedetto XVI, consapevole che l’arrivo di Khatami aveva come scopo anche quello di mostrare all’Occidente un Iran dioverso da come è, ha ieri giocato anch’egli la sua partita insistendo perché quella libertà religiosa che l’ex presidente dice a parole di voler salvaguardare nel suo paese, diventi realtà concreta.<br>Lo sa, il papa, che nella mente di Khatami l’alleanza tra le civiltà comprende un patto tra Iran, Spagna e Turchia il cui scopo, di fatto, è creare un fronte islamo-centrico da opporre alle prepotenze Usa.<br>Lo sa, ma è anche consapevole che giocare ogni carta per superare la contrapposizione islam-Stati Uniti è cosa opportuna, anche perché, in fin dei conti, il risultato potrebbe essere quello di garantire una maggiore libertà ai cristiani residenti nei paesi islamici, oltre che raggiungere nuove distensioni nei rapporti diplomatici internazionali.<br>Comunque, Iran a parte, resta il dato che otto mesi dopo la lectio di Ratzinger tenuta a Ratisbona e il pandemonio scoppiato a seguito della citazione dell’imperatore Manuele II Paleologo, ad aver avuto luogo è stato un incontro importante sulla strada del dialogo islam-cristianesimo, un incontro che ha visto sorridersi e parlarsi la massima carica della Chiesa cattolica e uno dei principali leader del mondo islamico.<br>Khatami, già lo scorso settembre, riuscì a dare un’immagine di sé dialogante e aperta: fu uno dei pochi (dei pochissimi) leader musulmani che nei giorni post Ratisbona non si accodò al fuoco di fila delle polemiche contro il papa, ma anzi chiese esplicitamente che prima delle critiche si leggesse attentamente l’intero discorso papale.<br>E ieri, nei trenta minuti di colloquio privato (vi hanno partecipato anche due interpreti), il papa e Khatami hanno continuato questa linea distensiva inaugurata immediatamente dopo Ratisbona se è vero che – come riportava il breve comunicato della sala stampa della Santa Sede – i due hanno insistito «sull’importanza di un sereno dialogo tra le culture, inteso a superare le gravi tensioni che segnano il nostro tempo e a promuovere una fruttuosa collaborazione a servizio della pace e dello sviluppo di tutti i popoli».<br>Certo, resta il fatto che, come ha detto sempre ieri lo stesso Khatami, dopo Regensburg «le ferite tra cristiani e musulmani sono ancora molto profonde».<br>L’ultima di Kathami in Vaticano fu sul sagrato di San Pietro nell’aprile del 2005, per i funerali di papa Wojtyla. Allora egli fu protagonista di un piccolo “miracolo”: una breve conversazione con l’ex presidente israeliano Moshe Katzav, in persiano. Il tutto, malgrado il paese degli Ayatollah non riconosca lo stato israeliano.<br>Un piccolo miracolo, o meglio, un primo tentativo di mostrare dell’Iran un volto dialogante. Così come dialogante fu, sempre in quella storica occasione, ancora Katzav quando strinse la mano al collega siriano Bashar Assad.<br>Ratzinger e Kathami hanno ieri parlato anche di Medio Oriente e ancora delle comunità cristiane a oggi costrette a una vera e propria diaspora dai propri paesi. I due hanno di fatto espresso sostegno alla conferenza in Iraq, insistendo sulla necessità di spingere – lo ha detto ieri sempre la sala stampa della Santa Sede – «per iniziative forti della comunità internazionale, come avviene in questi giorni all’incontro di Sharm-el-Sheikhm, in ordine all’avvio di un negoziato serio, che tenga conto dei diritti e degli interessi di tutti, nel rispetto della legalità internazionale e nella consapevolezza che occorre ricostruire la fiducia reciproca».<br>Quanto alle violenze contro i cristiani, giusto ieri e sempre nel consesso di Sharm-el-Sheikhm, è stato l’ausiliare di Bagdad, Shlemon Warduni, a chiedere che «la comunità internazionale alzi la voce e denunci le violenze cui sono sottoposti i cristiani iracheni».<br>Il prossimo nove giugno sarà la volta del presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, a essere ricevuto dal papa. Il presidente Usa esporrà le sue “visioni” sul Medio Oriente. Di fronte troverà un interlocutore attento, non schierato, ma semmai impegnato perché un vero e proprio scontro di civiltà sia scongiurato o quantomeno non favorito. In ballo c’è il futuro di tante minoranze cristiane che su parecchi paesi islamici sono considerate come i veri e propri infedeli da sconfiggere.
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Bertone non sapeva dell’articolo dell’Osservatore
4 maggio 2007 -
Dalla segreteria di Stato vaticana, il giorno dopo il pasticciaccio, pochi commenti. Anche se sembra assodato – dicono – che la classica telefonata non sia mai arrivata.<br>Mario Agnes, insomma, da ventiquattro anni direttore dell’Osservatore Romano, questa volta pare non abbia alzato la cornetta per chiedere lumi se era il caso (o meno) di reagire in quel modo, di replicare scrivendo nero su bianco la parola «terrorismo» alle provocazioni contro la Chiesa e il papa messe in scena al concerto del primo maggio da Andrea Rivera.<br>Quest’ultimo, ha scritto l’altro ieri Osservatore, ha alimentato «furori ciechi e irrazionali», anche perché è stato «vile e terroristico lanciare sassi questa volta addirittura contro il papa».<br>Non ne sapeva niente, dunque, il segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, e non ne sapevano nulla i suoi sottoposti che spesso (per non dire tutti i giorni) controllano dall’alto l’operato del quotidiano della Santa Sede, non il giornale ufficiale d’Oltretevere ma pur sempre quello ufficioso.<br>Per essere sicuri della linea editoriale, è usanza che dall’Osservatore chiamino al primo piano del palazzo apostolico (dove sono gli uffici della segreteria di Stato) per comunicare l’uscita di un articolo “a rischio”.<br>Se ciò non avviene significa che pezzi particolarmente “hard” non sono previsti in pagina e l’uscita del giornale è dunque liscia, quasi piatta.<br>Dunque, l’iniziativa dell’altro ieri è stata tutta sua, del quasi dimissionario direttore del quotidiano vaticano Mario Agnes.<br>Quasi dimissionario perché oramai – su queste colonne lo abbiamo più volte dato come altamente probabile – pare vicino l’arrivo di Gian Maria Vian (storico della Chiesa, ordinario di filologia patristica all’università di Roma “La Sapienza” e soprattutto fine editorialista sulle colonne di Avvenire) alla direzione del quotidiano.<br>Agnes è giornalista così: competente, attento e sensibile nel comunicare il pensiero e le azioni papali, forse ultimamente un po’ troppo impulsivo, caratteristica buona per uno che di professione è giornalista, ma oltremodo pericolosa se il medesimo lavoro lo si esercita avendo in mano le chiavi di san Pietro.<br>Comunque, tra i sacri palazzi, la “linea Agnes” (quella ultima maniera) non dispiace come si potrebbe credere. Sono in molti, infatti, coloro che ritengono che la Chiesa sia sotto assedio, osteggiata a destra e a manca da giornali, radio e tv nemiche, media in mano a servitori infedeli, o meglio, fedeli di un altro dio.<br>Gli attacchi sarebbero diretti e soprattutto mossi su più fronti: attraverso il ritornare di analisi circa i rapporti scienza-scientismo che si pensava fossero state definitivamente accantonate, le revisioni di fatti storici con parametri ritenuti scorretti (almeno secondo la Chiesa), le nuove e raffazzonate esegesi dei testi del Vangelo e il proliferare di pubblicazioni di nuovi pseudo Vangeli (quelli di Giuda, ad esempio), la negazione delle radici cristiane in Europa fino all’accusa di ingerenza ogni qual volta un qualche ecclesiastico dice la sua su tematiche attinenti la vita della civile società.<br>«Questo e molto altro», sussurrano in Vaticano: si tratta del proliferare di accuse dirette al papa e alla Chiesa che meritano una levata di scudi degna di questo nome.<br>Col passaggio – se passaggio ci sarà – da Mario Agnes a Gian Maria Vian, l’Osservatore rimane in mano a uno studioso. Ciò che probabilmente gli si chiede è di rinfrescarlo graficamente e puntare maggiormente all’analisi dei testi e dei discorsi papali. Spesso, infatti, l’Osservatore si sofferma a sciorinare omelie di parroci impegnati ora in questa ora in quella parrocchia e non tutto risulta essere così interessante.
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Parla Malcolm Ranjith, il custode del Concilio voluto da Ratzinger: due messali in un’unica Chiesa
3 maggio 2007 -
Se ne parla da mesi. Ma quando e se effettivamente Benedetto XVI renderà noto il Motu proprio che concederà ai sacerdoti che lo desiderano di celebrare – senza il previo consenso del vescovo – la messa con l’antico rito, quello di san Pio V, non è dato saperlo.<br>Di certo si sa che una parte della Chiesa, legata soprattutto ad alcuni esponenti dell’episcopato francese, non vede di buon occhio il ritorno della messa che il popolo chiama “in latino”, perché si darebbe troppo spago alle comunità tradizionaliste le quali, soprattutto Oltralpe, sono molto diffuse.<br>Altra cosa dagli scismatici lefebvriani i quali, tuttavia, sovente vengono a torto paragonati a coloro che nella Chiesa desiderano accostarsi all’eucaristia seguendo l’antico messale.<br>Eppure, lo dice al Riformista Albert Malcolm Ranjith (segretario della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti), i due riti (quello attuale e quello antico di san Pio V) «possono benissimo coesistere» anche perché, come disse Ratzinger, «i due messali sono messali della Chiesa».<br>Era il 10 dicembre del 2005 quando Benedetto XVI, dopo la nomina avvenuta a circa un mese dalla sua elezione a pontefice dell’allora monsignore (oggi cardinale) William Joseph Levada quale suo successore alla guida del “ministero” vaticano che si occupa di custodire la dottrina della fede cattolica, decise di rendere pubblico il secondo tassello della sua morbida rivoluzione, ovvero un secondo nome da inserire all’interno della curia romana. Si trattava del nuovo segretario del “ministero” che si dedica di liturgia, e cioè il cingalese Albert Malcolm Ranjith, fino a quel momento a capo della diplomazia vaticana in Indonesia e Timor Orientale. Una nomina che mostrò il sommo interesse del papa per la liturgia, aspetto fondamentale per la Chiesa se è vero – come è vero – che lex orandi è lex credendi: ciò che si prega è ciò che si crede, né più né meno.<br>Ranjith venne evidentemente ritenuto dal papa l’uomo giusto al posto giusto, perché capace di coniugare le esigenze universali della Chiesa con quelle particolari avendo ampiamente dimostrato – negli anni in cui ha lavorato in Sri Lanka, in Vaticano come segretario aggiunto della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e in Indonesia quale nunzio apostolico – cosa significhi insegnare correttamente la liturgia alle culture diverse, anche le più lontane dal cattolicesimo.<br>Dopo gli anni d’oro dei grandi teologi maestri di liturgia (Guardini, Moglia, Lercaro, Schuster, papa Pio XII con i suoi scritti Mediator Dei e Mysticis Corporis), la Chiesa ha sovente subíto l’avvento di superficiali sperimentatori che, pur magari in buona fede, hanno messo in pratica veri e propri abusi che con la millenaria tradizione liturgica della Chiesa hanno avuto ben poco a che vedere.<br>E monsignor Ranjith è stato portato dal papa a Roma proprio per guardarli questi abusi e, nel tempo, sanarli.<br>È un lavoro che, per forza di cose, s’interseca con quello più ampio e allo stesso modo importante che va sotto il nome di corretta esegesi del concilio Vaticano II: perché è la corretta ermeneutica della riforma liturgica inaugurata dal concilio che nella seconda metà del secolo scorso è stata in parte disattesa o, comunque, non fino in fondo compresa.<br>«Per Benedetto XVI – spiega al Riformista Ranjith – i testi del concilio non sono qualcosa subentrato nella Chiesa ex novo, ma sono piuttosto parte dell’evoluzione teologico-pastorale continua della stessa Chiesa. Perciò parlare di una rottura con la tradizione passata è profondamente sbagliato. Il papa ha sempre mostrato, attraverso diverse iniziative pontificie e orientamenti offerti nei suoi scritti, omelie e discorsi, che la sua missione è quella di continuare la fedele implementazione di ciò che fu indicato dai lavori dello stesso concilio. Egli segue quindi la linea conciliare già intrapresa dai suoi predecessori. Come loro, anch’egli ha dovuto constatare le difficoltà scaturite dalle interpretazioni parziali date al concilio. Avendo partecipato al concilio come perito, credo che Ratzinger oggi sia rattristato per le interpretazioni parziali che, in alcuni circoli teologici e pastorali, vengono date degli orientamenti di quel grande evento ecclesiale».<br>Non solo: «In un’intervista data a Vittorio Messori, l’allora cardinale Ratzinger diceva: “La mia diagnosi è che si tratti di un’autentica crisi che va curata e guarita… il concilio Vaticano II è una realtà da accettare in pieno… Oggi, poi, stiamo scoprendo la sua funzione ’profetica’: alcuni testi del Vaticano II al momento della loro proclamazione sembravano davvero in anticipo sui tempi che allora si vivevano. Sono venute poi rivoluzioni culturali e terremoti sociali che i Padri non potevano assolutamente prevedere ma che hanno mostrato come quelle loro risposte – allora anticipate – erano quelle che ci volevano in seguito. Ecco dunque che ritornare ai documenti è di particolare attualità: ci danno strumenti giusti per affrontare i problemi d’oggi. Siamo chiamati a ricostruire la Chiesa non malgrado, ma grazie al concilio vero”. A questo Concilio “vero”, stando ancora alla diagnosi del papa, “già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente spirito del Concilio che in realtà ne è un vero anti-spirito”. Ecco perché il papa è oggi per una vera implementazione degli orientamenti conciliari e perché sta orientando ancora più fermamente la Chiesa in questo senso».<br>La corretta interpretazione del Vaticano II non può che riguardare anche la liturgia. Da un po’ di mesi si parla dell’eventuale liberalizzazione dell’antico rito, quello di san Pio V, che prevede tra le altre cose la recita della messa usando la lingua latina.<br>Un’ipotesi, quella del “ritorno” dell’antico rito, che vede nella Chiesa molti vescovi, sacerdoti e fedeli a favore, altri contrari principalmente per il timore del crescere e del proliferare di comunità ultra tradizionaliste.<br>«Alcuni errori di veduta e un profondo senso di incomprensione su ciò che il concilio veramente auspicava per la Chiesa – spiega Ranjith -, hanno causato e continuano a causare in ambito liturgico molti abusi e oltraggi contro lo spirito sacro della prassi liturgica, con conseguenze drammatiche. Il papa è ben conscio di questo. La liturgia è quell’aspetto della vita ecclesiale che incide di più sulla fede e sulla prassi della fede: lex orandi, lex credendi et lex vivendi. È per queste ragioni che Benedetto XVI ha scritto tanti libri e articoli, ha parlato e continua a parlare della necessità di riscoprire un vero sensus liturgicus nella Chiesa. Partecipando ad un convegno liturgico, egli una volta disse: “Si dice che la liturgia riflette l’esperienza religiosa della comunità, e che la comunità è l’unico vero soggetto; così noi andiamo, in effetti, non solamente verso una frammentazione totale della liturgia, ma verso una distruzione della liturgia come tale, perché se la liturgia è solo il riflesso delle esperienze religiose della comunità, non comporta più la presenza del mistero. Ecco dunque il punto sul quale si deve fermamente resistere; si deve riscoprire la Chiesa – il corpo di Cristo – come il vero soggetto della liturgia. Quindi ci si deve rendere conto che con un’esegesi secolarizzata e una ermeneutica profondamente protestante e secolarizzata, non si possono trovare nel Nuovo Testamento i fondamenti della nostra fede; e che con la frammentazione della liturgia considerata come l’atto particolare delle comunità locali, si perde la Chiesa, e con la Chiesa la fede e il mistero. Si deve al contrario ritornare a un’esegesi radicata nella realtà vivente della Chiesa, della Chiesa di tutti i tempi – soprattutto della Chiesa dei Padri -, e anche quella del Medioevo. Si deve quindi anche ritrovare la realtà cultuale e il sacerdozio nel Nuovo Testamento e recuperare l’essenziale per la liturgia”. Recuperare e accentuare il vero senso ecclesiale dell’eucaristia era uno degli scopi principali del concilio e il papa insiste tanto su questo aspetto anche nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis, un altro suo autorevole intervento a favore di una corretta interpretazione del Vaticano II, soprattutto laddove parla di liturgia».<br>Quanto alla liberalizzazione del rito di san Pio V, Ranjith non fa giri di parole: «Benedetto XVI – spiega -, da cardinale aveva espresso chiaramente il suo parere: “Personalmente ero dall’inizio a favore della libertà dell’uso continuo del vecchio messale, per una semplice ragione: la gente cominciava a parlare già di una rottura dalla Chiesa pre-conciliare e della formazione di modelli differenti di Chiese: una Chiesa pre-conciliare superata e una Chiesa nuova conciliare. Del resto adesso lo slogan dei lefebvristi è di affermare che ci sono due Chiese, la grande rottura essendo visibile per loro nell’esistenza di due messali che sarebbero in rottura fra di loro. Mi sembra essenziale e fondamentale riconoscere che i due messali sono messali della Chiesa, e della Chiesa che rimane sempre la stessa”. Credo che se il papa ora decidesse di permettere un più libero uso di questo messale, ciò non dovrebbe suscitare tanti problemi perché esso appartiene alla tradizione liturgica della Chiesa. Dell’unica Chiesa, anche perché, appunto, non ne esistono due. Difatti la Sacrosanctum Concilium non aveva decretato un accantonamento della messa precedente. Al contrario, aveva auspicato cambiamenti che in un certo senso dovevano crescere organicamente da forme già esistenti. E d’altronde, papa Giovanni Paolo II nell’Ecclesia Dei Adflicta del 1988, aveva chiesto ai vescovi di permettere l’uso di questo messale ai fedeli che lo volevano. La coesistenza dei due riti, tra l’altro, può aiutare sia una migliore comprensione del valore di quegli aspetti che accentuano il mistero, il sacro e il misticismo, sia l’adorazione inerente al sacrificio eucaristico e ancora quegli aspetti che aiutano la partecipazione fruttuosa e effettiva dei fedeli, come l’uso dei vernacoli, inculturazione e ciò che aiuta a far crescere il senso di fraternità e diaconia. Il papa, nel colloquio di Fontgombault, rifletteva: “Perciò, con grande sensibilità, una grande comprensione per le preoccupazioni e per le paure, in unione con i responsabili, si dovrebbe capire che questo messale è anche un messale della Chiesa e sotto l’autorità della Chiesa; che non è una cosa riservata del passato ma una realtà vivente nella Chiesa, molto rispettata nella sua identità e nella sua grandezza storica, ma anche considerata come una cosa vivente non come una cosa morta, una reliquia del passato. Tutta la liturgia della Chiesa è sempre una cosa vivente, una realtà che si trova sopra di noi, non sottomessa alla nostra volontà e alle nostre intenzioni arbitrarie”».<br>Correlato al tema della liturgia c’è quello dell’abito sacro: in particolare, la talare che i preti dovrebbero indossare tutti i giorni non viene più indossata da nessuno, quasi fosse un abito caduto in disuso. «Il sacerdote – dice Ranjith – è chiamato ad essere un Alter Christus che vivendo pienamente in mezzo al mondo, deve essere un segno visibile delle realtà eterne alle quali siamo tutti chiamati. Difatti questa verità si dovrebbe applicare a tutti i discepoli di Cristo, anche ai laici. Ma dato il fatto della loro speciale chiamata ad unirsi a Cristo intimamente e così diventare il riflesso qui fra i loro fratelli delle realtà eterne e divine, nonostante la loro fragile natura umana, devono anche nelle apparenze esterne, diventare simbolo di quelle realtà spirituali e soprannaturali. Il Direttorio per la vita e il ministero dei presbiteri al n. 66 dice: “In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di un ministero pubblico. Il presbitero deve essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire, in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa. Per questa ragione il chierico deve portare un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla conferenza episcopale e secondo le legittime consuetudini locali. Ciò significa che tale abito, quando non è quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici, e conforme alla dignità e alla sacralità del ministero”. Per quanto riguarda l’abito liturgico, allora la cosa è ancora più esigente perché il sacerdote celebra i sacramenti in nome di Cristo, sacerdote, capo della Chiesa; la comunità di quelli che già qui sulla terra sono chiamati a costruirsi la città celeste di Gerusalemme, quella eterna, e il popolo dell’Alleanza Nuova. Nella Sacramentum Caritatis il papa già parla della necessità di essere fedele alle norme dell’Istruzione Generale del Messale Romano, all’Ordine delle letture della Messa e dell’uso fedele dei paramenti liturgici. I paramenti liturgici sono, anch’essi, simboli delle realtà eterne e celesti che avvengono nelle celebrazioni liturgiche della Chiesa, le quali non sono ciò che la Chiesa o i celebranti individuali inventano o hanno il potere di inventare, ma sono quelle che vengono dati a loro. Perciò tali norme secondo ogni loro particolarità devono essere sempre eseguite con un gran senso di riverenza e obbedienza».<br>Dagli abiti del sacerdote al canto gregoriano, che nonostante il concilio l’abbia esplicitamente mantenuto all’interno della liturgia, il suo uso si è perso un po’ ovunque. «Il papa – dice Ranjith – seguendo la direzione data dalla Sacrosanctum Concilium, indica il canto gregoriano come “il canto proprio della liturgia romana”. Vuole che, come tale, sia “stimato e realizzato”. Nella Sacramentum Caritatis torna sull’argomento auspicando che “non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia”. Il concilio non aveva nessun dubbio sul valore di questa eredità importante della Chiesa quando disse: “Gli si riservi il posto principale”.<br>Rispetto all’interpretazione del concilio Vaticano II, ci sono differenze tra Benedetto XVI e Giovanni Paolo II? «Non credo – conclude Ranjith – che esistano delle differenze di interpretazione del concilio nei due papi. Sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI hanno partecipato ai lavori del concilio e hanno conosciuto bene la mente dei padri conciliari. Sono perciò rimasti fedeli allo spirito del concilio, quello autentico. Dico “quello autentico” perché molte cose che poi sono succedute nel suo nome non rispecchiavano questo spirito ma, come ha detto Benedetto XVI, “al vero concilio già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente spirito del concilio che in realtà ne è un vero anti-spirito”. Già papa Paolo VI si lamentava di ciò, dicendo che “il fumo di Satana era entrato nella Chiesa”. Anche Giovanni Paolo II voleva assicurare la fedele applicazione del concilio come una necessità per il rinnovamento vero della Chiesa. Perciò, non vedo tali differenze tra le due figure. Nella sostanza credo che tutti e due i pontefici vedano nel concilio degli orientamenti importanti per un risveglio di fede e testimonianza cristiana nella Chiesa».
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In Messico scomunica a chi vota l’aborto
1 maggio 2007 -
È il secondo paese del Sudamerica, insieme con Cuba, che riesce ad approvare la depenalizzazione dell’aborto.
Ma è il primo che subisce (almeno a quanto ha dichiarato ieri il portavoce dell’arcidiocesi di Città del Messico, don Hugo Valdemar) una pesante scomunica da parte della Chiesa, comminata non soltanto a quelle donne che da qui in avanti abortiranno o a coloro che collaboreranno fattivamente a far abortire (i medici), ma addirittura a quei politici (se battezzati cattolici) che hanno votato la legge.
Il paese è il Messico. Le legge che depenalizza l’aborto (fino alla dodicesima settimana) riguarda soltanto la capitale, Città del Messico, ed è stata approvata la settimana scorsa dall’assemblea legislativa della città grazie al lavoro del sindaco ed esponente della sinistra progressista Marcelo Ebrard (46 voti a favore, 19 contrari, un’astensione).
Vista dall’alto (cappa di smog permettendo), Città del Messico è una distesa infinita di case, casupole, strade e viottoli.
Quasi nove milioni di persone che si muovono in un immenso altopiano grande tanto quanto la Lombardia.
Tra queste, oltre sette milioni sono i battezzati, più dell’80% del totale della popolazione.
Eppure, anche questa roccaforte cattolica alle porte di un America Latina da secoli terra di missioni, è dovuta capitolare, pochi giorni fa, di fronte all’ineluttabile, l’approvazione – appunto – della legge “incriminata”.
Nei giorni scorsi, era stato il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, a inviare ai vescovi messicani un telegramma da parte del papa in cui si chiedeva di «proteggere e difendere con ferma decisione il diritto alla vita di ogni essere umano».
E ieri anche il 64enne cardinale Norberto Rivera Carrera, arcivescovo di Città del Messico, ha mostrato i muscoli ricordando quanto, ai sensi del diritto canonico, sia entrato automaticamente in vigore in diocesi: la scomunica latae sententiae – e cioè immediata per il sol fatto di aver commesso l’atto – per quelle donne che ricorreranno alla pratica abortiva e per quei medici che la attueranno (il tutto previa verifica che l’aborto sia stato effettivamente procurato: effectu secuto, dice il codice di diritto canonico).
Insieme, la scomunica colpisce anche – per volere dello stesso arcivescovo – quei politici (sindaco Marcelo Ebrard in testa, deputati del “Distrito federal” a seguire) che hanno votato e approvato il provvedimento in questione.
Un “allargamento”, quello della scomunica anche ai politici, che proprio perché decisione autonoma dell’arcivescovo, anche se legittimo, suona come particolarmente duro.
Così come dura, anzi durissima, è stata la dichiarazione del portavoce dell’arcidiocesi di Città del Messico, don Hugo Valdemar: «Abbiano la decenza – ha detto riferendosi ai deputati che hanno votato la legge pro aborto – di non entrare in cattedrale né in nessuna altra Chiesa cattolica del mondo finché non saranno perdonati».
Nei giorni scorsi c’era chi, anche in Vaticano, riteneva che il cardinale Norberto Rivera Carrera non sarebbe arrivato a tanto. Soltanto lo scorso mese di marzo, infatti, il papa aveva pubblicato l’esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis nella quale chiedeva a politici e legislatori cattolici di non votare leggi che vanno esplicitamente contro «la natura umana», ma non aveva parlato di scomuniche. E la stessa cosa avevano fatto i vescovi italiani pubblicando poche settimane fa la Nota della Cei rivolta ai politici chiamati a votare leggi in favore delle coppie di fatto. Anche qui, nessuna scomunica.
Non così in Messico dove, a pochi giorni dal primo viaggio di Benedetto XVI in America Latina, la scomunica c’è tutta ed è pure pesante.
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