Bagnasco vara la Cei collegiale e sburocratizzata

Eletto successore del cardinale Camillo Ruini alla Cei lo scorso 7 marzo, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco è chiamato oggi a condurre la sua prima assemblea generale a capo dell’episcopato italiano.
Un’assemblea che cade in un momento particolare per la Chiesa, pochi giorni dopo la discesa in piazza dei cattolici contro i Dico ma in difesa della famiglia fondata sul matrimonio e a pochi giorni dalla conferenza nazionale sulla famiglia convocata a Firenze per la fine di questa settimana dal ministro Rosy Bindi.
Un tema, quello della difesa della famiglia, che potrebbe riecheggiare nella prolusione odierna di Bagnasco, accanto ai temi “classici” delle precedenti prolusioni tenute da Ruini: la difesa della vita dal concepimento fino al suo termine, l’attenzione riservata ai temi etici in generale, i richiami alla solidarietà, a sanare le disuguaglianze sociali, l’attenzione al Meridione e poi i richiami alla pace internazionale.
Temi che saranno sviluppati attorno al focus a cui, in scia ai lavori del convegno ecclesiale di Verona dello scorso ottobre, l’assemblea vuole dedicarsi: la missione della Chiesa.
Tutto qui? Certamente no. Oltre alla chiara ed esplicita fermezza sui princípi, spazio potrebbe esserci, almeno nel sottofondo della parole di Bagnasco, anche per sviluppare (e per esercitare poi sul campo nei prossimi giorni di lavoro dell’assemblea generale) quella maggiore collegialità tra i vescovi già evocata e auspicata da Bagnasco nel suo primo discorso quale nuovo presidente della Cei, quello del consiglio permanente dello scorso 26 marzo. Bagnasco allora, in quello che potrebbe essere definito come il direttivo dei vescovi italiani (vi partecipano soltanto una trentina di presuli), parlò esplicitamente dell’imminente uscita di una Nota pastorale riservata a indirizzare le coscienze rispetto alle proposte di legge volte a legalizzare le coppie di fatto e disse apertamente come il testo della Nota sarebbe stato coniato in modo collegiale, grazie a un dialogo franco e aperto fra tutti i vescovi, fra i “più intransigenti” fino a quelli ritenuti di posizioni più accondiscendenti.
E in effetti è così che Bagnasco vede la “sua” conferenza episcopale: un organismo che non tradisca nei suoi pronunciamenti la dottrina della Chiesa ma che sia insieme consapevole di non dover essere una sovrastruttura all’interno della “macchina Chiesa” quanto uno snodo pastorale che, nel segno della collegialità tra i vescovi, aiuti la comunione e la missione della Chiesa.
Un organismo, dunque, che non voglia essere luogo di potere o di comando sui vescovi del paese quanto voce che intenda aiutare e indirizzare tutti i presuli nel corretto esercizio del proprio ministero pastorale.
Un organismo che non cerchi in nulla di sovrapporsi alla Santa Sede e ai suoi dicasteri ma semplicemente provi a servire il papa il quale esercita il proprio primato su tutta quanta la Chiesa.
La “gestione Bagnasco” della Cei, infatti, sfruttando anche il fatto che lo stesso presidente non risiede a Roma ma a Genova (negli ultimi due mandati, quello di Ugo Poletti e quello di Camillo Ruini i presidenti Cei risiedevano invece a Roma in quanto vicari del papa per la città), vuole essere nel segno della “sburocratizzazione” dell’intero apparato, per far sì che ogni pronunciamento sia l’esito della massima condivisione di tutti i vescovi. Vuole essere nel segno del rendere più concreto il convincimento che il presidente è sì primus, ma lo è inter pares, delegato di un “potere di servizio”, un’autorità morale che non può prescindere dalla collegialità di tutto l’episcopato.
Esempio in negativo da non imitare resta a oggi la conferenza episcopale tedesca: come un “super ministero” all’interno di una Chiesa in crisi di fedeli e vocazioni. Una struttura enorme, iper burocratica e che tende sempre più ad aumentare di numero di addetti e di peso politico tra i vescovi. Quasi fosse – è volutamente un’immagine esagerata – una seconda Roma nell’Europa moderna.
La “struttura della Cei” pensata da Bagnasco per l’Italia, invece, vuole essere quella di un organismo in cui le consultazioni tra i vescovi, allorquando un qualche messaggio deve essere dato o scritto, siano reali. Un organismo che se decide ai suoi vertici di apportare qualche cambiamento (ad esempio) al messale o a un ordinamento interno, lo si fa in nome di tutto l’episcopato e perché – vagliato che la fermezza sui princípi non sia stata tradita – tutto l’episcopato è stato consultato. È questa la Cei che Angelo Bagnasco ha in mente. È questa la Cei che il papa ha voluto quando lo scorso inizio marzo, tra la ridda di nomi prestigiosi di possibili successori di Ruini, ha optato per l’arcivescovo di Genova ed ex cappellano militare Bagnasco.


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Sul testamento biologico incombe il disco rosso della Chiesa

I temi etici sono, oggi più che mai, il terreno di confronto (e scontro) tra laici e cattolici soprattutto nel nostro Paese.
Ieri le parole di monsignor Sgreccia contro la libera produzione di embrioni chimera (composti da materiale genetico umano e animale) messa in campo dal governo britannico.
Nei giorni scorsi, dopo la discesa in piazza dei cattolici contro i Dico e a favore della famiglia fondata sul matrimonio, l’incombere di un altro “non possumus”, quello riferito al testamento biologico.
A tal riguardo, ecco le parole dette al “Riformista” da padre Giorgio Carbone, professore di bioetica alla facoltà teologica di Bologna e personalità stimata e molto ascoltata in Vaticano soprattutto in questo momento di discussione sul testamento biologico in commissione Sanità al Senato.
«Una cosa – spiega Carbone – è il testamento biologico, un’altra è il consenso informato. Legarle come sembra fare Ignazio Marino (diessino e cattolico, ndr) non è corretto. Sono due cose distinte e che è opportuno comprendere bene. Con il consenso informato (prassi consueta e secondo la Chiesa legittima) qualsiasi persona che sia già ammalata può chiedere, d’accordo col suo medico, che non gli vengano in futuro riservate terapie invasive o gravose o qualsiasi tipo di accanimento terapeutico. Ma il medico che lo ha in cura ha comunque il diritto-dovere di interpretare i desideri del paziente in quanto durante la terapie egli può giudicare che per il bene del paziente è opportuno agire in altro modo».
Mentre «con il testamento biologico le cose cambiano. Infatti, si prevede che qualsiasi persona oggi sana possa scegliere di rifiutare qualsiasi tipo di cura nel caso che in un futuro prossimo o remoto si trovi a dover affrontare una malattia grave che non le permetta più di esprimere la propria volontà. Cosa dire in merito? Innanzitutto la prudenza che nasce dall’esperienza della vita concreta può fare tre obiezioni. Primo: nessuna persona sana e nel pieno possesso delle facoltà mentali può sapere cosa si prova quando si è colpiti da una malattia incurabile e si è entrati nella fase avanzata di essa. Chi scrive le dichiarazioni è estraneo al vissuto della malattia. Perciò, invocare il principio del consenso informato per giustificare le dichiarazioni anticipate di trattamento rischia di essere fuorviante. Secondo: nessuno può prevedere con certezza quali saranno i progressi scientifici e medici nella diagnosi e nella cura di una particolare malattia. Terapie oggi penose per il malato, domani grazie ai progressi della tecnica potrebbero essere praticate con minori oneri. Perciò, le dichiarazioni rese oggi per un futuro prossimo o remoto potrebbero diventare imprecise o fuori luogo. Terzo: non è detto che le volontà che io oggi esprimo corrispondano esattamente a ciò che io desidererò quando sarò colpito da una malattia grave. Potrei aver cambiato idea e non aver avuto il tempo di manifestarlo».
Altro problema circa l’eventuale introduzione nel panorama legislativo del testamento biologico è quello che si stravolgerebbe il rapporto medico-paziente così come oggi è pensato.
«Il testamento biologico, infatti, rappresenta una delle estreme esasperazioni dell’autonomia del paziente. Rifiutando in modo deciso il modello paternalistico viene adottato il modello autonomistico o contrattualistico sulla base di una presunta parità fra i contraenti del rapporto, cioè tra medico e paziente. Ma tutto ciò altera l’identità delle due figure in gioco. Il medico, da professionista che agisce nell’interesse e nel bene della salute del paziente, è degradato a essere un esecutore delle volontà del paziente. In questo modello il medico potrà essere anche abilissimo tecnicamente, ma sarà sempre incompetente dal punto di vista decisionale. Il paziente, invece, diventa un puro cliente che può chiedere tutto al medico. In realtà, la parità tra i due contraenti non esiste, perché il medico “sa”, mentre il paziente, anche quando è perfettamente informato delle sue condizioni e delle possibilità terapeutiche, non è libero di sfuggire alla malattia e spesso è incapace di un confronto obiettivo con istanze morali e scientifiche. Mentre nel modello dell’alleanza terapeutica il medico tiene conto delle dichiarazioni espresse dal paziente, ma le potrà disattendere sulla base delle conoscenze e dei progressi della medicina e interpreterà le intenzioni del paziente all’interno del contesto in cui il paziente le ha manifestate».
Carbone va oltre, cercando di spiegare il perché del tentativo di legalizzare il testamento biologico: «Dietro le varie proposte non c’è un’attenzione per il malato, c’è piuttosto la volontà di ridurre, se non eliminare, la responsabilità civile del medico. Negli ultimi 15 anni le cause di risarcimento danni intentate dai malati o dai loro eredi nei confronti dei medici sono enormemente aumentate. Ora, il testamento biologico potrebbe essere invocato dal medico come documento giuridico in grado di esonerarlo dalla responsabilità civile. Il medico potrà sempre difendersi dicendo che è stato il paziente a rinunciare alla terapia oppure a volerla a tutti i costi. Accettando la logica del testamento biologico, il medico sarà deresponsabilizzato e tenderà a disinteressarsi della sorte del malato e da professionista sarà ridotto a prestatore d’opera».


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La Chiesa vara la difesa “ad extra et intra”. E la piazza attacca sul fronte parlamentare

La Chiesa deve continuare a difendersi non soltanto dagli attacchi che le vengono dall’esterno ma anche da quelli che le vengono internamente. “Intra” oltre che “extra, dunque.
È questo l’insegnamento che ne viene per la Chiesa dagli ultimi due mesi, dai giorni dell’arrivo dell’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco quale nuovo presidente della Cei al posto del cardinale Ruini.
“Extra” c’è un certo mondo etichettato come “laicista” e che soprattutto sulle tematiche etiche è schierato su posizioni del tutto contrastanti con il credo cattolico. “Intra” esiste una certa linea ecclesiale che seppure per sommi capi ritiene di essere in dissenso con questo mondo, tuttavia con esso intende in qualche modo trattare (che è più che dialogare), arrivando a compromessi e ad aperture importanti.
“Extra” sono le scritte sui muri delle Chiese italiane contro Bagnasco e il papa (giusto ieri «vergogna» e «vergogna pedofili» sono state le due scritte lasciate con spray rosso sulle pareti del santuario di Santa Maria della Visitazione in via Lame a Bologna). Sono le parole contro il Family day e i pubblici discorsi delle autorità ecclesiastiche. Sono – dal punto di vista della Chiesa – i disegni di legge pro convivenze e pro altre tematiche “non negoziabili” come ad esempio la questione del testamento biologico/eutanasia.
“Intra” sono quelle spinte per una Chiesa più di retrovia, soft, meno invasiva, una Chiesa che tendenzialmente non ritiene opportuno scendere in piazza e nemmeno sbandierare troppo le proprie idee in quanto in ballo ci sarebbe il reato di lesa laicità: va bene difendere la propria identità, ciò che si è per ontologia, ma occorre non esagerare.
Si tratta di tematiche che il prossimo lunedì potrebbero riecheggiare nella prima assemblea generale della Cei guidata da Angelo Bagnasco. Un’assemblea attesa, perché dopo l’intervento del 26 marzo scorso al consiglio permanete della Cei – un discorso breve, di sole otto pagine, fermo sui princípi ma senza parole riferite strettamente alla politica interna ed estera, all’economia e alla situazione sociale del paese – è nell’appuntamento di lunedì che Bagnasco potrebbe dire la sua sui temi caldi del momento: non soltanto la famiglia ma anche la tutela della vita umana dal concepimento alla morte e i temi di bioetica. Un intervento che – alla stessa stregua di quelli che faceva Ruini quando era a capo della Cei -, proprio perché incentrato sul tema della “missione della Chiesa”, potrebbe dare la linea rispetto alle tematiche che in sede parlamentare la politica andrà ad affrontare, dai Dico fino al testamento biologico.
Un intervento rivolto dunque “ad extra” e, insieme, “ad intra”: perché è anche “inside the Church” che devono essere chiarite quali siano le posizioni corrette e quali quelle sbagliate. Cosa sia bene e cosa male. “Right and wrong”.
Una distinzione, quella tra corretto e scorretto che per le gerarchie ha ben compreso (tra i politici) soprattutto Clemente Mastella. Il quale, se il governo un giorno cadrà, la Chiesa si augura traghetti dall’altra parte per continuare anche col centro destra la linea destabilizzatrice (da bilanciere di centro) e ultra fedele alla dottrina ecclesiastica.
Ma intanto, è ancora il popolo del Family day ha esercitare la linea mastelliana verso il mondo politico. Ieri, questo popolo, ha continuato a dire la sua attraverso una vivace conferenza stampa romana tutta diretta alla conferenza fiorentina sulla famiglia, al ministro Rosy Bindi, dunque, e al governo di cui fa parte.
Innanzitutto, se la battaglia sulla fecondazione assistita e quella sulla famiglia «sono state due vittorie», ha detto Mimmo Delle Foglie, oggi si continuerà a lavorare «su altri fronti, come quello del testamento biologico». «Vedremo – ha detto Delle Foglie – che legge sarà, se è un’apertura all’eutanasia il mondo cattolico si pronuncerà».
Poi il Tesoretto. «Se i soldi verranno distribuiti ai soliti e non alla famiglia non ci stiamo – ha detto ieri Pezzotta -. Vogliamo un segnale vero e concreto». E, ancora, ecco Eugenia Roccella: «Forse ora i politici si rendono conto che la famiglia è una maggioranza e viene trattata come una minoranza. È giusto rimetterla al suo posto». E ancora: «Noi vigileremo e chiederemo politiche di sostegno». E, infine, spazio a un affondo anti Eugenio Scalfari: «Polemizzo con Scalfari – ha detto Delle Foglie – che ha scritto che la piazza San Giovanni ha riservato un’ovazione ai leader della destra. È falso, e Scalfari ha piegato un dato della realtà per attribuirci pensieri negativi. Ho paura di questo sistema di informazione. Scalfari ha strapazzato la realtà di ciò che ha accaduto».


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E ora la Cei punta su altri “non possumus”

Ci sta provando, Rosy Bindi, in vista della conferenza nazionale sulla famiglia di Firenze (da giovedì a sabato della prossima settimana) a mostrarsi il più dialogante possibile col popolo di piazza San Giovanni.
Lunedì si è recata a Ciampino per accogliere Benedetto XVI di ritorno dal Brasile seguita dai flash dei fotografi a immortalare gli auguri ricevuti dal papa per la conferenza fiorentina.
Ieri, le parole dedicate ad annunciare un «piano di azione» del governo centrato sulle politiche per la famiglia attorno a cui si consolidi una «grande alleanza» tra le istituzioni, le categorie e il mondo dell’associazionismo.
Parole che vogliono mostrare l’impegno bindiano ad ascoltare la «società italiana» per realizzare «una politica organica» a sostegno delle fasce più deboli.
«La famiglia – ha detto la Bindi – è da tempo al centro della preoccupazione del governo, ma scontiamo un ritardo di molti anni» e per questo motivo sarà importante la conferenza sulla famiglia in programma a fine mese a Firenze.
Ci sta provando, dunque, ma intanto il mondo dell’associazionismo cattolico, quello della grande manifestazione di piazza San Giovanni, ha di fronte un ministero della famiglia capace, più che altro, di proporre i Dico a fronte di quelle politiche familiari attese ma ancora non arrivate.
Un’“inadempienza” che anche le gerarchie della Chiesa italiana non hanno dimenticato e non dimenticano se è vero che, proprio in vista della conferenza di Firenze, l’onda lunga del Family day viene cavalcata con forza.
L’arcivescovo di Genova e neo presidente della Cei Angelo Bagnasco scende a Roma una volta alla settimana e qui viene informato da monsignor Betori (segretario generale della Cei) sull’andamento delle cose.
In pista c’è anche il cardinale Ruini il quale, seppure ufficialmente in pensione sul fronte Cei, continua a essere un interlocutore privilegiato nel mondo politico, un interlocutore del quale Bagnasco non vuole fare a meno. E anche se i Dico sembrano oramai definitivamente affossati – non tanto dal Family day quanto dall’evidente mancanza di voti al Senato – in ballo ci sono ancora quelle politiche familiari da portare a casa, si spera il più in fretta possibile.
Più delle parole contano i fatti e ancora oggi nella leadership della Cei la linea tenuta dagli esponenti della maggioranza che registra il più alto indice di gradimento sul fronte famiglia è e continua ad essere quella del ministro Mastella (no categorico ai Dico, sì incondizionato al popolo di piazza San Giovanni) anche se ultimamente Rutelli e la parte teodem della Margherita hanno mostrato di sapersi ben allineare con le prerogative ecclesiastiche.
Non solo i Dico e la famiglia sono i temi che stanno a cuore alla Chiesa, svegliatasi con una marcia in più dopo la “sbornia” del Family day.
Ci sono anche altri “temi etici” a far rimanere Ruini, Bagnasco and company sul “chi va là”. Lo hanno dimostrato ieri le parole snocciolate con perfetto tempismo – e non certo in modo soft o accondiscendente – da Betori, presente a Gubbio per la festa del patrono, sant’Ubaldo.
Il «crimine dell’aborto», le «pratiche eutanasiche», la negazione della «dualità sessuale», la degradazione del matrimonio, la violenza che sfocia nel terrorismo, il rifiuto dell’altro, tutti frutti del relativismo e del nichilismo, sono – lo ha detto ieri Betori – «i nuovi nemici che tentano oggi di espugnare le nostre città».
Parole rivolte a tutti coloro che – politici compresi – «fanno dell’embrione l’essere umano più indifeso, un materiale disponibile per le sperimentazioni mediche», che «danno copertura legale al crimine dell’aborto, e si apprestano a farlo per le pratiche eutanasiche, infrangendo la sacralità dell’inizio e della fine della vita umana».
Si tratta di un «nichilismo» e di un «relativismo» che «fomentano le guerre e il terrorismo, delimitano gli spazi del riconoscimento dell’altro chiudendo all’accoglienza di chi è diverso per etnia, cultura e religione».
Lunedì prossimo toccherà ad Angelo Bagnasco, nella prolusione dell’assemblea plenaria della Cei, dire la sua sulle priorità della Chiesa in Italia, priorità che con ogni probabilità si concentreranno anch’esse su tutti questi temi etici, vero campo su cui lottare, difendersi, lavorare. Non solo Dico e famiglia, dunque, ma anche aborto, eutanasia e testamento biologico, bioetica e ricerca scientifica. Insomma: in ballo c’è la vita, da difendere dal suo inizio fino al suo (naturale) termine. E Ruini, Bagnasco and co. sono ancora sul campo di battaglia.


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A vincere è la linea Bagnasco

Il Family day di sabato scorso ha riempito di gioia e speranza il neo presidente della Cei, Angelo Bagnasco.
Il popolo di un milione e più di persone accorso in piazza San Giovanni, infatti, ha dimostrato innanzitutto all’episcopato italiano come la linea dell’intransigenza sui princípi “non negoziabili” – linea appoggiata da Bagnasco fino al consenso morale dato alla manifestazione di piazza – sia nella sostanza quella condivisa dal popolo (enorme sabato) dei cattolici.
Dopo l’inizio di mandato (il 7 marzo scorso) non certo facile a causa di un clima politico teso in vista dell’imminente uscita della Nota pastorale annunciata dal cardinale Ruini a seguito del ddl Bindi-Pollastrini sui Dico, Bagnasco ha dovuto gestire settimane impegnative.
Prima il direttivo della Cei in cui, non senza un importante dibattito al suo interno svoltosi tra coloro che spingevano per un testo “hard” e quelli che lo volevano più “soft”, la Nota – dura ma senza citazioni dirette dei Dico e senza “scomuniche” – è stata coniata e concessa al pubblico. Poi le scritte sui muri di varie città italiane con minacce di morte rivolte a Bagnasco. E, infine, l’attesa per il Family day, manifestazione non antigovernativa ma comunque anti Dico e rispetto alla quale ancora una parte di episcopato e di un certo associazionismo cattolico era su posizioni critiche per il rischio concreto di vedere la Chiesa sempre più arroccata in difesa dei propri princípi senza capacità di dialogo.
E invece il risultato è stato un altro. La manifestazione è scivolata via bene, nonostante l’opposizione abbia cercato di metterci sopra il proprio cappello. E anche la partecipazione – temuta dagli organizzatori – di Berlusconi, al di là delle battute su quale appartenenza politica debbano avere i cattolici in Italia, non ha scalfito l’immagine di un popolo capace di difendere i valori in cui crede oltre gli schieramenti politici e partitici.
Tra l’altro se è vero che nella legislatura precedente i Dico o una qualsiasi sorta di legalizzazione della coppie di fatto non è stata portata avanti dal centro destra, è altrettanto vero che concrete e importanti politiche familiari i vari Fini, Casini e Berlusconi non sono stati capaci di portarle a casa e questo le associazioni cattoliche promotrici del Family day non l’hanno dimenticato. Così come non dimenticano che anche in questa legislatura c’è un ministero, quello della famiglia, che ha fatto tanto per difendere il ddl sui Dico ma poco per proporre politiche ritenute invece più urgenti e attinenti all’esercizio del proprio ministero.
Ieri, Rosy Bindi, era ad accogliere il papa di ritorno dal Brasile all’aeroporto di Ciampino. Un papa che ha potuto seguire soltanto da lontano gli eventi italiani ma che anche dal Sud America non ha dimenticato di tuonare contro coloro che propagano «iniziative legislative» contrarie all’istituto della famiglia e favorevoli alle «libere unioni». Parole di fronte alle quali tutti i politici dichiaratamente cattolici debbono in qualche modo – e soprattutto a Family day concluso – trovare una sintesi coerente e logica.
Oggi, per la Chiesa, è arrivato il momento di godersi il successo del Family day cercando in qualche modo di comprendere come non sprecare il patrimonio guadagnato.
«L’incontro di San Giovanni – hanno spiegato dal Forum delle associazioni familiari – non è un punto di arrivo. Non è un traguardo. È solo un nuovo inizio». Già, ma quale la strada da qui in avanti? Una prima prova del nove sarà a Firenze dal 24 al 26 maggio dove Rosy Bindi ha convocato la conferenza nazionale della famiglia. Qui, le istanze avanzate dai promotori del Family day dovranno trovare una qualche risposta, almeno se lo augurano dal Forum.<+cors>Quanto a Bagnasco, guadagnato un punto a proprio favore sia in quella parte di episcopato italiano più propenso per una Chiesa di retrovia sia in quella parte di associazionismo cattolico che non vedeva di buon occhio la discesa in piazza dei cattolici (si dice che da Genova, sabato scorso, una certa importante associazione abbia fatto partire un solo pullman per Roma con a bordo soltanto una ventina di persone) spetterà continuare sulla strada intrapresa. Un primo test sarà l’assemblea plenaria della Cei che si aprirà proprio il prossimo lunedì con una sua – attesissima – prolusione.


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Il popolo di Cl ritorna a Rimini: dialogo al di là dei diversi schieramenti

Settimana prossima il mio direttore mi ha chiesto di andare insieme a un collega a seguire il Meeting di Rimini.
Da domenica prossima, dunque, anche palazzoapostolico sarà incentrato più su Rimini che sul Vaticano.
Sinceramente avrei preferito rimanere a Roma. Agosto nella capitale è un mese fantastico. Non fa caldo come a luglio. I turisti ci sono ma, non essendoci i romani, “ingombrano” meno le strade. In giro ci sono poche macchine e dunque è più facile col motorino scansare le buche, quelle stesse buche che, per uno che abita a Roma dopo aver abitato per anni a Milano, rappresentano un’onta imperdonabile da gettare in faccia alla gestione Veltroni: hai voglia ad organizzare mega concerti gratis e notti bianche… Io, sinceramente, al concerto di Elton John o di Simon and Garfunkel gratis sotto il Colosseo, preferirei vedere le strade rattoppate velocemente e gratuitamente.
Nonostante mi spiaccia lasciare Roma, a Rimini vado volentieri. Lì ho tanti amici. Anche se, per dirla tutta, del Meeting non sopporto la troppa calca, la masnada umana che per sette giorni “bascula” da un padiglione all’altro della fiera alla ricerca dell’incontro più interessante. Nel limite del possibile, me ne starò rintanato in sala stampa (sperando ovviamente che ci sia l’aria condizionata e una connessione ad internet decente).
Intanto, per prepararvi degnamente all’evento riminese, ecco il pezzo che ho scritto oggi per il Riformista. Buona lettura.

Come ogni anno, il titolo della kermesse non intende dire tutto e tutto spiegare, quanto aprire il dibattito e il confronto. Eppure, è leggendo il titolo che si comprende bene dove il Meeting di Rimini voglia andare a parare.
È stato così dal 1980, l’anno della prima edizione, anno in cui un gruppo di ciellini – e dunque fedeli “discepoli” di don Giussani – decise di inaugurare una manifestazione che, nella città italiana simbolo dello svago e del divertimento, non poteva che suonare come strana, se non addirittura fastidiosa: nel periodo di maggior afflusso turistico erano chiamati a raccolta nella Rimini delle discoteche, leader di diverse religioni, uomini di cultura, personaggi di appartenenze politiche diverse, col preciso scopo di liberamente trovarsi e liberamente confrontarsi su ciò che maggiormente interessa il proprio vivere, il proprio agire, il proprio stare nella società.
«La pace e i diritti dell’uomo» fu il titolo dell’edizione del 1980: non una serie di incontri fini a se stessi, della serie stringiamoci la mano e “volemose bene”, quanto un confronto magari duro ma significativo sui contenuti, sulle differenti convinzioni, per misurarsi e insieme trovare – laddove possibile – terreni di costruzione comuni. Vi parteciparono, tra gli altri, Giulio Andreotti, Vladimir Bukovskij , Vittorio Citterich, William Congdon , Christopher Derrick, Eddie Hawkins, Vladimir Maximov e Giovanni Testori.
Così dal 1980 ad oggi. E anche l’imminente edizione che inizia questo fine settimana (dal 19 al 25) è a questa esigenza che vuole rispondere. Un confronto a 360 gradi incentrato attorno alla «verità» e al destino per il quale l’uomo è fatto. O meglio, come recita il titolo del Meeting: «La verità è il destino per il quale siamo fatti».
Spiegano dal Meeting: «La ricerca della verità è da sempre la sfida più impegnativa per l’uomo. Una sfida difficile alla quale spesso si rinuncia. La sfiducia nella possibilità di conoscere la verità coincide con l’intima sfiducia nell’esistenza stessa della verità. Senza di essa, però, l’uomo viene privato della speranza di poter dare risposte certe ai grandi interrogativi della vita che rendono inquieto il suo cuore. Ma la sola alternativa è che la verità sia qualcosa o qualcuno che all’uomo può accadere di incontrare, qualcosa che succede: un avvenimento per l’appunto».
Ricerca della verità, dunque. È questo il filo sotteso agli innumerevoli incontri, mostre culturali, spettacoli che caratterizzano l’edizione 2007.
Come ogni anno, non mancheranno spunti legati alla politica, ma non è con la lente d’ingrandimento puntata esclusivamente su questo o quel politico che si può comprendere appieno la sette giorni riminese. Anche perché i confronti tra diversi esponenti politici è fuori dagli schemi che vogliono dirigersi. Si rimane sempre delusi, insomma, se da questi incontri si vuole a tutti i costi capire verso dove e verso chi il popolo di Cl vuole andare, a chi viene dato o non viene dato il proprio appoggio. Tra l’altro, chi fa parte del movimento di Cl non è chiamato a firmare nessuna tessera di partito. Non è, infatti, ai partiti, a questa o quella coalizione che il Meeting intende guardare. Piuttosto, è dalle idee e dai contenuti dei singoli politici che la piazza riminese si aspetta qualcosa: parole e confronti per poi formulare contenuti e proposte. E in questo senso, alcuni dei faccia a faccia più interessanti tra politici – quello del 23 agosto tra Tremonti e Fassino, o quello del 21 agosto tra Chiti e Formigoni – presentano anche nelle tematiche affrontate qualcosa di diverso. Il primo chiede di andare «al di là degli schieramenti» per riflettere su «tre cose da fare insieme sul bene comune». Nel secondo, si parla di riforme istituzionali e sussidiarietà: «Per quale destino, per quale verità».
Insomma, chissenefrega degli apparati partitici dell’uno o dell’altro politico: al Meeting è la ricerca del bene comune, della verità che interessa. Tutto il resto non è spazzatura, ma semplicemente viene dopo.
Ai contenuti, più che al resto, sono interessati anche le migliaia di studenti, lavoratori e anche professionisti che prima del Meeting – e pure durante – lavorano gratis per la buona riuscita dell’evento. Gratis, perché evidentemente, per loro, la full immersion di incontri e approfondimenti alla ricerca della verità, vale la candela.
Sabato prossimo sarà il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone ad aprire con una messa la kermesse. Nel pomeriggio, subito un piatto forte: a dibattere sull’Europa e il suo futuro arriva Hans-Gert Poettering, presidente del parlamento europeo. Il giorno dopo, fari puntati sul lavoro con un incontro a cui partecipano il segretario generale della Cisl, Bonanni, e il ministro Damiano. Interessante anche un incontro intitolato: «La ricerca di Oriana». A parlare della Fallaci ci sono Vittorio Feltri e monsignor Fisichella che è stato vicino alla scrittrice negli ultimi attimi della sua esistenza.
Nei giorni seguenti, spazio anche al non profit. Diversi gli incontri. Tra questi, quello di venerdì con Gianni Alemanno e Roberto Pinza. Un altro dedicato all’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà a cui partecipa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta.
E un terzo sul «fare impresa», un appuntamento (sempre di venerdì) a cui partecipa il ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani.
Come ogni anno, non mancherà Giulio Andreotti, da sempre star incontrastata delle giornate riminesi. Le sale in cui è chiamato a parlare il senatore a vita sono sempre piene all’inverosimile. Basta l’accenno di qualche battuta, e il popolo di Cl si scalda, applaude e torna a sognare.


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Arriva al Family day l’intemerata papale

Continua nel segno dei messaggi rivolti alla Chiesa e alla società (politici compresi) il viaggio apostolico di Benedetto XVI in Brasile.
In particolare, ieri è stato il giorno dell’intemerata – durissima – contro coloro che «mettono in ridicolo la santità del matrimonio e la verginità prima del matrimonio», coloro che propagano parole e «iniziative legislative» contrarie all’istituto della famiglia e favorevoli alle «libere unioni», contrarie al dono della vita sempre e comunque.
Parole pronunciate in Brasile ma destinate ad avere, ovviamente, una grossa eco in Italia dove oggi va in scena in piazza San Giovanni il Family day.
Un’intemerata, quella di Ratzinger, che con ogni probabilità avrà un seguito domani nell’attesissimo discorso di apertura alla quinta conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi.
Qui Benedetto XVI, con un testo al quale pare abbia lavorato parecchio e sulla scia di quanto fecero Paolo VI al raduno di Medellin (1968) e Giovanni Paolo II a quello di Puebla (1979) insisterà perché la Chiesa si adoperi ad arginare la “deriva laicista” e liberal attiva in ogni continente, America Latina compresa.
Ma torniamo a ieri. Il papa prima ha canonizzato a San Paolo il primo santo della storia della Chiesa nato in Brasile. Si tratta di Frei Antônio de Sant’Ana Galvão, fondatore del monastero delle concezioniste “Recolhimento da Luz” (1739-1822).
Poi, nel pomeriggio, ha avuto un incontro con i 400 vescovi del Brasile.
Parlando di Frei Galvão, Ratzinger ha ricordato come il mondo abbia «bisogno di vite limpide» come fu la sua. Poi l’affondo: «È necessario – ha detto – dire no ai mezzi di comunicazione sociale che mettono in ridicolo la santità del matrimonio e la verginità prima del matrimonio».
Parole che richiamano a un modo di vivere totalmente “altro”, diverso da quello in cui il mondo cosiddetto laico crede.
Parole cui ne sono seguite altre, altrettanto forti, pronunciate significativamente davanti a tutti i vescovi del Brasile, davanti ai responsabili di una Chiesa che, secondo l’opinione delle gerarchie, deve essere aiutata a comprendere e quindi a diffondere correttamente la propria dottrina, essendo stato eccessivo “l’inquinamento” che, soprattutto negli anni d’oro della teologia della liberazione, si è prodotto in seno alla stessa Chiesa.
Oggi – ha detto il papa in uno dei passaggi più forti – «viene attaccata impunemente la santità del matrimonio e della famiglia, cominciando dal fare concessioni di fronte a pressioni capaci di incidere negativamente sui processi legislativi; si giustificano alcuni delitti contro la vita nel nome dei diritti della libertà individuale; si attenta contro la dignità dell’essere umano; si diffonde la ferita del divorzio e delle libere unioni».
È quanto sostengono anche i vescovi nostrani, i quali, come ha scritto ieri il cardinale Bertone in un messaggio inviato per l’incontro di Roma tra Rosy Bindi e il movimento giovanile salesiano del Lazio, insistono sulla «la necessità di promuovere e sostenere la famiglia, oggi sottoposta a tante difficoltà e a continui attacchi volti a sminuirne il ruolo fondamentale all’interno della società». Così ha scritto anche il vescovo di San Marino, Luigi Negri, in un intervento per un seminario organizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà, quando chiede che sia difesa «la famiglia nata nel sacramento ecclesiale» e che è «divenuta, laicamente, forma della società».
E ancora, dal papa, bordate per le stesse istituzioni ecclesiali: «Quando, in seno alla Chiesa è messo in questione il valore dell’impegno sacerdotale come affidamento totale a Dio attraverso il celibato apostolico e come totale disponibilità a servire le anime e si dà la preferenza alle questioni ideologiche e politiche, anche partitiche, la struttura della totale consacrazione a Dio comincia a perdere il suo significato più profondo».
Come a dire: guai a interpretare politicamente l’impegno sociale verso i poveri e gli ultimi. Ciò che conta – lo ha detto più volte il papa nella sua Deus caritas est – è il messaggio di Cristo.
Come diceva il primo ispiratore della stessa enciclica, Sant’Agostino: «La Chiesa vacillerà, se vacilla il suo fondamento; ma potrà forse Cristo vacillare? Visto che Cristo non vacilla, la Chiesa rimarrà intatta fino alla fine dei tempi».
Certo, non è una novità il «disavanzo storico di sviluppo sociale» del paese, disavanzo che si manifesta nei tanti brasiliani costretti a vivere in situazioni di «indigenza» e «diseguaglianza nella distribuzione del reddito», ma alla Chiesa – nelle parole del papa – spetta anzitutto «promuovere la ricerca di soluzioni nuove e colme di spirito cristiano».


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Sulla piazza aleggia l’enigma Berlusconi. Ma l’organizzazione è per il lodo Rutelli

È probabilmente dalla Lombardia che scenderà domani a Roma il maggior numero di persone per il Family day.
Alla faccia delle centomila presenze auspicate dal portavoce Savino Pezzotta, secondo il Forum delle associazioni familiari della regione soltanto i lumbard saranno almeno in 50 mila.
Tra loro, Formigoni con il suo gonfalone. Presenza gradita anche se quel gonfalone, agli organizzatori, non pare del tutto opportuno.
In nessun modo, infatti, si vuole che l’evento tracimi in manifestazione anti-governo seppure, è chiaro, il fronte anti Dico è compatto, voluto, esplicito.
Eppure, ghé nient de fà, anche in Lombardia si ritiene opportuno non lasciarsi scappare il treno di quelli che la famiglia, ci mancherebbe, la difendono e in questa difesa, i propri vessilli, è d’obbligo esporli.
Un treno che, forse, anche Silvio Berlusconi potrebbe decidere all’ultimo di prendere, nonostante i suoi cinque anni di governo non siano stati certo memorabili quanto a politiche familiari.
Ma la sua eventuale presenza in piazza potrebbe non essere vista bene perché porterebbe inevitabilmente l’evento a essere più politico che di popolo.
Berlusconi a parte, il rischio che la manifestazione diventi anti governo è reale.
E la cosa agita le acque anche tra i cattolici del centro sinistra i quali hanno di fronte diverse opzioni: correre il rischio di aderire a un evento anti governo entrando nel recinto riservato ai politici (è la scelta del ministro Fioroni e, di ieri, di Rino Piscitello dell’esecutivo nazionale della Margherita), entrare in piazza ma non nel recinto (così la “stella” vaticana Mastella), non entrare né nel recinto né nella piazza ma comunque dichiarare di esserci almeno col cuore (vedi Rutelli), non mettere piede in piazza volutamente perché i Dico, nel bene o nel male, li si è scritti di proprio pugno (vedi alla voce Rosy Bindi), non entrare in piazza perché, pur non condividendo in nulla l’altra manifestazione (quella di piazza Navona) si ritiene a buon diritto di non essere parte del popolo del Family day ma piuttosto di un altro popolo legato a un cattolicesimo più moderato o “democratico” (tra questi, pare, molti dei sessanta margheritini del manifesto pro Dico).
Diversa ancora è la posizione di Franco Marini. Più che giustificare il suo (ovvio per l’incarico che ricopre) non esserci in piazza, la sua è una difesa esplicita dei Dico perché «a me non pare – ha detto – che il disegno di legge sui Dico metta in discussione la visione della famiglia così come prevista dalla Costituzione».
Tante posizioni e voci diverse, dunque, dalle quali, volutamente, Romano Prodi ne rimane fuori. Certo, la sua presenza era non prevista, ma la scelta di recarsi a Stoccarda al raduno interculturale organizzato dai focolarini, seppure inserita in agenda in tempi non sospetti, suona come scelta “evita grattacapi”.
Sul fronte centro destra l’adesione alla manifestazione appare più facile e logica. Non solo i cattolici dei vari partiti, ma anche i laici non credenti trovano motivazioni valide per dire di sì alla piazza.
Tra quelli, invece, che si distinguono, i forzisti capitanati da Bondi e Cicchitto. Loro condividono quasi tutto il manifesto del Family day, tuttavia, «trattandosi di una manifestazione esplicitamente e del tutto legittimamente convocata dall’associazionismo cattolico», non essendo «laici devoti» – e nemmeno «laici anticlericali» – non vi parteciperanno.
Tra coloro che non saranno in piazza, ci sono i vescovi. Ieri Ruini, durante un convegno alla Gregoriana, non ha voluto dire nulla del Family day. Soltanto ha stigmatizzato un atteggiamento oggi dominante nella nostra società, anche a livello legislativo: ciò che conta non è il riferimento a un bene oggettivo, a ciò che è bene o male in se stesso quanto il criterio della scelta individuale e in fondo relativistica.
E domani, è anche per condannare questa posizione del “vale ciò che piace” che saranno in piazza i difensori della famiglia fondata matrimonio civile o religioso.
Saranno in piazza e gli organizzatori hanno pensato per loro qualche colpo a sorpresa su quale vige ancora il massimo riserbo.
Si pensa a una serie di collegamenti video con personalità di spicco, tra queste, pare, un “ateo devoto” di grido. Chi è? Non si sa, anche perché se si dice il suo nome prima, permaloso com’è, potrebbe decidere di non apparire.


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Le due piazze divise sulla Chiesa. “Il primo scisma nel mondo dei laici”

Una manifestazione di quelli che sono per la famiglia, non contro il governo, eppure contro i Dico.
Di quelli che sono, insomma, più “per” che “contro”.
Una manifestazione di quelli che si sentono laici nel senso che nel proprio concetto di laicità fanno rientrare il diritto della Chiesa di dire la sua sempre e comunque.
Una manifestazione di quelli che ritengono che il primo ruolo della famiglia sia sussidiario (e cioè di aiuto) rispetto a quanto può fare lo Stato per la società e lo stesso ruolo non lo possano svolgere altre “forme” di famiglia.
Una manifestazione di quelli che dal ministero della famiglia si aspettavano ben altro che un ddl come quello sui Dico anche se non vanno in piazza – dicono – con insegne di partito che possano far pensare che l’evento sia pro destra e anti sinistra.
Una manifestazione, ancora, che è contro i Dico perché, oltre che legittimare le unioni omosessuali, aprono la strada, o meglio, l’autostrada, a ciò che illegalmente già prolifera in Italia: la poligamia.
Una manifestazione, infine, ideata e voluta proprio per il rischio, tutto degli ultimi mesi, che la politica consegnasse al paese il passaggio ufficiale dal concetto di famiglia a quello di famiglie, ovvero da un’unica famiglia (quella fondata sul matrimonio sia religioso che civile) a tante famiglie la cui formazione è varia e variegata.
Questo e tanto altro è il Family day secondo quanto è stato snocciolato ieri a una presentazione congiunta dell’evento, e cioè promossa a Roma assieme sia dalle associazioni cattoliche che hanno organizzato la kermesse di piazza san Giovanni di sabato prossimo sia da coloro che hanno aderito al comitato per la difesa laica della famiglia, un comitato che ha visto, nelle scorse ore, oltre alle adesioni dei vari Bondi, Schifani,Vito, Castelli, Buttiglione, Pedrizzi, Selva, Valditara e Quagliariello (laici ma tutti del centro destra), anche quelle «prestigiose» e «gradite» di Franco Zeffirelli e Sergio Ricossa.
Un comitato, quello laico pro famiglia, che è doveroso ricordarlo – lo ha detto ieri Eugenia Roccella, portavoce del Family day – ha prodotto «uno scisma» proprio all’interno del mondo laico.
Ovvero: esistono dei laici – ha detto Roccella – che non aderiscono alla deriva anti-cattolica e anti-clericale presente non soltanto in Italia ma addirittura in tutta Europa.
Una deriva che darà mostra di sé «legittimamente» – è l’avverbio usato ieri da Savino Pezzotta – in piazza Navona. Legittimamente, «anche se di solito non usa – ha detto sempre Pezzotta – organizzare manifestazioni contro altre lo stesso giorno di quelle altre che si vuole contestare».
In piazza, il 12 maggio, andranno dunque oltre ai cattolici anche questi laici non anti-cattolici, e soprattutto alcuni musulmani i quali ritengono che il ddl Bindi-Pollastrini favorisca la poligamia – lo ha detto ieri Souad Sbai, presidente Acmid donna – e dunque la sottomissione di diverse donne ai loro mariti, quella stessa sottomissione dalla quale le donne musulmane in Italia hanno cercato di lasciarsi alle spalle quando sono emigrate dai rispettivi paesi d’origine.
Tra i laici non anti-cattolici, ecco spuntare anche un massone dichiarato. È il senatore di Forza Italia Paolo Amato: «Sono massone – precisa – ma certi valori accomunano laici e cattolici» e rappresentanti di associazioni di immigrati e di musulmane.
Tutti in piazza, dunque, per una manifestazione «non politica». Cioè, chi organizza il Family day e il popolo dei 100 mila (come minimo) che arriverà a Roma non è un partito politico seppure – lo ha detto ancora ieri Pezzotta – l’intento è quello di « premere sul Parlamento».
«Del resto – ha spiegato Pezzotta – non è che oggi arriva qualcuno e si erge a paladino delle famiglie. Io dal 1992 in avanti, anche cambiando i governi, non ho trovato orecchie attente ai problemi che ponevamo e questo riguarda i due
schieramenti politici».
Insomma, questo è altro è la prima Woodstck cattolica di piazza San Giovanni. Una kermesse, almeno questo è assodato, che urlerà forte e chiaro i propri «sì» alla famiglia così come la Costituzione ne parla e il proprio «no», in fin dei conti, a nient’latro se non all’attuale ministero della famiglia, al suo ministro reo di aver proposto un ddl «inutile», «di cui non se se sente il bisogno», «pro legalizzazione unioni gay», «pro poligamia» e chi più ne ha più ne metta.
Quanto ai soldi usati per organizzare l’evento, risulta un po’ stizzita la risposta data da Pezzotta ieri a una giornalista dell’Unità che chiedeva chi avesse finanziato il tutto. «Me l’aspettavo questa domanda – ha detto Pezzotta -. La vada a fare al sindacato a lei vicino», anche perché è una domanda che ha un evidente «retropensiero». Quale, non è stato specificato.


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Romero beato ma c’è chi è scomunicato

Negli scorsi cinque viaggi apostolici fuori i confini italiani Benedetto XVI, a differenza del suo predecessore, non era stato particolarmente prodigo di parole con i giornalisti presenti sull’aereo papale.
Ieri, invece, non è stato così e poco prima che l’aereo Alitalia decollasse da Fiumicino per raggiungere San Paolo (l’occasione è il viaggio apostolico in Brasile che si chiuderà il prossimo 14 maggio) ha voluto dire la sua durante una breve conferenza stampa.
Poche parole che hanno spiegato il senso del suo dirigersi in America Latina e che hanno chiarito un tema all’attenzione negli ultimi giorni dei media internazionali.
E cioè la questione della legalizzazione dell’aborto a Città del Messico e la conseguente scomunica data dall’arcivescovo Norberto Rivera Carrera al sindaco della città e ai politici che hanno votato la legge pro aborto.
Il papa, pur senza pronunciare alcun tipo di scomunica ufficiale, ha definito legittima, ai sensi del diritto canonico, la scomunica che i vescovi del Messico hanno indicato come sanzione per i politici che hanno approvato la liberalizzazione dell’aborto nella capitale messicana.
«Non era una cosa arbitraria – ha detto il papa -: è prevista dal codice di diritto canonico. Sta nel diritto che l’uccisione di un bimbo è incompatibile con il nutrirsi del corpo di Cristo, i vescovi non hanno fatto niente di arbitrario e hanno solo messo in luce ciò che è previsto dal diritto della Chiesa».
Un diritto difeso sempre anche da Giovanni Paolo II che – ha detto Ratzinger – ne «ha fatto un punto fondamentale del suo pontificato» e ha sottolineato che «questo messaggio che la vita è un dono e non una minaccia» dev’essere rilanciato dalla Chiesa.
A conti fatti, le parole del papa sono anche un attestato di stima per il cardinale arcivescovo Norberto Rivera Carrera, uno dei porporati più in ascesa nel panorama sudamericano.
Le parole del papa prima della partenza hanno permesso anche di fare luce sul vero significato del viaggio brasiliano.
Un viaggio pensato innanzitutto per la Chiesa dell’America Latina, una Chiesa prodiga di fedeli e di vocazioni, oggi però minacciata dal crescere sempre più esponenziale delle sette evangelicali.
Una Chiesa che, soprattutto negli ultimi anni – ha spiegato ieri il papa – si è legittimamente interrogata su «come creare le condizioni per la liberazione umana e su come rendere efficace la propria dottrina e indicare le condizioni umane e sociali, le grandi linee in cui i valori possono crescere».
Secondo la teologia della liberazione l’affronto delle ingiustizie sociali doveva e poteva avvenire a discapito dell’annuncio di Cristo, mentre per la Chiesa cattolica questo annuncio era il primo e profondo messaggio di cui dovevano essere informati i popoli, poveri e oppressi inclusi.
Concetti che Ratzinger ha sviscerato più volte fin da quando era prefetto della congregazione per la dottrina della fede, concetti che sono presenti anche nei paragrafi della Deus caritas est dedicati alle opere di carità della Chiesa. Oggi – ha detto Ratzinger – «é profondamente cambiata la situazione» in cui la teologia della liberazione è nata, ma è ancora evidente che «i facili millenarismi che credono di poter realizzare da una rivoluzione le condizioni per una vita completa, erano sbagliati».
Il problema ancora oggi, dunque, è «come la Chiesa debba essere presente nella lotta per la giustizia» un problema sul quale teologi e sociologi sono ancora divisi.
Sulla presenza della Chiesa nella lotta all’ingiustizia e nella vita della società, Benedetto XVI, forse anche per dire la sua in merito al pesante clima che si sta respirando in particolare in Italia, ha voluto sottolineare che «la Chiesa come tale non fa politica» ma rispetta la laicità. E ancora: «La Chiesa indica le condizioni in cui i problemi sociali possono maturare».
Le ultime parole del papa sono per elogiare Oscar Arnulfo Romero, un «grande testimone della fede» degno di beatificazione. Secondo Ratzinger, preziosa verso la strada della beatificazione è la «molto importante» biografia su Romero scritta da monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e padre spirituale della comunità di Sant’Egidio. Certo, c’erano problemi per avviare la causa di beatificazione e risiedevano principalmente nel fatto che una parte politica voleva «prendere ingiustamente per sé questa figura». Ma il problema pare oggi superato. Romero, infatti, è stato innanzitutto «un grande testimone della fede, delle virtù cristiane», e «si è impegnato per la pace e contro la dittatura: si tratta quindi di una morte di testimonianza della fede».


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